“Un estranio giovinetto / Si posò sul monumento: / Era folgore l’aspetto, / Era neve il vestimento. / Alla mesta che ‘l richiese / Dié risposta quel cortese: / E’ risorto, non è qui” (Alessandro Manzoni, La Resurrezione)

 

 

La Resurrezione di Cristo è un evento storico, ma talmente eccezionale e inaudito che può essere accettato solo per fede. La Chiesa, ben consapevole di ciò, ce lo rammenta da duemila anni, riproponendolo ogni volta alla nostra meditazione, al fine di consentire alla ragione e al cuore di ciascuno di noi di fare quella scelta libera e responsabile dalla quale dipenderà il nostro essere o non essere cristiani.

Nelle narrazioni evangeliche questo evento storico è testimoniato in modi diversi. Vi è anzitutto l’affermazione della scoperta del sepolcro vuoto, il mattino seguente al sabato in cui avvenne la sepoltura e della spiegazione di questa scoperta, nonché del significato ad essa attribuito; vi è poi l’apparizione, ad alcuni testimoni particolari, del Cristo risuscitato, vale a dire passato con il corpo e con l’anima a un tipo di vita inaccessibile all’esperienza empirica. Cercherò di commentare, da cattolica “bambina” – quindi non teologa, né esegeta, ma solo studiosa – il primo problema, quello del “sepolcro vuoto”, rimandando la riflessione sulle apparizioni del Risorto ad altra occasione.

Il problema della sparizione della salma del Condannato ha suscitato contestazioni fin dalle origini del Cristianesimo. Alcuni hanno negato il fatto stesso; altri, senza negarlo, l’hanno spiegato senza ricorrere alla resurrezione, quindi è necessario valutare, seguendo passo per passo i quattro Vangeli, tre testimonianze: quella delle donne, quella degli apostoli, quella dei soldati posti a guardia di quella tomba tanto fuori del comune.

La testimonianza storicamente fondamentale sulla scoperta del sepolcro vuoto è quella delle donne. I quattro Evangelisti concordano nel dichiarare che “dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana” (Mt 28, 1), alcune donne si recarono al sepolcro – dove, la sera della Parasceve (la vigilia del sabato), era stato deposto il corpo di Gesù – per renderGli gli onori funebri. Questo è un inoppugnabile dato storico della vita quotidiana del tempo, perché nel giorno di sabato quel gesto era proibito dalla Legge, in quanto avrebbe interrotto il riposo rituale ebraico. Tuttavia essi non concordano sui nomi delle donne ma tutti e quattro attribuiscono un ruolo preponderante a Maria di Magdala la quale, secondo alcuni esegeti, avrebbe, rispetto al gruppo delle donne, un ruolo parallelo a quello di Pietro rispetto al gruppo degli apostoli, anche se nel Cristianesimo primitivo non c’è parallelismo tra il ruolo degli apostoli e quello delle donne. A quelli spetta la tradizione ufficiale, la proclamazione pubblica; a queste una testimonianza mistica, parallela a quella dei Dottori, ma del pari degna di fede. Infatti S. Paolo non nomina le donne nel suo elenco delle apparizioni perché, nel suo testo, si tratta di tradizione ufficiale.

Non bisogna dimenticare però che nella Nuova Alleanza instaurata da Gesù “non c’è più uomo né donna” perché siamo tutti ugualmente chiamati, e infatti non è presso alla tomba che il gruppo delle donne compare per la prima volta: quando Gesù “percorreva città e villaggi … erano con Lui i dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità” (Lc 8, 2 – 3). Queste stesse donne, che dalla Galilea avevano seguito Gesù per servirLo, avevano assistito, sia pure “da lontano”, alla crocifissione (Mt 27, 55 – 56). Però solo Giovanni, la cui tradizione è autonoma rispetto ai sinottici, ricorda che sul Calvario erano presenti “la madre di Gesù e la sorella di lei, Maria di Clopa e Maria di Magdala” (Gv 19, 25).

