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PACE, PACE, PACE…

Questi grandi amici della pace non mancavano di battere sul loro tasto favorito, mobilitando professionisti a migliaia per dare maggior fiato alle trombe della propaganda. Una dichiarazione pubblicata negli USA con la firma di ben 2038 psicologi pretendeva di avvallare un’immagine soavemente pacifica dell’umanità (“La natura umana e la pace”, Il Mese, n.18, giugno 1945, pp. 641-643), spalando tonnellate di utopie. Le guerre non sarebbero inevitabili, non esistono popolazioni bellicose. Per preservare la pace occorre educare bene le giovani generazioni. È la solita utopia di Rousseau che rispunta fuori: l’uomo sarebbe plasmabile dalla “buona educazione”. E una volta ben educato che farà? Sarà pronto per la disciplina militare e per andare a fare la guerra provocata dai guerrafondai di turno: grandi usurai speculatori, petrolieri, fabbricanti di armi, se il giovane ha “fortuna” di vivere in un paese “democratico”; oppure di qualche dittatore se non è così “fortunato”.

Naturalmente amanti della pace, gli Stati Uniti avevano cominciato a produrre pacificamente enormi quantità di materiale bellico ben prima di Pearl Harbor, fin dal 1940, come confessa Frederick Lewis Allen (“Gli Stati Uniti negli ultimi tre anni”, Il Mese, n. 13, gennaio 1945, pp. 28-34). Ma i poverini non pensavano affatto a entrare in guerra, sia ben chiaro. Scrive infatti l’autore, presumibilmente con gli innocenti occhioni sgranati dallo stupore: “Chi avrebbe potuto immaginare sia pure il 6 dicembre 1941 che l’America sarebbe intervenuta nel conflitto unita e compatta?” In realtà l’attacco di Pearl Harbor fu il risultato di una deliberata e cinica provocazione da parte del governo di Roosevelt: a favore della guerra premevano forti gruppi legati all’industria bellica e alla grande finanza usuraia, in gran parte in mano ad ebrei. e il fatto che lo stesso Roosevelt fosse di madre ebrea dovette renderlo molto sensibile alle loro istanze. Ma l’80% degli americani erano contrari alla guerra. Il rigido blocco economico imposto da Washington rischiava di mettere in ginocchio, economicamente e militarmente, il Giappone, il quale aveva petrolio solo per sei mesi ed era disposto perfino ad uscire dal patto militare con la Germania purché venissero attenuate le sanzioni. Ricevuto un rifiuto, ai nipponici non restava che attaccare per avere accesso al petrolio indonesiano.

Chiunque avrebbe capito che il primo colpo andava sferrato contro la flotta americana, concentrata a Pearl Harbor, e naturalmente era proprio quanto Roosevelt si aspettava: quindi fece uscire dalla base le portaerei (uniche navi veramente efficaci negli enormi spazi del Pacifico), lasciando tutto il resto alla mercé dei nipponici. I guerrafondai di Washington non dovettero attendere a lungo; l’attacco distrusse corazzate e incrociatori, in gran parte vecchi e di scarsa utilità, e fu sapientemente sfruttato per far salire l’indignazione popolare per la “proditorietà” dell’attacco (vedi, fra i vari studi in materia: Robert Stinnett, “Il giorno dell’inganno”, Milano, Il Saggiatore, 2001).

Folgorato dall’“inaspettata malvagità” del “tradimento” nipponico, l’articolista di New York scrive: “Non è facile richiamare alla memoria i vari sentimenti che ci turbavano nei primi giorni e settimane dopo Pearl Harbor: il nostro orrore e la nostra ira per quell’aggressione a tradimento; la nostra umiliazione per il successo che l’aveva accompagnata; le voci sensazionali e infondate che circolavano; la sorpresa degli interventisti non meno degli isolazionisti, che si trovavano uniti loro malgrado nello stesso destino.” (p. 28). Ovviamente era proprio quello che Roosevelt e la sua cricca volevano. Ecco che potevano mandare i giovani americani a farsi ammazzare per l’impero del dollaro. Avevano fatto bene i loro conti: infatti, grazie alla guerra e al sicuro dai bombardamenti, gli USA godettero di enorme prosperità, mentre tutti gli altri si dissanguavano. Se esistesse un Nobel per l’ipocrisia, questo articolista di regime lo meriterebbe senz’altro.

E naturalmente è fin troppo facile osservare come sia rimasto pacifico da allora il regime demoplutocratico massonico degli USA. Era questo stesso regime che parlava per bocca del generale Eisenhower nel suo trionfale discorso della vittoria, che esalta la potenza alleata e l’efficacia dei bombardieri angloamericani, in un radiomessaggio diffuso dal suo quartier generale (Il Mese, n. 17, maggio 1945, p. 640, Cose dette, Rubrica di citazioni). Vale la pena di riportarlo per intero.

“Durante questo conflitto ho avuto l’alto onore di prestar servizio come capo supremo degli eserciti alleati in due teatri di guerra. Ho avuto sotto di me combattenti di molte nazioni, ma sempre il nerbo delle forze armate è stato composto di soldati, marinai ed aviatori della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Essi hanno diviso la stessa vita, la stessa lotta, gli stessi lavori e spesso la stessa morte. Tutti come membri di una unica grande unità, animati da una unica devozione alla causa di abbattere il nazismo di sbaragliare quella che definì se stessa la “razza dominante” e sperò di fare schiavo il mondo.

“In Europa è stata conseguita la piena vittoria e rimane solo l’ultimo cimento: la sconfitta del Giappone. La vittoria nell’Europa occidentale è stata il frutto di una forza spirituale non meno che dei servizi tecnici. Le menti e i cuori dei combattenti ci guadagnarono gli approdi della Normandia non meno decisamente dei cannoni, degli aeroplani, delle navi e dello speciale attrezzamento di cui disponevamo. Nessun coraggio può sorpassare il coraggio mostrato, nella loro diuturna fatica, dai marinai dei nostri spazzamine, da quelli delle nostre navi di sbarco e di scorta, della marina mercantile, dei sottomarini e delle torpediniere. E dove trovare un valore ed una fermezza maggiore di quella dei nostri fanti, dei nostri mitraglieri ed artiglieri, i quali si sono aperti la via tra le linee nemiche e ostacoli d’ogni sorta da Cherbourg e Caen fino a Lubecca ed a Lipsia? Potremmo mai sperare di vedere eroismo e risolutezza più fulgide di quelle che hanno condotto ogni giorno ed ogni notte, senza posa, i nostri aviatori nel cuore delle fortificazioni nemiche?

“Queste qualità dei combattenti delle Nazioni Unite sono state sostenute dalle armi e dall’equipaggiamento prodotti nel nostro fronte interno, abilmente impiegati da grandi generali sul mare, nell’aria e per terra: tutti uniti da vero cameratismo nella causa comune e secondati nel campo degli approvvigionamenti e dei servizi logistici con pari devozione ed efficienza. Tutta insieme questa forza alleata di circa cinque milioni di uomini e donne, rappresenta uno dei più potenti congegni che la storia abbia mai votato ad una giusta opera di distruzione [sic!].

