Guido Manacorda e la democrazia

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Guido Manacorda (1879-1965) fu valoroso combattente della Prima Guerra Mondiale, fondatore d’un’Associazione per la liberazione delle terre invase nel 1917, docente universitario, socio di accademie italiane e straniere, compì numerose missioni culturali all’estero, redasse fondamentali saggi eruditi in materia letteraria. Essendo conoscitore dei vari ambienti europei, fu studioso dei problemi filosofici, religiosi e politici contemporanei. Curò pubblicazioni di importanti Case editrici. Pubblicò trattati di mistica e scritti artistici, opere apologetiche contro gli attacchi mossi alla Religione. Nel 1939 uscì Il bolscevismo, sua “opera riconosciuta classica dalla critica italiana e straniera” (Dizionario Storico della Letteratura Italiana, Renda-Operti, 1952) e nel 1946 diede alle stampe Il nuovo paganesimo germanico.

Quest’uomo d’azione e di vasta cultura, poeta e narratore di pregio, nel 1939 pubblicò su Nuova Antologia l’articolo Anima e volto delle odierne democrazie. Lo studio presenta sia l’obbiettiva valutazione del regime democratico, sia i prodromi e la previsione del suo destino: aspetti entrambi di forte attualità, atti a svelare pregiudizi, illusioni e falsificazioni.

L’Autore comincia col denunciare l’invariabile “animuccia massonica” delle democrazie, che mostra “molte buone, per quanto vaghe intenzioni”, “tutte fondate” su di un “religioso sincretismo”, su “una specie di superreligione laica, punto d’incontro degli spiriti ‘illuminati'”. Così, agli inizi democratici del Settecento.

“Oggi” si tratta di “un vero plum-puding di magia e pseudomagia […] di cabala giudaica, di gnosi cristiana […] da servirsi, a seconda dei gusti, o in salsa pietistica o in salsa illuministico-razionalista.

Nel primo caso, rito scozzese […] ossequioso alla tradizione”, formalmente “puritano”. Nel secondo caso, “Grande Oriente”, “rito” “borghese e francese”, che non guarda per il sottile nel reclutare adepti, “teoreticamente” professa un “vago teismo”, ridotto a “semplice empirico ateismo”. Esso “tende ai cattolici la mano (per la verità, non proprio e non sempre respinta con quell’avversione aperta e tagliente, che sarebbe da attendersi)”. “Affarismo e arrivismo formano le sue più notevoli caratteristiche”, non senza vera e propria “furfanteria”.

Questi tratti massonici si riscontrano “nell’America centrale e del Sud, d’influsso francese” come “negli Stati Uniti […] sotto influsso anglosassone”, dove il costume “si colorisce” di “pietismo”, dove la “mentalità massonica” serpeggia nella quantità di “sette” che prosperano “sotto l’egida della bandiera stellata”. Ivi si distinguono la “dolciastra dottrinaria tolleranza” e “lo spirituale neutralismo”.

S’intende che da simili presupposti deve discendere la decadenza.

La “mentalità illuministico-razionalista” comporta la “rinuncia alla metafisica e una dottrina della conoscenza ridotta al puro dato di senso e d’esperienza”. “Per i teisti, Dio rimane […] il demiurgo”, l’architetto che fabbrica il mondo adoprando la “preesistente materia”. “L’Essere per eccellenza” è “raisonnable a modo umano, anzi francese (cartesiano minore)”.

“Per i materialisti”, tutto è “pura materia”, “misteriosamente dotata di un primitivo impulso, che […] sviluppandosi su se stesso, si matura in vita, spirito e consapevolezza.”

Si noti l’analogia con l’assurda odierna supposizione che la vita, anche umana, possa nascere da una combinazione chimica, ed evolvere, su altri ambienti planetari. Irreligiosità diffusa, subdolamente e insistentemente, da ogni stazione televisiva e dalla stampa di questo secolo.

