IL RISCATTO/I – romanzo di Piero Nicola

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IL RISCATTO

di Piero Nicola

romanzo

 

Una breve presentazione

In un’epoca in cui i libri si vendono al supermercato e in cui le trame sono scontate, spesso volgarotte e perlopiù prive di contenuti veri, un romanzo come Il riscatto, dell’amico Piero Nicola, è una lieta sorpresa. Ed è un piacere pubblicarlo, perché si sa di fare qualcosa di buono e utile per i lettori.

Come già preannunciato, Il riscatto sarà pubblicato a puntate, da oggi e poi per altri nove lunedì.

Il riscatto è un romanzo poliziesco, ma è anche la storia di due anime che percorrono la strada, dolente e faticosa, della Verità. E le due vicende si intrecciano, e il lettore si sente coinvolto. È una lettura impegnativa e al tempo stesso facile. Impegnativa per gli argomenti che propone, facile perché lo stile dell’Autore è scorrevole, la lingua italiana è quella bella e armoniosa di una volta, la capacità di narrare è grande.

Naturalmente di un romanzo poliziesco non si racconta mai “come va a finire”. Non vengo certo meno a questo dovere.

E voglio mantenere il più breve possibile questa mia presentazione, perché altrimenti il “presentatore” rischia di togliere spazio all’Autore. Permettete quindi al presentatore di dire solo poche cose: anzitutto ringrazio l’Autore, che dà l’occasione al Nuovo Arengario di presentare un pregevole testo di narrativa. E poi posso solo augurare a tutti una buona lettura. Leggete questo bel romanzo, stampatelo e regalatene qualche copia agli amici.

Autori come Piero Nicola e romanzi come Il riscatto sono ormai merce rara. È bene quindi diffonderla, perché nell’epoca di internet, della televisione e dei “social” si rivaluti finalmente la lettura, con delle belle letture. Come questo romanzo.

Grazie a tutti per l’attenzione

Paolo Deotto, direttore del Nuovo Arengario

 

 

Capitolo primo

 

I

 

«Sicché, fai il contadino… »

L’universitaria dal viso interessante e dal fisico che esprimeva con altrettanta seduzione la sua personalità, sogguardò l’interlocutore trentasettenne, portando alla bocca la forchetta incappucciata di spaghetti.

«Esatto: contadino meccanizzato e produttore di vino in bottiglia.»

Si erano conosciuti facendo anticamera all’ufficio dell’Anagrafe. Lei, a rinnovare la carta d’identità; lui, per un certificato di stato di famiglia occorrente a sua madre che, vedova, viveva sola nell’abitazione genovese.

«E che vino produci?» chiese con un riso leggero, sicura di sé.

«Dolcetto,» Fabio si dispose ad affrontare la sintesi d’una materia, di cui la giovane doveva essere digiuna. «Il terreno e il clima delle mie parti vogliono il dolcetto… »

«Ma tu di dove sei?» lo spostamento dell’attenzione su di lui, gli tolse il piacere e l’onere d’un approfondimento vitivinicolo.

«Sono nato e cresciuto qui, ma mio padre era di Roccaspina, un paese dell’Astigiano. Aveva conservato una fattoria; io l’ho ereditata e praticamente ricreata: casa e vigneti.»

«Ho capito… » Monica disse per convenienza e come allontanando la visione rurale.

«A te piace il dolcetto? O preferisci altri rossi?»

Fabio parlava per parlare, con inflessione amabile. Non si poteva dire che aspettasse l’approccio a temi significativi che gliela svelassero. Era soddisfatto di assaporarla  così, senza troppo darlo a vedere.

Monica sentì la carezza dello sguardo maschile; se ne compiacque; non ne avvertiva un desiderio smaccato. Dovendo scegliere, lei avrebbe optato per un nettare di Bacco corposo, un barolo.

Ammise di non essere un’intenditrice; della bevanda alcolica apprezzava soprattutto l’ebbrezza da essa ricevuta, un’ebbrezza gradevole.

Fabio le versò nel bicchiere semivuoto il pinot paglierino con cui pasteggiavano. La mano affusolata portò il gotto alle labbra. A sua volta, lui bevve il fiore della femminile occhiatina.

«Che c’è?» gli chiese.

«Niente.»

«Hai uno strano modo di guardare… Sei un tipo… »

«Fuori del comune, lo so.» Quindi cambiò discorso: «Sentiamo di te: adesso fai Scienze psicologiche, hai in mente una professione, un impiego?»