“In qualità di ufficiale americano, desidero rendere stasera uno speciale tributo ai miei camerati britannici che, dai più alti comandi ai più giovani soldati, si sono guadagnati, l’alto rispetto, l’ammirazione e l’amicizia dei loro compagni alleati. Parlando in particolar modo in nome di tre milioni di americani che si trovano su questo teatro di guerra, io voglio dire una cosa sola: noi non amiamo la guerra, non l’ameremo mai, ma avendo da combattere questa guerra, ringraziamo Iddio di aver avuto per compagni gli uomini dell’Impero britannico. Il nostro più ardente desiderio è che quello spirito di buona volontà e di mutua comprensione che ha condotto le forze alleate ad un susseguirsi di insigni vittorie possa sempre persistere nel preservare al mondo la benedizione della pace.”

Questo discorso è un capolavoro di ipocrisia già mirante alla futura carriera politica che sarebbe culminata nella presidenza degli Stati Uniti. Era il momento di piantare in asso l’amante che gli faceva da autista per tornare alla moglie che aspettava negli USA, esibendosi di fronte all’opinione pubblica come buon padre di famiglia, dopo essere stato generale vittorioso, grazie alla schiacciante superiorità di uomini e di mezzi e non certo per sue eccelse qualità strategiche. Un’abile mossa è la sviolinata all’alleato britannico, con il quale esistevano stretti legami massonici, una sviolinata foriera di promesse in politica estera, mentre neppure un accenno era dedicato agli enormi sacrifici compiuti dai soldati russi, in vista della spaccatura del mondo in due blocchi, che già doveva apparire ovvia a chi avesse un minimo di fiuto politico.

Particolarmente disgustosa la menzione dell’eroismo e risolutezza degli aviatori che avrebbero attaccato il “cuore delle fortificazioni nemiche”, mentre in effetti bombardavano a tappeto le città, anche prive di qualsiasi importanza militare, abbassandosi (non solo nel senso di discesa di quota) a spezzonare un corteo di bambini in maschera per il carnevale nella città martire di Dresda, priva di qualsiasi importanza militare e piena di profughi, e quando la guerra era ormai di fatto già vinta.

Da non dimenticare anche la strage di prigionieri di guerra tedeschi, riclassificati, con la complicità di luridi mezzemaniche della burocrazia militare americana, da PoWs (Prisoners of War, ossia prigionieri di guerra) a DEF (Desarmed Enemy Forces, forze nemiche disarmate. Con questo immondo trucco venne elusa la Convenzione di Ginevra la quale imponeva che i prigionieri di guerra dovessero ricevere razioni pari a quelle dell’esercito che li aveva catturati. Gli americani rispettarono la convenzione fino alla fine della guerra, nel timore che i tedeschi si rivalessero sui prigionieri alleati che erano nelle loro mani. Appena la Germania si arrese, su ordine di Eisenhower, i prigionieri tedeschi vennero stipati in campi senza baracche, all’aria aperta e fatti morire di fame, riducendo le razioni a 600 calorie giornaliere, ben al di sotto del minimo di sopravvivenza, mentre ai civili tedeschi che tentavano di portare loro da mangiare, si sparava, assassinandoli. Le sentinelle americane dei “liberatori” sparavano a casaccio sui prigionieri, con la scusa di inesistenti ribellioni, poi gli eroi americani di Eisenhower seppellivano coi bulldozer morti e vivi insieme. Nei campi vennero rinchiusi anche i feriti e i mutilati ricoverati negli ospedali.

Da non dimenticare neppure le violenze contro la popolazione civile tedesca, protrattesi fino a dieci anni dopo la fine della guerra, la criminale formula della resa incondizionata, il rifiuto di fare distinzioni tra il regime nazista e il popolo tedesco, il rifiuto di aiutare i movimenti antinazisti tedeschi. Semplicemente disgustosa l’asserzione di non amare la guerra mentre i guerrafondai americani avevano fatto di tutto per provocare il Giappone, e dimostrarono ben presto di essere più che pronti ad altre imprese, intervenendo sanguinosamente dappertutto, bombardando e massacrando: era questa evidentemente l’idea di pace che avevano in mente. Né si sono salvate le popolazioni che gli invasori americani dicevano di essere venute a “liberare”, come i francesi. Le violenze dei delinquenti sulla popolazione della Normandia sono proverbiali.

E poi, se si guarda bene, il grande generale americano era di riconoscibilissima origine tedesca: il suo nome, Eisenhauer, poi leggermente anglicizzato, significa “fabbro”. Che la sua sete di sangue fosse dovuta al tentativo di far dimenticare le sue origini? Fin dalla campagna di Tunisia si lamentava di non essere riuscito ad ammazzare più nemici. Il fatto incontestabile che il nazismo fosse un mostro non giustifica affatto le atrocità dei suoi avversari. Eisenhower avrebbe meritato di sedere sul banco degli imputati a Norimberga insieme ai criminali nazisti, e invece divenne Presidente degli Stati Uniti. Basterebbe questo fatto a bollare di mentecatto chiunque osi parlare di “giudizi della storia”.

 

ODIO E VENDETTA

La propaganda antitedesca degli “alleati” mirava al vilipendio del nemico sconfitto e non esitava a lanciare attacchi contro personalità dell’economia tedesca (Albert Norden, “I fratelli Mannesmann”, Il Mese, n. 14, febbraio 1945, pp. 227-232, compendiato da Free World, New York), presentati come tentacoli della piovra tedesca intenta ad accaparrarsi materie prime. I tedeschi sarebbero quindi aggressori cronici, pericoli costanti per la pace, una descrizione che si attaglia molto meglio ad inglesi e americani per l’intero corso della loro storia di continue guerre. E chi ha stuzzicato la Germania, divisa per secoli in staterelli relativamente innocui, fino a provocarne l’unificazione sotto la bellicosa Prussia? La Francia con Napoleone, naturalmente. E la successiva fagocitazione prussiana degli staterelli tedeschi non si è forse svolta sotto il benevolo sguardo dell’Inghilterra governata dalla dinastia tedesca degli Hannover, ribattezzatasi Windsor per convenienza politica solo durante la prima guerra mondiale?

La propaganda dei vincitori non manca, prevedibilmente, di porre l’accento sulle spaventose atrocità commesse dai nazisti, come nell’articolo “Le cavie umane” (Il Mese, n. 19, luglio 1945, pp. 32-34; da The Times, Londra), ed è giusto. Meno giusto è che si dimentichi che gli spaventosi esperimenti su esseri umani rinchiusi nei campi di concentramento erano stati ispirati da analoghi esperimenti condotti da medici americani su prigionieri nelle carceri e su gente di colore; gli imputati tedeschi fecero presente ciò ai giudici a Norimberga, ma non ne venne tenuto conto.

In un articolo grondante la sicumera del vincitore, il giudice della Corte suprema degli Stati Uniti Robert H. Jackson prospetta i criteri della vendetta contro gli sconfitti (“Il processo ai criminali di guerra”, Il Mese, n. 19, luglio 1945, pp. 35-40), suggerendo la possibilità di fare giustizia sommaria dei capi nemici prigionieri, che comunque non andranno giudicati secondo il sistema giudiziario in cui la difesa è un diritto costituzionale. Né si dovrà accettare che un capo di Stato è immune da responsabilità legale, perché questa è un’idea antiquata derivante dal diritto divino dei re, che la repubblica massonica a stelle e striscie trova ripugnante. Viene respinta pure la dottrina che gli ordini di un superiore proteggano quelli che sono tenuti a obbedire, dunque nessuna speranza di salvarsi facendo presente di aver solo obbedito agli ordini e che rifiutarsi di obbedire avrebbe significato farsi fucilare.

