Nolite iudicare, ut non iudicemini” (Mt 7, 1)

“Quid autem et a vobis ipsis non iudicatis, quod iustum est?” Lc 12, 57)

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Nel mio entourage familiare e sociale sono stata spesso accusata di essere intollerante, ergendomi a giudice di certi comportamenti umani, oggi molto diffusi, che a mio giudizio sono, non solo antropologicamente errati, ma anche peccaminosi, perché in contrasto palese con la legge di Dio. Quante volte, per esempio, ho sentito dire da amici e parenti: “Io non divorzierei mai, io non abortirei mai, ma non posso impedire, col mio voto, a chi non è cattolico di divorziare o di abortire”! Quindi sono stata spesso accusata, sia pure amichevolmente, di essere io a mandare direttamente all’inferno chi divorzia, chi abortisce e chi aiuta gli atri a farlo.

Questa opinione dimostra che non si crede più nell’esistenza della Verità, o meglio che si crede in tante verità quanti sono gli esseri umani. In altri termini, ognuno avrebbe il diritto di plasmare una propria verità secondo i propri gusti e le proprie inclinazioni, ritenendosi pienamente legittimato ad agire di conseguenza solo perché si è dato retta al proprio “giudizio” e alla propria “coscienza”, eletti a valori assoluti, che sarebbero totalmente autoreferenziali. In realtà non si comprende che non fare nulla per impedire, con la parola e con l’azione concreta, che siano poste in essere certe azioni ritenute sempre e totalmente cattive ma inevitabili, equivale a rendersene complici. Questo è ciò che cerco di far capire a tanti, anche miei parenti e amici, che si professano cattolici ma si astengono dal formulare giudizi su quei comportamenti, perché influenzati da quella corrente di pensiero che Benedetto XVI aveva definito come “la dittatura del relativismo”, purtroppo dilagante oggi in tutto il mondo, che ritiene impossibile possedere la Verità.

Inizialmente rispondevo che, se la Verità non esiste (perché tot capita, tot sententiae) allora sono autorizzata a pensare che non è detto che 2 + 2 sia sempre uguale a 4 e che la radice quadrata di 144 sia sempre 12. Ma confesso in tutta umiltà che qualche anno fa questa accusa, sia pure garbata e amichevole, mi punse sul vivo, ottenendo però un effetto benefico,  perché mi ha spinto a studiare più approfonditamente la Parola di Dio su questo argomento, dal momento che, nel Discorso della Montagna, Gesù parla a lungo di giudici e di giudizio. (Mt 5, 21 ss).

Ho cominciato intanto andando a cercare sul Dizionario della Lingua Italiana Devoto – Oli l’esatto significato di dei termini “giudizio” e “giudicare”. Il primo (un sostantivo) è “la capacità individuale di valutare o definire”, mentre il secondo (un verbo) significherebbe “formulare un giudizio od operare una scelta, dopo attenta e ponderata valutazione”. E’ vero che nell’uso corrente il termine “giudizio” richiama l’immagine di un tribunale che emette sentenze di assoluzione o di condanna e anche la tradizione cristiana lo usa in questo senso, ricordando a ciascuno di noi che, alla fine della vita, dovrà rendere conto a Dio delle sue opere col giudizio particolare e, alla fine del mondo, col giudizio universale. Ma cosa dice in realtà Gesù sul giudizio, sulla giustizia e su chi giudica?

Gli ebrei contemporanei di Gesù credevano fermamente che solo Dio è il giusto giudice e nessuna autorità umana può sostituirsi a Lui e Gesù, nel Vangelo, condivide sempre questa convinzione con i suoi interlocutori. “E Dio non farà giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di Lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente” (Lc 18, 7 – 8). Ma il Suo linguaggio presenta una notevole originalità, perché se è vero che Gesù disse: “Non giudicate, per non essere giudicati”, è vero che disse anche: “E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12, 57). Allora? Allora è evidente che, per non commettere errori, dobbiamo attentamente discernere, cioè “giudicare da noi stessi”, se il problema che ci si pone dinanzi  e sul quale dobbiamo prendere una decisione proviene da Dio, o se è generato soltanto dagli interessi materiali dell’uomo.