“E gli uni e gli altri […] ancora e sempre sotto l’incantesimo del ‘sentimentale’ Rousseau,” il “dottrinario forse più tirannico che la storia moderna registri”. Da un lato, la “cieca, ferrea, meccanica legge di natura, che domina attraverso la rugiadosa iridescenza del suo ‘sentimento'”. Dall’altro lato, “la più terribile delle tirannie, quella della massa bruta, che si afferma attraverso la sua orgia individualistica: ‘Quiconque refusera d’obéir à la volonté général y sera contraint. Ce qui ne signifie autre chose, si non q’on le forcera d’être libre“.

“Idoli tutti, Voltaire, Rousseau e gli enciclopedisti.” “L’individuo: re, imperatore, idolo, feticcio […] divinità. Dio stesso – il Dio, s’intende, minore, di cui s’è detto dianzi, architetto […] è sua immagine e riflesso […] Niente sopra l’individuo”.

L'”individuo illuministico: avulso […] da ogni complesso naturale e sociale (famiglia, nazione, classe, razza, umanità); monade senza il minimo spiraglio e senza il minimo vincolo sopra e col mondo circostante, esso non riesce davvero a maturarsi in quella ‘persona umana’ cristianamente intesa, con la quale viene tanto spesso e così pericolosamente confuso”.

Quando i legislatori rivoluzionari francesi dovettero “definire la libertà nel dominio pratico”, dovettero “vincolare l’individuo” almeno “alla pluralità degli individui circostanti”. “La libertà consiste nel fare tutto quanto non nuoce ad altri. Perciò l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo non ha altri limiti, se non quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento dei medesimi diritti.” “Concezione puramente negativa ed esterna” che cade “nell’agnosticismo morale”, ovvero “nella amoralità pura. Il suicidio, ad esempio, o la rovina fisica e morale, causata dai paradisi artificiali dell’oppio, dell’alcool o della cocaina, in sé e per sé, non ledono alcun diritto altrui […] Altrettanto si potrebbe dire dell’uccisione in germe d’una vita umana, ancora non nata, e di altri altrettanti crimini, più o meno chiusi nel soggetto stesso che li compie.”

“La libertà, come sostanza ed essenza vera e profonda della vita morale, è […] positiva e interiore. Deposta da Dio in mirabile germe nel profondo del nostro spirito, solo da questo può venir a gran prova e tormento coltivata e sviluppata. E solo quando essa sia giunta, in quell’intimo, a un minimo di maturità, può acquistare il diritto di venire esercitata anche nel mondo esterno […] Per nulla, dunque, privilegio innato nell’individuo con tutta la sua pienezza e perfezione; e neppure tesoro […] largitogli da una qualche autorità umana […] invece dono divino e lenta interiore conquista […] Chi nel suo interno sia veramente riuscito a raggiungerla, non temerà più certo, che forza umana […] possa ancora rapirgliela. Ma chi, per insufficienza d’intelletto o di volere, sotto il prepotente impero degli istinti e delle passioni, ne avrà soffocato nel proprio interno il germe divino, qualsiasi libertà gli venga donata dal di fuori, o presuma egualmente di possedere, sempre schiavo rimarrà”.

“Solo chi, con volontà consapevole, si sottopone ad una disciplina per il conseguimento di una finalità superiore, tenendo gli occhi fissi sulla finalità ultima Dio, può veramente considerarsi uomo libero, o per lo meno, in luminoso cammino di libertà”. Chiunque “viva immerso nella menzogna”, “chiunque venda la propria coscienza – il caso più comune della cosiddetta ‘libera stampa’ – ; chiunque ceda il dominio sopra se stesso ai propri istinti […] va irremissibilmente considerato schiavo”. “Liberà vera altro non è che amore, sacrificio, rinunzia, disciplina, eroismo e dono”.

“Schiavitù, quel puro arbitrismo di Gide”. “Schiavitù […] quel surrealismo di André Breton, secondo il cui comandamento l’arte, ‘rivolta integrale’, andrebbe concepita come uno scendere nella strada, rivoltella alla mano, per sparare a casaccio tra la folla. Giacché, a tale estremo assurdo arriva la confusione tra libertà e arbitrio […] che la tanto celebrata e difesa ‘personne humaine’ si riduce ad una miserabile foglia trasportata dal vento. Inevitabile, tragica conseguenza, di ogni posizione, che esaurisca l’uomo nel proprio istinto; cioè in una natura prigioniera di leggi meccaniche e inesorabili.” 