Tutti gli ufficiali e i funzionari della Germania erano dunque da considerarsi criminali “secondo ogni criterio accettato dal mondo civile” (p. 36), come pure chiunque avesse un posto direttivo nella vita finanziaria ed economica tedesca. È pure previsto che, dopo aver condannato un capo, si facciano processi secondari per perseguire i relativi dipendenti. L’onere della prova cadrà comunque sempre sugli accusati, capovolgendo le norme del diritto (e anche quando uno riuscisse a dimostrarsi innocente, non se ne terrà conto). Non stupisce quindi che una vera folla di tedeschi si sentisse costretta a fuggire in Argentina; tra loro c’era sicuramente anche qualche vero criminale di guerra, ma i maltrattamenti inflitti ai tedeschi dopo la guerra suscitarono l’indignazione di chi si era prima esposto in prima persona per condannare il nazismo, come il Venerabile Pio XII e l’arcivescovo di Munster, Cardinale Clemens August von Galen.

Il raccapricciante articolo del giudice Jackson continua: “Non dobbiamo dimenticare che quando i piani nazisti furono audacemente proclamati, essi apparvero così stravaganti che nessuno li volle prendere sul serio.” (p. 37). Figuriamoci! Questa è una confessione di assoluta incompetenza e falsità. Il fatto è che moltissimi tra i superuomini inglesi e americani ammiravano Hitler ed erano disposti a concedergli tutto quello che voleva. Comunque, continua questo equilibratissimo giudice, il criterio base di giudizio per evitare di perdersi in dettagli e controversie dottrinali è di “tener conto degli elementi che hanno vivamente oltraggiato la coscienza del popolo americano” (p. 38). In altre parole, alla logica e al diritto si debbono sostituire le emozioni attribuite al popolino americano.

Menzogne su menzogne: “Sin dall’inizio del potere nazista, la popolazione del nostro paese era giunta a non considerare il governo nazista come quello di uno Stato legittimo diretto ai fini legittimi d’un membro della comunità internazionale. Essa era giunta a ritenere i nazisti come una banda di briganti intenta a sovvertire in Germania ogni vestigio di ordinamento legale per cui un aggregato politico ha diritto ad essere considerato nel suo complesso come partecipante alla famiglia delle nazioni. Il nostro popolo era rivoltato dalle oppressioni, dalle forme crudeli di tortura, dai delitti compiuti su vasta scala e dalle diffuse confische di beni, che segnarono l’inizio del regime nazista in Germania.” (p. 38). Il popolo americano, come al solito, non sapeva neppure dove fosse la Germania e non gliene importava un fico secco di quanto vi accadeva. Solo i ristretti gruppi che fremevano per l’entrata in guerra avevano già approntato questi schemi propagandistici.

Viene raggiunto l’apice della menzogna quando questo giudice inventa che “Non hanno esitato a istigare i giapponesi a un attacco proditorio contro gli Stati Uniti” (p. 39). Ma se la Germania non era neppure in guerra con gli USA e non aveva affatto interesse a che entrassero nel conflitto perché era ben prevedibile che avrebbero fornito a Gran Bretagna e URSS un sostegno tale da capovolgerne l’esito. Germania e Italia dichiararono guerra agli USA solo dopo Pearl Harbor per tener fede al trattato di alleanza col Giappone.

Come disporre i processi agli sconfitti? Il ringhioso giudice della Corte suprema prospetta il bisogno di “tener presenti gli ideali” [sic!] con i quali il popolo americano (manipolato dai poteri forti che avevano costretto i giapponesi ad attaccare Pearl Harbor) ha sopportato i sacrifici della guerra. Ed ecco i capi di accusa che il giudice suggerisce (p. 40):

“a) atrocità e violenze contro persone e beni, che costituiscono violazioni di diritto internazionale comprese le leggi, i regolamenti e gli usi di guerra terrestre e navale. Le norme di guerra sono chiaramente stabilite e generalmente accettate dalle Nazioni Unite. Queste considerano reati l’uccisione dei feriti e il rifiuto di dar quartiere, il maltrattamento di prigionieri, il bombardamento di città indifese, l’avvelenamento di pozzi e di corsi d’acqua, il saccheggio e la distruzione compiuta unicamente per pura malvagità, il maltrattamento degli abitanti nei territori occupati.” [Si direbbe che l’americano sia passando in rassegna il comportamento dei suoi compatrioti.]

“b) atrocità e violenze commesse dal 1935 in poi, comprese le atrocità e le persecuzioni per motivi di razza o di religione. Ciò vale soltanto a riconoscere i principi di diritto penale accettati almeno fin dal 1907. La Quarta Convezione dell’Aia [sic] dispone che le popolazioni civili ed i belligeranti restino sotto la protezione delle norme di diritto internazionale quali risultano dagli usi stabiliti tra i popoli civili dalle leggi dell’umanità e dai precetti della pubblica coscienza”. [Pure e semplici parole in libertà aperte a qualsiasi interpretazione, essendo fondate su “usi” e “coscienza” degli uomini senza alcuna base nelle leggi divine. Ed ecco il risultato: come abbiamo visto, questi blateratori “alleati” furono assassini e criminali non molto diversi dai nazisti.]

“c) Le invasioni di paesi e l’inizio di guerre di aggressione in violazione del diritto internazionale o dei trattati. Le persone imputabili di tali reati saranno indicate secondo i principî sulla imputabilità comuni a tutti i sistemi giuridici, per i quali tutti coloro che partecipino alla formazione o esecuzione di un disegno criminale che involga numerosi delitti, sono responsabili per ogni delitto commesso da ciascuno degli altri. Sono responsabili tutti coloro che abbiano preso ‘parte consenziente’ in conformità alla dichiarazione di Mosca. [Tutto questo diluvio di odio giuridico si adatta a meraviglia ai molteplici crimini commessi da inglesi e americani sia durante la seconda guerra mondiale, sia nelle successive aggressioni, come ad esempio in Iraq e in Afghanistan.]

Il successivo svolgersi del processo-farsa di Norimberga ha pienamente dimostrato la malafede anglo-americana. La strage stalinista di Katyn? Ma perpetrata dai nazisti, naturalmente. Gli esperimenti dei medici nazisti? Vietato dire che ricalcavano i bestiali esperimenti dei medici americani, compiuti dalla fine dell’Ottocento in poi e continuati fino ai giorni nostri. Il patto Ribbentrop-Molotov che inchiodava l’URSS alla corresponsabilità per lo scatenamento della guerra? Macché, un falso da non tenere in considerazione. Così dispensarono la giustizia i sedicenti paladini della libertà.

 

 

La propaganda alleata trasuda disprezzo per gli sconfitti come popolo, specie contro le due nazioni che hanno dato maggior filo da torcere ai “liberatori”: tedeschi e nipponici.