«Non faccio progetti, ora vivo alla giornata.»

«Forse non ti è ancora venuta un’ispirazione.»

«Se intendi dire che non ho una delle svariate vocazioni, che non ho un interesse forte, è vero. Non me ne importa più di tanto.»

Egli gradì la spalluccia alzata, lo sguardo tra ironico e di sfida, il lieve rossore esente da turbamento.

«La passione di arrivare, della carriera… » osservò, «mio padre è diventato primario, assorbito dal lavoro e dall’ambizione. Mia madre non ha retto e l’ha lasciato. Lui si è messo con un’infermiera; hanno avuto un bambino… Che riuscita fantastica!»

Li sorprese la portata dei filetti di spigola, che attaccarono ricavandone pezzetti, messi in bocca distrattamente.

«Sai,» le disse, «le vocazioni sono come gl’innamoramenti: si perde di vista l’essenziale. È preferibile un’ubriacatura che passa, una… bevuta di quello buono.»

«Tu ne sai qualcosa, nevvero?» aveva smesso di sorridere; «tu chiamato dalla Natura, ritirato nell’eremo di campagna… »

«Certo che la mia passione un po’ mi costa.»

«Un po’ non basta,» riprese la psicologa; «e l’innamoramento?»

«In campagna, non sono proprio segregato dal consorzio umano.»

Lei ostentò un’incredula reticenza; aggiunse:

«A monte della tua segregazione non ci sta una donna?»

«Se alludi al mio disincanto per le relazioni sentimentali, hai azzeccato.»

Apparve concentrata: «Caro, l’amore non è un’aspirazione che si possa sopprimere.»

«Ho il mio sistema.»

«Che non mi sveli.»

«Si capisce,» scherzoso, per un momento le puntò gli occhi negli occhi. «Forse ci arriverai da sola.»

«Non essere sicuro che io ci stia.»

Era ancora l’antica schermaglia tra maschio e femmina. Non gli dispiacque di averla suscitata.

Quando ebbero preso il dessert e bevuto il caffè, uscirono dalla trattoria nel vicolo. Percorsero un tratto di strada tra vetusti palazzoni medievali, sboccarono sulla piazza centrale. La grande tazza di bronzo della fontana era sommersa dagli zampilli che l’attorniavano. Nel consueto contorno dei palazzi – i secenteschi Ducale e dell’Accademia di Belle Arti, quelli opulenti del primo Novecento, quelli degli Anni Trenta col Grattacielo – un’emanazione storica e di bellezza alitava per lui dal Ducale lì sulla piazza, e dal Grattacielo su uno sfondo celeste. La serata di maggio invogliava col suo tepore propizio. Raggiunsero taciturni l’autorimessa sotterranea. Monica abitava nel quartiere residenziale di Albaro, retrostante il Lungomare. Il suo appartamentino era adiacente all’alloggio del padre.

«Ti va un salto in Riviera?» Fabio propose.

«Va bene.» Nessuna ritrosia, ma l’entusiasmo esulava dalle sue corde.

Lui continuò a percepire la solida femminilità, mentre discorrevano, mentre pensava a dove l’avrebbe condotta, mentre il fondo di scetticismo ristagnava in lei.

Sedettero in un caffè sul vecchio corso frondoso di Santa Margherita. Gli alberi celavano la presenza del Golfo. Il gelato era buono. La grazia innata con cui la ragazza coglieva il gelato col cucchiaino si confaceva alla camicetta, allo scollo soave, contrastava con la tela dei blue-jeans, tuttavia modellati dalle gambe snelle.

Riprendendo la macchina sullo spiazzo ombreggiato dai pini marittimi, sui sedili Monica si lasciò baciare. Corrispose con labbra esperte e risolute. Fabio si astenne dall’andare in profondità. Le sfiorò appena il corpo sinuoso. Si sollevò con un’inspirazione, come se la respirasse, e le accarezzò il volto con grata affettuosità.

La ragazza rimase silenziosa. Ripartirono. Egli ruppe il silenzio, allegro, decantando il tanto di magnifico sussistente nella Riviera, suggestiva nella mezza stagione. La bellezza della variata vegetazione armonizzava con la pacata magnificenza delle ville del passato e con le sobrie, modeste costruzioni del passato.

«Il passato… » lei obiettò, «e il presente? Il moderno diventerà suggestivo nel futuro?»

