Catastrofe climatica o bufala gretina? – Prima parte

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L’energia solare che raggiunge la Terra subisce notevoli oscillazioni per cause sia astronomiche sia inerenti alla dinamica interna del Sole. Tra le cause astronomiche vanno ricordate la precessione lunisolare, le nutazioni, lo spostamento della linea degli apsidi, la variazione dell’eccentricità dell’orbita.

La precessione lunisolare è il moto a doppio cono compiuto dall’asse terrestre in senso orario con un periodo di circa 26.000 anni, ed è dovuto all’attrazione esercitata da Sole e Luna sul rigonfiamento equatoriale che tende a rendere l’asse terrestre perpendicolare al piano dell’eclittica, a cui si oppone la rotazione della Terra che tende invece a conservare la posizione dell’asse. Di conseguenza si sposta la linea degli equinozi: mentre l’asse terrestre ruota, il piano dell’equatore celeste ruota in senso contrario, così che ogni anno gli equinozi si verificano circa venti minuti prima. Le nutazioni sono perturbazioni del moto di precessione, di periodo di circa 18,6 anni, dovute al cambiamento della distanza Terra-Luna, così che l’asse terrestre, anziché descrivere coni circolari, si sposta lungo coni leggermente ondulati. A causa dell’attrazione esercitata sulla Terra dagli altri pianeti, l’asse maggiore dell’orbita terrestre che congiunge afelio e perielio, detto linea degli apsidi, ruota, facendo perno nel centro del Sole, in senso antiorario, con un periodo di circa 117.000 anni. Varia, con un periodo di circa 92.000 anni anche l’eccentricità dell’orbita, passando da un minimo di 1 milione di km (pari a un valore di eccentricità di circa 0,003) a un massimo di 16 milioni di km (valore di eccentricità di circa 0,054). L’eccentricità attuale è 0,0167, e ciò significa che all’afelio (nel mese di luglio) la Terra dista dal Sole 152,1 milioni di chilometri, e al perielio (a gennaio) 147 milioni.

 

 

Il fisico serbo Milutin Milankovitch studiò gli effetti di tali variazioni dei movimenti della Terra sul clima. Da uno a tre milioni di anni fa, il cambiamento climatico seguiva una variazione dominante coincidente con il ciclo dell’inclinazione assiale. Da un milione di anni fa in poi la variazione coincide con il ciclo dell’oscillazione dell’eccentricità orbitale; le cause di questo cambiamento non sono state ancora spiegate. È comunque un fatto che l’attuale insolazione nell’emisfero boreale a 65º di latitudine Nord appare compatibile con la generale tendenza al raffreddamento del clima a partire dall’Oligocene (34-23 milioni d’anni fa). Tali cambiamenti climatici, alla scala dei milioni di anni, sebbene di grande interesse scientifico, non incidono se non indirettamente sui problemi pratici suscitati dall’esagitata polemica ambientalista sul “riscaldamento globale”, che riguardano scale temporali dell’ordine dei decenni e dei secoli. Questi appaiono piuttosto in accordo con oscillazioni nell’emissione di energia solare, rivelate dalle macchie solari.

 

 

Il Sole è in pratica una fornace termonucleare che fonde nel proprio nucleo l’idrogeno in elio, generando ogni secondo un’enorme quantità di energia (3,9×1026W) sotto forma di radiazioni elettromagnetiche (luce visibile e infrarossi), flusso di particelle (vento solare) e neutrini. Nella zona convettiva del Sole si attivano tubi di flusso magnetico che vengono “arrotolati” dalla rotazione differenziale della stella, e se lo stress supera un certo limite, questi tubi rimbalzano elasticamente e “forano” la superficie solare (fotosfera) liberando un’intensa attività magnetica ma abbassando la temperatura, dato che in questi fori la convezione non può operare, così che il flusso di energia dall’interno del Sole si riduce, e la temperatura scende, formando le macchie solari. In realtà le macchie solari sono estremamente calde (ca. 4.000 kelvin) e luminose, ma le regioni circostanti sono ancor più calde (6.000 kelvin) e luminose, per cui le macchie appaiono scure.

Le macchie solari sono importanti per il cambiamento climatico. Osservate dagli astronomi a partire dal sec. XVII, mostrano attualmente un andamento ciclico di undici anni, ma in passato, in coincidenza con i periodi più gelidi della Piccola Età Glaciale, hanno avuto dei minimi fino alla scomparsa completa. La sonda orbitale SOHO scandagliando il sole ha individuato due strati paralleli di gas circa 225.000 chilometri sotto la superficie solare la cui velocità di rotazione oscilla sincronicamente in cicli regolari di 12-16 mesi. Questi strati formano quella che gli astrofisici hanno denominato una tachline, che separa la regione turbolenta esterna del sole dal nucleo radioattivo incandescente. La tachline potrebbe essere la fonte dei potenti campi magnetici che producono le macchie solari, le facole (vampate) e il vento solare, formato da flussi di particelle atomiche fuggenti attraverso la corona solare, che hanno l’effetto di produrre una maggiore copertura nuvolosa e un abbassamento della temperatura media. La radiazione solare, misurata con precisione grazie ai satelliti, non è mai costante: è massima nei momenti di alta attività delle macchie solari. Le fluttuazioni di più lungo termine riguardanti secoli precedenti sono state individuate grazie alla dendrocronologia (studio dei cerchi di accrescimento degli alberi) e i carotaggi in ghiacciai: l’attività solare fu alta durante i secc. XII e XIII, al culmine del periodo caldo medioevale, mentre fu particolarmente bassa durante i minimi di Spörer (1425-1575), Maunder (1645-1715) e Dalton (1790-1820); aumentò nella la prima metà del sec. XX ma è cambiata poco dal 1950.