Contro i giapponesi scaglia una valanga di insulti un certo D.C. Holton, in un articolo intitolato “La mentalità giapponese” (Il Mese, n. 19, luglio 1945, pp. 72-76; da The New Republic, New York), dove sbraita: “La cosiddetta ‘mentalità nazionale’ nipponica (…) combina una stravagante mistura di storia artefatta, di fantasticherie mitologiche, di primitive tradizioni etnologiche esaltanti la stirpe giapponese, e un insieme di quei particolari timori e pregiudizi che sono propri dei popoli insulari [affermazione non particolarmente gentile verso i cugini britannici]. Né manca una sorta di apparato scenico, commisto ad una emozionalità irrazionale e ad una esaltazione fanatica, quali non è agevole ritrovare nella storia dell’umanità.” (p. 72). Dopo aver così caratterizzato, dall’alto della superiorità anglosassone, un mondo di cui non ha capito nulla, l’arrogante autore procede a dettare il seguente rimedio.

“Occorre intraprendere la rieducazione di una siffatta mentalità prima che il Giappone possa ottenere il suo posto in un mondo di pace e di mutua collaborazione [come quella che i vincitori hanno poi saputo assicurare?] (…). Quello che oseremmo chiamare il disarmo psicologico del Giappone, deve, prima di ogni altra cosa, ripulire il campo dalla pretesa di questa gente di essere unica e superiore ad ogni altra. Se mai un indirizzo predominante può individuarsi nella educazione nipponica moderna, esso tende ad inculcare la persuasione della invincibilità militare, proclamando le caratteristiche uniche del popolo giapponese. (…) Si dichiara che il popolo giapponese ha derivato queste qualità uniche da un mistico e soprannaturale retaggio di divini antenati. L’enfasi più frequente è portata su di una lealtà e un patriottismo illimitati, su di una innata tendenza verso alte conquiste morali, una disposizione unica all’ordine e all’unità, un’insorpassata facoltà di assimilazione e direzione, ed un’insopprimibile tendenza all’espansione e allo sviluppo.”

“Gran parte di tutto ciò è chiaro indizio degli effetti di una educazione statale che negli ultimi 75 anni ha dovuto inculcare in un popolo di servi le convinzioni e la fede del ‘samurai’. In parte è l’espressione di un complesso di inferiorità [sic!] che cerca compenso in un parlare enfatico. In parte è frutto di una insularità primitiva, conservata e rafforzata dalla lontananza geografica. [Lontananza da chi? dalle sublimi sorgenti della civiltà anglosassone? Ma se aveva vicini due dei paesi di più avanzata civiltà: la Cina e la Corea! Cosa poteva desiderare di meglio? Altro che “lontananza geografica”!] (…) Una forma di Stato superiore ad ogni altra al mondo, una nazione mai sconfitta in guerra, un popolo che non ha mai sottostato ad un insulto forestiero, ogni guerra una santa crociata e una missione divina di estendere la gloria del Giappone su tutto il mondo – tutto ciò è costantemente esaltato come un incentivo alla morte gloriosa.” (p. 73). [A parte una scarsa propensione alla “morte gloriosa”, sembra che stia parlando della missione “civilizzatrice” e militaresca dell’Inghilterra e dell’America.]

“Fra tutti i metodi impiegati dalle autorità per far sì che la nazione rispondesse ai richiami militaristici, il più astuto è stato quello di incorporare nell’ideale militare tutti i naturali aspetti universalistici dello spirito umano. A questo fine, Buscido o il ‘Codice del Guerriero’, una volta appannaggio di una relativamente esigua schiera di spadaccini professionisti, viene santificato come l’aureola del supremo ideale di giustizia, ed esteso alla nazione tutta. La bassezza e la crudeltà del guerriero feudale vengono accuratamente soppresse dagli annali, e ‘un tradizionale spirito di Buscido’, confezionato su misura e idealizzato come la manifestazione delle più alte virtù umane. Il Buscido diviene quindi una norma di vita che inculca il dovere di sacrificarsi nobilmente per il sovrano e per il paese, di soccorrere il debole, e di sopprimere l’aggressione, di evitare il male e di coltivare la sincerità. Il Buscido viene qualificato come lo spirito stesso della razza giapponese. Rivestite di tutte queste buone intenzioni, le guerre del Giappone divengono quindi imprese per la protezione dei deboli e per l’espansione della fraterna cooperazione tra gli uomini.” (p. 74). [Proprio come i filantropici bombardamenti per portare la “libertà” americana, la “pace” americana, la “felicità” americana.]

I trafiletti a pie’ di pagina sono a volte anche più illuminanti degli articoli, come quello pubblicato sul Sunday Times da A.L. Rowse (Il Mese, n. 15, marzo 1945, p. 297), che se la prende con i tedeschi, sentenziando a base di ingiurie e grossolani stereotipi. Mi permetto di riportarlo per intero [riservandomi anche qui qualche commento in parentesi quadra e in corsivo]: “I tedeschi – è una constatazione alla quale non si può sottrarsi – sono un popolo terribile, fatale, un fastidio a se stessi e un flagello ad altrui [gli inglesi e gli americani no?]. Nessuno lo seppe meglio dei loro grandi uomini, parecchi dei quali lo hanno anche detto [evidentemente dimostrando almeno capacità di autocritica]. Quanto più si viene a conoscere il carattere dei tedeschi come nazione, tanto più esso riesce increscioso. È un carattere molto complesso: miscuglio d’incertezza interiore con esteriore arroganza, di nauseante sentimentalismo (specie nei propri riguardi) con brutalità rivoltante; d’egoismo morboso [proverbiale, invece, è il generoso disinteresse anglosassone], incapace di vedere le cose dal punto di vista altrui [gli anglosassoni, invece, sono celebri per la loro illuminata comprensione del punto di vista altrui], combinato con una bramosia infantile d’essere amati. Quella incapacità d’affrontare la responsabilità di quel che fanno [lo stesso può dirsi dei britannici che si sono brutalmente imposti come Herrenvolk su mezzo mondo; già Dante Alighieri (Paradiso XIX, 121-123) scagliava questa invettiva contro i re cristiani condannati nel Libro dell’Eterno Giudizio per la smania di conquista che li spinge fuori dei propri confini: “Lì si vedrà la superbia ch’asseta / che fa lo Scotto e l’Inghilese folle / sì che non può soffrir dentro a sua meta.”; ossia “l’inglese pazzo che non sa stare dentro i propri confini”; ed è bene non dimenticare che proprio le isteriche e costosissime aggressioni inglesi alla “periferia celtica” portarono la Corte inglese ad indebitarsi in modo enorme coi banchieri fiorentini, ai quali poi molto regalmente rifiutò di restituire i prestiti, così che Firenze ne uscì del tutto rovinata; ed è stato calcolato che tutte le ricchezze del Commonwealth non basterebbero a ripagare tali debiti coi relativi interessi], la loro volontà di obbedire e la loro inettitudine alla libertà [si è visto poi a che è servita la “libertà” anglosassone: a compiere continue aggressioni, ad imporre il “matrimonio” dei “ghei” e la distruzione della famiglia, la speculazione senza limiti, le banche usuraie, l’assassinio sistematico dei bambini non nati] … ma più che ogni altra cosa forse quella loro spaventosa mancanza di gusto [ma per chi appena conosca le arti della Germania questa affermazione appare semplicemente grottesca]. S’è mai data un amalgama meno attraente nel carattere di una grande nazione?” [Oh sì, basata vedere gli inglesi e gli americani].

