Il Mondo usurpato: breve Storia degli inglesi – quarta parte

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LA POLITICA DELLA PAURA

 

La politica interna dell’Inghilterra durante il periodo imperiale fu improntata al terrore malthusiano, all’idea cioè che la crescita della popolazione potesse insidiare i caldi nidi dei ricchi e potenti. Il già citato Malthus, un chierico anglicano impregnato di protestantesimo secolarizzato, concepiva l’uomo come un essere meramente materiale. La sua teoria non nacque da un desiderio di conoscenza, ma come risposta a due precise esigenze: (1) nell’immediato per l’autodifesa dei ceti privilegiati in un momento in cui si sentivano gravemente minacciati dal dilagare delle rivoluzioni, e (2) a lungo termine come ideologia della stabilità destinata a fornire una base “scientifica” all’imperialismo degli stessi ristretti e famelici ceti dominanti inglesi.

Il “Saggio sulla popolazione” di Malthus, pubblicato a Londra nel 1798, apparve infatti proprio mentre divampava la rivoluzione francese. Le colonie americane si erano già staccate dalla “madrepatria”. Abituati a vincere tutte le guerre, gli aristocratici massoni britannici si erano visti sconfitti dai ribelli massoni guidati dal massone Washington, e avevano perduto una parte importantissima dell’impero (ben lungi dall’essere portatori di pace, i massoni non esitano a sparare su altri massoni).

Era stato umiliato, ma solo momentaneamente, l’orgoglio militare e nazionalistico inglese, scosso il potere economico, messo in discussione il mito della casa regnante ereditaria, a cui peraltro proprio gli inglesi per primi avevano assestato gravissimi colpi, a suon di scure di carnefice. Malthus risolveva tutti i problemi: i poveri, e potenziali scontenti, non erano poveri per colpa di nessuno, ma semplicemente perché erano troppi, da cui il suggerimento del serafico prete anglicano di farne morire il più possibile, suggerimento divenuto sempre più esplicito e spietato nelle successive edizioni del “Saggio”.

Ma una popolazione che cresce poco non è nelle migliori condizioni per reggere un grande impero. Nel 1944, in piena seconda guerra mondiale, si rivelò in un documento ufficiale la grande paura che da tempo attanagliava gli imperialisti inglesi: l’enorme numero dei sudditi di colore e la loro continua crescita. Si tratta della relazione della British Commission on Population voluta da re Giorgio VI: vi si raccomanda un drastico ridimensionamento della popolazione mondiale per proteggere l’egemonia delle élites anglosassoni. Trent’anni dopo, fra i cugini americani, gli avrebbe fatto eco il famigerato Rapporto Kissinger (vedi articolo citato).

La politica estera dell’Inghilterra si può riassumere nel concetto di “equilibrio delle potenze”, che tradotto in lingua umana significava mantenere divisa l’Europa con ogni mezzo per paura che vi si formasse una grande potenza capace di fare troppa concorrenza nella corsa alle colonie o minacciare l’invasione dell’isola. Lo stratagemma principale era classicamente machiavellico: allearsi col più debole per resistere insieme a chi minacciava di diventare troppo forte.

Ossessionati dal pericolo francese, che più d’una volta li aveva messi a dura prova, gli imperialisti inglesi si erano a lungo appoggiati alla Prussia, loro alleata nella Guerra dei Sette Anni (1756-1763) e assistettero tutt’altro che insoddisfatti al disastro francese nella guerra franco-prussiana del 1870. Con il beneplacito inglese la Prussia divenne la Grande Germania, e gli imperialisti inglesi non si accorsero, dapprima, di aver risvegliato un pericoloso gigante. Anche i francesi, o meglio le loro élites massoniche, avevano le loro colpe: senza la rivoluzione francese e Napoleone che sparsero il verbo della “liberté” in tutta Europa, massacrando e opprimendo gli europei, la frenesia dei “risorgimenti” non si sarebbe diffusa in Germania e altrove.

 

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L’APICE DELLA POTENZA

 

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il sole splendeva su un mondo sempre più inglese, il “progresso” appariva inarrestabile, l’ottimismo era di prammatica, di Dio non si sentiva alcun bisogno, il futuro prometteva pace, prosperità, ricchi premi e cotillons. Sotto la lucente superficie maturava la catastrofe. Un primo assaggio fu, nel 1912, il disastro del Titanic, il transatlantico “inaffondabile” che portava il nome dei ribelli a Zeus e recava la scritta: “Nemmeno Dio può affondarmi”. Due anni dopo iniziò l’apocalisse.

L’Inghilterra al vertice della sua potenza era naturalmente oggetto di invidia. “Perché loro sì e noi no?” “Che ci sta a fare l’Inghilterra, paese nordico, nelle nostre acque mediterranee?” Ecco un paio di domande che si rivolgevano in molti, specie in quei paesi europei giunti all’unificazione troppo tardi per partecipare al banchetto coloniale. Non ancora soddisfatte dell’enorme bottino, le élites inglesi contribuivano, con altre élites massoniche europee, alle tensioni internazionali. Il comune denominatore era l’odio, che si appuntava anzitutto contro la Chiesa e contro l’Austria-Ungheria, colpevole di essere l’ultimo residuo del Sacro Romano Impero, colonna della Chiesa e naturale alleata del papato, nonostante che persino nell’Impero asburgico le infiltrazioni massoniche fossero antiche ed influenti.

Alla vigilia della guerra, i principali paesi europei erano legati da tali sistemi di alleanze da rendere inevitabile una guerra generalizzata non appena uno di loro fosse sceso in campo. Pochi mesi prima dello scoppio della guerra, si tenne il congresso congiunto islamico-sionista di Istanbul, nel quale venne deciso lo sterminio dei cristiani armeni, affidato poi ai curdi. Al medesimo congresso parteciparono numerosi bosniaci, fra cui l’ebreo Gavrilo Princip e il musulmano Drugalo Dukovac, membri della congiura che assassinò l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, erede al trono austro-ungarico. L’assassinio fu la scintilla che fece precipitare la catastrofe. Nessuna delle potenze coinvolte mostrò alcun serio interesse a circoscrivere il conflitto. L’opinione pubblica britannica venne sommersa da incendiari discorsi propagandistici contro gli “Unni”, e la Gran Bretagna entrò in guerra allo scopo preciso di abbattere la pericolosa rivale politica ed economica costituita dalla Germania.

Alla leggerezza con cui quasi tutti i paesi europei si precipitarono nel conflitto contribuì il ricordo delle guerre europee dalla metà del secolo precedente in poi, che si erano tutte risolte in poche settimane, o al massimo in pochi mesi. Si aveva fiducia nel “progresso”: una tecnologia così avanzata avrebbe risolto il conflitto in tempi brevissimi. Ma proprio l’accresciuta potenza delle armi rendeva disastrosi gli attacchi frontali rapidi e risolutivi che avevano caratterizzato le guerre dell’Ottocento. Abbarbicati per anni nelle trincee, immersi nel fango e nel fetore, i soldati si contendevano, con perdite sanguinose, pochi metri di terreno alla volta. Solo l’invenzione britannica del carro armato prometteva un ritorno alla guerra di movimento, ma i primitivi carri (impiegati per la prima volta sul fronte francese il 15 settembre 1916) non riuscirono ad incidere in modo significativo sull’andamento delle operazioni. La prima guerra mondiale allontanò milioni di uomini dal Regno Unito, e 744.000 di essi non fecero più ritorno; oltre due milioni furono gravemente feriti.

 

Fiandre, agosto 1917

 

(continua) 

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