Canzoncina a Gesù bambino: il Natale tra simbolo e storia

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

 

Il bando dei canti natalizi dalle scuole, la rimozione del presepe dai luoghi pubblici, nonché il tentativo di farne una festa civile, nettata della sua valenza religiosa, sono altrettanti segnali di una delegittimazione del Natale.

Si dice che sia “per non discriminare le diverse sensibilità religiose o civili”, ma la motivazione non esplicita le ragioni profonde, culturali e teologiche. Ritrovare il senso del Natale di Gesù si pone, quindi, come compito urgente, passando attraverso il recupero della memoria e tornando al vangelo della natività, per poter fare festa davvero, per avere una novità da annunciare al mondo.

 

La delegittimazione dei simboli del Natale: il presepe

C’è una prima delegittimazione, che riguarda i simboli del Natale, di cui non si riesce più  a cogliere la pregnanza, essendo ormai ridotti a simulacri, bozzoli vuoti, privo di vita e di senso.

Simbolo (συμβολον) nell’antica Grecia significava “tessera di riconoscimento“, perché si usava, a conclusione di un’alleanza tra due individui, famiglie o città, spezzare una tessera di terracotta in due, affinché ognuno ne conservasse una parte. Il combaciare delle parti avrebbe comprovato, all’uopo, l’esistenza dell’accordo. Nella fattispecie dei simboli del Natale le due tessere sono la rappresentazione iconografica e il mistero di fede, la religiosità popolare e la mistica, la tradizione e la celebrazione, l’umano e il divino.

Ad esempio, il presepe napoletano è una rappresentazione del Natale ambientata nella Napoli del Settecento, che si caratterizza per il dettagliato realismo dei particolari. Non è un solo un simbolo religioso, ma luogo metastorico in cui s’identifica un’intera comunità. Vi convengono personaggi popolari, osterie e commercianti, case tipiche dei borghi agricoli, abitazioni della Napoli del ‘700, messi assieme con un anacronismo che potrebbe sembrare ingenuo per chi non coglie quanto il presepe napoletano sottintende, e cioè la volontà di rendere presente l’evento della natività di Gesù, di attualizzarlo, di farne memoria in senso forte.

Ora, nel nostro orizzonte di immanenza totale, accade che una di quelle due tessere sia andata smarrita, per cui il simbolo, perso il significato religioso, finisce per ridursi al feticcio di una società consumista.

 

Particolare del Presepe Borbonico della Reggia di Caserta

 

Tu scendi dalle stelle

Teologicamente il Natale richiama la Pasqua. Ne rappresenta una sorta di anticipo o prefigurazione profetica. Un fil rouge unisce, infatti, le due feste: la kenosi, l’abbassarsi di Dio, il suo farsi piccolo. Nella storia di Gesù – ha scritto J. Ratzinger – “ci sono due punti nei quali l’operare di Dio interviene immediatamente nel mondo materiale: la nascita della Vergine e la risurrezione dal sepolcro, in cui Gesù non è rimasto e non ha subito la corruzione“.

Il canto “Tu scendi dalle stelle” di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (noto anche come Canzoncina a Gesù bambino) celebra correttamente la storia di un re senza potere che scende (la kenosi) e viene ad abitare in una grotta (il mondo) per instaurare il suo regno non “sulla forza, sull’imposizione, sulla violenza e l’intolleranza, ma solo sulla fede e sull’amore” (Ratzinger).

Dio si consegna a Maria (l’umanità) nelle fattezze di un bimbo del tutto inerme (al freddo e al gelo), nel quadro di una vicenda umile, irrilevante per certi versi, “imprimendole una svolta di redenzione e rinnovamento” (Bowker).

Ma è chiaro che, se Gesù non si dilata nella storia, se il Natale non viene riconosciuto, ciò non avviene perché il Vangelo non ha validità e nemmeno perché lo spirito non agisce, ma perché noi ne siamo diventati custodi opachi e testimoni muti.

Del resto, Gesù è scomodo: non lascia indisturbati. Egli è segno di contraddizione. E infatti i dominatori di questo mondo (Erode) che non tollerano altro regno che il loro “desiderano eliminare il re senza potere, il cui potere misterioso, tuttavia, essi temono” (Ratzinger).

Pertanto, si capisce teologicamente il rifiuto del Natale, che più in profondità è disperazione circa la possibilità che qualcosa di effettivamente nuovo possa accadere. E’ incapacità di liberarsi di una routine tanto accomodante nell’ordine del quotidiano, quanto vuota di senso. E’ ancora impossibilità a rompere la compressione dell’io, quell’autocompiacimento di noi stessi e della nostra presunta libertà che nasce da un colossale fraintendimento.

 

La delegittimazione del Natale in quanto evento storico

La seconda delegittimazione del Natale viene da più lontano, da una lettura della Scrittura che ha finito per destoricizzarla, disincarnarla, con la conseguenza di vanificarla. I racconti della natività di Gesù (i vangeli dell’infanzia di Matteo e Luca) avrebbero un contenuto meramente simbolico, essendo assimilati a miti, leggende. Niente di verificabile e di storico, ma un racconto meramente umano, dietro cui si rintraccerebbero la fede, i bisogni, gli ideali e le “situazioni vitali” della prima comunità credente, ma nulla di storicamente accertabile. E anche i particolari di tempo e luogo quasi sempre non sarebbero storici, ma redazionali, ossia creati dai redattori dei vangeli.

