Catastrofe climatica o bufala gretina? – Seconda parte

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per leggere la prima parte, clicca qui

 

L’energia solare riscalda la superficie del pianeta, restando, per così dire, “intrappolata” dall’atmosfera: è quello che viene chiamato “effetto serra”. Tale effetto è il risultato della presenza nell’atmosfera di alcuni gas, i quali permettono l’entrata della radiazione solare ed ostacolano l’uscita della radiazione infrarossa, avente lunghezza d’onda intorno ai 15 micron, maggiore della lunghezza d’onda della radiazione entrante riemessa dalla superficie del corpo celeste. Ciò porta a un aumento della temperatura del corpo celeste coinvolto dal fenomeno e ad escursioni termiche meno intense di quelle che si avrebbero in assenza dell’effetto serra, in quanto il calore assorbito viene ceduto più lentamente verso l’esterno.

L’effetto serra è del tutto naturale e indispensabile alla sopravvivenza della vita sul pianeta, che altrimenti sarebbe gelato. La temperatura media della superficie terrestre è di 15°C grazie appunto ad esso, e se questo non ci fosse la Terra avrebbe una temperatura media superficiale di –18°C. Nelle foreste equatoriali le temperature si mantengono costantemente sui 30-35°C, mentre nei deserti si hanno violente oscillazioni da 70°C fino a scendere sotto zero. Poiché le due zone hanno uguale concentrazione di anidride carbonica e l’unica differenza consiste nella concentrazione di vapor d’acqua, la conclamata importanza della CO2 come gas serra è fortemente esagerata: il suo contributo all’effetto serra è solo del 4%, mentre quello del vapore acqueo ammonta al 95%. Anche le conseguenze di cambiamenti nell’effetto serra sono tutt’altro che chiare. Un forte riscaldamento potrebbe aumentare l’evaporazione, producendo dense coltri di nubi che rifletterebbero la radiazione solare e, dopo l’iniziale aumento di temperatura, si andrebbe piuttosto verso un raffreddamento.

La tesi ambientalista secondo cui l’aumento dell’anidride carbonica sarebbe collegato all’industrializzazione è quanto mai dubbia. Gli unici dati sui quali sembra esservi accordo riguardano l’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’aria dall’età preindustriale ad oggi da 270 a 330 parti per milione. Ma una grande eruzione vulcanica può emettere nell’atmosfera in poche ore tanta anidride carbonica (oltre ad ossido di carbonio, anidride solforosa ed altri veleni) quanto l’attività umana produce in decenni. Si calcola che tre grandi eruzioni abbiano emesso più anidride carbonica quanta ne è stata prodotta dall’uomo da quando esiste sulla Terra (Tambora 1815, Krakatoa 1883, Katmai 1912).

L’eruzione vulcanica più distruttiva e potente dalla fine dell’ultima Era glaciale si è verificata nell’aprile del 1815 dal vulcano Tambora, in Indonesia. Oltre 100 km3 di materiale: roccia, cenere e altri materiali furono espulsi. Quell’eruzione esplosiva, causò la morte immediata di 12.000 persone, e vi furono almeno altre 80.000 vittime per le carestie che seguirono il disastro. La fitta polvere rimase per molti anni in sospensione nell’atmosfera, rendendola opaca e impedendo ai raggi solari di penetrare l’atmosfera per arrivare sul suolo. Questo ha comportato un forte cambiamento climatico a livello planetario: inverni freddissimi, raccolti carenti e un grave impoverimento di vaste aree del pianeta. L’anno successivo l’eruzione, il 1816, in tutto il mondo, venne ricordato come “l’anno senza estate”. Il Krakatoa è un vulcano dell’isola indonesiana di Rakata, vicino le famose isole di Giava e Sumatra, da sempre era noto per le sue violente esplosioni. Ma la più disastrosa di tutte si verificò il 27 agosto del 1883, distruggendo due terzi dell’isola. Il Katmai, in Alaska, eruttò nel 1912, devastando la vicina isola Kodiak e coprendo oltre 100 km2 con lava e scorie.

