I segni particolari della degenerazione culturale

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Per chi frequenta il nostro ambiente, le nostre pagine cartacee o trasmesse in Internet, sono ormai note le volgarità, le profanazioni, le svariate imposture della cultura imperante (a cominciare dalle leggi e da chi pon mano ad esse, fino all’informazione). Però ci sono certe pieghe, certe rughe, certi tic, certe smorfie, certe espressioni ambigue e luciferine sul volto della cultura attuale le quali passano inosservate, colpiscono e irritano soltanto il subcosciente. Di solito, l’impressione ricevuta finisce lì; mentre l’azione nociva allo spirito, voluta o eseguita per opportunismo, può fare il suo corso.

Non sarà senza interesse esaminare alcuni caratteri peculiari, apparentemente trascurabili, delle arti odierne, che contribuiscono al lavaggio dei cervelli. Anche quelli restii a farsi standardizzare, non sono sempre  consapevoli dell’intera macchinazione che li minaccia.

Si è fatto caso ai colori impiegati nelle immagini che compaiono alla televisione e anche nel cinema? Si tratta della creazione d’un’atmosfera circostante, di immergere lo spettatore in un ambiente generico, di proiettarlo in uno sfondo consueto. A questo fine i colori sono basilari, a prescindere dallo svolgimento dei temi e dalla rappresentazione. Ebbene, in quelle immagini ricorrenti e in quelle scene o scenografie, il blu scuro piuttosto opaco, deprimente, la fa da padrone. Spesso lo accompagna un rosso mattone, altrettanto crudo, privo di lucentezza. Il nero, il buio, poi avviluppano le cose e le persone, talvolta avanzano e penetrano fra di loro.

Emblematico a tale proposito è lo spettacolo strapubblicizzato di Fiorello, dove l’elettricità e le scattanti scenette umoristiche – tralasciando di entrare nel merito – dovrebbero essere gioiose in un contorno meno alieno, entro luci meno tetre.

Emblematica è la sigla Rai dei telegiornali. Qualcuno saprebbe giustificare il suo essere affogata nel suddetto blu di pessimo gusto? La stanza dei notiziari rimane avvolta dalla stessa opprimente tonalità. Si presume che la gente vi si sia assuefatta e dappertutto la si adotta per stare al passo con la moda. Alcuni anni or sono imperversarono le luminarie natalizie composte di led azzurrigni. In seguito, hanno dovuto ripiegare su ornamenti di un colore meno funereo, ma la sostanza è cambiata poco. 

A ben vedere, la tetraggine descritta non sta da sola, sorse in continuità, e resta in compagnia, con il tipo d’illuminazione di musei, pinacoteche, mostre e rassegne, dove il visitatore è circondato dal buio o da una greve penombra, che mortifica spesso la sala o il salone che contiene le opere e i reperti. L’individuo è messo a disagio di fronte all’opera d’arte, al cimelio, al pezzo raro nella vetrina: i soli degni d’essere illuminati, e tuttavia condannati a un isolamento innaturale.

Forse su questo argomento abbiamo già scritto abbastanza, come sui fondali e sulle scenografie di teatro, in cui, a prescindere dagli aggiornamenti ideologici dei costumi e delle ambientazioni, si fanno mancare la luce, le tinte vive, il sole, anche quando dovrebbero esserci.

L’allarme pel disastro climatico che si pretende sia causato dall’uomo, fa pure riscontro a un disegno di oppressione, di malessere, d’insicurezza attuato mediante ricorrenti cappe oscure, disegno a sua volta funzionale al piano di snaturamento, d’indebolimento dell’uomo e di corruzione delle identità nazionali. Piano che mostra già qualche profonda crepa.

Un fatto nuovo si è pure verificato nella storia del cinema, sia televisivo che destinato ai cinematografi. Mi riferisco alle battute sussurrate e alle parole mangiate. Mangiarsi una lettera, una sillaba, le parole giova forse al film? Sussurrare sciattamente quando si potrebbe parlare chiaro rispetta il realismo? Può darsi che questo vezzo di recitazione rispecchi la decadenza della presente società. Il guaio è che questa decadenza non viene affatto riconosciuta, ma ci si comporta come fecero gli americani con l’inglese che, siccome era lingua appartenente agli aristocratici cugini, non trovarono di meglio che bistrattarla con accenti nasali, sprezzanti, sgarbati e con deformazioni peggiorative. Era una maniera volgare per sostenere la propria indipendenza e libertà, i cui concetti s’accordavano perfettamente con la cafoneria. Non si corregge la prosopopea sostituendovi la rozza ignoranza.

Ora la cattiva e poco comprensibile parlata degli interpreti delle nostre storie televisive e cinematografiche, oltre a fare il paio con l’abuso dei dialetti e con la spregevole esterofilia del linguaggio, facilita la recitazione di attori che se la vedono brutta con i modi educati e la dizione chiara. Se poi gli spettatori (specie quelli che non hanno dimestichezza con la trasandatezza lessicale e il gergo di certi ambienti) fanno fatica a intendere, pazienza: è un altro modo per tenerli in soggezione, occupare le loro meningi, distrarli dall’essenziale, render loro la vita difficile. Sennonché gli spettatori hanno cominciato a stancarsi, e ne abbiamo già le prime prove evidenti nel campo della politica.

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