Come ogni anno, da settantaquattro anni, l’Italia è l’unica nazione al mondo che celebra la sconfitta in guerra. Tra retorica stucchevole e falsità storiche, il curioso caso di un libro scomparso, anche dal Catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale. Il business dell’ANPI.

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Ci risiamo. Da ieri sera telegiornali, radio, stampa ci inondano con le notizie delle celebrazioni del 25 aprile, alba radiosa della rinascita nazionale. “Liberazione”. Da che? E dove ci ha portato?

Repetita iuvant, e quindi ripetiamoci:

  • L’Italia uscì sconfitta dalla seconda guerra mondiale. Sconfitta e umiliata dalla resa incondizionata. Sconfitta, umiliata e massacrata dai criminali bombardamenti terroristici sulle città, che colpirono popolazioni inermi, donne, bambini, vecchi. Le cifre ufficiali parlano di 64.354 vittime civili; di queste, oltre 40.000 dopo l’otto settembre del 1943, quando il governo Badoglio aveva già firmato l’armistizio con le forze alleate.
  • Dall’otto settembre 1943 fino al 25 aprile 1945 (data ufficiale. In verità le uccisioni si protrassero ben oltre) l’Italia fu sconvolta anche dalla Guerra Civile, alla quale pudicamente venne dato il nome di “Resistenza”. Il numero delle vittime della Guerra Civile non fu mai ufficializzato, ma riferendosi solo all’attività dei numerosi “tribunali del popolo” improvvisati dopo la caduta del fascismo repubblicano, gli storici parlano di almeno 15.000 morti.
  • La reazione tedesca all’armistizio di Cassibile (firmato il 3 settembre 1943 e reso noto l’8 settembre) fu feroce, senza dubbio. Ma comunque si voglia girare la frittata, l’Italia tradì l’alleato tedesco. Non solo, ma divenne poi co-belligerante con gli Alleati. Il governo di Badoglio riuscì a fare il peggio del peggio, perdendo anche la dignità che possono avere gli sconfitti e infliggendo ancora due anni di sofferenze a un popolo stremato.

I fatti sono fatti e nessuna retorica può cambiarli. E un Paese che in pompa magna celebra una sconfitta e una guerra fratricida ha perlomeno, ci si conceda, qualcosa di strano.

I “valori” della Resistenza

È una delle frasi d’obbligo. Il 25 aprile si festeggiano i “valori” sui quali si fonda la nostra Repubblica. Ok. Se la bontà di un albero si riconosce dai frutti, vogliamo fare il punto sullo stato di salute della Repubblica Italiana oggi, 25 aprile 2019? Vogliamo parlare del dominio dei pederasti, ormai categoria venerata e intoccabile, vero oltraggio a Dio? Vogliamo parlare dell’aborto libero, gratuito, democratico, che fino a oggi ha causato l’uccisione di circa sei milioni di italiani? Basterebbero queste due cosette per qualificare l’Italia come Paese finito. Italia kaputt. Per non parlare della povertà indotta in tanta parte della popolazione da una sciagurata politica di vassallaggio alle mafie finanziarie che imperano nella UE. Per non parlare di una gioventù allo sbando, alla quale si offre Libera Droga in Libero Stato, sesso a gogò e rincoglionimento garantito dalla totale assenza di valori. Eccetera, eccetera, eccetera. Cari signori, se è questa l’Italia che ci avete regalato, nata dalla Resistenza, mille volte dovremmo gridare “Viva il Duce”.

Le falsificazioni storiche

Salvo poche e isolate voci, nessuno, a livello “ufficiale”, ricorda che la Guerra Civile non fu solo tra italiani fascisti e italiani antifascisti, ma anche tra comunisti (non dico italiani, perché per loro natura sono e saranno sempre dei senza-patria) e italiani sani, fascisti o antifascisti che fossero. Nell’alluvione di retorica di oggi, chi ricorderà la strage delle Malghe di Porzus, o l’eccidio di Schio, o l’appoggio criminale che il PCI diede alle politiche di Tito, che volevo annettersi gran parte del Nord Est italiano? Tutte vicende che videro le bande partigiane comuniste fare strage di partigiani monarchici, liberali, democristiani, in una parola anticomunisti. Chi ricorderà la fosca vicenda di Dongo, con la mattanza sul lungolago, con l’uccisione di Mussolini e Claretta Petacci (in barba agli accordi in base ai quali il Duce doveva essere consegnato agli Alleati), con la sparizione del tesoro della Repubblica Sociale e dei documenti che Mussolini portava con sé, con l’uccisione sistematica dei molti partigiani che cercarono di fare luce su questi crimini? Chi ricorderà le migliaia, decine di migliaia, di vittime del dopo-25 aprile, uccise barbaramente, con o senza le farse dei “processi” degli improvvisati e innumerevoli “tribunali del popolo”?