Infatti Gesù dice anche: “Chi ha orecchi per intendere, intenda” (Lc 14, 35), vale a dire “giudichi lui stesso”. Una delle tentazioni dell’umanità è sempre stata quella di scaricarsi dalle spalle ogni responsabilità per far decidere del caso a un giudice, salvo poi lamentarsi della decisione. “Uno della folla gli disse: “Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma egli rispose (a dir la verità, un po’ ruvidamente): “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore tra di voi?”. In altri termini: non avete abbastanza cervello per capire ciò che è giusto? La vita di un uomo non è nei suoi beni e la gelosia tra fratelli conduce alla morte! E’ straordinaria la modernità dell’insegnamento di Gesù, in perfetta sintonia con il Dizionario Devoto – Oli. Gesù si sottrae con decisione a quella richiesta perché intervenire in quel genere di problemi non rientra nella Sua missione di Redentore.

Il tema del giudizio è introdotto dai Vangeli sinottici e sarà poi ampiamente sviluppato da Giovanni. “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno, perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12, 47 – 48). I giudizi secondo il mondo non sono di competenza del Messia, ma neppure il giudizio ultimo. Infatti Gesù aggiunge: “Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno”. In occasione dell’incontro con l’adultera, Gesù  replica ai farisei, pronti a giudicare sommariamente e a lapidare la poveretta: “Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. E se anche giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato” (Gv 8, 16) sottolineando così l’assoluto legame esistente tra il Suo  giudizio e quello del Padre. L’insegnamento è chiarissimo: non possiamo vivere senza giudicare, ma dobbiamo farlo a ragion veduta e sempre in sintonia con la Parola di Dio. In altri termini: quell’ “attenta e ponderata valutazione” di cui parla il dizionario Devoto – Oli non è altro che la nostra coscienza che deve sempre essere orientata su Dio, così come l’ago della bussola è sempre orientato sul Nord. Questa esigenza  è al centro del messaggio della Rivelazione ed è fortemente ribadita da Gesù nella Sua predicazione. Mentre i profeti richiamavano spesso l’uomo all’importanza dell’atteggiamento interiore, Gesù insiste sul fatto che a contaminare l’uomo non è ciò che entra in lui, ma ciò che esce dal profondo del suo essere (Mt 15, 11).

Infatti come è possibile vivere, agire e parlare nella nostra vita quotidiana senza esprimere giudizi su ciò che fanno e dicono gli altri uomini? Nel discorso del “Luogo pianeggiante”, riferito da Luca e analogo al Discorso della Montagna di Matteo, Gesù esorta a non giudicare per non essere giudicati, ma aggiunge: “Non condannate e non sarete condannati” (Lc 6, 37). Bisogna cioè tenere ben separati il giudizio che giudica dal giudizio che condanna. All’adultera Gesù dice: “Neanch’io ti condanno: va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11); ma il peccato c’è stato e Gesù lo riconosce, ma fa precedere questo riconoscimento dalla rinuncia a condannare.

Io credo che riuscire sempre a tenere separati il giudizio delle azioni da quello di condanna – vale a dire odiare il peccato e amare il peccatore, secondo il noto adagio di S. Agostino – sia uno dei compiti spirituali più difficili che l’uomo debba assolvere. Gesù lo ha sempre fatto dandocene l’esempio. Quando veniamo a conoscenza di una cattiva azione o di un misfatto compiuti da un nostro simile, siamo pronti a spedire il responsabile all’inferno per tutta l’eternità e dal punto di vista umano è senz’altro giusto che il reo sconti la pena per il suo delitto ma nessuno, e tanto meno Dio, ci autorizza a scandagliare i segreti più riposti della sua anima che possono essere all’origine della sua azione. Per questo solo Dio è competente e difatti la Chiesa non ha mai stilato l’elenco dei condannati alla perdizione eterna.

Alla samaritana Gesù dice: “Hai detto bene: io non ho marito. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero” (Gv 4, 17 – 18). Questo episodio è, a mio giudizio, importante sotto un doppio profilo. Anzitutto, perché Gesù conferma quanto ho detto in precedenza a proposito della separazione dei due giudizi, prima riconoscendo il peccato, poi quanto c’è di buono e di vero nel cuore della peccatrice; poi perché, manifestando alla donna di conoscerne la vita e i segreti del cuore, le rivela (sia pure ancora un po’ nebulosamente) di essere Dio e le offre il motivo immediato per la prima professione di fede di lei: “Vedo che tu sei un profeta”,  mettendola sul cammino della conversione, sempre possibile per tutti[1].

E noi stessi come ci giudichiamo? Non lo facciamo mai in maniera equilibrata, perché usiamo nei nostri stessi confronti o troppa indulgenza o troppa severità. E allora Gesù, ottimo conoscitore della natura umana, distoglie l’attenzione dal giudizio su se stessi per invitarci a fare luce sulla nostra vita affidandoci alla misericordia di Dio. “Perché osservi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?” (Mt 7, 3). Quante volte formuliamo giudizi negativi sui nostri fratelli per leggerezza salottiera o per malignità senza pensare che anche noi commettiamo gli stessi peccati, piccoli o grandi!  Non è meglio allora invocare la misericordia di Dio su tutte le nostre azioni perché siamo tutti peccatori?