Ma tali affermazioni sono totalmente contrarie alla fede cristiana, nella misura in cui questa non è nata come messaggio morale, ma da un evento storico. I vangeli, infatti, vogliono essere racconti testimoniali di fatti accaduti in luoghi e tempi ben definiti, come afferma Luca all’inizio del suo vangelo (Lc 1,1-3) e come sostiene Giovanni alla fine del suo (Gv 20,30-31). Non ció che gli apostoli hanno creduto o immaginato di Gesú, ma piuttosto quanto hanno visto, ascoltato, toccato con mano, è all’origine della fede cristiana.

Quanto ai racconti della natività, sebbene essi non siano cronaca di eventi, ma prefigurazione profetica del Cristo risorto nello stile del midrash ebraico, la cornice storica in cui sono inquadrati è ben determinata. Prova ne sia che fanno riferimento a personalità della storia ufficiale, come il Battista ed Erode, e a fatti, luoghi e tempi circostanziati: il Regno di Erode, il censimento indetto da Augusto, la Stella dei Magi.

 

Il 25 dicembre data del Natale

Nei vangeli si trovano anche rimandi ad usi, costumi, leggi, propri dell’Israele precedente la distruzione del Tempio di Gerusalemme (che avvenne nel ‘70 per ordine dell’imperatore Tito).

Ad esempio, Luca inquadra l’annuncio dell’arcangelo Gabriele a Zaccaria sulla nascita di un figlio, il cui nome sarebbe stato Giovanni, in una cornice precisa:

Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l’offerta dell’incenso” Lc 1,8-9.

L’apostolo fa riferimento alle turnazioni sacerdotali per l’ufficio del culto nel Tempio. Ebbene, sulla base del Libro dei Giubilei (ritrovato nelle grotte di Qumran), che quelle turnazioni riporta, la classe sacerdotale di Abia, cui Zaccaria apparteneva, officiava nella settimana compresa tra il 23 e il 30 settembre. Stando poi al calendario liturgico, la Chiesa commemora, fin dal Io secolo, il giorno della nascita del Battista proprio 9 mesi dopo quella data, il 24 giugno. Ed è sempre Luca, nel racconto dell’annunciazione a Maria, a riportare il particolare che Elisabetta era allora al sesto mese di gravidanza: “Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile” (Lc 1,36), evidenziando la differenza di 6 mesi tra Giovanni e Gesù.

Sulla base di queste acquisizioni il sesto mese di Elisabetta cadrebbe intorno al 25 marzo, ossia 9 mesi prima del 25 dicembre, giorno più giorno meno.

 

I quattro eventi dei vangeli dell’infanzia:

1) l’annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni, 2) l’annuncio a Maria della nascita di Gesù, 3) la nascita di Giovanni, 4) il Natale di Gesù, sarebbero così collegati…

 

 

Ecco allora magicamente rispuntare la data del 25 dicembre, che per i detrattori del Natale sarebbe stata introdotta solo per sostituire la festa pagana del sole invitto. E ci sono altre fonti documentali che la confermano. Ippolito († 235), in particolare, riferisce che a Roma già nel 204 si celebrava il Natale del Signore il 25 dicembre. Quanto alla festa del sole invitto, sappiamo che fu fissata al 25 dicembre dall’imperatore Aureliano nel 274, mentre prima cadeva il 19 dicembre, forse proprio per oscurare la devozione cristiana per il Natale di Gesù.

Condividi questo articolo:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email
Condividi su print
Print

Lascia un commento:

2 commenti su “Canzoncina a Gesù bambino: il Natale tra simbolo e storia”

  1. Anche questo è un ottimo articolo, molto circostanziato, e risulta evidente che VOGLIONO ANNULLARE IL CRISTIANESIMO togliendo, o cancellando i segni che dimostrano la SUA ESISTENZA.
    Avrei dei fatti da raccontare, ma sarebbe troppo lungo il racconto…
    Concludo quindi con una battuta: perché non pretendiamo che i musulmani (islamici,,,) si tolgano le tonache e i piccoli berretti, e le donne si tolgano le vesti lunghe, i veli, ecc.????

  2. Gaetano Fratangelo

    Come ogni simbolo che ha un suo significato, anche il presepe specifica le fondamentali verità di fede, tra le quali vi è l’ Incarnazione e con le prove testimoniali degli apostoli. Vi è una chiara strategia: 1) attacco alla cultura ed alle sue radici cristiane nelle sue rappresentazioni, quali il presepe; 2) delegittimazione del lessico teologico (dalla messa al bando dei canti natalizi alle esternazioni papali); 3) darne motivazioni credibili per la massa (incolta) non curandosi di essere ridicoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti alla nostra newsletter

Ogni settimana riceverai i nostri aggiornamenti e nulla di più.

Torna su