Si va poi nel grottesco quando si vuole liquidare il Ventennio come “male assoluto”, impedendo di fatto una seria ricerca storica su un periodo in cui l’Italia fece uno straordinario balzo in avanti. E se lo sciagurato abbraccio con la Germania fu senza dubbio la nostra rovina, non si studia come e perché ci fu quell’abbraccio, tra due nazioni profondamente diverse e due Capi di Stato assolutamente diversi. E infatti la cretineria della storiografia ufficiale ha coniato una parola, “nazifascismo”, per definire una “cosa” che, semplicemente, non ci fu mai.

E l’abitudine alla falsificazione sistematica impedisce di riflettere sul fatto che, dopo l’otto settembre, furono rispettabili entrambe le scelte: chi aderì alla Repubblica Sociale, lo fece per fedeltà al Duce, ma anche, e spesso soprattutto, per la ripugnanza di fronte a un gesto vile come il tradimento dell’ex-alleato (buono o cattivo che fosse) e di fronte al comportamento del Re che, comunque lo si voglia dipingere, fu un Re che fuggì dalle proprie responsabilità. E chi aderì al Governo di Badoglio lo fece per rispettare il giuramento fatto al Re, per disgusto dell’ultima politica mussoliniana, che avete portato l’Italia in un drammatico vicolo cieco.

Due posizioni tra loro inconciliabili, entrambe rispettabili. Due schieramenti che ebbero tanti caduti, che meriterebbero di poter riposare in pace. Tutti. Anche quelli che hanno perso, tutti italiani, tutti fratelli, almeno nella morte.

E infine l’abitudine alla falsificazione storica impedisce una seria riflessione su un aspetto vitale: il Nazismo era senza dubbio un mostro da abbattere. Ma siamo sicuri che la parte vincente fosse migliore? I già ricordati bombardamenti terroristici, atti unicamente criminali, la “sperimentazione” sulle popolazioni giapponesi della terrificante potenza della bomba atomica, basterebbero queste due cose per farci riflettere. Siamo diventati una colonia dell’America, clienti disciplinati che hanno comprato e comprano e compreranno tutta la spazzatura che ci arriva da quel mondo di protestanti. La devastazione morale in cui viviamo non ha certo radici nella cultura europea, che fu (ed è, dove clandestinamente ancora esiste), cultura cristiana. Insomma, se due boss della malavita combattono tra di loro per controllare ampie zone di affari criminali, il boss che vince resta, sempre e comunque, un boss della malavita.

Il caso curioso di un libro scomparso

Nel 2005 la Piemme (una casa editrice poi acquisita dalla Mondadori) pubblicò un interessante libro di Roberto Beretta, “Storia dei preti uccisi dai partigiani”. Ne scrissi ai tempi di Riscossa Cristiana (vedi su https://www.riscossacristiana.it/storia-dei-preti-uccisi-dai-partigiani-di-roberto-beretta-recensione-di-paolo-deotto/ ). Mi permetto qui di riportare solo le prime righe di quell’articolo:

Centotrenta uomini uccisi. Il primo omicidio è datato 7 agosto 1941, l’ultimo 4 febbraio 1951. In alcuni casi, rari, i killer sono stati scoperti; ma su moltissimi altri casi regna il buio, anche perché l’omertà, sembra incredibile, copre ancora le colpe a tanti decenni di distanza. E quando non si tratta di omertà, c’è però una – non meno riprovevole – indifferenza su cose frettolosamente accantonate, perché ormai vecchie, passate. In molti casi all’omicidio si è aggiunto un ulteriore oltraggio, impedendo addirittura che si tenessero pubbliche esequie per le vittime, o anche propalando su di loro dicerie infamanti, quasi a giustificarne l’uccisione. La mano omicida ha colpito in tutta Italia, dalla Val d’Aosta al Friuli, arrivando fino alla Calabria. Tanti i sicari, pochi, come dicevamo, quelli puniti, uno solo il mandante. Conosciuto, ma impunito. Le vittime hanno una caratteristica che le accomuna: sono tutti sacerdoti, secolari o religiosi, parroci o cappellani militari, o semplici preti senza incarichi specifici, o cura d’anime. Molti, moltissimi di loro sono stati uccisi due volte: la prima volta dagli assassini materiali, la seconda volta dall’oblio e dalla negligenza di chi non può o non vuole ricordare.