 

 

 

Simili eruzioni vulcaniche hanno un impatto violento sul clima, anche se di durata non superiore a pochi anni. La cenere vulcanica ha la capacità di schermare la Terra dalle radiazioni solari circa 30 volte superiore all’efficacia che ha di impedire al calore del globo di sfuggire. Durante i tre anni che potrebbe impiegare la cenere di una grande eruzione a depositarsi, la temperatura media di gran parte del globo può abbassarsi anche di un intero grado, forse anche più. La densa polvere vulcanica nella stratosfera diminuisce l’assorbimento delle radiazioni solari in arrivo riducendo la trasparenza dell’atmosfera, da cui temperature più basse in superficie. Un aumento della radiazione diffusa compensa in parte il calo, ma comunque una fluttuazione di appena l’1% nell’energia solare assorbita dalla Terra arriva ad alterare le temperature alla superficie anche di 1°C. In aree agricole marginali (Alpi, Scandinavia, altopiani della Scozia), la differenza può essere critica.

Nel pieno della Piccola Età Glaciale, violenti episodi vulcanici forzarono le tendenze climatiche. Tra il 16 febbraio e il 5 marzo 1601 eruttò lo Huanyaputina, un vulcano alto 4800 metri, 70 km a est di Arequipa, in Perù, emettendo negli strati superiori dell’atmosfera circa 20 chilometri cubi di sedimenti fini che sconvolsero il clima globale. L’estate del 1601 fu la più fredda dal 1400. Importanti picchi freddi connessi con attività vulcanica si ebbero nel 1641-43 (Monte Parker a Mindanao, nelle Filippine), 1666-69 (da vulcano ignoto), 1675 (ignoto) e 1698-99 (ignoto).

Se  il riscaldamento fosse prodotto dall’attività umana, come mai esso avviene anche sugli altri pianeti del sistema solare? Marte, ad esempio, presenta un cambiamento climatico assai più profondo di quello terrestre: la temperatura vi è salita di 0,6 gradi centigradi in soli 20 anni (contro gli 0,7 in circa 150 anni sulla Terra), e di conseguenza nel letto di vari uidian (solchi fluviali asciutti) ha ripreso a scorrere l’acqua. Anche su Giove si sta verificando una consistente variazione climatica: negli ultimi anni, cicloni di migliaia di chilometri si sono formati in seguito a un nuovo riscaldamento atmosferico. Che fabbrichette e macchinette ci sono su Marte e su Giove? Perfino i gretini e le gretine (seguaci della Gretina) dovrebbero capire che la causa di questi cambiamenti non può dipendere che dal Sole. Solo che, rimbecilliti dalla televisione e dal telefonino, non hanno più cervello dei classici montoni di Panurgo.

Miracoli del relativismo: a forza di ripetere la stessa cosa si riesce a far diventare “realtà” anche le nozioni più assurde. Gli ambientalisti da tempo favoleggiano di uno spaventoso innalzamento del livello marino legato a un ipotetico scioglimento dei ghiacci polari. Nel 1980 avevano previsto una progressiva fusione delle calotte polari, con un conseguente innalzamento del livello dei mari di 7,5 metri. Disegni catastrofici e fantasiose carte geografiche altrettanto catastrofiche, mostranti livelli marini più alti degli attuali di varie decine di metri, hanno efficacemente contribuito al terrorismo ambientalista. Tutto ciò era basato su modelli computerizzati di cambiamento climatico del tutto teorici, nei quali venivano caricate previsioni totalmente arbitrarie di aumenti delle temperature medie di uno, due o più gradi. I computer, naturalmente, non fanno che produrre risultati in base alla programmazione e ai dati che hanno ricevuto e non sono certo in grado di capire se producono risultati realistici o se li stanno usando per turlupinare la gente.

Sono stati i geomorfologi, e in particolare quelli del British Antarctic Survey, a fornire finalmente dati concreti, dimostrando che la gigantesca coltre glaciale dell’Antartide orientale, che racchiude di gran lunga la maggior quantità di ghiaccio sulla Terra, non ha subito alcun cambiamento almeno negli ultimi quattordici milioni di anni. Neppure la coltre dell’Antartide occidentale, più piccola, mostra tendenza allo scioglimento. Non solo, ma un aumento di temperatura sull’Antartide, anche di 5 o 10 gradi, significherebbe passare da 40°C sotto zero a 35 o 30, con l’unico risultato di facilitare l’evaporazione e quindi la formazione di nubi e le precipitazioni nevose, ciò che farebbe crescere il ghiaccio antartico invece di farlo sciogliere.