“Schiavitù […] anche il dogma intellettualisticamente astratto, di una umana libertà individuale ‘absolue qui ne souffre aucune limitation’ (Revue des Ambassades, febbraio 1938)”. Donde: “lo stretto legame ideologico tra liberalismo e anarchia”.

“Da una parte […] individualismo integrale […] velato appena, quando pur lo sia, da un vago vitalismo e da un ancor più vago teismo; dall’altra, vera e propria schiavitù morale, tanto più soggetta al meccanesimo di natura, quanto più dionisiacamente sentita come libertà senza freni. Ma a codesti due tratti essenziali dell’homo democraticus, innumerevoli altri naturalmente si aggiungono […] Mi limito a segnalarne i più caratteristici.

“Complesso d’inferiorità, numero, gregge. Benissimo osservato da Kühnelt Leddihn, in un recentissimo fascicolo dell’Examiner. È il tributo che, inesorabilmente, o prima o poi, deve pagare l’individuo, che non riconosce a se stesso freni razionali. Oscillante e smarrito […] costretto ad appoggiarsi al vicino, a far gruppo […] a togliersi il più possibile responsabilità […] a farsi trasportare come un rottame da quella famosa ‘pubblica opinione’, la quale […] non è poi altro che la somma o la media delle opinioni oscillanti e smarrite come la sua.

“Complesso d’inferiorità chiama ‘risentimento’; e risentimento, egalitarismo. Proprio cioè, la contraffazione, la parodia, la negazione di quell’eguaglianza evangelica, con la quale esso viene volentieri, e non sempre innocentemente, confuso […] Egalitarismo è livello, che si vuol raggiungere, per senso acre e meschino d’invidia, attraverso costrizione di legge e di forza”.

Ci sono democratici che non si riconoscono in siffatte idee e individui; suppongono realizzabile una democrazia in cui possa prevalere la gente come loro, ossia equa e responsabile, nemica dell’errore, della corruzione, dell’iniquità, dell’eresia. Essi non si avvedono dell’utopia in cui cascano: il sistema democratico è così fatto per cui i migliori restano una minoranza inefficace, se non eliminata. Ed è ciò che noi stiamo adesso sperimentando.

“Le democrazie, una volta messo il piede sul terreno sdrucciolevole […] di necessità precipitano, quanto meno dispongono di freni atti a fermarle [allentamento dei freni che avviene in quanto i loro governanti devono sedurre il popolo e instaurare una cultura predominante, secondo i principi ideologici su esposti, per attenere il favore popolare]. Non solo più livellamento, ma addirittura vera e propria inversione di valori. Non c’è, difatti, anima sensibile di democrazia anglosassone, che non si commuova infinitamente di più alla morte di un cane o di un pappagallo, che a quella d’un indigeno coloniale […] Che se poi si tratti di un nemico reale o presunto, il piatto della bilancia sale per l’animale alle stelle, e scende per l’uomo nell’abisso. Così si spiega, come tra i più sadicamente gongolanti per le stragi compiute dai rossi nella Spagna si siano mostrati per l’appunto gli squisitissimi vegetariani e i protettori degli animali”.

Tale fenomeno si riscontra oggi in Italia, nonché ovunque anche al di fuori del mondo anglosassone.

E siccome tale ricerca di soddisfazioni e di piaceri reca dolori, “quel dolore, di cui non si riesce lontanamente a comprendere l’alta funzione morale […] cacciato con puerili stratagemmi dalla finestra, ritorna trionfalmente dalla porta grande. Tutto pur di non soffrire. Sugli altari della prosperity, della health e del comfort, ogni cosa più sacra è sempre bene sacrificata […] Paura del dolore chiama […] paura della morte; della cui provvidenziale necessità, superfluo dirlo, non si ha il più lontano sentore […] Passa così la odierna esperienza democratica fra il desiderio insaziato e insaziabile da una parte, e l’incubo e l’angoscia dall’altra.”