«Ne dubito.»

«Perché?»

«Ci sono stili di cent’anni fa che non suggeriscono valori; né il valore del lavoro fruttuoso, né il valore della classicità.»

«Lo stile floreale?»

«Hai indovinato: è decadente.»

«Ma qui intorno abbiamo palazzi e ville liberty.»

«Toccato!» Fabio riconobbe; «almeno fino a un certo punto.»

«Dai, arrenditi,» il suo tono non era conciliante.

«L’Art-déco è simbolo di decadenza borghese, ma è ancora uno stile. L’attuale tipo di costruzioni che cosa rappresenta?» Così argomentando immaginò di chiudere la discussione.

«Rappresenta… la libertà… in bene e in male. Si può costruire a piacimento, seguendo l’estro.»

Non ci fu seguito. Sebbene la bellezza di Monica avesse a soffrirne, il giovane uomo passatista continuò a goderne il fascino, superando il contingente, il provvisorio. Divagò dicendo che in luglio, allorché la cura del vigneto dava tregua, contava di andare al mare nei pressi del Circeo.

Prima di finire, aveva previsto la fredda accoglienza riservata al suo futuro prossimo. Lei ignorava la scelta delle proprie vacanze estive, benché potesse disporre di una casa all’Isola d’Elba.

Arrivati sotto il palazzo signorile stile Novecento, nella macchina accostata sotto un leccio della lunga teoria sul margine del viale, si propose il saluto.

«Ti telefono,» il giovane uomo provò a impegnarsi. «Rimango in città fino a lunedì… »

«Senti, signor Gentili,» lo interruppe, «non so a che gioco stai giocando, ad ogni modo non mi piace.»

«D’accordo Monica,» acconsentì, «addio cara, ti auguro buona fortuna.»

 

II

 

Il buon odore di Monica sorse nella memoria e svaporò, al contatto con quel chiuso di casa che sa di cibo cucinato da un pezzo. Accese una moderata luce di passaggio, camminò a passi felpati per non svegliare mamma Celeste. Il chiaro della lampada filtrava dall’uscio socchiuso della camera:

«Fabio, sei tu?»

Se l’aspettava. Da quando era ragazzo, sua madre non aveva smesso di attenderlo sveglia, a qualunque ora fosse rincasato, a meno che non l’avesse avvertita che dormiva fuori. Le rispose che era lui, ovviamente. Un tac sul comodino era la sveglietta consultata e posata. Avrebbe mai smesso di trepidare? Anche lui assente, l’ansia persisteva sottile e ossessiva. Tutte le donne da lui conosciute mancavano di una qualità basilare: sprovviste di spirito d’adattamento. Mamma Celeste apparteneva alla sequela delle inconsolabili. Stare insieme al paese? Nemmeno per sogno! Nata cittadina, cittadina sarebbe morta. Al contrario del babbo che, ancora scapolo, si era inurbato con un impiego alle Poste centrali soltanto perché i proventi della cascina erano da fame. Non sarebbe servito piegare la schiena sulla terra, accantonando il diploma di ragioniere. La terra era rimasta nel cuore a Pietro Gentili; l’affittava per niente, pur di mantenere la disponibilità della casa rustica e venirvi a passare qualche fine settimana, ché di più avrebbe creato dissidi domestici e inesauribili recriminazioni.

Babbo Pietro riposava nella tomba di famiglia, al cimitero del Bricco. Questa sistemazione aveva amareggiato e accresciuto l’inquietudine della piccola moglie dal temperamento indomito, la quale, per non far mancar nulla alla famiglia, si era sacrificata dividendosi tra le pareti domestiche e l’ufficio dell’Agenzia di assicurazioni. Povera mamma, cui l’istintivo orgoglio e l’apprensione divoravano l’affetto, turbavano l’amore per il figlio. Un figlio di carattere diverso dal suo, che non le aveva dato retta iscrivendosi all’Istituto per il turismo, aprendo un’agenzia di viaggi in società con un compagno di scuola fantasioso e inconcludente, infine ripiegando in campagna.

