Il “polmone” amazzonico

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

 

La foresta amazzonica non è in grado di accrescere la disponibilità di ossigeno atmosferico, perché di quello che produce ne ha bisogno per se stessa.

 

Cominciamo con un’osservazione banale, ma alla quale spesso non si pensa. Un albero è un organismo complesso: ha foglie capaci di compiere la fotosintesi, ma anche radici, tronchi e rami, formati da cellule incapaci di attività fotosintetica che si esplica alla luce del sole, durante il giorno. Tutte queste cellule però devono respirare, e devono farlo giorno e notte, consumando ossigeno. Le alghe invece sono prive di radici, tronchi e rami e formate esclusivamente, o in assoluta prevalenza, di cellule fotosintetiche, le quali producono ossigeno in misura molto maggiore di quanto ne consumano. Oltre il 90% dell’ossigeno atmosferico proviene infatti dalla fotosintesi delle alghe marine, soprattutto quelle unicellulari microscopiche, mentre il contributo dei vegetali terrestri alla produzione di ossigeno è minimo se non del tutto nullo.

Come tutti gli alberi, quelli della foresta amazzonica sono organismi pluricellulari costituiti da numerosissime cellule, di cui solo una parte di quelle del parenchima fogliare sono produttrici di ossigeno; le cellule degli altri tessuti, situati nel tronco, nei rami e nelle radici, prive di clorofilla e neppure esposte alla luce del sole, lo consumano soltanto, senza produrne affatto. Di conseguenza la foresta amazzonica non è in grado di accrescere la disponibilità di ossigeno atmosferico, perché di quello che produce ne ha bisogno per se stessa.

Quelli che si agitano per il cosiddetto “polmone” amazzonico, senza il quale moriremmo soffocati, o non conoscono i più elementari rudimenti di botanica, o cercano coscientemente di imbrogliarci. Con tutte le think tank a disposizione degli usurai mondiali padroni del pianeta, non è difficile immaginare come tutto il cancan sull’Amazzonia sia stato accuratamente pianificato e montato ad arte per confondere e spaventare l’opinione pubblica. Ecco quindi il delirio neopagano e blasfemo del Sinodo amazzonico che sostituisce la preoccupazione di salvare le anime con quella di “salvare gli alberi”, ecco le trasmissioni televisive piene di immagini scelte con la massima cura per provocare preoccupazione e compassionevoli lacrimucce, ecco gli innumerevoli siti internet che pescano nel torbido delle più isteriche frenesie ambientaliste, ecco le sparate di una povera adolescente malata ma ben istruita e sponsorizzata, ecco la propaganda ossessiva contro i capi politici che, come Bolsonaro, cercano di tutelare la sacrosanta indipendenza nazionale. Frattanto la scienza autentica, censurata dai mass media, non raggiunge il grosso pubblico.

Non si sottolineerà mai abbastanza il fatto che l’impatto globale del disboscamento sul contenuto di ossigeno dell’atmosfera è del tutto insignificante. Ne abbiamo riprova anche dalla geologia: durante le ere glaciali, si è avuta una deforestazione pressoché totale del pianeta, che è durata, ad ogni massimo glaciale, varie decine di migliaia di anni. Le piante arboree sopravvivevano solo in poche e ristrette aree di rifugio, ma la composizione dell’atmosfera non subì apprezzabili mutamenti. La produzione di ossigeno da parte delle alghe proseguì praticamente inalterata per decine di migliaia di anni mantenendo costante il livello di ossigeno. Solo, provate a farlo capire alla gente ubriaca di televisione e di telefonini.

Condividi questo articolo:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email
Condividi su print
Print

Lascia un commento:

1 commento su “Il “polmone” amazzonico”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti alla nostra newsletter

Ogni settimana riceverai i nostri aggiornamenti e nulla di più.

Torna su