Tutta l’umanità sofferente, però, invoca e attende giustizia per i torti ricevuti. In tutta la grande letteratura poliziesca e nella relativa cinematografia i cattivi alla fine sono sempre scoperti e condannati, mentre nella realtà non sempre questo avviene. I  lettori lo sanno benissimo, perché basta scorrere le nostre cronache per vedere che molti delitti rimangono impuniti. Ma quei romanzi e quei film hanno sempre successo perché il pubblico vuole vedere trionfare la giustizia. In una serie televisiva, l’ “Ispettore Barnaby” –  che a me piace molto per l’ottima sceneggiatura, stringata e senza sbavature, l’ottima ambientazione nella provincia inglese e l’eccellente recitazione degli attori britannici, tutti di estrazione teatrale – il “cattivo” o la “cattiva”, scoperto con prove inconfutabili, alla fine vuota il sacco delle motivazioni che l’hanno indotto, o indotta, al delitto, se ne sente liberato, alleggerito del peso del proprio misfatto e accetta la punizione. Certamente è una soluzione irreale, perché è rarissimo che il reo confessi spontaneamente il suo delitto – dato che spesso accade che si auto convinca della propria innocenza, anche se schiacciato dalle prove – ma è la dimostrazione che in fondo tutti, anche i “cattivi”, inconsapevolmente, cercano la Verità e la Giustizia. E questo non è un anelito profondamente cristiano? Non è stato proprio Gesù, Via, Verità e Vita, a dire: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”?  (Gv 8, 32).

Tirando allora le somme dell’insegnamento di Gesù sul giudizio, vediamo che la sua idea è originale, pur rimanendo ancorata alla fede di Israele. Infatti Lui non era venuto per abolire la Legge o i Profeti, ma per dare loro compimento (Mt 5, 17). Sì, Dio giudicherà ciascuno, ma il Suo giudizio non deve essere un alibi per sottrarsi al giudizio sul proprio operato, perciò già da ora tutti sono invitati a giudicare bene. Inoltre, ciascuno è invitato a giudicare se stesso piuttosto che il prossimo. Dio è “dives in misericordia”; Egli vede quanto peccato c’è nel mondo, ma sospende il giudizio per poter usare misericordia: infatti, saremo giudicati da Lui con il giudizio con il quale avremo giudicato (Mt 7, 1).

Il Vangelo secondo Matteo, destinato al popolo ebraico, è imperniato sul giudizio, mentre quello secondo Giovanni è posto sotto il segno dell’Amore. Ma le due tradizioni non sono distanti come potrebbe sembrare. In Giovanni Gesù dice: “Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio” (Gv 7, 24). In Matteo la frase è analoga: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Quindi sarà solo l’Amore l’unità di misura con la quale saremo giudicati.

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[1] E’ quanto avviene nell’episodio di Zaccheo: Gesù si autoinvita a casa del peccatore e, prendendo Lui come sempre l’iniziativa, lo stimola alla conversione (Lc 19 , 1 – 10).

1 commento su “Cos’è il “giudizio” e che significa “giudicare” secondo il Vangelo?”

  1. Ottimo articolo
    Il punto centrale è questo” Quando veniamo a conoscenza di una cattiva azione o di un misfatto compiuti da un nostro simile, siamo pronti a spedire il responsabile all’inferno per tutta l’eternità e dal punto di vista umano è senz’altro giusto che il reo sconti la pena per il suo delitto ma nessuno, e tanto meno Dio, ci autorizza a scandagliare i segreti più riposti della sua anima che possono essere all’origine della sua azione”
    Il giudizio è sia doveroso che a volte necessario, il distinguo è giudicare gli atti o giudicare la persona.
    Gli atti debbono essere sempre giudicati in armonia con il kerigma gesuano, giudicando in quanto atti, tali giudizi possono essere anche una nostra protezione verso chi ci annuncia un altro “vangelo”.
    Al contrario, non si deve e non si può giudicare la persona in quanto persona, giacché tale giudizio a che fare con il suo “Io”, con la sua coscienza, con la sua consapevolezza, con il suo intelletto, i quali sono ben conosciuti da Dio, e, a volte in una certa misura anche alla persona stessa.
    Grazie Carla D’Agostino per questo articolo

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