Il dominio americano sul mondo – “Libertà”, “democrazia”, guerre, massacri, usura/III

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Terza e ultima parte: l’ascesa a superpotenza – strategia imperiale globale e semi di rovina

Per leggere la prima parte, clicca qui

Per leggere la seconda parte, clicca qui

 

L’ascesa a superpotenza

Forti della loro lunga esperienza nel portare la pace (eterna) nelle Americhe ed oltremare, gli Usa, per bocca del presidente Woodrow Wilson, in un discorso pronunciato l’8 gennaio 1918 davanti al Senato, si impancarono a consiglieri morali sul modo di mantenere la pace. Furono questi i famosi “quattordici punti” che si possono sintetizzare come segue: “pace senza vincitori”, “eguaglianza delle nazioni”, “autogoverno dei popoli”, “riduzione degli armamenti”, “libertà dei mari”. Tutte belle chiacchiere che non fermarono l’avidità dei finanzieri americani decisi a recuperare al più presto possibile i propri crediti, da cui derivò una “pace” punitiva che impose alla Germania mostruose riparazioni di guerra e il saccheggio dei preziosi brevetti tecnologici che questa deteneva: ciò sabotò spietatamente la fragile democrazia della Repubblica di Weimar, aprendo la strada all’avvento di Hitler.

Un altro vero delitto fu la disintegrazione dell’Austria-Ungheria, fortemente voluta dalla massoneria, e in particolare dalla Trimurti formata dalle tre grandi potenze Usa, Regno Unito, Francia. Lo dimostra con inoppugnabili documenti il Feitő (1988). L’impero degli Asburgo attirava l’odio massonico in quanto ultima traccia dell’Impero cattolico europeo risalente a Carlo Magno. La disintegrazione dell’Austria-Ungheria diede la stura a feroci pulizie etniche e ad un vuoto di potere nei Balcani dove poterono fare i loro comodi prima Hitler e poi Stalin. In Russia avevano preso il potere i comunisti, e i banchieri americani non tardarono a mettersi in affari con loro, tanto che la National Gallery di Washington è piena dei capolavori dell’Ermitage ceduti da Stalin al banchiere Andrew Mellon per l’aiuto economico ricevuto.

Uno dei frutti della prima guerra mondiale fu la fondazione, nel 1919, della Società delle Nazioni, un progetto massonico che avrebbe dovuto, a parole, mantenere la pace, accrescere il benessere, migliorare la qualità della vita degli uomini (sic). In realtà si trattava del primo tentativo di organizzazione politica globale al servizio dei vincitori, e soprattutto della Trimurti massonica.

Uno dei molti disastri che la Trimurti seppe combinare fu il tracciamento dei confini polacchi. Nei confini dei vincitori, la Polonia era una provocazione che prima o poi avrebbe inevitabilmente causato una catastrofe. Infatti, senza contare l’assurdità della città “libera” di Danzica (tedesca al 97%), e della Prussia Orientale isolata dal resto del territorio tedesco, la Polonia si trovò ad avere 30 milioni di abitanti, dei quali solo 19 polacchi: gli altri 11 milioni erano costituiti da consistenti minoranze di tedeschi, ebrei e ucraini, tutte minoranze che i polacchi tendevano a trattare tutt’altro che gentilmente, specie i tedeschi.

Senza il bellicismo “democratico”, sarebbero scoppiate la prima e la seconda guerra mondiale? Certo i governi “democratici” non fecero nulla per scongiurarle, anzi versarono abbondante benzina sul fuoco. Ma a condurre la danza non erano né i governi né tanto meno i popoli. Per comprenderlo dobbiamo occuparci di un personaggio poco conosciuto: il politico, speculatore e finanziere americano di origine israelita Bernhard Mannes Baruch (1870-1965), membro della Pilgrim’s Society e del Council of Foreign Relations, le due potentissime conventicole dove si decideva il corso politico da adottare e, in definitiva, il destino del mondo. Dal 1916, durante la presidenza Wilson, Baruch fece parte della Commissione consultiva del Consiglio Nazionale della Difesa, e nel 1918 divenne direttore del nuovo Consiglio per le Industrie Belliche (War Industries Board). Era appena finita la prima guerra mondiale, ma Baruch già si batteva per un’intensificazione degli armamenti in previsione di una nuova guerra mondiale, e fu il burattinaio dei due presidenti democratici che ressero (apparentemente) gli Usa durante le due guerre: Wilson e Roosevelt.