Un Sole con poche macchie o nessuna macchia e quindi con meno radiazione porta ad un indebolimento della circolazione zonale nelle latitudini settentrionali e spinge a sud, verso l’equatore, i percorsi delle depressioni prevalenti occidentali. La bassa pressione subpolare si sposta verso sud. Alle latitudini temperate settentrionali arriva una primavera più fredda e più fosca, portando precipitazioni maggiori del normale. Le grandi eruzioni vulcaniche dal 1812 al 1815 contribuirono a forzare questi cambiamenti, spingendo il minimo subpolare di mezza estate fino al 60,7°N, 6 gradi più a sud di quanto fosse nei mesi di luglio tra il 1925 e i 1934. Le temperature mensili dell’estate 1816 furono tra 2,3 e 4,6°C inferiori alla media.

Il clima, quindi, non fa che cambiare. Ad un’epoca romana calda, che permise ad Annibale la traversata delle Alpi con gli elefanti, seguì un periodo freddo che fece regolarmente gelare i fiumi: attraverso il Reno e il Danubio gelati i barbari potevano passare indisturbati perché il ghiaccio bloccava in porto le navi pattuglia romane armate di “mitragliatrici” (azionate da molle ritorte, potevano scagliare fino a quindici dardi a raffica). Quindi il clima più freddo, durato fino all’alto Medioevo, fu una delle tante cause che portarono alla caduta dell’Impero romano. Seguì il periodo caldo medievale (ca. 800-1200): si produceva uva in tutta Europa fino al nord della Gran Bretagna. Gli scandinavi (il termine “vichingo” si applica propriamente solo a coloro che compivano razzie) approfittarono del ritiro dei ghiacciai per colonizzare la Groenlandia e raggiunsero il Nordamerica. Per inciso va ricordato che, a dispetto delle pretese nazionalistiche scandinave, questi viaggi non possono chiamarsi “scoperte” per ovvi motivi: i navigatori scandinavi dell’epoca non erano in grado di stabilire rapporti permanenti con le nuove terre e informarne i dotti dell’epoca, e non sapevano nemmeno costruire una carta geografica del loro stesso paese di origine. Il clima andò successivamente peggiorando, così che si ebbe la cosiddetta “piccola era glaciale” che durò fino a circa il 1850. Una ricerca compiuta nel Mar dei Sargassi, col metodo del radiocarbonio, conferma questa ricostruzione: la temperatura superficiale del mare 1700 anni fa (tarda epoca romana) era di circa un grado più fredda di quella attuale, 1000 anni addietro (periodo caldo medievale) di un grado superiore a quella odierna, e 400 anni fa (Piccola Età Glaciale) di nuovo un grado più fredda di quella odierna.

Di fronte a tali e tante prove schiaccianti del fatto che i cambiamenti climatici dipendono da cause naturali, che fanno gli ambientalisti? Barano, come tutti i disonesti. La National Oceanic & Atmospheric Administration (NOAA) degli USA, secondo la testimonianza del Dr. David Evans, ha collocato centinaia di termometri in luoghi completamente inadatti per la raccolta di temperature naturali: presso motori caldi dei veicoli parcheggiati, su tetti coperti con sotto l’asfalto riscaldato dal sole, in prossimità di prese d’aria calda di condizionatori d’aria, negli aeroporti adiacenti agli asfalti che trattengono il calore e a parcheggi pavimentati, accanto a formazioni rocciose che conservano il calore e ad edifici in mattoni. Il riscaldamento globale è misurato in decimi di grado, quindi ogni spinta artificiale verso l’alto crea un’immagine ingannevole delle temperature effettive. Per evitare letture artificialmente elevate, gli standard ufficiali di localizzazione del sito della NOAA richiedono che i termometri siano posizionati ad almeno 100 piedi da qualsiasi superficie pavimentata o in calcestruzzo e in un’area aperta con copertura naturale. Quegli standard erano chiaramente sovvertiti, su precise istruzioni di “qualcuno” che ha interesse a spargere paura e allarme.

E i talebani universitari, con l’arroganza di chi sa di poter contare sulla complicità dei mass media asserviti, non nascondono neppure la loro malafede. Il defunto Steven Schneider, autore principale di numerosi rapporti allarmistici ONU sul clima, ex professore di climatologia alla politicamente correttissima università di Stanford, ha dichiarato: “Abbiamo bisogno di un ampio supporto per catturare l’immaginazione del pubblico, dobbiamo offrire scenari spaventosi, fare affermazioni drammatiche semplificate e menzionare solo alcuni dubbi. Ognuno di noi deve decidere quale sia il giusto equilibrio tra l’essere efficace e l’essere onesti.” Nessun appello alla disonestà potrebbe essere più ONU vergognosamente sfacciato.