Il mattino seguente, un malinteso, un malumore duro da reprimere, lo determinarono a anticipare la partenza. D’altronde aveva vino da imbottigliare, clienti da visitare, accordi da prendere con Santina, la lontana cugina che lo aiutava nei lavori manuali della vigna. La trovò che ammucchiava le canne mondate delle foglie, mentre suo marito sarchiava le piantine dell’orto. Era incredibile come questa gente tornasse a prendere l’aspetto dei villici d’una volta: le vesti ampie, incolori e stazzonate, le facce cotte dal sole, quali comparivano nelle fotografie dei bisnonni, piccole, ingiallite. Forse però gli sguardi attoniti dei bisnonni nei loro discendenti avevano perduto vivezza, a tratti sembravano smarriti.

Santina sarebbe venuta a zappare intorno al piede delle viti, non appena egli avesse finito l’aratura.

Avevano dato il segnale per l’irrorazione contro la peronospora. Si profilavano giornate campali.

Fabio Gentili circonvallò il villaggio deserto, col profilo dell’enorme cupola dominante l’avito cumulo di case, in parte riadattate, soprastanti le mura, e si diresse alla cascina del Greppo. Prima di pranzo, sarebbe uscito col trattore a cingoli equipaggiato di aratro. Sui colli agresti, a misura d’uomo, il cigolio delle macchine e le piccole nubi del verderame denotavano l’urgenza dei lavori tra i filari. Telefonò al panificio perché gli preparassero due panini imbottiti. Tramite la garzona, glieli inviarono al ponte che dava accesso al paese sul versante orientale, opposto all’omologa rampa di ponente.

Giunto al termine dell’interfilare più basso, l’ultimo in cui il terreno rivoltato aveva seppellito l’erba, comparve l’auto di Guido, ferma sulla strada campestre. Fabio sollevò i tre vomeri e spense il motore. L’amico salì il pendio arrancando e sorridendo:

«Buone notizie,» annunciò reggendosi sulla gamba sana, «il Comune ha approvato il progetto della fognatura.»

«Bene, bravo!» Fabio rimase sul sedile. «Scusami, ho un sacco di cose da sbrigare. Se sei libero, stasera ci vediamo da Toni.»

«Scusami tu, per non averti telefonato. Ci tenevo a dirtelo di persona. Dopo ti ragguaglio. Da Toni alle nove?»

«Perfetto.»

L’amico geometra doveva aver risolto le difficoltà opposte dagli uffici comunali, ma non erano state queste a rendergli il viso tirato, a smorzargli il sorriso. Non aveva smaltito il distacco da Olga, l’affascinante ragazza di Nizza Monferrato, con cui di recente aveva smesso di amoreggiare.

Il rubacuori biondo oro, muscoloso, al quale una ruota del treno aveva maciullato il piede quando, sotto la pioggia, era scivolato rincorrendo la carrozza alla stazione del fondovalle, quantunque incantasse tuttora le avvenenti, aveva il difetto di ambire a farsi una famiglia. Condotta al dunque, nessuna se la sentiva di accasarsi con uno storpio. L’anno in cui Fabio aveva deciso di dedicarsi alla viticoltura rimettendo in sesto la cascina del Greppo, si erano stretti i rapporti con il suo compagno di svaghi e di vendemmie, nei brevi periodi di vacanza del figlio di Pietro a Roccaspina. Coetanei, avevano sostanziose affinità, più volte erano usciti in quattro con giovanette del circondario. Dopo l’incidente, le piacevoli avventure erano diventate difficili da combinare. Guido aveva perso il padre morto d’infarto, badava alla madre casalinga, con cui viveva alla Stazione. Non faceva mistero d’aver bisogno di compagnia e di distrazione. L’amico trovava il tempo per trattenersi con lui sobbarcandosi a qualche rinuncia; insieme, intraprendevano gite, discorrevano lungamente a un tavolino dell’osteria di Toni, al centro del borgo.

Sfamato e dissetato che fu alla cascina, Fabio riprese l’aratura delle vigne circostanti e comode, a differenza dell’appezzamento donde proveniva, denominato il Bricco. Il rendimento della giornata lo soddisfece.

 

III

 

Il cavallo bianco, che avanzava al passo sul bordo della strada provinciale, prese a scalpitare.

