Destra e Sinistra tra passato e presente

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Per gentile concessione dell’editore, riprendiamo il capitolo scritto da Luciano Garibaldi e pubblicato nel libro a più mani «LA SINISTRA HA FALLITO? OPINIONI A CONFRONTO», edizioni Solfanelli (160 pagine, 12 euro). Tra gli autori, oltre a Luciano Garibaldi, Adalberto Baldoni, Rino Cammilleri, Gianfranco de Turris, Gennaro Malgieri, Marcello Veneziani  e numerosi altri giornalisti e scrittori. Il libro è a cura di Italo Inglese. La postfazione è di Riccardo Cristiano.

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Il superamento dell’antinomia Destra-Sinistra fu il leit-motiv dei primi anni Novanta del secolo scorso. Subito dopo la caduta incruenta del muro di Berlino, nel novembre 1989,  le élites intellettuali dell’Occidente, comprese quelle italiane, lanciarono lo slogan della «trasversalità»: non le ideologie, ma le cose, la Realpolitik, dividono gli uomini. Era soltanto una moda o l’inizio di una nuova era nei rapporti politici? In realtà, si trattò di una parola d’ordine lanciata dalla Sinistra come comoda scappatoia dalle proprie responsabilità dopo il rovinoso crollo del comunismo, e non per nulla fu sostenuta da intellettuali, filosofi e politici che nella Sinistra avevano sempre sguazzato, gente che aveva, come si dice con un facile ma eloquente slogan, il cuore a sinistra e il portafogli a destra.

A esortare certi fideistici e sbrigativi liquidatori del passato fu proprio il loro guru, quel Norberto Bobbio che prese le distanze dalla troppo frettolosa liquidazione della storica contrapposizione. La sinistra doveva dunque restare tale: con tutto il peso dei suoi fallimenti, delle sue sconfitte e, soprattutto, dei suoi crimini.

Ma vediamo intanto che cosa è stata la Destra, in Italia, specialmente nella seconda parte del secolo ventesimo. C’è stato un tempo in cui la Destra, in Italia, ha rappresentato valori concreti su cui costruire la società. Era prima che iniziasse la sua demonizzazione. Parlo dei primi Anni Cinquanta, quando tra i giovani, specialmente nelle Università, si verificò una sorprendente ondata di nazionalismo e di anticomunismo. Ne fui testimone diretto e, in minima parte, anche protagonista.

Nel 1953, quando il generale inglese Winterton fece sparare sulla folla a Trieste, uccidendo nove giovani che dimostravano per l’italianità della città, “requisita” dagli Alleati, tutta la gioventù italiana scese in piazza. Io ero allora studente di liceo a Genova. Con amici come Domenico Fisichella, Piero Vassallo, Gianni Madeo, Giano Accame e molti altri, “occupammo” pacificamente le strade cittadine, fummo aggrediti dai comunisti, fuoriusciti dai bassifondi portuali, e ci scontrammo duramente con essi.

A Genova, e nel resto del Paese, il nostro “nemico”, allora come poi e come sarà sempre, era il comunismo. L’atteggiamento del PCI sul dramma di Trieste era ripugnante: voleva consegnare la città ai banditi jugoslavi di Tito, che si erano macchiati del sangue di migliaia di nostri connazionali, gettati nelle foibe. Per questo assaltammo la Federazione genovese del PCI, che era allora in piazza Tommaseo.

E fu in quella circostanza che nacque, in molti di noi, il cosiddetto “anticomunismo viscerale”. Il comunismo era l’antinazione, la personificazione dell’asservimento ad una potenza straniera e sopraffattrice della libertà, il ricordo di una intollerabile violenza fratricida. In noi diciottenni e ventenni di allora giocava pesantemente l’eco recentissima dell’ondata sanguinosa che aveva stravolto il Paese all’indomani della guerra civile. Decine di migliaia di fascisti – che pure avevano perduto la guerra, si erano arresi ed avevano consegnato le armi – erano stati poi assassinati vigliaccamente dai vincitori, anzi da una parte soltanto dei vincitori: appunto, dai comunisti. Era una vergogna unica nel mondo, che non riuscivamo a dimenticare, non potevamo perdonare e – credo proprio, ormai – non perdoneremo mai più, visto anche che, da parte dei comunisti e dei loro figli e nipoti, non c’è stato il minimo atto di contrizione.