Ma poco importa che la verità venga a galla, dato che le mistificazioni mediatiche finiscono ugualmente per prevalere sui fatti. Davanti alle telecamere in mondovisione, nell’ottobre del 2009, il presidente delle Maldive, Mohammed Nasheed ed altri tredici funzionari del governo, con maschera da sub e bombole, hanno tenuto una riunione sul fondo del mare, a sei metri di profondità. La trovata, resa possibile dalla complicità dei poteri usurai che hanno speso la loro influenza per mobilitare le maggiori reti televisive mondiali, ha suscitato curiosità in tutto il mondo ed ha intensificato le paure di una possibile “fusione delle calotte polari” e di un incontrollato “innalzamento del livello marino” che potrebbe “affogare” il povero arcipelago di atolli corallini alto in media solo due metri sul livello del mare. Naturalmente, l’inconsueto spettacolo è stato anche un’eccellente trovata promozionale per attirare turisti e aiuti “umanitari” da tutto il mondo.

Uno scienziato svedese, Nils-Axel Mörner, che ha un curriculum impressionante, non certo da malascienza (è stato capo dell’Istituto di Geofisica e Geodinamica dell’Università di Stoccolma, presidente della Commissione Inqua sulle variazioni del livello del mare e l’evoluzione costiera, capo del Maldive Sea Level Project, presidente del progetto Intas su Geomagnetismo e Clima), dopo essere stato nelle Maldive per un decennio a studiare il livello marino, ha dimostrato, insieme al suo gruppo di ricerca, con prove schiaccianti, nel 2001, che il livello marino era assolutamente stabile. Mörner, intervistato da una televisione locale, annunciò questi rassicuranti risultati della sua ricerca, ma il predecessore di Nasheed ne impedì la diffusione. Salito al potere Nasheed, lo scienziato scrisse a costui per ben due volte, sottolineando che cinque congressi internazionali sulla stima dei livelli marini avevano evidenziato che i cambiamenti di livello attesi per il 2100 potrebbero variare da più 5 cm a circa 15 cm, “un valore che comporterebbe effetti di entità assai ridotta se non trascurabile per gli abitanti delle aree costiere di tutto il pianeta”. Il professor Mörner rilevava pure, nell’ultima lettera al presidente maldiviano, che, com’è ben noto, le notizie allarmistiche sull’ascesa del livello marino non sono altro che “frutto di simulazioni avventate svolte al computer e costantemente smentite dalla meticolosa osservazione del mondo reale”. La lettera concludeva: “La sua riunione di Gabinetto sott’acqua non è dunque nient’altro che un espediente e una trovata pubblicitaria del tipo di quelle di cui è maestro Al Gore e configura un comportamento disonesto, del tutto inefficace e certamente non scientifico”.

Ma la dogmatica malascienza del riscaldamento globale per colpa dell’uomo, anzi dello “sviluppo capitalistico” non doveva essere messo in dubbio, così che Nasheed potesse continuare a terrorizzare il suo popolo a scopi elettorali e finanziari. In questo poteva, e può contare, naturalmente, sull’energico sostegno degli ambientalisti, per occultare le prove scientifiche della relativa stabilità del livello marino. C’era una volta un albero su una spiaggia delle Maldive, che rappresentava il più sicuro punto di riferimento per misurare la presunta “ascesa” del livello marino, e dimostrava appunto che il mare non era avanzato affatto almeno dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Ma nel 2003 alcuni ambientalisti australiani, pensosi del bene dell’umanità, segarono quel povero albero e ne fecero sparire le tracce. In Australia il fanatismo ambientalista ha raggiunto livelli isterici, che ha portato a dimostrazioni violente di studenti manipolati dalla televisione e urlanti le medesime idiozie vomitate dal piccolo schermo.

 

 

La vigilia di Natale 2013, un gruppo di “scienziati” australiani ultrambientalisti, partito per dimostrare lo scioglimento dei ghiacci antartici è rimasto intrappolato nel ghiaccio a bordo della nave russa “Akademik Shokalsky”, salpata un mese prima dalla Nuova Zelanda. Hanno dovuto essere salvati dal rompighiaccio cinese “Snow Dragon” che, dopo averli tratti in salvo con l’elicottero, si è a sua volta incagliato nel ghiaccio. Un analista del Media Research Group del Business & Media Institute, di Washington, D.C., ha scoperto che nel 97,5% dei casi le notizie allora diffuse circa la spedizione ne avevano nascosto lo scopo originario. È lo stesso capo della spedizione, prof. Chris Turney, nel suo blog personale, a spiegarlo, affermando baldanzosamente: “Vogliamo scoprire e comunicare i cambiamenti climatici che stanno avvenendo nel sud del pianeta. I ghiacci antartici stanno scomparendo a causa del riscaldamento globale”. In realtà, secondo i dati della NASA, i ghiacci antartici stanno aumentando, mentre il clima australe si fa sempre più freddo. In Perù, per esempio, ha nevicato a fine gennaio, in piena estate.

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