Le donne appartengono a due gruppi distinti, anche se i Vangeli non forniscono gli stessi nomi. Matteo e Marco nominano le parenti di Gesù: Maria madre di Giacomo Minore e di Giuseppe; Giovanni ricorda la sorella della Madre di Gesù, Maria moglie di Clopa; forse Salomè, madre dei figli di Zebedeo Giovanni e Giacomo Maggiore. Questo gruppo di parenti di Gesù ebbe un ruolo importante nella primitiva comunità cristiana perché Giacomo Minore sarebbe diventato il primo vescovo di Gerusalemme e suo successore sarebbe stato Simeone, figlio di Clopa e quindi cugino di Gesù. Questi dati, riportati da Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica, attribuiscono autenticità storica a tutta la vicenda della Passione e Morte di Gesù.

Il secondo gruppo è quello delle donne miracolate e convertite di cui parla Luca. Anzitutto Maria di Magdala, l’unica nominata da Giovanni a proposito del sepolcro vuoto e la cui testimonianza evidentemente apparve alla Chiesa primitiva di eccezionale importanza; vengono poi Giovanna, moglie di Cuza, e Susanna, che però non è più nominata nel Vangelo

Per esaminare la scoperta del sepolcro vuoto dal punto di vista strettamente storico, è necessario tralasciare momentaneamente la questione dell’apparizione dell’angelo. Leggiamo in Marco: “Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro? Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande … Esse fuggirono via dal sepolcro e non dissero niente a nessuno perché avevano paura” (Mc 16, 2; 4 – 8). Riferisce Luca: “Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù”, ed erano “ancora incerte” (Lc 24, 3 – 4). Giovanni è più preciso: Maria di Magdala si reca al sepolcro “mentre era ancora buio”; vede la pietra rotolata; corre a cercare Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava e dice loro: “Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!” (Gv 20, 1 – 2).

Gli esegeti più accreditati, come Jean Daniélou[1], ritengono che la scoperta del sepolcro vuoto sia parsa alle donne più come una nuova sciagura, dopo quella della morte di Gesù, che come un dato significativo della Resurrezione; lo sconcerto per la scoperta della sparizione della salma apparterrebbe allo stadio più antico della tradizione e sarebbe stato un puro fatto, oggetto di dolore e di scandalo al pari della la Passione e della Sepoltura. Solo dopo, con l’apparizione dell’angelo, il suo significato sarà compreso e questo è ciò che traspare dal testo di Giovanni: infatti perché le donne sarebbero dovute fuggire spaventate, se l’angelo fosse già apparso? Quindi, invece di essere un’invenzione posteriore, il sepolcro vuoto appare come un dato di fatto che non fu compreso immediatamente.

A confermare la testimonianza delle donne si aggiungono le testimonianze di Giovanni e quella di Matteo. Giovanni – con una precisione che difficilmente poteva venire da uno che non fosse stato testimone oculare – riferisce che Maria di Magdala corse ad annunciare a Pietro la scomparsa del corpo di Gesù; Pietro si recò al sepolcro insieme al discepolo che Gesù amava e che è lo stesso autore del Vangelo,  circostanza, questa, che rende la narrazione ancora più credibile; questi arrivò per primo al sepolcro e “chinatosi, vide le bende per terra ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette” (Gv 10, 5 – 8). Fino a questo momento, secondo Giovanni, non vi sono apparizioni di angeli. Queste si verificheranno solo più tardi, quando Pietro e Giovanni “se ne erano tornati di nuovo a casa” e Maria di Magdala,  rimasta sola e in lacrime davanti al sepolcro, venne confortata da “due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù”  (Gv 10, 12).

