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“Pater noster … fiat voluntas tua … “ (Mt 6, 10).

E ‘n la sua volontate è nostra pace” (Par. III, 85)

S.Ignazio di Loyola, in quella sua meravigliosa (ma difficile) opera che sono gli “Esercizi spirituali”, raccomanda ai suoi figli di: “cercare e trovare la volontà divina nella disposizione della propria vita per la salvezza dell’anima” (n. 1). Dopo essere riuscito a purificare il proprio cuore, l’esercitante deve essere pronto anche a combattere per realizzare il fine supremo della propria vita che è la salvezza dell’anima. E questo ovviamente avviene “facendo” la volontà di Dio.

Quando lessi per la prima volta questo insegnamento la mia prima reazione di cattolica “bambina” – molto lontana, cioè, dalla santità di quel grandissimo uomo che fu l’Autore – è stata: “Mio Dio, e come si fa? Già è tanto difficile, per noi poveri peccatori comuni, capire quale sia la volontà di Dio nella nostra travagliata vita quotidiana, che ancora più difficile è capire come essa si possa cercare e dove essa si trovi! Che significa “cercare e trovare la volontà di Dio?”.  Al corso di Teologia per laici mi avevano insegnato che, secondo S. Tommaso d’Aquino, in Dio c’è una volontà che è la sua stessa essenza, perciò essere santi significa sentire e agire in conformità alla volontà di Dio[1]. Fare la volontà di Dio è sempre stata l’aspirazione suprema degli uomini dell’Antico Testamento ed è stata sempre ribadita con forza dallo stesso Gesù. Ma oggi, in questi travagliati secoli XX e XXI, l’umanità è in grado di comprendere bene che cosa significa mettere in pratica questo difficile precetto? Il problema è scottante e forse poco adatto a essere trattato da una cattolica “bambina”come me, di certo non teologa, né filosofa, né esegeta, né “maitresse à penser”, ma solo appassionata della Parola di Dio e desiderosa di studiarla e approfondirla sempre meglio per diventare veramente degna delle parole di Gesù: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8, 21).

Perciò penso che valga sempre la pena di rifletterci sopra, ma non posso farlo da sola, e  allora in questa mia riflessione mi farò guidare da un teologo di vaglia, P. Giandomenico Mucci S.I., scrittore de “LA CIVILTA’ CATTOLICA”[2] .

Infatti il mondo moderno, relativista e nichilista, non favorisce certo la ricerca della volontà di Dio. L’asserita esistenza di tante verità quanti sono gli esseri umani rende superflua ogni ricerca di una Verità assoluta che debba prevalere su tutte le altre, dato che l’uomo avrebbe già, nella sua intelligenza, validi strumenti per capire quale sia la sua “verità” e, nella sua coscienza, troverebbe sempre una norma di condotta capace di farlo agire bene. Perché allora dovrebbe avere bisogno della volontà di Dio per operare rettamente, ossia secondo ragione, verità e morale? Invocare quella volontà sarebbe indice di fanatismo irrazionale e significherebbe evocare idee di autorità che oggi nessuno più accetta. Se poi si invita qualcuno ad abbandonarsi alla volontà di Dio, allora – secondo i presuntuosi “sapienti” moderni – si alimenterebbe la puerilità spirituale, dato che la psicologia del profondo, di freudiana memoria, insegna che l’immagine di Dio Padre non sarebbe altro che l’immagine deformata del padre terreno in un’epoca, come la nostra, nella quale se ne riscontra (o se ne lamenta) l’avvenuta perdita.

Anche se oggi le varie “denominazioni cristiane” moderne, soprattutto americane, ne hanno definitivamente abbandonato la dottrina, dopo un millennio e mezzo ancora si rintracciano, nel pensiero moderno, gli echi del Volontarismo di Pelagio – dottrina eretica energicamente confutata da S. Agostino, secondo la quale l’uomo può salvarsi da sé in virtù del proprio libero arbitrio a patto di adottare una severa disciplina ascetica – e, dopo circa quattrocento anni, del Quietismo, movimento mistico – religioso diffusosi nel XVII secolo come reazione alle pratiche ascetiche, giudicate eccessivamente formali, proposte dalla Controriforma. I sostenitori propugnavano la “passività quietista”, ossia una “via” spirituale centrata sulla passività dell’anima di fronte a Dio, sull’acquietamento dello spirito e sulla preghiera mentale mirante al  raggiungimento della totale unione dell’anima con Dio[3].