Esulta a buon mercato a spese dei tedeschi sconfitti anche un altro anonimo corrispondente inglese (“Il Herrenvolk è finito”, Il Mese, n. 15, marzo 1945, p. 260, dal Times di Londra): “Il contegno servile dei civili tedeschi ha fatto una profonda impressione [sic!] sui russi. Spesso vengono fatte denunce di nazisti, e i tedeschi fanno di tutto per far credere che le loro precedenti affiliazioni politiche fossero al di sopra di ogni sospetto e il loro consentimento al regime hitleriano forzato. – Non comprendono che loro grida balorde di “Fronte rosso!” e le loro affermazioni di avere una volta votato per i comunisti fanno arrabbiare i russi. La vigilanza russa è sempre all’erta.” Su questo non è certo il caso di nutrire il minimo dubbio: infatti i lager nazisti appena chiusi furono prontamente riaperti come gulag per i dissenzienti, e tanti che c’erano stati richiusi dai nazisti, ci si trovarono di nuovo dentro grazie ai “liberatori” comunisti. Il commentatore britannico insiste con ferocia: “Finché non sia possibile un’inchiesta giuridica sui vari gradi di colpevolezza dei tedeschi nei territori ora occupati dai russi, non ci si fida di nessuno, e il pubblico qui [qui dove? che pubblico?] è convinto che la giustizia non può essere resa fino a che la disfatta della Germania non sia completa. Il popolo in generale comincia a rendersi conto che, a causa dei delitti commessi in nome suo, viene considerato, almeno per ora, una nazione fuori legge.”

Parole criminali che si commentano da sole. Senza l’immondo trattato di Versailles la Germania non sarebbe stata ridotta alla disperazione e non si sarebbe affidata a Hitler, complici anche le mene sovversive dell’URSS, che organizzò in Germania la Rote Kapelle (l’Orchestra Rossa, la ben nota organizzazione terroristica comunista). Senza i cedimenti inglesi e francesi a Monaco nel 1938, Hitler, che era sul punto di essere arrestato, non avrebbe potuto consolidare il suo potere; senza l’isterica politica anti-italiana del governo massonico di sinistra francese, formato da comunisti, socialisti e radicali, dal 1936 al 1939, Mussolini non avrebbe finito per allearsi con Hitler; senza il rifiuto inglese all’opportuna operazione segreta approvata anche dal Vaticano, il dittatore tedesco sarebbe stato abbattuto nel 1940 e l’Olocausto non sarebbe neppure cominciato. Ma, come abbiamo visto, Hitler faceva comodo ai guerrafondai anglosassoni perché era la faccia impresentabile della Germania e forniva il pretesto per la guerra totale contro di essa.

La medesima ipocrisia si perpetua anche in epoche molto posteriori, nei confronti della Russia, verso la quale, peraltro, i poteri forti e usurai anglosassoni hanno sempre tenuto, da almeno due secoli, un odioso atteggiamento persecutorio, al punto che giunsero a foraggiare e proteggere Trotzki (che era perfino peggio di Stalin, in quanto era propenso a non lasciare il minimo spazio all’iniziativa privata, ciò che avrebbe causato carestie e fame in misura ancor più tragica di quanto avvenne). E gli USA si vantavano di essere il “baluardo” della “libertà” contro il comunismo.

I medesimi poteri forti e usurai, che hanno da sempre manovrato il governo degli Stati Uniti (e dei relativi “alleati” e satelliti), e i mass media da loro controllati (ossia quasi tutti), ci fecero credere che l’URSS e il comunismo fossero l’unico nemico, e invece, per loro, il nemico era la Russia stessa che (comunista o meno) restava sempre una grande potenza e andava combattuta e perseguitata anche dopo che la caduta del comunismo avrebbe dovuto, in teoria, rendere tutti amici e pacifici. Invece, finita la “guerra fredda”, ecco i poteri forti annidati negli USA pronti a scatenarne altre.

Ed ecco gli aggressivi tentativi americani di scalzare le posizioni della Russia (non più sovietica) dal Medio Oriente e le sanzioni per aver liberato la Crimea, che non ha popolazione ucraina ma russa, e legittimamente appartiene alla Federazione Russa. Ecco le “primavere arabe”, suscitate per mantenere il Medio Oriente in perenne instabilità, onde sostenere Israele: una politica alla quale non sono certo estranee le pressioni delle potentissime lobbies ebraiche statunitensi che controllano buona parte delle mondo finanziario statunitense.

 

IL COMMISSARIAMENTO DEL MONDO

Sebbene fosse ormai evidente che il predominio mondiale sarebbe toccato agli Stati Uniti, i britannici non volevano ancora rinunciare ad un posto di primo piano, e infatti sentivano la necessità di spiegare agli italiani “liberati” (quelli ancora da “liberare” erano sotto i bombardamenti) le vitali necessità dell’Impero britannico, data l’evidente preoccupazione per la conferenza preparatoria per l’Unione araba conclusasi ad Alessandria nel novembre 1944 (“Verso una Lega Araba”, Compendio da due articoli del Times di Londra, Il Mese, n. 14, febbraio 1945, pp. 129-134). Il canale di Suez, sentenzia l’autorevole giornale, è la “carotide” dell’Impero britannico. “La libertà di comunicazione nel Medio Oriente rimane più che mai un interesse britannico essenziale” (p. 129). Ovviamente tale interesse è legato al petrolio, e l’articolo prosegue affermando che la basi in Medio Oriente sono essenziali “per mantenere il potere navale britannico nel Mediterraneo, dal quale dipende l’influenza politica della Gran Bretagna nell’Europa meridionale.” (ibid.). E lo dicono apertamente: lo dicono proprio ai lettori italiani, senza neppure porsi la domanda: che ci fa la Gran Bretagna nell’Europa meridionale? O, se è per questo, che ci fa in India? O in Nord America? O in Oceania? Chi li vuole? Chi li ha chiamati? Qui non c’entra neppure più l’imbonimento, ossia il tentativo di sedurre il popolo da colonizzare, ma la bruta affermazione del potere in casa d’altri. Eccoli i portatori di “libertà”.

E come assicurare la “libertà” e prevenire i conflitti? Stabilendo accordi tali da assicurare il predominio della nazione “eletta”, come fa sapere l’americano James B. Reston (“Un piano di sicurezza collettiva”, Il Mese, n. 16, aprile 1945, pp. 385-388): la Conferenza Interamericana, riunita a Città del Messico, ha creato il 4 marzo 1945 la Lega degli Stati Americani. Sul punto di stravincere la guerra nella quale speculatori e industriali americani anelavano ad entrare, ecco gli Stati Uniti preoccuparsi di rafforzare il loro riservato dominio sul resto delle Americhe già affermato dalla vecchia dottrina Monroe.

Il capolavoro per commissariare tutto il mondo, poi, doveva essere l’istituzione di un organismo internazionale controllato dai vincitori: una versione un po’ modificata della Società delle Nazioni, che tanto efficace si era dimostrata nello scongiurare le guerre (e questo nuovo ircocervo non sarà da meno). Ecco dunque il professor E.H. Carr (nel saggio Nationalism and after, recensito da Ivor Brown su Il Mese, n. 16, aprile 1945, pp. 503-506; da The Observer) scagliarsi contro il nazionalismo e sostenere che per imbrigliarlo occorre instaurare un ordine internazionale vigilato che tenga a posto le nazioni, anche quelle grandi [presumibilmente soprattutto quelle sconfitte]. Dovrà essere, argomenta Carr, il trionfo dell’internazionalismo. Così hanno istituito l’ONU, e si è visto il risultato: è divenuto l’agenzia tanatofila e divorasoldi dedita alla diffusione della cristianofobia, dell’omosessualità, della contraccezione, dell’aborto, dell’eutanasia, della distruzione delle identità nazionali per far posto all’informe polpettone internazionalista obituario, cucinato dalle banche usuraie e dai poteri forti. Prima il diavolo si è servito della falsa Riforma protestante e del conseguente nazionalismo per scardinare l’universalismo cattolico. Poi, per completare la distruzione dell’umanità, ha usato la scusa delle atroci guerre che ne erano conseguite, e da lui stesso suscitate, per proporre il mondialismo ateo che dovrebbe, in teoria, porre fine alle guerre, e che in realtà non fa che suscitare nuovi e più spaventosi conflitti. E l’umanità è troppo stupida e accecata dai vizi per accorgersi dell’inganno.