Dietro al presidente Wilson, l’eminenza grigia era Edward Mandell House, affiliato alla conventicola massonica dei “Masters of Wisdom” (Maestri della Saggezza). House, molto vicino a Baruch, era incaricato di sorvegliare Wilson perché, col suo carattere oscillante, non deviasse dalla politica bellicista già decisa da anni. All’epoca di Roosevelt, Baruch era divenuto smisuratamente ricco e ancor più potente ed aveva il presidente sotto il suo pieno controllo. In caso di impedimento del presidente, lo sostituiva a tutti gli effetti, in barba alla Costituzione, la quale prevedeva invece l’intervento del vicepresidente. Inoltre Baruch pagava i debiti di Churchill, ridotto a mal partito dalla cocaina e dalla frenetica consultazione di maghi, ed era quindi in grado di esercitare un potente influsso su di lui. Il segretario di stato americano Harry Hopkins era pure uomo di Baruch, mentre a soffiare sul fuoco a Parigi era stato inviato un altro uomo di Baruch, l’ambasciatore William Bullitt, acceso guerrafondaio, membro della Pilgrim’s Society, del Council of Foreign Relations, agente della banca Kuhn & Loeb e trentaduesimo grado della massoneria di rito scozzese (Principe del Real Segreto).

La Germania, sotto la repubblica di Weimar, tentava, come avrebbe fatto qualunque altro paese, di venire in aiuto delle proprie minoranze discriminate e maltrattate in Polonia, Cecoslovacchia e Iugoslavia, ma i poteri forti anglosassoni ostacolarono in ogni modo qualunque soluzione di compromesso. La stampa bellicista degli stati “democratici”, specialmente Usa, Francia e il “bastione massonico” rappresentato dalla Cecoslovacchia (che si richiamava direttamente alla tradizione anticattolica dell’eresia hussita) soffiò incessantemente sul fuoco, incoraggiando i nuovi stati dell’Europa orientale a resistere a qualsiasi soluzione di compromesso che potesse consentire il ricongiungimento delle minoranze tedesche alla madrepatria. Fiumi di denaro giungevano dagli Usa, e anche dalla Cecoslovacchia per “ungere” gli influenti giornali francesi. Le mene belliciste, però, si scontravano con il comune sentire delle popolazioni. In America, Inghilterra e Francia l’opinione pubblica esultò per il compromesso di Monaco del 1938.

La megalomania del dittatore tedesco giocò a favore dei guerrafondai “democratici”, gli stessi che ne avevano favorito in ogni modo l’ascesa al potere. Fin dal 1929, il magnate finanziario e petrolifero Sir Henry Deterding finanziò gli Sturmabteilungen, le famigerate SA, l’organizzazione paramilitare (formata da invertiti) che giocò un ruolo essenziale nell’ascesa di Hitler. Deterding, direttore del gigante petrolifero anglo-olandese Shell, da un anno aveva fondato il cartello mondiale dei petrolieri. Dopo l’ascesa al potere di Hitler, il magnate anglo-olandese sovvenzionò il partito nazista con 55 milioni di sterline. L’esempio di Deterding fu ben presto seguito dalla banca americana J. Henry Schroeder & Co., diretta da Allen Dulles, futuro capo della Cia e membro della “Round Table” inglese, nonché fondatore del “Council of Foreign Relations” con suo fratello John Foster Dulles, futuro segretario di stato. Agli sponsor di Hitler si unì pure l’“International Telephone & Telegraph Corporation” (ITT), che investì nella fabbrica di aerei Focke-Wulfe e in altre imprese strategiche tedesche. Dopo la seconda guerra mondiale, la ITT ricevette dal governo americano un indennizzo di 27 milioni di dollari per i danni subiti dalle sue installazioni in Germania a causa dei bombardamenti: installazioni che saranno certamente servite a produrre armi per ammazzare anche soldati americani. La grande industria americana diede il suo efficace contributo anche alla spaventosa efficienza dell’Olocausto. La filiale tedesca della IBM, la Dehomag, fornì un completo e insostituibile supporto informativo. Usando la filiale europea nella Svizzera neutrale, aggirò i divieti del governo americano dopo l’entrata in guerra e continuò a collaborare all’automazione del massacro, anche quando era ormai impossibile ignorare quelle atrocità (Black 2001).