“Evasioni ben corrispondenti a tanto sfrenato desiderio e a tanta cupa angoscia, l’ottimismo e l’utopia”: “costume dello struzzo” e rifugio “nell’irrealtà”. “Ottimismo chiama utopia”. “Fanatismo per la scienza”. “Che altro sono infatti la maggior parte delle teorie ‘scientifiche’ delle prelodate democrazie, se non proprio squallidi, poveri miti borghesi? Ricordare, per non dire altro, i piani Young e Dawes, nel dominio stesso dell’economia, dov’esse maggiormente signoreggiano.

“Massima e bene amata tra tutte le altre utopie, com’è naturale, il ritorno dell’età dell’oro […] paese di Bengodi. Dove, se proprio non si legheranno le viti con le salcicce e non si cucineranno i maccheroni sulle montagne di formaggio, non esisterà però neppure la disoccupazione,” eccetera.

Cose da bambini, magari compatibili, “se non avessero il brutto, incorreggibile vizio di dire le bugie. Segno […] della loro immaturità (o senilità) intellettuale e morale, e del nessun senso di quella dignità umana, della quale si proclamano i paladini.”

Ecco le notizie false e bugiarde: “intere divisioni nostre messe in fuga, in Etiopia, da qualche branco di scimmie inferocite […] Legionari delle Frecce nere, respinti a graffi dalle benunghiate lavandaie di Bermeo,” eccetera. “Proprio uno dei costumi favoriti delle democrazie” sparare “a radio e a carta stampata. Tutto fa, in questo basso mondo!”

“Assai più gravi […] le campagne dell’ipocrisia. Un’ipocrisia caratteristicamente gelatinosa e attaccaticcia, che all’occhio e all’olfatto esperto […] si tradisce, al colore verde-massone di ‘Diritti dell’uomo’ e all’odore burro rancido di Bibbia riformata. Un solo esempio, tra i mille […] la Weekly Illustrated, supplemento domenicale del ben noto Daily Herald (tiratura oltre i 2 milioni) continuò per varie settimane a pubblicare un romanzo giallo, con gran lusso di ritratti e fotografie dal vero, ch’era tutto un perfido incitamento all’assassinio di Mussolini. Alle nostre proteste in via diplomatica, il Foreing Office, retto allora da Eden, rispondeva non esservi nulla a che fare, perché in Inghilterra, paese libero, la stampa è libera.

“Tutti sanno d’altronde che, sempre secondo la medesima stampa esemplarmente libera […] ogni bombardamento aereo da parte dell’aviazione nostra è sempre una meditata orgia di sangue innocente; mentre ogni corrispondente bombardamento democratico-marxista si riduce a poco più d’una pioggia di cioccolatini.”

“Ultimo, ma caratteristico tratto morale, ricorderò l’avversione profonda contro la terra, contro il paese e contro il contadino e la sua vita, dove ancora sia possibile, patriarcale […] In compenso […] l’amore sfrenato per le città e per le cosiddette ‘follie’ […] Così, per altra via, l’adoratore fanatico dell”individuo’, torna ad essere numero, folla e armento. Al quale, necessariamente rimane impossibile comprendere, che vi siano certi ‘schiavi’ – noi s’intende – i quali si sentono meglio nei cilizi dell’autarchia, che nelle taverne di Broadway”.

La “dottrina politica”. “Per uso interno, parlamentarismo; per uso esterno, Società delle Nazioni [simile all’ONU], sicurezza collettiva, pacifismo, spirito di coalizione, mania di patti e negoziati”. “Un sistema elettivo, al quale partecipano cittadini più o meno numerosi […] per la grandissima parte politicamente impreparatissimi, tanto più facilmente conquistabili, quanto più sensibili ad una propaganda chiassosa e grossolana; comprati spesso anima e corpo […] Con finzione consapevole, il sistema viene solennemente proclamato libera espressione della volontà del popolo. Il parlamento così eletto, diventa a sua volta il campo di tutte le rettoriche, la palestra di tutti gli intrighi (i famosi ‘corridoi’); il gioco, insieme vano e acerbo, di innumerevoli partiti che, simili a nubi, incessantemente si addensano e si squagliano. Tutto questo, ed è la vicenda più curiosa, per sboccare in una vera e propria dittatura: quella della ‘metà più uno’. Fra tutte, come puramente quantitativa, per l’appunto la meno intelligente.