Eravamo fascisti, come urlavano da ogni balcone sinistro? Ma nemmeno per idea. Eravamo sinceramente democratici, credevamo nel valore delle elezioni, volevamo che i politici rispettassero la volontà della maggioranza, e si ponessero al servizio della nazione senza nulla pretendere in cambio, se non la gratitudine dei concittadini. Questa era e deve essere, essenzialmente, la Destra.

C’erano, tra noi, molti che si ispiravano alle idee del fascismo, soprattutto del fascismo della RSI, ma l’amalgama, il cemento che ci teneva uniti era il desiderio di pacificazione, la voglia di farla finita con la stagione dell’odio che aveva visto tanti lutti e tante tragedie nelle nostre famiglie. Poi, si capisce, i nostri nemici, i comunisti, nell’intento di demonizzarci, ci definivano tutti “fascisti”. Facevano – è proprio il caso di dirlo – “di ogni erba un fascio”.

In realtà eravamo soprattutto cattolici, tradizionalisti, controrivoluzionari, cultori della legge e dell’ordine. Per noi, la proprietà privata e la libertà personale erano cose addirittura sacre. E incominciavamo a provare nausea per i partiti politici che, sempre più evidentemente – a cominciare dallo scandalo dell’INGIC (Istituto nazionale gestione imposte di consuno) – si impossessavano delle risorse pubbliche, facendo poi pagare sempre più tasse ai cittadini, senza che i servizi essenziali funzionassero. Se tutto questo, per i nostri nemici mortali, era “fascismo”, ebbene, ecco perché non potevamo non dirci fascisti.

Purtroppo, quella stagione non ebbe un seguito, ma rimase soltanto una ventata destinata ben presto a spegnersi. Entrarono in gioco, potentemente, le complicità ciellennistiche (da CLN, Comitato Liberazione Nazionale), cioè gli accordi spartitori tra le forze che avevano dato vita alla Repubblica, quella che si suol chiamare “la Prima Repubblica”, ma che io preferisco chiamare la “Repubblica di Dongo”.

I partiti si impadronirono dello Stato, agevolati da una Costituzione che era stata forgiata proprio per consentire loro di realizzare il più gigantesco bottino della storia millenaria del nostro Paese. Priva di un sicuro punto di riferimento come avrebbe potuto essere la Monarchia, la nazione divenne preda di bande che miravano a spartirsi la torta.

Per gli ideali non c’era più posto. Socialcomunisti (come si chiamavano allora) e democristiani iniziarono quel gioco delle parti che poi si sarebbe chiamato “consociativismo” e che consisteva nel depredare le risorse del Paese. Fu allora che molti di noi si estraniarono dalla politica, trasformandosi in una specie di fiume carsico che, per decenni, ha continuano a scorrere da qualche parte, misteriosamente, e che è tornato quasi miracolosamente in superficie con la grande svolta tuttora in corso.

In omaggio alla verità storica, va detto che, in tutti questi anni, una forza politica di destra, saldamente organizzata, è sicuramente esistita. Ed è stata il Movimento Sociale Italiano, che ha sfidato ogni tipo di insulto, ogni specie di demonizzazione, e i suoi militanti persino l’incolumità fisica, pur di tener fede all’irrinunciabile principio dell’anticomunismo e della difesa della morale e dell’onestà in politica.

La pregiudiziale fascista di questo partito ha impedito a molte energie di destra di condividerne, se non indirettamente, le battaglie. Ma il confluire di una tradizione sicuramente pulita e cristallina, pensosa del bene pubblico, nella più vasta aggregazione dell’Alleanza Nazionale, ha reso concretamente possibile il ritorno, in Italia, di una grande prospettiva storica di Destra: esattamente ciò che nei decenni scorsi il Partito Liberale, tradendo le sue origini, le sue tradizioni, i suoi campioni del passato, non era mai riuscito a realizzare. E mi limito a ricordare lo slogan che andava di moda ai tempi della segreteria di Valerio Zanone: «Il Partito Liberale si colloca a sinistra della DC».

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