“Beati qui esuriunt e sitiunt iustitiam, quoniam ipsi saturabuntur” (Mt 5, 6).

“Dico enim vobis: Nisi abundaverit iustitia vestra plus quam scribarum et pharisaeorum, non intrabitis in regnum caelorum” (Mt 5, 20).

“Non omnis, qui dicit mihi: “Domine, Domine”, intrabit in regnum caelorum, sed qui facit voluntatem Patris mei, qui in caelis est”. (Mt 7, 21).

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Gesù sta pronunciando il “Discorso della Montagna” e le Sue tre affermazioni che ho riportato in epigrafe, insieme a quelle che immediatamente le seguono (Mt 7, 24 –  27), ne riassumono il significato e il messaggio. Gesù ha esposto, con l’autorevolezza che tra poco le folle Gli riconosceranno (Mt 7, 28 – 29), “la volontà del Padre che è nei cieli”, raccomandando a tutti di praticare, fino alle estreme conseguenze, la “giustizia” che si riassume nell’amare ogni proprio simile, fino al nemico.

Infatti nella Sacra Scrittura il concetto di “giustizia” è un concetto religioso. E’ ritenuto ”giusto” chi si sforza sinceramente di adempiere la volontà di Dio, che si manifesta principalmente nel Decalogo, nei doveri del proprio stato e nell’unione dell’anima con Dio. In altri termini, essa è quella condizione spirituale che oggi si suole chiamare “santità”. Tuttavia al tempo di Gesù gli scribi e i farisei erano arrivati a travisare lo spirito della legge, attenendosi quasi esclusivamente all’osservanza esterna e rituale di essa che, in questo modo, diventava solo una tecnica per ottenere la salvezza cui l’uomo aveva diritto. Così, l’uomo “in regola con la Legge” credeva di avere il diritto di reclamare da Dio la salvezza. Niente era più lontano dagli insegnamenti del Maestro. Infatti Gesù spiega che per entrare nel regno dei cieli è necessario superare radicalmente il concetto di giustizia o santità cui erano pervenuti i sapienti e presuntuosi Maestri ebraici, perché il solo che salva è Dio e la giustificazione è una Grazia cui l’uomo può collaborare con la sua fedeltà alla Parola.

E come avverrà tutto ciò? Ascoltando, meditando, commentando, ammirando,  condividendo, amando le parole di Gesù, cioè “facendo” e “mettendo in pratica” quelle parole, come segno di una reale obbedienza e di una scelta decisiva che non consente altre alternative. Non basta professare con la bocca che si è fedeli al Signore e partecipare alle liturgie in cui si ripete continuamente: “Signore, Signore!”: bisogna lasciare regnare Dio dentro di noi “facendo (precisa Gesù) la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Mettendo in pratica le parole di Gesù si obbedisce a Dio e si dimostra di aderire alla terza invocazione del “Pater noster”: “Sia fatta la tua volontà”. E Gesù ne ha dato l’esempio vivendo in prima persona questa obbedienza: tutta la Sua vita terrena è stata un perpetuo atto di sottomissione alla volontà del Padre fatta propria fino alla fine, quando ebbe (come vero uomo, oltre che vero Dio) la forza di dire: “Padre, sia fatta non la mia, ma la Tua volontà” (Mt 12, 50). In questa volontà si riassume il significato di tutta la vita di Gesù: Egli ha amato fino alla fine tutti, anche i nemici e perciò a buon diritto ha potuto affermare: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12, 50).

L’esempio è sconvolgente perché c’è anche il sottilissimo rischio opposto dal quale Gesù ci mette in guardia dicendoci quello che accadrà il giorno del giudizio finale: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome, e cacciato i demoni nel tuo nome, e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”. Sono parole che fanno rabbrividire.

Infatti sembra paradossale: Gesù non dice che costoro non hanno “fatto” la Sua volontà, oppure che hanno compiuto il male. No, essi hanno fatto molto, hanno addirittura compiuto dei miracoli, ma il Signore non li riconosce. Dobbiamo allora renderci conto che esiste la concreta possibilità che operiamo in nome di Cristo, compiamo miracoli nel Suo Nome, ma nel contempo ci siamo ingannati miseramente. Ossia a volte crediamo di fare la volontà di Dio, senza in realtà farla affatto, pur dicendo continuamente: “Signore, Signore!” Questo avviene quando siamo mossi dal desiderio di gloria personale e per indurre gli altri a lodare noi stessi anziché Dio. La differenza è sottile e spesso purtroppo è difficile rendersene conto: ecco quindi la necessità del costante esame di coscienza, dell’introspezione e dell’umiltà nel comportamento quotidiano.