L’amazzone lo trattenne infuriandosi, agitando il frustino. Fabio, tenendo d’occhio l’autocarro che veniva in senso opposto, frenò sulla discesa, lieve in prossimità del ponte. L’animale vigoroso e snello diede uno scarto e un nitrito, invadendo la carreggiata. La cavallerizza, chioma corvina, accesa negli occhi e colorita oltre il suo intenso colore naturale, a causa del controllo che le sfuggiva venne sbalzata; con un colpo di reni aggiustò il balzo sull’asfalto. La macchina aveva sterzato a sinistra un attimo dopo il transito dell’autocarro, e scongiurato l’investimento. Il cavallo soffiava sonoramente dalle froge, scrollò le briglie sciolte, si calmò. Viceversa la cavallerizza, riprendendosi dal cozzo, si protese per protestare contro l’automobilista che, secondo lei, aveva mancato ai suoi doveri.

Fabio, con una breve marcia indietro, accostò la vettura al ciglio della scarpata e si accinse a ridurre alla ragione la piccola Venere troppo sanguigna. Nell’aprir bocca si avvide dei cavalieri, già intravvisti in groppa a due specie di purosangue bai, lucidi e muscolosi. Le voci si sovrapposero.

Chi capeggiava il trio, smontato dalla cavalcatura, s’impose come un baritono autoritario:

«Lei deve chiedere scusa,» sostenne con l’asprezza che gli era intrinseca.

La tentazione di rispondere per le rime alla tracotanza cedette al tentativo di ridurre costui sul piano della ragionevolezza, se mai avesse supposto di dover vendicare un affronto. Ma andò al vento la ricostruzione oggettiva dell’incidente, con la quale l’automobilista si scagionava.

«Hai mancato di rispetto alla signora,» tagliò corto il faccione massiccio e protervo, il cui corpo deformava la sua civile tenuta di cavaliere, «lo capisci, o sei un infame?»

La prepotenza pretestuosa e brutale era ormai inarrestabile.

«Visto che non si vuole intendere la logica,» disse Fabio teso in ogni fibra, preparato alla più rapida mossa, le dita aperte e rapaci, «potete fare quello che volete.»

Il terzo individuo, sceso a sua volta, sogghignava sotto i baffetti, come subalterno cui prudessero le mani. Non c’era che votarsi a onorare il rispetto di se stesso.

La degna donna del capo, godendosi le sensazioni che le venivano dalla scena e dagli attori, aggrottava tuttavia i sopraccigli.

«Okay,» aveva risposto il gradasso, «tu l’hai voluto!» e fece cenno al compare di farsi sotto.

Una macchina e una moto sopraggiunti aggirarono l’intoppo, avendo dato una guardata curiosa e niente più. Nell’altra metà della strada, priva d’anima viva, sorse dal ponte e ingrandì un’auto dei carabinieri.

Fabio allungò in fuori un braccio prima d’essersi potuto ravvedere del gesto istintivo.

Il milite alla guida fece alt. Dal finestrino abbassato chiese se ci fosse qualcosa che non andava, se necessitasse un loro intervento.

«No grazie,» disse Fabio punto dall’orgoglio.

«Va bene,» disse il carabiniere dopo essersi preso una vista dei soggetti immobilizzati in quello strano incontro, «se serve aiuto noi stiamo andando lì,» indicò il bar-osteria che si trovava una cinquantina di metri più sopra, frammezzo ad alcune case.

«Ti è andata di lusso,» disse il capoccia, «ringrazia il tuo dio che l’hai fatta franca.»

«Ha avuto più culo che anima,» il tirapiedi ridacchiò.

«Una fortuna compensa la sfortuna,» disse tra i denti il minacciato, «anche per voi… »

«Sentilo lo spiritoso… Prega che non ti riveda: se mi capiti a tra i piedi ti tiro il collo,» il capoccia non demordeva.

«Però ha avuto fegato,» la signora disse a mezza voce.

«Tu taci, cretina!… E tu, rimettila in groppa,» comandò all’aiutante.

«Ahi!… E fai piano!» lei si dolse del sollevamento.

«Ti sei fatta male?» volle sapere quello che doveva essere il suo compagno o marito.

«Ho battuto il gomito nel guardrail, ma non è niente.»

I cavalli occuparono la strada. Lenti e incuranti, i loro padroni salirono in arcione e passarono in fila indiana dall’altro lato della via, scesero sul prato che si perdeva lungo il greto del torrente.

Seguitavano l’itinerario prestabilito.

Fabio suppose che i carabinieri avessero riconosciuto i loro polli, vecchie conoscenze delle Stazioni dell’Arma e delle Questure. Un segreto ritegno gl’impedì di raggiungere i tutori dell’ordine al bar per riferire la minaccia subita e non estinta. Proseguì diretto ad Acqui, dov’era giornata di mercato.

