Giolitti: il grande statista italiano dimenticato da tutti, ora non più

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

 

.

Stiamo per entrare nel 150° anniversario della “presa di Roma”, ovvero del completamento della formazione dell’Italia unita. E’ dunque giunto il momento di fare un grande ripasso di questo secolo e mezzo, a cominciare dal ricordo delle personalità che hanno contrassegnato e determinato le sorti del Paese. Alcuni nomi che tutti ricordano: Cavour, Mussolini, Einaudi, De Gasperi. Sono loro le personalità più importanti di questo periodo? Eh, no! Ce n’è una almeno importante (se non più) quanto le altre quattro: Giovanni Giolitti, nato nel 1842, morto nel 1928. Un grande uomo politico a cui non vi è città che non abbia dedicato una via o una piazza, mentre la massa degli italiani continua ad ignorare l’importanza del suo ruolo nella storia del Paese. Vi pone rimedio «Giolitti. Il senso dello Stato», la biografia più completa del grande statista, scritta da Aldo A. Mola, massimo studioso del politico italiano, e appena pubblicata da Rusconi Libri.

Non vi è dubbio che quel 28 ottobre 1922 (giorno della «Marcia su Roma»), se Re Vittorio Emanuele III avesse incaricato l’80enne Giolitti di formare il governo, probabilmente il fascismo sarebbe stato sconfitto prima che si affermasse. Invece chiamò il 39enne Benito Mussolini, “il presidente più giovane della storia d’Italia. Giunto alla testa del governo senza essere mai stato né funzionario dello Stato, né consigliere comunale o provinciale. Direttamente da un partito e dal mandato parlamentare. Fu anche il primo non laureato a salire al vertice dell’esecutivo”.

Il saggio di Mola ricostruisce in modo dettagliato la figura di Giolitti partendo proprio dall’ultimo atto, la sua uscita di scena, corrispondente all’ingresso, nel panorama politico-istituzionale, di Benito Mussolini. Da lì, viene poi ripercorsa la straordinaria carriera politica di Giolitti, che fu cinque volte presidente del Consiglio dei ministri tra il 1892 e il 1921. Deputato dal 1882 alla morte, ministro del Tesoro e delle Finanze (1889-1891) nel governo presieduto da Francesco Crispi, e dell’Interno in quello guidato da Giuseppe Zanardelli (1901-1903), Giolitti fu il motore della svolta liberale di inizio Novecento e delle grandi riforme politiche, economiche e sociali che collocarono l’Italia tra le nazioni più evolute del mondo. Tra le principali si ricordano le leggi speciali per il Mezzogiorno, per il pubblico impiego, per l’istruzione obbligatoria, per la tutela dei beni culturali. Ma soprattutto la riforma della sanità con il diritto di tutti all’assistenza e il varo del “suffragio universale”, ovvero il diritto di tutti i cittadini al voto.

Nel 1914 tentò di scongiurare il coinvolgimento dell’Italia nella Grande Guerra: aveva capito che l’intervento bellico avrebbe richiesto  un tributo enorme di vite umane e risorse, sarebbe stato devastante per gli equilibri interni e internazionali e avrebbe interrotto gli investimenti a vantaggio del Mezzogiorno. Monarchico, liberale e democratico, otto anni dopo non vide di buon occhio l’avvento del fascismo e nel 1924 votò contro il governo Mussolini. Se il suo orientamento, in quelle circostanze fatali per la nostra storia, avesse avuto la meglio, avremmo evitato tante tragedie.

Ne parliamo con Aldo A. Mola, uno dei maggiori storici italiani, autore di numerose opere sulla monarchia in Italia, l’unificazione nazionale, la crisi del 1922 e sul referendum Monarchia-Repubblica del 2-3 giugno 1946. Dal 1980 Medaglia d’Oro per la scuola, la cultura e la scienza.

 

– Questo «Giolitti. Il senso dello Stato» è nuovo rispetto ai libri precedenti?

– «Nel 2003 (l’anno della biografia che  scrissi per Mondadori) non erano ancora disponibili molti documenti qui utilizzati sulla formazione politica di Giolitti, sulla crisi del “radioso maggio 1915”, quando venne ordito un attentato mortale alla sua vita, e sull’ottobre 1922, quando lo statista rimase a Cavour mentre nella capitale si giocava la partita fatale: la liquidazione del governo Facta, l’invito inviatogli alle 5 del mattino del 28 ottobre e il telegramma firmato dal generale Cittadini che il 29 invitò Mussolini a Roma per formare il governo. Per me questo libro è un punto di arrivo e, forse, di congedo. Auspico giovi a chi vorrà continuare la ricerca».

– Qual è l’eredità di Giolitti?

– «Un’eredità morale e civile. Lo fece intendere egli stesso in una lettera del 1926 al nipote, Curio Chiaraviglio. Ormai ottantacinquenne, Giolitti leggeva le storie delle guerre del Cinque-Seicento tra gli Asburgo e la Francia per l’egemonia sull’Europa, gli anni in cui l’Italia cadde sotto le dominazioni straniere. Come essa aveva superato tanti guai del passato, giungendo infine all’unificazione e all’indipendenza nazionale, così avrebbe fatto con quelli imperversanti, segnati dall’incipiente regime di partito unico. “La legge”,  osservava “riconosce il falegname, il filosofo, il ciabattino, l’avvocato, il cavadenti, il beccamorto ma il cittadino no. Il Civis Romanus sum è un’anticaglia. La libertà? Chi se ne ricorda? Ma il giorno in cui il popolo se ne ricordasse e la reclamasse?! Che cosa fare? Lavorare chi può ancora, stare a vedere chi non può più. Difendersi dal pessimismo. Pensare alla salute”.

Bastano questa sue parole per capire l’attualità di Giolitti, il “Grande Saggio” della storia d’Italia».

– Cavour, Giolitti, Einaudi: chi è lo statista sommo?

– «Impossibile e inopportuno fare graduatorie. Meglio stare ai fatti. Cavour ebbe la (s)fortuna di morire il 6 giugno 1861, subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia, Nessuno sa come lo avrebbe governato. Non si era mai spinto a sud di Firenze, ove andò poche volte e litigò con il Re, molto più avveduto di lui.  Nel 1944 Einaudi fu aviotrasportato dalla Svizzera a Roma per prendere le redini dell’economia di un Paese vinto, lacerato e poi sotto l’incubo del Trattato di pace, duramente punitivo. Giolitti fu cinque volte presidente del governo (1892-1921) di un’Italia che era uno Stato indipendente e che entrò nel novero delle maggiori potenze. Soprattutto, però, non dimentichiamo che i veri artefici di quell’Italia furono i Re, unici garanti agli occhi degli altri Stati: nemici, alleati, ma mai veri amici».

Condividi questo articolo:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email
Condividi su print
Print

Lascia un commento:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti alla nostra newsletter

Ogni settimana riceverai i nostri aggiornamenti e nulla di più.

Torna su