Ancora una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni

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Una fonte inesauribile di Fede e di speranza.

Per leggere la precedente riflessione sul Vangelo secondo Giovanni, clicca qui

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“Amen, amen dico vobis: Antequam Abraham fieret, EGO SUM” (Gv 8, 58).

Appassionata di esegesi, come sono e come ho detto molte volte, non mi tiro mai  indietro quando incontro qualcuno, o qualcosa, che mi stimoli a un incontro sempre più ravvicinato con la Parola di Dio espressa nei Vangeli. Ma, essendo solo una cattolica “bambina”, e certamente non una teologa, o una storica della Chiesa, o un’esegeta di formazione, ma solo una studiosa che ha una visione totalmente cristiana del mondo e dell’esistenza umana, non pretendo affatto di formulare nuove teorie in proposito, ma mi limito a riflettere sempre più intensamente sulla Scrittura lasciandomi guidare da chi ne sa molto più di me.

Effettivamente pare che proprio questo sia il progetto di Dio per me, almeno in questa fase della mia vita, perché recentemente una mia cara amica suora, di nazionalità francese, di ritorno a Roma dopo una lunga permanenza in patria, mi ha regalato un grande commento al IV Vangelo, opera del P. Yves Simoens, gesuita, docente al Pontificio Istituto Biblico di Roma e al Centre Sèvres di Parigi[1]. Con l’aiuto di questo valente studioso – ma senza illudermi di essere esauriente, perché quando si parla di Dio non lo si è mai – cercherò di aggiungere qualcosa alla mia precedente riflessione sul Vangelo secondo Giovanni che, in passato, mi aveva sempre un po’ intimorito perché lo ritenevo “difficile”.

Il Prologo del IV Vangelo è, come tutti sanno, un impressionante e grandioso inno al Cristo espresso in forma poetica e quindi ancora più efficace. In esso Giovanni mette particolarmente in risalto la Divinità del Signore: la Sua “esistenza”, come uomo, non ebbe inizio con la gravidanza di una Vergine perché  Egli, Verbo consustanziale al Padre e allo Spirito Santo, “era” già nella realtà divina, come afferma il Simbolo Niceno[2]. Lo stesso Gesù afferma con forza questa verità nella disputa con i Giudei a proposito della fede di Abramo (Cap. 8). I Suoi interlocutori, invece di rispondere sensatamente alle Sue argomentazioni (e come avrebbero potuto, dopotutto, privi di fede ma stracolmi di sarcasmo e di superbia com’erano?) Lo attaccano e Lo ingiuriano. “Rispose loro Gesù: In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, IO SONO”. Questo chiaro riferimento alla solenne teofania sul monte Sinai (Es 3, 14), ben conosciuta dai Giudei, gli fa rischiare la lapidazione.    

P. Simoens insiste con profonda convinzione sul fatto che tutto ciò era stato ampiamente previsto dagli antichi profeti :“il compimento dell’Antico Testamento in Cristo è il principio maggiore della scrittura giovannea”, con particolare riferimento alla profezia messianica di Isaia che aveva paragonato l’avvento del Cristo all’irrompere della “luce”: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9, 1).Già nella stessa disputa con i saccenti farisei, lo stesso Gesù dirà: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8, 12)

Ma l’Evangelista non perde neppure occasione per sottolineare l’umanità di Gesù inseparabile dalla  Sua filiazione divina. Poco prima di incontrare la samaritana (cap. 4), Egli, “stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo (di Giacobbe)”; più avanti ha sete e chiede alla donna di darGli da bere. Più avanti ancora (cap. 11), “scoppia in pianto” alla notizia della morte dell’amico Lazzaro (v. 35). La filiazione divina rappresenta il vertice stesso del IV Vangelo, che vuole testimoniare che quell’Uomo della nostra storia è proprio il figlio di Dio. Nel primo Capitolo,un primo prologo (vv. 1 – 5) afferma che il Verbo di Dio “era in principio presso Dio”; il secondo prologo introduce inizialmente Giovanni Battista e Gesù stesso nella Sua umanità per concludere con la professione di fede in Gesù “Figlio di Dio”, venuto come uomo in quel mondo che era stato fatto per mezzo di Lui, anche se “i suoi non l’hanno accolto” (vv 6 – 11).    

Con il pronome possessivo plurale “suoi”  si deve intendere anzitutto la nazione giudaica che era stata scelta da Dio come popolo di Sua proprietà (Dt 7, 6 – 7) perché in mezzo ad esso sarebbe nato il Messia, ma si può intendere anche l’intera umanità, dal momento che anche essa è stata creata da Dio e anche ad essa Cristo ha esteso la redenzione. Segue, nel Prologo, una sorta di “rimprovero” per coloro che non hanno accolto il Verbo fatto uomo da interpretare come diretto non soltanto ai Giudei, ma anche a tutti coloro che rifiutano l’amicizia di Dio. “Cristo è venuto, ma per una misteriosa e terribile sventura non tutti Lo hanno conosciuto, non tutti Lo hanno accolto … E’ il quadro dell’umanità quale noi, dopo venti secoli di Cristianesimo abbiamo davanti. Come mai? Che cosa diremo? Non pretenderemo di sondare una realtà immersa in misteri che ci trascendono: i misteri del Bene e del Male. Ma possiamo ricordare che l’economia di Cristo, per la diffusione della sua luce, si dispiega in una subalterna, ma necessaria cooperazione umana: quella dell’evangelizzazione, quella della Chiesa apostolica e missionaria che, se registra risultati incompleti, tanto più deve da tutti essere integrata e aiutata”[3]. Anche se Il Concilio di Calcedonia ha usato un linguaggio un po’ diverso per definire la natura del Cristo (“una persona in due nature”), tuttavia questo linguaggio si ricollega strettamente a quanto afferma il prologo del IV Vangelo. E’ necessario che il suo fondamento sia ricordato oggi sia da coloro che vorrebbero ridurre la storia di Gesù a un mito, sia da quelli (molto più numerosi) che considerano Gesù un semplice uomo, sia pure superiore a tutti gli altri, e non certamente il Figlio di Dio.