 

Maggio trascorse senza impedimenti. Il tempo non fece capricci. Le fasi della coltivazione procedettero tempestivamente. I momenti di ricreazione, di divertimento furono minimi, ma i risultati ripagavano delle costrizioni. A Giugno la falciatrice verticale operò la potatura dei tralci verdi in eccedenza. Lo zolfo soffiato prevenne la malattia dell’oidio. La mano santa di Santina iniziò la paziente cernita dei grappoli da eliminare a colpi di falcetto.

Una sera di cielo terso e stellato, da cui stava scendendo la frescura, il convertito ai rustici elementi venati di meccanicità, trovò Guido tra due ragazze carine che, da vicino, erano ragguardevoli.

«Guardate che occhi ha spalancato il contadino!» il geometra si volse alle due facce contente.

«Se mi avvertivi, mi mettevo il vestito della festa.»

Alle presentazioni, Carlotta e Michela palesarono i rispettivi personali. Carlotta, prosperosa e alta, era abbigliata e acconciata con un’eleganza alquanto vistosa. Di Michela, pallida, fine, bruna, la gonna e la camiciola lasciavano intravedere una linea svelta ma piena. Entrambe dimostravano circa trent’anni, sebbene potessero essere più giovani.

«Dove hai pescato queste sirene?» l’umorismo di Fabio risentiva dei ruvidi modi genovesi, che potevano urtare le figlie del Piemonte.

«Non fateci caso, è uno gentiluomo della Liguria.»

«L’avevamo capito dalla cadenza,» disse la ragazza formosa.

«Le ho… pescate nella biblioteca di Acqui. Caro mio, non sei l’unico che legge.»

«E anche loro si istruivano lì?»

«Loro sono già istruite, insegnanti attive.»

«Allora abbiamo da imparare. Vero che abbiamo sete di sapere?»

Le amiche s’erano fatte serie.

«Chiedo scusa,» Fabio crollò le spalle, «son sempre stato uno scarso psicologo.»

L’espressione di Michela si era ravvivata; l’aveva studiato furtivamente.

«Aspettavate me per ordinare?» si animò, «troppo gentili.» E, rivolto alle nuove del posto:

«Dovrete accontentarvi di quello che passa questo… ritrovo. Da Toni la scelta è poca, ma potete rifarvi col paesaggio ameno.»

Indicò le colline oltre la piazza, compresa tra la facciata della chiesa e i due corpi d’una casa uniti da un muro in cui stava il portone del cortile. Sul terzo lato, rivolto, oltre un parapetto e oltre il vuoto, allo sfondo campestre, sorgeva il municipio coi portici, di fianco ai quali si trovava la terrazza, a livello stradale, del bar-osteria.

«Non c’è che dire: è bello,» convenne la ragazza di cera.

La bionda: «Sì, niente male,» accennò, svagata, alle lontananze.

Al crepuscolo, si disegnavano le dolci forme del paesaggio coperte dai vigneti, con rari cascinali, elevate a un orizzonte distante ma domestico, sotto il vasto azzurro del cielo in cui si annunciavano i brillii del firmamento.

Bevvero birre e amari digestivi. Fabio aveva cenato alla meglio alla cascina. L’amico aveva offerto un pasto in pizzeria alle signorine, o signore.

I quattro avviarono una passeggiata per la corta via Roma che spartiva l’abitato, e deviarono pervenendo su uno degli spalti silenti che contornavano il villaggio. Esulò dagli intenti maschili un avvicinamento audace o galante, intrapreso al chiaro di luna. Ai condomìni di Acqui, dove si sciolse il gentile quartetto, promisero di sentirsi coi telefoni, ma sulla strada del ritorno Guido manifestò la sua perplessità.

«Dai, che ci divertiamo in compagnia!» Fabio mise entusiasmo nello sprone. «O Carlotta non ti piace?»

«Non è questo… Vedremo.»

 

IV

 

Senza che il geometra si fosse sbottonato, non se ne fece nulla. Il vignaiolo combinò un incontro con Michela. Una vaga preoccupazione gli si affacciò. Non intendeva né impegnarsi a lungo, né andare in fondo al rapporto fisico. Due pregiudiziali irrinunciabili per il suo benessere spirituale, che facilmente davano adito a disillusioni e incomprensioni. Ma sapeva poco della ragazza dalla carnagione d’avorio, forse si dava pensiero per qualcosa di inesistente.