La testimonianza di Matteo è forse, dal punto di vista esegetico, ancora più interessante, perché non proviene dall’ambiente cristiano, ma da quello giudaico. Il nucleo storico più certo è che al tempo di Matteo si era diffusa tra i Giudei la “diceria” che “i discepoli erano venuti di notte e ne avevano trafugato il corpo” (Mt 28, 15). Infatti i Giudei non mettevano in dubbio la scomparsa del corpo, che non avevano certo interesse a negare, ma come la spiegano? Come una truffa: i discepoli avrebbero trafugato il corpo per far credere alla Resurrezione, e questo in parallelo con la “diceria” diffusa a proposito della nascita di Cristo. La tradizione giudaica ammetteva che Gesù non era il figlio biologico di Giuseppe, ma sosteneva che Egli era nato dall’unione illegittima di Maria con un soldato.

Matteo si propone di confutare la diceria giudaica spiegando come essa sia un’invenzione dei sommi sacerdoti. Essi sapevano benissimo che, alla domanda di Caifa se era Lui il Cristo, il Figlio di Dio, Gesù aveva risposto: “Tu l’hai detto … anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo” (Mt 26, 64) e per questa affermazione Lo avevano condannato a morte. Perciò avevano chiesto a Pilato di far sorvegliare il corpo di Gesù, chiamato “impostore”, per impedire ai discepoli di trafugarlo e Pilato aveva acconsentito (Mt 27, 62 ss).

I sacerdoti avevano sigillato il sepolcro e i soldati avevano montato la guardia, quando “vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite” (Mt 28, 4). Quindi i soldati vedono l’angelo, capiscono che il corpo di Gesù è uscito dal sepolcro. Corrono allora dai sacerdoti a denunciare l’avvenimento. Questi, ben lungi dal convertirsi, decidono addirittura di corrompere le guardie con una somma di denaro perché dicano: “I discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato mentre noi dormivamo”, con la promessa di mettere tutto a tacere se la notizia fosse giunta all’orecchio di Pilato. Ma questo intrigo, indegno di personalità come quella dei sacerdoti, si rivela per loro un’arma a doppio taglio, perché non si sono dubbi che le guardie siano state testimoni dell’intervento di Dio dal momento che essi hanno visto l’angelo del Signore rotolare la pietra[2].

Secondo Jean Daniélou, la narrazione di Matteo avrebbe solo una funzione apologetica finalizzata a smentire la “diceria” giudaica. Matteo è l’unico evangelista che parla delle guardie di sorveglianza al sepolcro: allora come avrebbero potuto le donne entrare nella tomba se c’erano le guardie a impedirlo? Inoltre l’episodio delle guardie – che va di pari passo con l’episodio dell’angelo, anticipato proprio da Matteo – si ritrova anche nel Vangelo apocrifo di Pietro L’esegeta pensa quindi che esso sia stato elaborato a causa di una polemica giudaica posteriore. Altrettanto potrebbe dirsi dell’accusa fatta a Gesù di essere un “impostore” che compare solo in questo caso e non corrisponde all’atteggiamento dei capi dei Giudei nei confronti di Gesù.

Se la storicità dell’episodio riferito in Mt 20, 11- 15 appare contestabile, nondimeno essa ci induce ad alcune importanti riflessioni che avvalorano alcuni dati di fatto. Anzitutto, sia i discepoli che i Giudei hanno affermato che il sepolcro era stato trovato vuoto; poi, nessuno ha mai sostenuto che il corpo di Gesù era stato ritrovato; infine, la leggenda del corpo di Gesù trafugato dagli apostoli fu prodotta dalla polemica anticristiana ebraica sviluppatasi più tardi per spiegare in qualche modo l’enigma della tomba vuota.

Ma la spiegazione più logica di questo mistero rimane per noi quella data dall’angelo: E’ RISORTO, NON E’ QUI’!

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[1] J. Daniélou, “”Resurrezione”, Siena Cantagalli, 2008

[2] Questa circostanza, a mio giudizio, offre il fianco a una grave accusa che ha attraversato i secoli: quella secondo la quale i veri assassini del Cristo sarebbero stati proprio i sacerdoti del Tempio, se non tutto il popolo ebraico. Io, ovviamente, non ho titoli per poter prendere posizione.

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