La volontà di Dio si presenta a noi in maniere diverse. San Tommaso parla di una “volontà di beneplacito” e di una “volontà di segno[4]. S. Francesco di Sales – il Dottore della Chiesa considerato il santo della mansuetudine, della dolcezza e della comprensione, ma soprattutto il maestro della spiritualità moderna nella vita dei laici – ha spiegato che la “volontà di beneplacito” sono gli avvenimenti reali, voluti o permessi da Dio, mentre la “volontà di segno” sarebbero i Comandamenti, positivi o negativi[5]. Con la prima, Dio agisce con l’uomo, ma più frequentemente senza l’uomo, come quando fa splendere il sole o cadere la pioggia, e ad essa corrisponde la conformità passiva dell’uomo; con la seconda, Dio obbliga l’uomo ad agire in un certo modo o in un certo momento, come nel IV Comandamento che impone di “onorare il padre e la madre”, ed essa ne richiede la conformità attiva.

Ma “conformità passiva” non significa subire passivamente, né rinchiudersi nella inerte rassegnazione predicata dal Quietismo, atteggiamenti spirituali che non conducono affatto alla perfezione cristiana, ma accettare liberamente di subire ciò che il Signore decide senza chiedere all’uomo la collaborazione del suo libero arbitrio. Il Signore permette che noi cerchiamo di migliorare o modificare le situazioni dolorose che peraltro derivano dalla Sua misteriosa Provvidenza, come avviene nelle malattie le cui sofferenze devono essere accettate, sia pure tentando di alleviarle con tutti i mezzi di cui la scienza moderna dispone.

Invece il problema diventa molto più difficile quando si parla della volontà di Dio riguardo agli avvenimenti futuri, perché l’uomo ignora cosa accadrà in futuro. La paura del futuro, vale a dire di ciò che potrà accadere nella nostra vita, soprattutto nei periodi di instabilità economica, o di incertezza politica o sociale, è molto comune presso tutti i popoli e ne abbiamo avuto le prove soprattutto nel corso del travagliato XX secolo. Allora l’unico antidoto contro i fantasmi dell’ignoto che spesso obnubilano la nostra mente è abbandonarci alla certezza che, ricevendo il Battesimo, siamo diventati figli adottivi di Dio, il quale non permetterà che le sofferenze e le traversie cancellino la Speranza che ci è stata donata e la “conformità attiva” si concretizzerà nella preghiera. “Allora”, esorta S. Ignazio di Loyola “pensi ciascuno che tanto più profitterà in tutte le cose spirituali quanto più si staccherà dall’amore, dalla volontà e dall’interesse proprio”[6].

Molti anni fa una mia cara amica, suora visitandina, mi regalò un libretto scritto dal gesuita francese Jean – Pierre de Caussade (1675 – 1740) che io rileggo spesso traendone sempre grande profitto spirituale perché, spiegando la via che conduce dalla conformità attiva e passiva all’abbandono confidente in Dio, chiarisce alla perfezione l’insegnamento di S. Ignazio e aiuta a comprenderlo meglio[7]. Come possiamo affidarci alla volontà di Dio nella nostra vita quotidiana con l’aiuto della Fede? Vivere la Fede significa inseguire Dio attraverso gli avvenimenti che quasi sempre sembrano nasconderLo, perché essi esprimono la volontà di Dio attraverso parole oscure che devono essere decifrate; se invece l’uomo avesse Fede “ogni cosa sarebbe corpo della Sua Parola, luogo di produzione della parola divina”.

Di  conseguenza, obbedendo ai Comandamenti ed eseguendo i doveri del proprio stato, la stessa esperienza ci rivela la volontà di Dio attraverso gli avvenimenti e la sofferenza. Quando l’anima impara ad abbandonarsi al Signore in ogni istante della vita quotidiana,il momento presente diventa “un ambasciatore che reca l’ordine di Dio: il cuore pronuncia sempre il suo fiat. Ciò che accade in ogni istante reca l’impronta della volontà di Dio”. La dottrina che deriva da questa concezione della vita interiore, secondo il P. de Caussade – se, da un lato, mi ha molto illuminato in relazione agli interrogativi spirituali di cui ho parlato poc’anzi – dall’altro mi fa tremare perché mi fa capire come hanno vissuto i grandi Santi e quanto ciascuno di noi è lontano da loro. Ma questa dottrina è anche spiritualmente affascinante e grandiosa, perché ci fa capire che solo facendo la volontà di Dio troveremo la pace, quella che nessuno potrà mai toglierci, come dice a Dante Piccarda Donati nel verso del Paradiso che ho citato in epigrafe, e ci fa desiderare spasmodicamente di imitarli.