L’andò a prendere nel quartiere di palazzoni che, sebbene contenuto, non si distingueva dai tanti altri anonimi di qualsiasi città. Pregustò l’ascesa al borgo aprico, uno dei più alti del Basso Monferrato. Lassù la veranda della trattoria era in posizione dominante. La cucina avrebbe lasciato a desiderare, giacché seguiva il malvezzo di servire invenzioni culinarie. Tutto stava nel tenersi alla semplicità e ai minimi danni. I vini erano buoni. Soprattutto si respirava aria fresca e pulita, accanto a una veduta notturna sconfinata.

Strada facendo, gli balenò il fastidio del trito passaggio attraverso le domande discrete per conoscersi. Sbirciò il musetto alabastrino, la graziosa testolina che conteneva una vita, e l’attimo ingrato era svanito.

Michela insegnava italiano e storia in un Istituto tecnico. Era nativa di Alessandria. I suoi, alessandrini, gestivano un negozio di articoli da regalo. Sua sorella stava a Torino, sposata e separata con prole. Lei pure aveva convissuto, per dividersi dopo un anno. Alternò le rivelazioni a quelle del suo accompagnatore. Le une tiravano le altre. Una sazietà, una stanchezza, pervadeva lo scambio di informazioni. Fabio dovette di nuovo guardarsi dall’ombra negativa, dal peso dell’esistenza che da lei trapelava. Il tragitto risultò più lungo del previsto.

Davanti al ristoro delle vivande e del vino, egli mise le carte in tavola.

«Tu mi piaci,» si dichiarò. «E… »

«Me ne sono accorta,» lo interruppe. Il suo sorriso divertito mostrò un’altra donna, una rara Michela.

«Sì, ma desidero essere onesto e non essere frainteso. Devi sapere che…»

«Che non fai sul serio,» gli tolse le parole di bocca. «Nemmeno io, sta tranquillo,» moderò con lo sguardo la recisa affermazione di donna scottata.

«Finisco,» lui proseguì: «Ci sono altre aspettative che intendo prevenire. Non credo all’amore così come va a parare di solito.»

«Cioè?»

«Si ama molto meglio senza impelagarsi nella carnalità.»

«Amore platonico… » Poiché lui non fiatava: «Fammici pensare… Potrei essere della tua idea,» tornò a liberare un sorriso. «Ora ti senti più sollevato?» lo canzonò.

Intervenne un’interruzione dovuta al cameriere. Colsero l’occasione del piatto di melanzane alla parmigiana per sospendere un discorso complicato. Bevvero vino.

«Mi sa che sei una ragazza in gamba,» il giovane uomo le ammiccò.

«Spiacente, ti sbagli,» la piega delle auree labbra tendeva all’amarezza. «Adesso ti metto in guardia io… per esperienza… Non stravedere con me. Sono piuttosto una che ha bisogno di appoggio.»

Fabio era esperto di donne deboli. Sua moglie Marisa, sotto la vernice trasudava insicurezza e ipersensibilità. La delicata esigenza d’essere amata, secondata, capita, poteva condizionare l’ispirazione amorosa, ma i difetti morali erano i peggiori nemici del puro desiderio.

«Sei pensieroso?» Michela lo fissò. «Se ti ho deluso, è meglio che sia stato subito. Ti pare? Certo che quanto a cautele non scherziamo.»

“Le scottature,” egli meditava; “una perdita con possibili guadagni.”

«Macché deluso! »  la rassicurò.

Si guardarono d’intesa, concordi in un sentimento di vicendevole attrazione. Un filo di felicità corse fra loro. La sottile consapevolezza di quanto fosse esile, spremette una lacrima sul ciglio di lei. Intenerito a sua volta, Fabio le porse il fazzoletto di stoffa che aveva sempre in tasca.

«Sono una stupida,» disse. «Abbi pazienza, sai.»

Tornando dalla toeletta, si era ricomposta; la malinconia la sbatteva e l’abbelliva.

«Portami a casa,» pregò, «domani ho la scuola. Sono nella commissione degli esami.»

Ignorarono il limoncello offerto dal padrone. Fabio le prese la mano posata sulla tovaglia. Si mossero.

«Beh, assaggiamolo,» disse l’incantevole brava figliola. «Non sta bene offendere. Anche se il cuoco lascia a desiderare.»

 

L’indomani, rispondendo al telefono nel primo pomeriggio, Michela aveva la raucedine.