Intanto le guerre delle banane e le aggressioni al Messico proseguirono durante e dopo la prima guerra mondiale, fino al 1935. Tra il 1926 e il 1929 il Messico fu teatro della sollevazione popolare contro il governo presieduto dal massone Plutarco Elías Calles, che, sostenuto dalla massoneria del grande vicino del nord, aveva imposto una legge liberticida contro la Chiesa.

Forse perché impegnati a risalire la china dopo il crollo della Borsa di Wall Street del 1929, gli Stati Uniti non intrapresero altre guerre fino al loro ingresso nella seconda guerra mondiale. Va comunque ricordato che la Trimurti massonica sostenne apertamente i comunisti nella guerra civile spagnola, permettendo l’invio di “volontari”, di cui il più celebre fu lo scrittore statunitense Ernest Hemingway, ateo e morto suicida nel 1960. La guerra civile spagnola era scoppiata nel 1936, quando il generalissimo Franco intervenne per porre fine alle atrocità comuniste: la mattanza di uomini politici non di sinistra e di preti in Spagna durava infatti dal 1931, col silenzioso consenso della Trimurti massonica.

Anche questa volta l’opinione pubblica americana non era entusiasta dell’idea di mandare i propri figli a rischiare la pelle contro nemici molto più forti dei soliti indiani, messicani e simili, ma le lobby finanziarie e industriali premevano, certe di ricavare enormi profitti dal conflitto, come poi realmente avvenne. Così il presidente democratico Franklin Delano Roosevelt, di madre ebrea, decretò contro il Giappone l’embargo delle materie prime e del petrolio, strangolandolo economicamente. Al paese asiatico restava petrolio per soli sei mesi, e aveva perfino offerto di uscire dall’Asse Roma-Berlino-Tokyo purché venisse allentato lo spietato blocco economico, ma Roosevelt ordinò che lo strangolamento continuasse. Quale la colpa dei nipponici? Quella di fare in Cina quello che gli Usa stavano facendo in tutto il mondo. L’unica speranza per i giapponesi, a quel punto, era mettere fuori causa la flotta americana ed occupare l’Indonesia, allora olandese, che è grande produttrice di petrolio.

L’attacco era inevitabile ed ampiamente previsto, ma l’unica misura preventiva adottata dai comandi americani fu di far uscire da Pearl Harbor le portaerei. Va notato che la portaerei è un’invenzione americana risalente addirittura al 1910 e fortemente sviluppata dalla marina americana. Si tratta, non a caso, di un tipo di nave di carattere tipicamente aggressivo, fatta per colpire l’avversario a grande distanza e sostenere invasioni. Nel 1941, anno dell’attacco a Pearl Harbor, solo tre paesi erano dotati di portaerei: gli Usa, il Regno Unito e il Giappone. La portaerei era l’unico tipo di unità davvero decisivo in una campagna aeronavale, specie in uno spazio enorme come il Pacifico.