Lungo questa linea diabolicamente distruttiva, e per l’erudizione dei pupi nei paesi conquistati, ecco la Carta delle Nazioni Unite, promulgata con la fastosa dichiarazione di San Francisco, trionfalmente esibita ai pupi italiani su Il Mese (n. 19, luglio 1945, pp. 112-127). Rileggerla oggi sarebbe umoristico se non fosse tragico. Limitiamoci al risibile preambolo e consideriamo quanto è stato effettivamente realizzato: le continue guerre, i milioni di morti, la cristianofobia, la sistematica persecuzione dei cristiani, gli orrori dell’aborto, l’imposizione di dottrine aberranti e antiumane, la civiltà del lupanare e del vespasiano imposta dai poteri forti e “illuminati”.

Ecco dunque, con quale prosopopea i vincitori strombazzavano il loro falso credo: “Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra [sic!], che per che volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo [sic!], nella dignità e nel valore della persona umana [sic!], nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne [sic!] e delle nazioni grandi e piccole [sic!], a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti [sic!], a promuovere il progresso sociale [sic!] ed un più elevato tenore di vita [sic!] in una più ampia libertà [sic!], e per tali fini a praticare la tolleranza [sic!] ed a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato [sic!], ad unire le nostre forze per mantenere la pace [sic!] e la sicurezza internazionale [sic!], ad assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi [sic!], che la forza delle armi non sarà usata [sic!], salvo che nell’interesse comune [sic! sic! sic!], ad impiegare strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli [sic!] abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini [sic!].”

A chiusura della Conferenza di San Francisco, tenuta il 26 giugno 1945, prima della firma della Dichiarazione, il presidente Harry Truman (succeduto a Roosevelt che non aveva fatto in tempo ad assistere al trionfo della sua politica guerrafondaia), blaterò quanto segue (Il Mese, n. 19, luglio 1945, p. 111): “È già stato detto da molti che questo è soltanto il primo passo verso una pace durevole [invece era il primo passo verso una sequela infinita di guerre]. È la verità [sic!]. Ciò che importa è che tutti i nostri pensieri e le nostre azioni si fondino appunto sulla convinzione che si tratti soltanto d’un primo passo. Sia in noi ben fermo che oggi facciamo un buon principio [sic!], e con l’occhio sempre rivolto alla meta finale, andiamo innanzi. La Costituzione del mio paese nacque da un convegno il quale, così come questo, era formato da molti rappresentanti che avevano molte vedute diverse. Tale e quale questa Carta, la nostra Costituzione sorse da uno scambio libero, e sovente aspro, di opinioni contrastanti. Quando fu adottata, nessuno la considerò un documento perfetto. Ma essa crebbe, si sviluppò, si estese; e sopra di essa fu costruita un’unione migliore, più perfetta. Come avvenne per la nostra Costituzione, anche questa Carta sarà estesa e migliorata col tempo. Nessuno pretende che sia uno strumento definitivo e perfetto. Non è stato gettato in uno stampo immutabile. Le mutevoli condizioni del mondo esigeranno ritocchi, ma saranno ritocchi di pace [sic!], non di guerra. Che noi ora si abbia questa Carta, così com’è, è di già un gran prodigio. Ed è anche cagione di profonda riconoscenza verso Dio Onnipotente, che ci ha portati fin qui nella nostra ricerca di una pace fondata su un’organizzazione mondiale.”

Dall’ONU scaturì quasi subito una gigantesca fabbrica di chiacchiere e una proliferazione di principescamente remunerati posti per fannulloni, propiziata dalla gemmazione di ulteriori carrozzoni burocratici (“Un nuovo organismo internazionale”, Il Mese, n. 24, dicembre 1945, pp. 676-678; da The Times, Londra). Il nuovo organismo internazionale era la United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, ossia l’UNESCO. La famigerata associazione, annunciata con squilli di tromba di ineccepibile correttezza politica come l’atteso “messia” destinato a educare il mondo affinché mai più vi fossero guerre, nasceva proprio nel covo dei guerrafondai americani e conviveva già con i movimenti abortisti destinati a diventare sempre più violenti e aggressivi, fino a diventare il fulcro della propaganda abortiva, contraccettiva, omosessualista e di suicidio demografico.

I vincitori adottarono per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU una procedura di voto mediante la quale si proponevano ovviamente di godersi il bottino, e tale procedura viene debitamente illustrata ai pupi italiani (“Tra Yalta e San Francisco” – “Le modalità di voto per il Consiglio di Sicurezza”, Il Mese, n. 16, marzo 1945, pp. 257-260). USA, Impero Britannico, Francia, URSS, Cina si arrogarono il diritto di veto alle risoluzioni dell’ONU in quanto membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, ponendosi al di sopra della legge stabilita per le altre nazioni. Già allora era evidente la profonda ingiustizia di ciò, sottolineata da Sir William Beveridge in una lettera del 6 marzo 1945, nella quale si fa rilevare che le piccole nazioni sarebbero state costrette a porsi sotto la tutela `i una di quelle grandi, rinnovando i soliti problemi aggravati dai mezzucci di sfere d’influenza, equilibrio delle potenze e gara agli armamenti: la via più breve alla terza guerra mondiale. È stata tradita, argomenta Beveridge, la dichiarazione di Dumbarton Oaks che parlava di “uguaglianza sovrana di tutti gli stati amanti della pace”. L’accordo di Yalta ridicolizza le premesse di Dumbarton Oaks, che erano già di per sé false in quanto dividevano implicitamente il mondo in “buoni” (i vincitori amanti della pace, cioè lorsignori) e “cattivi” (quelli che avevano perso la guerra). In più, come commenta il Times (13 marzo 1945) e lo stesso Beveridge, la formula di Yalta propone di applicare a tutto il mondo i principi delle “democrazie” anglosassoni, che non sono affatto condivisi.

Un altro tentativo, decisamente più ottimistico, di sondare il futuro è dovuto alla vivace penna di Bertrand Russell (“Dove va il mondo?”, Il Mese, n. 15, marzo 1945, pp. 268-271; da The Listener, Londra), il quale ritiene che l’Oriente diverrà importante (Cina, India cui sarà impossibile negare l’indipendenza), e si avrà un mondo bipolare dominato da USA e URSS. A dire il vero non ci voleva molta perspicacia per giungere ad una simile previsione, dato che già oltre un secolo prima Alexis de Tocqueville, nel suo profondo studio De la démocratie en Amérique, finito di pubblicare nel 1840, aveva predetto che il mondo sarebbe stato dominato dai due giganti, americano e russo, e dalle loro rivalità.