Anche Blaise Pascal, morto tredici anni prima della nascita del Padre de Caussade, aveva percepito l’immenso valore dell’abbandono alla volontà di Dio soprattutto nei momenti – chiave dell’esistenza umana – e cioè nei momenti del dolore, della malattia e della morte che non risparmiano nessuno – e anche lui mi ha molto illuminato. “Dobbiamo cercare la consolazione ai nostri mali, non in noi stessi, non negli uomini, non in tutto ciò che è creato, ma in Dio. E la ragione è che tutte le creature non sono la causa degli accidenti che chiamiamo mali, ma che, essendone la provvidenza di Dio l’unica e vera causa, l’arbitra e la sovrana, è fuori di dubbio che si debba ricorrere direttamente alla sorgente, e risalire all’origine, per ritrovare un sollievo efficace[8]. Non sono queste parole terribili e insieme sconvolgenti? E allora il sollievo si troverà nell’adorazione silenziosa di quanto Dio, nella Sua Divina Provvidenza, ha previsto per noi fin dall’eternità e realizzato nel tempo, chiedendoci di aderire alla Sua volontà.

Concluderò allora la mia riflessione, che come sempre vuole essere soprattutto una preghiera,  facendo mia un’altra celebre supplica del grande filosofo, teologo e scienziato francese, preghiera particolarmente congeniale al mio carattere sempre timoroso delle malattie e del dolore: “Fate, mio Dio, che in una uniformità di spirito sempre costante, riceva ogni sorta di avvenimenti, poiché noi non sappiamo che cosa dobbiamo domandare, e io non posso augurarmi uno piuttosto che un altro senza presunzione e senza rendermi giudice e responsabile delle conseguenze che la vostra sapienza ha voluto giustamente celarmi. Io non so quale sia il meglio o il peggio in tutte le cose”[9]. AMEN.

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[1] Cfr Summa Theologiae, I, 19, 1.

[2] “Cercare e trovare la volontà di Dio”, LA CIVILTA’ CATTOLICA,, N. 4019, 2/16 DICEMBRE 2019-01-23

[3] Confesso che all’antico Quietismo mi vien fatto di pensare per associazione di idee quando, parlando con il mio parroco (ma mi è capitato anche in Confessione) accenno ai mali della Chiesa moderna e mi sento rispondere: “Ma di che ti preoccupi? Vivi tranquilla!”. come se io non facessi parte della Chiesa di Cristo e dovessi accettare passivamente e senza dolermene lo stato confusionale nel quale vivono oggi i sinceri cattolici attaccati alla bimillenaria dottrina della Chiesa  cattolica..

[4] Cfr. Summa Theologiae, I, q.19, a. 11.

[5] Cfr S. Francesco di Sales,  “Traité del l’Amour de Dieu”, L. VII, capp. III – VII.

[6] Cfr Esercizi Spirituali, n. 189

[7] Cfr J. P. de Caussade, “L’abbandono alla provvidenza divina”, Milano, Adelphi, 1989

[8] B. Pascal, “Lettre à monsieur e madame Périer à Clermont” in  “Oevres completes”, Paris, Gallimard, 1954.

[9] “Prière pour demander à Dieu le bon usage des maladies”, in “Oeuvres completes”

1 commento su “Come possiamo capire e fare la volontà di Dio?”

  1. Difficilissimi i momenti in cui, oppressi da preoccupazioni e dolori, ci rivolgiamo con fiducia alla Madonna o ai Santi perché intercedano per noi preso Dio. Difficilissimi perché durante la preghiera ecco che inevitabilmente fa capolino l’accettazione della volontà di Dio e allora siamo presi da una condizione spirituale che in un certo senso ci turba: da una parte, confortati anche dall’invito di Gesù “Chiedere e otterrete…”, siamo concentrati nell’ottenere ciò che desideriamo; e dall’altra ci rendiamo conto che dobbiamo accogliere la divina volontà confidando nella Provvidenza che tutto vede e conosce, al di là di ogni nostro pur assennato ragionamento. È in fondo la miseria della nostra condizione umana, della nostra infinita piccolezza: un problema non da poco. Ma io chiedo sempre al Signore di guardare nel profondo del mio cuore e, nella Sua misericordia, di avere pietà di me. E chiedo anche il soccorso della Sua Santa Mamma che mai mi ha abbandonato. Così, con Lei accanto, fare la Sua Santa volontà mi pare più facile.

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