Della Società delle Nazioni può parere ormai atto di Maramaldo il semplice discutere. Povera creatura […] espia […] le colpe dell’egoismo, suo padre e della paura, sua madre. Un egoismo feroce, che per voler lentamente, inesorabilmente soffocare altrui, finisce col soffocare se stesso. Una paura della guerra tanto isterica e folle, da diventare, essa medesima, come chi si uccida per non morire, la causa di guerra più pericolosa. E quale guerra! […] Le sacre tavole della pace così vogliono: che il conflitto di due nazioni s’allarghi sempre a conflitto mondiale.”

“Tra amore della pace e pacifismo vaneggia puramente e semplicemente un abisso. L’amore della pace […] è luce e parola di angeli sul presepe di Betlemme […] Proprio il contrario, il pacifismo: il cui balbettio tremolante si sente soltanto sulle labbra di chiusi egoisti […] o di gente pusilla, che tutto sopporta fuori del dolore. L’amore della pace, a somiglianza della libertà, si conquista solo attraverso le prove più dure, non si disgiunge mai dalla giustizia […] Il secondo, invece, che di giustizia non vuol sentire lontanamente parlare, pur di non subirla, la prova, si piega ad ogni bassezza.”

“Economia democratica. Anche qui, un curioso neutralismo, che perennemente oscilla, a seconda delle circostanze, dalla visione più reazionaria, all’ostentata simpatia per il bolscevismo […] Reale, invece, e sincerissimo, lo stato d’animo reazionario. Lo rivela in pieno la concezione, che principio, essenza, soggetto intrinseco della ricchezza sia il capitale […] e non invece, l’uomo, il lavoro e la produzione. E che, per conseguenza, sia il capitale, che produce il lavoro, e non il lavoro che produce il capitale […] Ammesso […] al lavoro, solo quel numero di lavoratori che la quantità del capitale disponibile permette, o il tornaconto, o anche semplicemente l’insindacabile capriccio del capitalista vogliono, tutti gli altri ne restano automaticamente esclusi […] Ridotto così l’elemento cosciente (uomo) alla piena mercé dell’elemento bruto (denaro), esso è costretto a vivere perennemente sfruttato da pochi individui o gruppi, attraverso […] società anonime, alta finanza ebraica, trusts, monopoli, speculazioni di titoli e di divise, e via dicendo”.

“La stessa fonte della vita viene, per l’applicazione di siffatta dottrina, lentamente, ma inesorabilmente a inaridirsi. Una volta che […] l’incremento della vita non venga più sentito per quel che realmente è […] ma soltanto come un danno e peso morto, il maltusismo (Birth control) subito, necessariamente si afferma in tutta la sua opera di consunzione e distruzione. E vita e ricchezza, insieme, tragicamente periscono.”

La verità di questo asserto si costata con l’attuale denatalità in Occidente e con i suoi effetti deleteri.

“Perfettamente marxistica […] la concezione secondo la quale e vita e storia umana, non soltanto vengono strettamente legate al possesso e processo economico, ma ad essi inesorabilmente si sottopongono, con conseguente soppressione di ogni autonomia morale […] Altra posizione marxista, il riconoscimento […] della ‘lotta di classe’, intesa come elemento creatore della storia ad essa immanente; e del diritto di sciopero, anche quand’esso investa i pubblici servizi e minacci gli interessi della Nazione”.

La democrazia “scopre la [propria] debolezza e la paura per le quali, pur volendo concedere il meno possibile, finisce col concedere, a poco per volta, sempre di più.”