Attaccando Pearl Harbor, i giapponesi distrussero corazzate e incrociatori, in gran parte ferrivecchi (anche se qualcuno di essi fu poi recuperato e trovò impiego nella scorta delle portaerei e in altri compiti minori). Le migliaia di caduti, unite al “proditorio” attacco, furono proprio quello che i circoli bellicisti americani volevano per aizzare l’opinione pubblica americana. A Pearl Harbor i giapponesi commisero almeno due errori fondamentali: non cercarono le portaerei americane per distruggerle, e non sbarcarono immediatamente nelle Hawaii per occuparle. Si aggiunga che l’ammiraglio Nagumo rifiutò di lanciare una terza ondata di bombardieri, che gli era stata suggerita dal suo stato maggiore, e così lasciò intatti molti bersagli che, se distrutti, avrebbero ritardato la ripresa americana. Infine, le portaerei nipponiche erano meno resistenti di quelle americane, come si vide ad esempio alla battaglia delle Midway: una sola bomba era sufficiente a distruggere una portaerei giapponese, mentre per quelle americane si richiedeva un volume di fuoco notevolmente superiore. Data anche la netta disparità in fatto di potenza industriale e di materie prime, la causa del Giappone era perduta in partenza. A Pearl Harbor i nipponici non fecero che dare al gigante americano l’opportunità per schiacciarli e provare sulla loro pelle il nuovo terrore atomico: se resistettero quattro anni fu solo perché le priorità degli Stati Uniti erano altre: abbattere la Germania e soccorrere la grande potenza sorella, la Gran Bretagna, che costituiva la sentinella della massoneria anglosassone sull’Europa, e non poteva assolutamente essere lasciata cadere.

 

 

Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Usa erano ormai la superpotenza assoluta, con una forza industriale e militare impareggiabile, il loro territorio era intatto, avevano bombardato in modo criminale radendo al suolo le città “nemiche”, facendo strage della popolazione civile e usando anche le tremende bombe al fosforo, per culminare con i due graziosi funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki, fioriti proprio, guarda caso, sulle due città del Giappone con più forte presenza cattolica. Il comportamento delle truppe americane verso i civili non fu dei più esemplari: vi furono violenze contro le popolazioni anche nei territori che erano venuti a “liberare”, come in Normandia; le violenze degli occupanti americani contro i civili continuarono in Germania fino a dieci anni dopo la fine della guerra.

Uno storico canadese, il Bacque (1989, 1997) ha rivelato il posto particolare nella storia delle atrocità americane che spetta al generale Dwight Eisenhower (34° presidente Usa dal 1953 al 1961), il quale inventò la definizione “Forze nemiche disarmate” (Desarmed Enemy Forces o DEF) per designare i militari che si arrendevano, invece di “prigionieri di guerra”, in modo da aggirare la convenzione di Ginevra che impone che i prigionieri di guerra ricevano razioni alimentari “eguali per qualità e quantità” a quelle delle truppe della potenza detentrice, cioè pari a quattromila calorie giornaliere. Per ordine di Eisenhower, le razioni dei prigionieri vennero ridotte a duemila, poi a mille, infine a seicento calorie. In tal modo ne fece morire 750.000. Altri 250.000 morirono nei lager degli occupanti francesi, che li avevano adibiti ai lavori forzati. Vi erano scorte di cibo più che sufficienti, ma alla Croce Rossa fu vietato portare soccorso. Sui civili tedeschi che tentavano di portare loro da mangiare si sparava, uccidendoli. Nei lager si moriva di fame, di sete, di freddo, di dissenteria, di assideramento, di colpi d’arma da fuoco, perché le guardie sparavano nel mucchio, con la scusa di atti di insubordinazione o di ribellione. I prigionieri dormivano per terra, senza baracche. Per difendersi dal freddo, a volte scavavano buche: nel campo di Rheinburg una notte un bulldozer riempì le buche seppellendo vivi quanti vi erano dentro. I morti venivano seppelliti a mucchi in fosse comuni, macerati con la calce viva e neppure si conservavano le piastrine di riconoscimento. Il milione di DEF spariti venne catalogato dalla burocrazia militare degli occupanti come “Other losses” (Altre perdite). Il calvario durò fino al 1947 nei lager di Eisenhower, fino al 1949 in quelli francesi. Le vittime non erano SS responsabili di crimini di guerra, ma comuni soldati, ed anche ausiliarie, bambini, civili d’ogni età, amputati cacciati dagli ospedali.