L’unicità della Parola del Cristo, quella che rende Gesù ineguagliabile e diverso da qualsiasi altro fondatore di religioni sta nell’averci rivelato con grande sottigliezza la differenza tra il “fare” la volontà di Dio e il “fare” la nostra. Il primo “fare”, quello giusto che ci farà riconoscere da Lui in quel giorno, è caratterizzato dall’amore e dalla misericordia; il secondo non è mosso dall’amore per Dio e per i nostri fratelli, ma solo dal nostro EGO, quello che vuole imporsi al mondo e ottenerne l’ammirazione, anche se i frutti possono essere umanamente apprezzabili.

La conferma di ciò emerge continuamente nel Vangelo e in proposito mi vengono in mente alcuni passi sintomatici. “Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò i farisei dicevano ai suoi discepoli: Perché costui mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Gesù li udì e disse: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mt 9, 10 ss). La frase di Gesù, tratta da un famoso passo del profeta Osea (6,6), conserva la vivacità dello stile semitico. Secondo gli esegeti una traduzione più fedele al senso del testo sarebbe: “Io voglio più misericordia che sacrificio”. Ciò non significa che il Signore non gradisca i sacrifici che Gli offriamo, ma Gesù insiste sul fatto che essi devono essere sempre accompagnati dalla Carità che deve informare tutta l’attività del cristiano e, a maggior ragione, il culto da rendere a Dio. E’ quanto dobbiamo ricordare quando stiamo presentando la nostra offerta all’altare e lì ci ricordiamo che nostro fratello ha qualche cosa contro di noi. “Lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5, 23 – 24). E’ quanto proclama S. Paolo in una delle sue più belle pagine, il famoso, splendido e poetico Inno alla Carità (1Cor 13): potremmo compiere le azioni più eroiche, i gesti più sublimi, essere i più generosi filantropi del mondo e vincere tutti Premi Nobel esistenti, ma se non siamo mossi dall’Amore le nostre gesta varranno solo zero.

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5, 43 ss). Anche questo è un insegnamento sconvolgente, difficilissimo da attuare senza l’aiuto dello Spirito Santo. Come si fa umanamente ad amare chi ci fa del male ingiustamente? Chi uccide i nostri figli? Cerco spesso di mettermi nei panni di Maria ai piedi della Croce alla quale era stato inchiodato Suo Figlio ed è un pensiero che devo scacciare perché mi è intollerabile. Eppure Maria, “piena di grazia” è riuscita a perdonare perché Dio era sempre con Lei. E lo stesso Gesù ha messo in pratica per primo questo insegnamento dall’alto della Croce perdonando i Suoi crocifissori e lo stesso hanno fatto il  protomartire Stefano, che pregava per coloro che lo lapidavano a morte, e tutti i martiri, testimoni della Fede venerati dalla Chiesa. Siamo ai vertici della perfezione cristiana: amare e pregare per quelli che ci perseguitano e ci calunniano. E’ il contrassegno dei figli di Dio.

Infine, e soprattutto, il grande quadro del giudizio universale descritto da Gesù (Mt 25, 31 – 46): “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere … “ (Mt 25, 42), ove Egli rivela che saremo giudicati solo sull’amore e su ciò che avremo o non avremo fatto a ogni fratello più sfortunato di noi. Anche qui c’è un paradosso: da un lato, ci sono coloro che credono di stare dalla parte del Signore mentre Gli sono del tutto sconosciuti; dall’altro ci sono quelli che, convinti di non averLo mai incontrato, si sentono dire dal Signore stesso: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

In conclusione, non dobbiamo mai dimenticare che la misericordia di Dio deve trasparire da ogni nostro atto ed è solo su questo che saremo giudicati. Il Cristianesimo è difficile: lo sappiamo tutti e a maggior ragione lo sapeva Gesù, quando metteva in guardia i Suoi aspiranti seguaci dalle difficoltà che avrebbero incontrato (Mt 8, 19- 20). Io ho sempre pensato – con una punta, forse, di colpevole scetticismo – che riuscire sempre a fare la volontà di Dio come ci ha chiesto Gesù e come hanno fatto i grandi Santi, sia molto difficile per noi piccoli peccatori anche se, in generale, crediamo (come i farisei) di comportarci bene perché non uccidiamo, non rubiamo, non nominiamo il Nome di Dio invano e andiamo a Messa tutte le domeniche. In altri termini, non trasgrediamo il Decalogo e siamo disposti solo a riconoscerci colpevoli di peccatucci che agli occhi del mondo possono sembrare irrisori e trascurabili, di cui Dio non dovrebbe neanche accorgersi, come le piccole bugie che spesso si dicono per evitare una figuraccia e che non nuocciono a nessuno.

In realtà pecchiamo di superbia, dimenticando quanto è facile incappare nel peccato di Lucifero. E allora quando io ne prendo coscienza rientro in me stessa e recito la famosa giaculatoria coniata dai Cristiani orientali che, in poche parole riassume tutto il messaggio evangelico: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio e Salvatore, abbi pietà di me peccatrice!  

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