Per quanto premesso, osserva il Nostro, è stata conseguente la “famosa catastrofe di Wall Street” nel 1929. Una sua causa, cominciata molto tempo prima e sussistente, fu “la rapida, radicale distruzione della proprietà media e piccola (The Grapes of Wrath di Steinbeck!). Più tragiche ancora le conseguenze di quella ‘sovraproduzione’ che, artificialmente e indefinitamente suscitando l’esigenza del consumatore allo scopo di artificialmente e indefinitamente crescere lo spaccio della merce, viene ad agire proprio al medesimo modo e col medesimo fatale risultato degli stupefacenti: il crollo, dopo l’eccitamento e la fittizia beatitudine. (Al momento attuale, circa 12 milioni di disoccupati)”.

“Neppure può stupire che l’Inghilterra, nonostante la sua lunga, immensa, passata floridezza (relativamente chiusa, tuttavia, in poche classi privilegiate) non sia mai riuscita a cancellare la vergogna degli slums per tutto l’East End della sua capitale […] né a rendere meno disumane le condizioni dei minatori del Galles. E la Francia, pur dotata dalla natura delle più mirabili risorse, dopo tanto sbandierare di Liberté, Egalité, Fraternité, e tanto dissertare di personne e dignité humaine, si sia ridotta col franco a circa metà valore della nostra lira e a una riserva aurea per due terzi dissipata, alle famose occupazioni delle fabbriche, al caro vita, allo spopolamento, al pervertimento, alla spaventevole delinquenza infantile, alla completa inefficacia dei freni della giustizia, alla disorganizzazione dei servizi più essenziali.”

Qui Manacorda si rivolge agli “intellettuali, artisti, scrittori e pensatori dei vari paesi […] i quali, nella loro scontentezza e inappagamento eterno, vanno disperatamente in cerca di una Terra Promessa, dove ogni loro bizza o stravaganza sia, non solo concessa, ma rispettata e ammirata”.

“Ebbene, tempi aurei per le arti, o la poesia, o il pensiero, o la scienza, o, molto più spesso, per tutti insieme” si trovano nei regimi autoritari o quasi assoluti di Pericle, dei Tolomei, di Augusto imperatore, degli Hohenstaufen, delle signorie del Rinascimento, di Elisabetta d’Inghilterra, di Filippo II, di Luigi XIV, Re sole, di Federico il Grande, di Napoleone, di Piero il Grande e di Caterina II.

“E mi guardo bene,” egli aggiunge, “dal dimenticare e dal disconoscere le fioriture splendide delle colonie greche, dei nostri Comuni, delle città germaniche libere e anseatiche. Solo mi permetto osservare, che se il buon Socrate fu costretto a bere la cicuta; e Dante, a andar pellegrino e a morire in esilio, condannato e infamato come barattiere […] n’ebbero colpa […] per l’appunto  autentiche democrazie”.

Manacorda conclude costatando la vecchiezza delle democrazie e prevedendone la “vicina morte”. “Se anche con uno sforzo supremo riusciranno a render nobile e a far pagar cara la propria morte, non per questo si salveranno.”

Il presagio del Nostro si è rivelato sostanzialmente esatto. Se le democrazie secondo il loro statuto proclamato e propagandato non sono mai esistite, ora si mostra evidente la loro fine, non solo perché sono governate da oligarchie vendute a un centro di potere plutocratico, ma perché sono finite presso il popolo che, in maggioranza, rigetta la classe politica e dirigente democratica, e non elegge un diverso regime solo in quanto ne manca il valido promotore.

La guerra vivificò le democrazie, che in quel frangente dovettero sottostare a una disciplina di tipo militare, anche nella vita civile. La vittoria contribuì a sostenere la propaganda democratica. Tuttavia il democratico deterioramento dei costumi avviò il processo per cui il disegno massonico del governo settario, segreto, mondiale, poteva prendere piede: mediante il pervertimento morale delle nazioni. Il disegno potrebbe fallire, dati i sentimenti di identità nazionale inestinguibili nei popoli, ma non saranno le spente democrazie a restituire ai popoli qualcosa della loro dignità.

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