L’ultimo omicidio datato 4 febbraio 1951… la vendetta, l’odio contro la Religione proseguirono ben oltre il periodo bellico.

Ebbene, questo libro è sparito, scomparso, non c’è più. Fuori catalogo per la Mondadori, non disponibile nelle numerose case di vendita on-line e, cosa davvero interessante, cancellato anche dal Catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale, dove, al tempo in cui scrissi l’articolo sopra citato (25 aprile 2016), era reperibile.

Strano, no?

ANPI. O è un cimitero o è un imbroglio. In ogni caso, è un bel business

Cos’è l’ANPI, lo sappiamo tutti. Ebbene, considerando che la guerra è finita settantaquattro anni fa, se vogliamo anche immaginare partigiani che, a quella data, avevano solo diciassette anni, ci ritroveremmo con una Associazioni i cui membri più giovani hanno oggi 91 anni. Una bella età. È quindi lecito pensare che la gran parte degli ex-partigiani siano ormai nell’Aldilà. E allora come fa a esistere ancora l’ANPI? Misteri della democrazia.

Di sicuro, l’ANPI è un bel business. Tra il 2013 e oggi ha incassato, tra contributi governativi e 5 per mille, circa 1.200.000 euro. Sono bei soldini, a cui vanno aggiunti i molti finanziamenti da parte degli enti locali che, si sa, non negano mai l’appoggio a un gay-pride o a una manifestazione “antifascista”. Leggete un po’ di dati interessanti su http://www.ilgiornale.it/news/politica/partigiani-i-soldi-pubblici-ecco-incassi-anpico-1639948.html

Concludendo…

Ce ne sarebbe più che a sufficienza per smetterla di inondarci di retorica e di menzogne e stendere un velo pietoso su un periodo storico che ha profondamente disonorato l’Italia. Ma la falsificazione sistematica deve andare avanti perché è quella che ha giustificato le prime generazioni di politici (che se non avessero avuto il Fascismo da “combattere” avrebbero dovuto magari, orrore, lavorare per guadagnarsi da vivere) e che serve all’attuale generazione di politici quaquaraquà per avere qualcosa di cui parlare ogni tanto e “lottare”. Che pena.

Quindi, permettetemi di concludere con un sogno: sogno un’Italia che sia davvero la Patria, in cui si abbia pietà cristiana dei morti, in cui si ricominci a studiare la Storia, perché chi non conosce il proprio passato o lo conosce falsificato è sempre uno schiavo. Un uomo senza anima.

E festeggiamo oggi San Marco Evangelista, e ricordiamoci che oggi ricorre la nascita di un grande genio italiano, Guglielmo Marconi (25 aprile 1874).

Viva l’Italia. Dove sia, non lo so più, ma lo ripeto: Viva l’Italia.

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PS. Questi versi sono stati scritti da Giuseppe Giusti centosettanta anni fa. Non sembrano scritti oggi?

1 commento su “25 aprile. Italia kaputt”

  1. Gaetano Fratangelo

    Il Presidente Mattarella parla di 2° Risorgimento ed attacca sovranisti e populisti: bell’esempio di imparzialità di un Capo dello Stato ad un mese dalle elezioni!
    Parla di valori della Resistenza quando si dovrebbe parlare di morte della Patria.
    E’ la fine della dignità di uno Stato (ovvero prostituzione) quando si chiede ai vincitori di combattere a loro fianco a guerra decisa!
    Richiesta respinta che ha il valore di uno schiaffo.
    Si è taciuto sui crimini di guerra degli angloamericani mentre ci sarebbe voluto una Norimberga anche per loro.
    La cosiddetta liberazione l’hanno fatta gli invasori e non certo i partigiani nascosti sulle montagne e poi dediti alle vendette più atroci.
    Il Ministro Salvini deve sciogliere l’ A.N.P.I. a cui vanno fondi illegittimi ed a carico dei contribuenti.

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