Durante l’Ultima Cena, subito dopo aver dato il boccone a Giuda e dopo che costui è uscito per tradire il suo Maestro, “Gesù disse: Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in Lui. Se Dio è stato glorificato in Lui, anche Dio Lo glorificherà da parte Sua e Lo glorificherà subito” (13, 31). La “gloria” del Figlio è dunque collegata al radicale dono che Egli fa di sé prima di subire la Passione. Un secondo momento di glorificazione emerge più avanti  (Cap 17): “Padre, è giunta l’ora: glorifica il Figlio Tuo perché il Figlio glorifichi Te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato” (vv 1 – 2). Non solo viene ribadito il dono radicale fatto da Gesù all’umanità anche prima di essere crocifisso, ma viene confermato che quanto avviene tra il Padre e il Figlio è finalizzato alla salvezza dei credenti e di tutta l’umanità.

Nel suo libro P. Simoens mette in particolare evidenza l’importanza del rapporto tra Israele e gli altri popoli; infatti se Giovanni, da un lato, sottolinea il profondo inserimento di Gesù nel popolo di Israele, dall’altro fa risaltare anche il valore  universale di ciò che avviene in Lui e attraverso di Lui. Da parte di Israele, l’Autore presenta l’evento di Cristo nella sua relazione con l’Antica Alleanza, ma non tace alcune frasi di Gesù che, come hanno ritenuto alcuni esegeti, potrebbero sembrare antigiudaiche come, per esempio: “Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro” (Gv 8, 43 – 44). Secondo P. Simoens questa frase non è antigiudaica e neppure antisemitica, perché Gesù vuole evidenziare che il Male deriva sempre dal diavolo che definisce “omicida, menzognero e padre della menzogna”. L’insistenza sul legame con Israele va di pari passo con l’insistenza sull’umanità in generale perché l’Incarnazione del Verbo e il suo Mistero pasquale hanno un orizzonte universale, come emerge anzitutto dal prologo e poi dalla Preghiera Sacerdotale in cui Gesù prega per l’unità di tutti coloro che crederanno nel corso dei secoli, fino a conseguire la piena unità con Lui nella gloria (17, 20 – 26).     

Spero che con queste mie umili e necessariamente incomplete osservazioni, ispirate a un eccellente lavoro di P. Simoens, io sia riuscita a dare una mano all’Autore nel dimostrare l’importanza del IV Vangelo nella riflessione teologica del nostro tempo. Infatti P. Simoens ritiene che i più accreditati teologi del XX secolo, sia cattolici che protestanti, da Karl Barth a Karl Rahner, nelle loro opere abbiano attribuito maggiore importanza alle Lettere di S. Paolo che al Vangelo secondo Giovanni. Non che questo rappresenti una novità: già S. Agostino, dopo aver scritto meravigliose omelia sul IV Vangelo, diresse poi la sua maggiore attenzione sulle lettere paoline al fine di confutare l’eresia di Pelagio. Tuttavia è necessario che la riflessione teologica non dimentichi, come qualche volta ha fatto, che noi cristiani abbiamo bisogno in uguale misura di Giovanni, così come di Paolo e di Pietro.

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[1] Cfr.’Evangile selon Jean, Paris, Faculté jésuites de Paris, 2018 (2° ed).

[2] Non dobbiamo dimenticare la differenza ontologica tra Dio e l’uomo: Dio “E’ ’”, mentre l’uomo “esiste”.

[3] Cfr Paolo VI, Udienza generale, 4,12,1974. Sarei curiosa di sapere cosa avrebbe da dire Papa Francesco a proposito di queste parole del suo Santo predecessore, da lui stesso canonizzato. 

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2 commenti su “Ancora una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni”

  1. Cristo non fu antigiudaico ma costatò l’incredulità di intere popolazioni, predisse la divina condanna di città, di Gerusalemme, destinata alla distruzione.
    Il Sacrificio della Croce resta unico e indispensabile per la Redenzione attuata mediante la Chiesa e i Sacramenti.

  2. La menzogna è espressione del male, dell’azione del mortale nemico come spiegò Papa Benedetto in una delle sue preziose Catechesi. La sua origine è nota solo all’Unico e vero Dio, posto che essa risale all’inizio della Creazione quando addirittura alcuni Angeli, creature per natura perfette, zelanti di amore e lode, peccarono a causa della superbia e si ribellarono alla divina Potestà. La loro caduta fu repentina e definitiva. È un mistero – quello dell’abbandono della gioia e del Bene – che viene di solito ricondotto al libero arbitrio, dono del Creatore che ha reso simili a Sé i figli di adozione. Non ci è dato di indagare in merito, ma siamo tenuti a riconoscerne gli effetti, a valutarne l’esistenza attraverso le opere, perché esse sono devastanti. Le tenebre di cui parla l’Evangelista non hanno accolto la Luce e continuano la persecuzione, manifestando la nefasta volontà di distruggere le anime e ogni più piccola traccia di vita. Anche negare questa tragica evidenza è…

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