Ma il discorso di Bertrand Russell diventa davvero esilarante quando passa a parlare del ruolo del suo paese. Egli ritiene infatti che l’Inghilterra, grazie alle sue buone qualità di coesione e tolleranza può compensare le perdite di potenza materiale con un “guadagno di egemonia morale” (sic!). E prosegue; “In questa funzione il nostro paese può essere grande e benefico nel futuro come lo è stato nel passato” (sic!). Non è difficile intravedere i risultati dell’ideologia (liberalesimo con relativo edonismo e utilitarismo) che impregna l’Inghilterra e che essa ha diffuso più che ha potuto: un’ideologia che pretende di far convivere tutto e il contrario di tutto (purché non cristiano), da cui la grande ammucchiata liberaloide: femminismo, omosessualismo, immigrazione incontrollata, islam, sabotaggio della fertilità, abortismo, veganesimo, ambientalismo, animalismo. I risultati non possono essere che la sostituzione fisica degli occidentali con immigrati insensibili ai cosiddetti “valori” occidentali. E così buon Londonistan!

Mentre in Gran Bretagna e in America si discuteva accademicamente di questa lana caprina, in America era pronta la ricetta per la pace universale. La proclama, ad esempio, Norman Cousins (“La scelta”, Il Mese, n. 22, ottobre 1945, pp. 430-434), il quale, con folgorante originalità, propugna il bisogno di affidarsi a un governo mondiale, dato che la bomba atomica che gli scienziati ebrei hanno realizzato per conto del governo USA (e sganciata poi, guarda caso, proprio sulle due città più cattoliche del Giappone), è divenuta la chiave della politica mondiale. Poiché altri arriveranno a procurarsi anch’essi la terribile arma, sostiene Cousins, il governo mondiale è diventato indispensabile per scongiurare il pericolo di autodistruzione: una comoda giustificazione per il mondialismo dei poteri forti. Gli avvenimenti successivi hanno ampiamente dimostrato la vanità di chiacchiere del genere, che avrebbe dovuto essere evidente anche allora, specie tenuto conto proprio dell’esperienza storica americana, da cui si è visto che un governo comune non è affatto in grado di prevenire secessioni e guerre civili.

Ma gli USA, imperterriti, si preparavano ugualmente a mettere in moto il loro rullo compressore, secondo l’utopistico principio che il loro sistema politico fosse il migliore mai escogitato, con tutti gli altri popoli in spasmodica attesa di essere “liberati”. E lo si è poi visto in Viet Nam, Afghanistan, Iraq, Siria, ecc. ecc.

Ma almeno ci sarà qualche buona notizia? Certo che c’è. Troviamo infatti anche notizie confortanti circa i progressi della scienza e della tecnica, come l’entusiastico panegirico del DDT fatto dalla signora Isolene Thompson (“Lo sterminio delle mosche”, Il Mese, n. 22, ottobre 1945, pp. 497-498; dal Sunday Express, Londra): il potente insetticida divenuto disponibile per usi civili dopo la fine della guerra, e che in effetti risanerà molte regioni del mondo, facendo quasi scomparire la malaria. Ma la pacchia sarà di breve durata. Le menzogne `el movimento ambientalista, basate su ricerche riferite di seconda mano e in modo irrimediabilmente fazioso dall’ineffabile Rachel Carson nel mieloso libello propagandistico Primavera silenziosa, varranno poi a mettere fuori legge il prezioso insetticida, con magno gaudio degli insetti nocivi, del plasmodio della malaria, e della cricca dei poteri forti mirante alla distruzione morale e materiale dell’umanità, così che uno dei pochi vantaggi derivanti dall’intrusione anglosassone in casa d’altri andarono rapidamente perduti.

In linea con l’odio riversato sugli sconfitti e con la furiosa avidità di saccheggio di cui Il Mese ci ha fin qui offerto abbondanti esempi, maturò la famigerata Dichiarazione di Potsdam (17 luglio – 2 agosto 1945), debitamente pubblicata, per l’erudizione dei pupi italiani, ne Il Mese (n. 20, agosto 1945, pp. 209-218). In essa veniva pianificato il saccheggio e la sistematica umiliazione della Germania, la mutilazione delle sue vaste regioni orientali, passate alla Polonia e all’URSS (Königsberg) con relativa espulsione di milioni di tedeschi ed altresì l’espulsione dei tedeschi da Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria. Veniva inoltre auspicata per i criminali di guerra (quelli degli sconfitti, naturalmente) una “giustizia rapida e sicura” [un’espressione che ricorda certi avvisi dei tribunali del Far West: “Tribunale della città di Tombstone. Seduta del giudice Smith a mezzogiorno, impiccagione dei colpevoli all’una”]. Al popolo tedesco veniva altresì ricordato che “i suoi metodi di guerra senza pietà e la fanatica resistenza nazista hanno distrutto l’economia tedesca e reso inevitabili il caos e le sofferenze” [Come se il trattamento delle minoranze tedesche da parte dei polacchi prima della guerra e i metodi di guerra degli “alleati” fossero stati modelli di pietà, compassione e misericordia; e come se la “fanatica resistenza” dei tedeschi non fosse stata resa inevitabile dal rifiuto, più volte ricordato, di distinguere tra il regime nazista e il popolo tedesco, e dal diniego “alleato” di appoggiare in alcun modo la resistenza antinazista dei tedeschi.].

Alla Spagna, che i superuomini anglosassoni non avevano potuto devastare coi loro bombardieri, avendola già devastata, peraltro senza successo, appoggiando, durante la guerra civile, la mostruosa repubblica comunista e il relativo massacro di preti e monache (iniziato già nel 1931, come accennato sopra), veniva negata l’ammissione alle Nazioni Unite, con l’acida e insultante motivazione: “Questo governo, stabilitosi con l’appoggio delle forze dell’Asse, non possiede, date le sue origini, la sua natura, il suo passato e la sua stretta associazione con i paesi aggressori, i requisiti richiesti per giustificarne l’ammissione [all’ONU].” Era comunque opportuno non perdere di vista la Spagna, in prospettiva dell’impero globale massonico anglosassone (“Il polso della Spagna”, Il Mese, n. 13, gennaio 1945, pp. 20-22; compendiato dal Times, Londra),. Più tardi si sarebbe visto che i poteri forti di Wallstreet/Barad-dûr, con l’aiuto dei Quisling locali pronti ad obbedire agli ordini degli “illuminati”, sarebbero riusciti a normalizzare anche la patria di Santa Teresa di Avila, introducendovi le benefiche iniziative del gender e dell’aborto.

All’Italia la Dichiarazione di Potsdam dedicava lodi per essersi staccata per prima dalla Germania, ciò che tuttavia non le risparmierà dolorose mutilazioni territoriali, foibe ed espulsioni, e un duro trattato di pace che i Quisling italiani ingoiarono senza protestare (tanto non erano certo loro a pagare).

 

PER I POPOLI VINTI LA GUERRA CONTINUAVA

In Polonia, ci informa la nostra rivista di erudizione dei pupi (A. Werth, “Polonia in ricostruzione”, Il Mese, n. 20, agosto 1945, pp. 172-175; condensato da The Listener, Londra), i polacchi già scalpitavano perché venisse accelerata la pulizia etnica, ossia la cacciata dei tedeschi; “la classe lavoratrice è assai conscia dell’immenso aiuto che la Russia ha dato alla popolazione polacca” (p. 175). I russi se ne dovrebbero andare entro due mesi [sic!] e la prospettive economiche apparivano favorevoli [sic!], nonostante vi fossero “problemi”. Evidente il tentativo di accreditare una visione ottimistica: ora che i “cattivi” erano sconfitti tutto doveva per forza andar bene.