Questa è la norma di comportamento della stragrande maggioranza degli accademici nel mondo occidentale, già decadente, ormai ridotto a liquame. Chi, nelle domande di finanziamento per la ricerca, non mette le paroline magiche – ambiente, riscaldamento globale, sviluppo sostenibile, e simili – difficilmente otterrà qualcosa, e i burbanzosi baroni universitari si piegano quasi tutti a leccare il deretano di chi tiene i cordoni della borsa in modo da ottenere soldi che permettano loro, fra l’altro, di andare a pavoneggiarsi ai congressi, dove si tessono le trame per i concorsi dove vincerà il figlio, il genero, l’amichetta o l’amichetto e verrà trombato lo studioso serio che non ha “santi in paradiso”.

Che importa, poi, se le previsioni catastrofiche si rivelano errate? La gente ha la memoria corta ed è pronta a farsi spaventare un’altra volta. E come tutti i ciarlatani che urlano ai quattro venti: “Il mondo finirà il 3 dicembre a mezzogiorno!”, quando il termine è scaduto senza che sia successo nulla, sono capaci di contrattaccare aggressivamente: “Avreste forse preferito che il mondo finisse?” Un rapporto del 2015 della rivista Nature Climate Change ha confrontato 117 proiezioni di modelli al computer durante gli anni ‘90 con la quantità di riscaldamento effettivo verificatosi; di tutti questi, soltanto tre erano approssimativamente accurati, mentre tutti gli altri 114 hanno sovrastimato il riscaldamento, in media, prevedendo un aumento doppio di quello reale.

In una terrificante previsione dell’11 maggio 1982 blaterata su tutti i mass media dell’ormai liquefatto Occidente, il direttore esecutivo del Programma ambientale delle Nazioni Unite (UNEP), certo Mostafa Tolba, decretò l’incombente catastrofe in questi termini isterici: “La Terra affronta il disastro ambientale come una guerra nucleare entro la fine di questo secolo a meno che i governi non agiscano subito”. Un altro scherano delle Nazioni Unite, Noel Brown, visto che non era successo niente, nel 1987 rincarò la dose: “Intere nazioni potrebbero essere spazzate via dalla faccia della Terra per l’innalzamento del livello marino se il riscaldamento globale non verrà invertito entro il 2000.” Quando quel punto che doveva dare una svolta arrivò, e naturalmente non successe nulla, altri furono inventati, inclusa la blaterazione dello scienziato della NASA James Hanson, che nel gennaio 2009 dichiarò: “Il presidente Obama ha solo quattro anni per salvare la Terra”. Questi frenetici “punti di svolta” si rivelano uno dopo l’altro delle pietose bufale, ne vengono inventati dei nuovi, ognuno dei quali fedelmente strombazzato dai media occidentali, i quali poi dimenticano opportunamente di annunciarne il fallimento.

Ma la storia del clima è piena di catastrofi avvenute nel passato, quando di industria e di cambiamento climatico per colpa dell’uomo non era proprio il caso di parlare. Da bravi servi dei poteri forti e criminali, i media occidentali descrivono ogni evento meteorologico grave come il “peggiore di sempre”, cercando di nascondere le catastrofi climatiche del passato. Intorno al 1200 a.C. una siccità che coinvolse il Peloponneso e l’Anatolia scatenò una serie di guerre e di migrazioni di popoli: la civiltà micenea fu spazzata via, poi l’impero Ittita, e quello egiziano sopravvisse solo dopo una serie di terribili battaglie nel Delta del Nilo. Il cataclisma del 1200 a.C. sembra sia durato non più di tre anni, ma il cammino della civiltà greca e mediterranea fu interrotto per almeno quattro secoli.

Le antiche mega-siccità erano infinitamente peggiori di oggi. Intorno all’anno 850 d.C., una mega siccità in quello che ora è il deserto sud-ovest degli USA durò 240 anni, e mezzo secolo prima un’altra mega-siccità era durata 180 anni. Il Grande Uragano del 1780 provocò 20.000 vittime nei Caraibi. L’8 settembre 1900 un uragano Cat-4 annientò l’isola di Galveston, nel Texas, con 10.000 vittime. Nel 1927, settimane di forti piogge lungo il fiume Mississippi inondarono 100.000 chilometri quadrati, lasciando intere città e terreni agricoli sommersi fino a una profondità di 8 metri e costringendo alla fuga 640.000 persone. L’alluvione dello Yangtze nel 1931 provocò 3,7 milioni di vittime. I disastri ecologici del passato non vengono mai menzionati nel dibattito sul riscaldamento globale, così che si possa continuare a sparare affermazioni avventate sull’ultimo guaio come “il “peggiore di sempre”.

 

(continua)

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