La schiacciante supremazia aerea angloamericana avrebbe permesso agevolmente di bombardare le linee ferroviarie che portavano le vittime dei nazisti ai campi di concentramento, ma questo non venne mai fatto, sebbene il significato di queste deportazioni fosse ormai noto. Dopo la fine della guerra, gli alleati intentarono ai criminali nazisti il famoso processo di Norimberga, in cui l’accusa di atrocità riguardò, fra l’altro, gli esperimenti medici compiuti su esseri umani. Ma tali esperimenti erano stati preceduti da decenni di analoghi esperimenti compiuti da medici statunitensi, ai quali i colleghi nazisti si erano ispirati: quando ciò fu fatto presente e provato dalla difesa, la corte scelse di non tenerne conto. Allo stesso modo il tribunale di Norimberga non tenne alcun conto del patto Molotov-Ribbentrop, in base al quale la Germania e l’Unione Sovietica attaccarono insieme la Polonia.

Nel dopoguerra, tuttavia, i circoli dominanti americani non tardarono a rendersi conto che il comunismo stava scappando di mano, diventava troppo forte. Inoltre pare che sul Giappone fossero state sganciate tre bombe atomiche, e che una non fosse esplosa, e fosse stata segretamente consegnata dai giapponesi, prima della resa, all’Unione Sovietica. Ciò è abbastanza plausibile se si considera che negli Usa vi erano tre centri addetti alla fabbricazione di bombe atomiche: Oak Ridge nel Tennessee, Alamogordo nel deserto del New Mexico, e Hancock nello stato di Washington.

L’originale idea politica, subito strombazzata negli Usa attraverso i mass media, fu la fondazione di una nuova versione della Società delle Nazioni, l’Onu, lanciata alla conferenza di San Francisco (25 aprile-26 giugno 1945), a cui parteciparono cinquanta nazione “alleate” e “vincitrici”. In realtà gli unici vincitori erano gli Stati Uniti, la cui potenza ormai schiacciante non ebbe difficoltà ad ottenere che New York fosse la sede della nuova mirabile organizzazione destinata a mantenere la pace, accrescere il benessere, migliorare la qualità della vita degli uomini, eccetera. Con quali risultati ognuno può constatare.

Il mondo non tardò a dividersi in due blocchi. La preoccupazione americana di arginare la diffusione del comunismo, divenuto troppo forte, si manifestò nel 1946 con l’occupazione delle Filippine e della Corea del Sud, nonché nell’intervento del 1947 di forze di terra americane in Grecia nella guerra civile. Per un paio d’anni, poi, i militari americani ebbero modo di riposarsi in attesa delle nuove imprese che ben presto di presentarono: dal 1950 al 1953 la guerra di Corea, nel 1954 in Guatemala. Nel 1955 ebbe inizio la guerra del Vietnam, che durò vent’anni, fino al 1975. Frattanto nel 1959 si ebbe un conflitto in Haiti e nel 1965 cominciò l’occupazione americana della Repubblica Dominicana.

Dopo la sconfitta in Vietnam, la prima nella storia statunitense, le truppe yankee si mantennero tranquille dal 1976 al 1978, poi, nel 1979, iniziò la “guerra fredda per procura”, orchestrata dalla Cia in Afghanistan, che “creò” il movimento terroristico Al Quaeda di Osama Bin Laden, attivamente sostenuto e foraggiato dagli americani. Nel 1981 un’altra guerra per procura Cia fu iniziata in Nicaragua e si ebbe il primo incidente nel Golfo della Sirte. Mentre questi conflitti erano in corso, scoppiò, nel 1982 un’altra guerra in Libano e nel 1983 venne invasa l’isola caraibica di Grenada. Afghanistan e Nicaragua restarono nel mirino almeno fino al 1986. Dal 1984 al 1988 si accese il conflitto nel Golfo Persico. Dal 1988 al 1990 si ebbe l’occupazione americana di Panama. Del 1989 ebbe luogo il secondo incidente nel Golfo della Sirte, mentre si accendeva il conflitto nelle Filippine.