Niente invece andava bene, come si desume dalla stessa rivista propagandistica degli “alleati”. È illuminante infatti la serie di servizi giornalistici dalla Germania che, pur tacendo degli orrendi campi di prigionia di Eisenhower e dei terribili crimini ivi commessi, descrive una situazione a fronte della quale il trionfalismo dei vincitori assume toni macabri (Fonti varie, “Germania d’oggi”, Il Mese, n. 22, ottobre 1945, pp. 468-476; 1. “La vita a Berlino”, firmato “Peregrine” da The Observer, Londra; 2. “Migrazione verso occidente”, firmato Rhona Churchill. dal Daily Mail, Londra; 3. “Come la pensa un russo”, firmato Peregrine”, da The Observer, Londra).

Nel primo di questi articoli, il giornalista osserva che, a parte le spaventose distruzioni causate dai “liberatori” e il trionfale comportamento di questi ultimi, tutte cose ben prevedibili, la cosa più straordinaria è l’estrema povertà dei soldati russi, sciatti e vestiti miseramente. Nel Tiergarten si vedevano i russi affollare il mercato nero e pagare prezzi astronomici per un pezzo di stoffa, un paio di scarpe vecchie, un pigiama o un orologio. Significativa questa descrizione (p. 469): “Nella folla scorsi un gruppo di donne graduate – maggiori, capitani e tenenti – dai capelli grigi, oltremodo trasandate nell’aspetto, vestite alla maniera più povera e goffa. Sembrava fossero uscite allora allora fuori dalle pagine di De Profundis di Massimo Gorki. Quando mi avvicinai erano tutte assorte a contrattare una sottana e un cappottaccio. Capii che erano dottoresse e farmaciste, mobilitate all’inizio della guerra (…). Mi dissero che non avevano posseduto indumenti come quelli – cioè abiti e scarpe ancora servibili – Dio sa da quanto tempo. ‘Ci dovevamo preparare per la difesa,’ soggiunsero ‘e non ci potevamo permettere di questi lussi. Adesso che possiamo comprare…’ Non c’era bisogno che completassero il discorso.”

Il secondo articolo della serie documenta le orribili sofferenze dei tedeschi espulsi dalla Germania orientale e dai Sudeti, spogliati di tutto da polacchi e cechi, costretti a portare bracciali bianchi che li qualificavano come indesiderabili privi di diritti, costretti ai lavori forzati nelle miniere e malmenati prima di essere espulsi. In Slesia i tedeschi erano stati chiusi in campi di concentramento, dove alla corrispondente del Daily Mail, Rhona Churchill, è stato vietato di entrare. Gli infelici avevano il permesso di portare solo 15 chili di bagaglio, ma alla frontiera venivano spogliati anche di quello. I treni dei fuggiaschi, privi di protezione, si fermavano in aperta campagna dove bande di delinquenti polacchi potevano tranquillamente aggredirli, percuoterli e derubarli. Né il governo ceco né quello polacco facevano alcunché per proteggere i tedeschi espulsi. Solo dopo aver raggiunto il territorio controllato dai russi non furono più molestati. [Forse perché non avevano più niente.]

Il terzo articolo accenna invece proprio ai maltrattamenti perpetrati dai russi. L’anonimo “Peregrine”, dell’Observer di Londra riferisce l’intervista a un suo conoscente russo, che era economista prima della guerra ed era diventato un ufficiale superiore dell’Armata Rossa. Costui si disse timoroso di un risorgere del militarismo tedesco e “Peregrine” gli rispose che maltrattando i tedeschi come appunto i russi stavano facendo non facevano che rendere il risorgere del militarismo più probabile. Il russo lamentò che gli americani si godevano la loro prosperità senza aiutare russi e tedeschi a ricostruire dopo le terribili distruzioni subite. Al russo non importava niente delle sofferenze dei “proletari” tedeschi: il suo internazionalismo si era evidentemente assai diluito ed era stato sostituito da un patriottismo molto esclusivo.

Il disastro dell’Ungheria sotto l’incombente minaccia sovietica viene illustrato da Johan Haire (“In Ungheria”, Il Mese, n. 23, novembre 1945, pp. 604-606; ripreso da The New Statesman and Nation, Londra): il paese era costretto a rivolgersi a est anche perché i tradizionali mercati a ovest sono distrutti. Il partito dei piccoli contadini, vincitore delle elezioni era abbandonato a se stesso impossibilitato a far valere le proprie ragioni. La Slovacchia, dove vivevano da secoli comunità magiare, ammontanti all’epoca a 700.000 persone, era intenta ad una feroce pulizia etnica guidata dalla famigerata Guardia di Hlinka, con metodi che l’impassibile osservatore londinese definisce “sistemi che fanno ricordare i nazisti” (p. 607).

Si noti per inciso che mentre vengono riferite le tragedie di tedeschi e ungheresi espulsi dalle loro terre, non una sillaba viene spesa dai vincitori sulla tragedia delle foibe e sulle vendette antifasciste che sparsero fiumi di sangue in Italia e in Francia.

 

COMPIUTO IL LAVORO, GLI SPIONI LEVANO LE TENDE

Col n. 24, a due anni dall’inizio, cessa la pubblicazione de Il Mese, che si congeda così: “Il Mese fu promosso dai Servizi d’Informazioni britannico e americano per fornire ai lettori italiani una rassegna internazionale per il tempo nel quale le normali possibilità dell’editoria privata e il libero scambio delle idee incontravano ogni sorta di ostacoli. Col mutare delle condizioni è venuta meno la ragione d’essere della rassegna. Perciò la pubblicazione del Mese cessa col presente numero 24, il quale conclude il volume quarto.”

È superfluo ricordare che “Servizi d’Informazione” è sinonimo di agenzie di spionaggio. L’acculturazione e l’imbonimento della popolazione sopravvissuta alle cure dei bombardieri nella nuova colonia era terminato nella sua prima fase, ma naturalmente non era affatto concluso. Al Mese succedette L’Eco del Mondo, a partire dal settembre 1946, con articoli ormai rilassati e anodini. La nuova rivista era pubblicata a Londra, a Nogeby House, Baker Street, con la partecipazione dell’editoriale Domus di Milano. Il lavoro grosso per dirozzare i futuri collaborazionisti della nuova colonia era ormai completato. Dall’ottobre 1949 ebbe inizio l’edizione italiana del Reader’s Digest (Selezione), che cessò finalmente le pubblicazioni nel dicembre 2007. Per un certo tempo i porti italiani vennero amichevolmente visitati da portaerei statunitensi, tanto per non far dimenticare alla colonia sotto che ala protettrice si trovava. Poi questo non fu più necessario. L’Italia, ormai da decenni al rimorchio dei poteri forti anglosassoni poteva tranquillamente avviarsi, insieme al resto del deragliato Occidente, verso il suo luminoso destino di denatalità, divorzio, aborto, omosessualismo, immigrazione selvaggia e autodistruzione.

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(fine – per leggere la prima parte, clicca qui)

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