Nel 1990 scoppiò la prima guerra del Golfo, e il conflitto in Iraq si trascinò fino al 1996. Mentre continuava l’occupazione americana di Panama, veniva invasa nuovamente Haiti nel 1994 e nel 1995 veniva bombardata, con l’aiuto dei satelliti Nato, la Bosnia-Erzegovina, il tutto naturalmente condito di adeguata propaganda su “libertà”, “pace”, “diritti umani”, eccetera.

Il 1997 fu un anno stranamente senza guerra aperta, mentre l’anno successivo la violenza americana si scatenò nuovamente con bombardamenti in Iraq, Afghanistan e missili contro il Sudan. Nel 1999 scoppiò la guerra del Kosovo. Nel 2000 i guerrieri americani si riposarono, per non smettere più. Dal 2001 in poi fu il turno dell’Afghanistan, mentre nel 2002 venne attaccato lo Yemen. Dal 2004 in poi furono di scena Afghanistan, Iraq, Pakistan e Yemen, occasionalmente, dal 2007, le forze armate americane presero “in cura” anche la Somalia.

La destabilizzazione dei regimi moderati del Medio Oriente e l’assassinio di leader islamici “laici” che rispettavano le minoranze cristiane ebbe per conseguenza il prevalere di forze estremistiche islamiche e scatenò la persecuzione contro i cristiani: uno sviluppo che non dovette certo riuscire sgradito ai circoli americani dell’alta finanza, del petrolio e dell’industria bellica.

Saddam Hussein fu giustiziato il 30 dicembre 2006, per una sentenza di condanna a morte pronunziata da un tribunale speciale iracheno. I suoi due figli, ʿUdayy Ṣaddam Ḥusayn e Qusayy Ṣaddam Ḥusayn erano già stati uccisi il 22 luglio del 2003 a Mosul, insieme al figlio quattordicenne di Qusayy, Muṣṭafā, dai militari statunitensi. L’ex leader libico Mohammar Gheddafi fu assassinato a freddo insieme al figlio Mutassim e ad almeno una sessantina di suoi fedelissimi nel 2011.

 

 

Dal 2011 continuano le operazioni in Afghanistan e Iraq e si scatenano la guerre civili in Ucraina e in Siria. L’Ucraina era abitata da ucraini solo per il 55%, il resto essendo quasi esclusivamente formato da russi, e il governo ucraino, istigato dai poteri forti americani, adottò una politica repressiva nei confronti dei russi, vietando loro l’insegnamento della loro lingua. In conseguenza di ciò, la Russia occupò la Crimea, esclusivamente russa, mentre aveva inizio una guerra civile nell’Ucraina orientale, popolata prevalentemente da russi. Il governo statunitense accusò la Russia di essere “il maggior ostacolo alla pace mondiale” ed intensificò l’appoggio politico e militare al regime ucraino, di men che dubbia democrazia.

Finché esisteva l’Unione Sovietica, l’immagine degli Stati Uniti come “faro di libertà”, quali volevano essere considerati, sembrava avere qualche sostanza. Disgregata l’Urss per le sue insanabili contraddizioni interne (enorme apparto bellico fondato su un’economia sottosviluppata, tensioni etniche), ci si aspettava un’epoca di pace, un allentarsi delle tensioni, il realizzarsi del “sogno americano”. Niente affatto: la Russia non più sovietica è per l’America un nemico e un bersaglio se possibile ancora più odiato, senza alcuna ragione che non sia la furia imperialistica americana. In questo gli americani hanno ereditato l’isterismo russofobico che fu dell’imperialismo britannico (Mettan 2015). Perciò, invece di normali relazioni con la Russia e doverosi sostegni al suo sviluppo, da Washington arrivano solo sanzioni economiche e un fiume di propaganda antirussa.

In Siria gli americani sostengono i terroristi e impiegano aerei camuffati da russi per bombardare la popolazione civile. Generale la fuga dei cristiani siriani, come pure di quelli irakeni, considerati, a causa della loro religione, “complici” degli aggressori “cristiani e crociati occidentali” dagli estremisti islamici. Come se i capi occidentali odierni, e specialmente quelli americani, potessero chiamarsi “cristiani e crociati”, e non fossero invece un concentrato di odio anticristiano.

Il 95% delle operazioni militari lanciate dalla fine della seconda guerra mondiale, sono state degli Stati Uniti, la cui spesa militare è maggiore di quella di tutte le altre nazioni del mondo messe insieme. Non vi è stato un solo presidente che non abbia condotto almeno una guerra. È più che evidente che gli Stati Uniti rappresentano una continua gravissima minaccia per la pace nel mondo.

 

Strategia imperiale globale e semi di rovina

Gli Stati Uniti sono un impero, con un enorme territorio e una vasta collezione di satelliti che ospitano le sue basi militari sparse in gran parte del globo. Invece di sfruttare la propria invidiabile posizione per starsene in pace e promuovere lo sviluppo, preferiscono seminare la cultura della morte in ogni sua forma: guerra, aborto, eutanasia, limitazione delle nascite.

Gli Usa hanno abbracciato in pieno le tesi della femminista inglese Marie Stopes (1880-1958) sul controllo delle nascite. Cercano perciò di far accettare la diminuzione della natalità come il toccasana contro immaginarie catastrofi ecologiche, ma intanto minano anche i propri tassi di natalità, sebbene l’intenzione sia quella di comprimere la crescita altrui. Infatti, la relazione segreta Kissinger del 1974 (desegretata negli anni Novanta), denuncia il “pericolo” dell’aumento demografico dei non-americani, che minaccerebbe la supremazia statunitense. Ed ecco i rimedi suggeriti: controllo delle nascite, aborto, ossia una cultura globale della morte alla base della globalizzazione a stelle e strisce. I risultati economici di questa guerra “demografica” sono stati l’”inverno demografico”, il crollo della domanda e la crisi economica globale, che ha carattere strutturale e difficilmente rimediabile.

L’imperialismo americano si sta scavando la fossa. Pretendendo di imporre violentemente il proprio modello sociale e politico a popolazioni del tutto diverse per cultura e molto attaccate alle proprie tradizioni, si è fatto e sta facendosi nemici ovunque. La cultura americana è permeata di sentire materialistico anticristiano e antifamiglia, che risale alla gelida dottrina protestante sul matrimonio, non più Sacramento indissolubile, non più figura del legame sponsale tra Cristo e la Chiesa, ma semplice contratto dissolubile a volontà.

La conseguenza è una crisi interna di estrema gravità: minando la crescita demografica e agitando lo spettro ambientalista, l’aggressione materialistica alla famiglia approfondisce sempre più la crisi economica. Nessun impero sfugge al declino e alla caduta, la quale non viene mai per sole cause esterne, ma soprattutto per degrado interno. Nessun impero è mai riuscito a conquistare tutto il mondo, e tutti sono caduti, prima o poi, quando le loro contraddizioni interne si sono sovrapposte ai conflitti esterni scatenati dall’impero stesso.

A che serve la propaganda Usa che batte e ribatte sulla libertà e la grandezza americana, sull’“international understanding”, sull’inevitabilità di una mondializzazione di stampo americano, secondo i più vieti stereotipi propagandistici del Rotary e della Fondazione Fullbright? A che serve accusare Cristoforo Colombo, il quale portava il Cattolicesimo e non certo la frenetica cultura anglosassone della morte? Non è assolutamente un caso se, negli Usa, alle insensate demolizioni di statue del grande scopritore, fa da contraltare l’erezione in luoghi pubblici di simboli satanici, come la statua di Prometeo, luciferino portatore del fuoco, nel Rockefeller Center, e addirittura di esplicite statue di satana in prominenti luoghi pubblici. Chi taglia le proprie radici cristiane e preferisce satana a Cristo ha già fatto alleanza con la morte, e dovrà sopportarne le conseguenze.

(fine)

 

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

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1 commento su “Il dominio americano sul mondo – “Libertà”, “democrazia”, guerre, massacri, usura/III”

  1. E Trump che voleva abolire l’aborto e lo ha reso più difficile. è comunque immerso in questa situazione diabolica???
    Allora che speranze ci sono per l’umanità?
    SOLTANTO IL RITORNO FINALE DI GESU’….

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