«Ieri sera ho preso freddo,» spiegò, «ho sbagliato a tenere aperto il finestrino.»

«Dì la verità, eri brilla. Per questo, avevi caldo.»

Rispose con un «Uhm»

«Sei carina quando sei brilla.»

«Non è vero, ho la sbronza triste.»

«E la voce roca ti dona. Sei seducente con la voce roca.»

«Già, di donna perduta.»

Non era in vena di facezie. Si scusò: l’aspettava Carlotta. L’accompagnava dal raccomandabile parrucchiere che la collega aveva scovato.

Trascorsero il venerdì e il fine settimana. Fabio era alieno dagli espedienti attuati col silenzio o diversamente; il buon senso lo sconsigliava di intromettersi nel cattivo umore. Ma, anziché aspettare che si facesse viva, si fece vivo lui il martedì, giornata in cui ricomincia a essere salutare la consuetudine lavorativa.

Michela aveva ripreso la sua voce, il tono continuava a essere dimesso. Si disse lieta di sentirlo.

S’intesero per vedersi la sera stessa. Egli era in piedi dalle cinque del mattino. L’averci dato dentro col trattore quasi senza interruzione, fino all’ora di prendere una doccia e di rifocillarsi a dovere, lo aveva riempito d’una stanchezza esagerata, stordente. Eppure lo strapazzo gl’infondeva un’euforia, nella mente in cui pregustava la ragazza.

«Che hai?» lo occhieggiò; ambedue in piedi vicino all’auto; «mi sembri stravolto.»

«Non sono mai stato così bene,» rispose sempre sorridendo. «Rassicurati, non ho bevuto.»

Dopo che le ebbe chiarito d’aver sgobbato, lei espresse il desiderio di andare al cinema. Fabio accondiscese, sebbene il film non lo allettasse. Meryl Streep, attrice di vaglia, si concedeva all’andazzo delle commedie commerciali, brillanti nel gusto triviale. Usciti dalla sala chiassosa sullo schermo e per le risate in platea, si prospettò il vaglio di un luogo adatto. L’estate aveva il pregio di tenere caffè aperti dovunque. Li trattenne uno abbastanza decente, fornito, luccicante, dalla terrazza ben illuminata, prospiciente il Corso. Presero posto a un tavolino arretrato rispetto al viavai di pedoni e di veicoli in transito. Ad ogni modo, predominò l’elemento che da loro emanava per la loro ispirazione, convenuta e assai esclusiva, assai reciproca.

«Ti bacio,» le disse.

«Che?»

«Sì, ti sto baciando,» sostenne più felice che faceto. «Oh, non spaventarti: non credere che mi accontenti dell’immaginazione.»

«Ti bacio anch’io.» disse lei dolcemente, dopo aver spalancato tanto d’occhi estasiati.

Un minuto più tardi:

«Allora, sei o non sei per la sublimazione?» lo provocava.

«Che c’entra la sublimazione,» controbatté pacato. «Ho soltanto escluso l’amplesso e cose affini, come il cosiddetto bacio alla francese, che qui chiamano ammobiliato

«Adesso mi capacito, signor raffinato,» lo sorprese con una disinvoltura che non le avrebbe attribuito.

La loro frequentazione proseguì nell’auspicata aura spirituale. Si sentirono entrambi trasformati in un affinamento che si protraeva in tutte le ore. Gli amici, gli intimi, i curiosi spettatori dicevano o pensavano: “È innamorato”, “È innamorata”, “Sono innamorati”; un po’ compatendoli, un po’ invidiosi, chiedendo per quanto tempo l’idillio sarebbe durato. Avrebbero voluto saperne di più.

Anche la coppia, pur paga e al riparo del suo appagamento, era sfiorata dall’interrogativo sulla conservazione, sull’insidia dei giorni che passano.

Michela, nonostante fosse trasfigurata dalla magia in cui la fortuna l’aveva immessa, e resa pressoché fiorente dal conforto che le conferivano la condivisione, la sicurezza dell’amato, la fiducia in lui, conservò il velo di mestizia; emergeva e ricadeva nell’inquietudine, che Fabio considerò un suo carattere congenito, da accettare. Anzi, sarebbe rimasto sconcertato qualora lei fosse apparsa gaia ed equilibrata.

Svolto il gravoso impegno degli esami, verso la fine di luglio i genitori affidarono a una commessa il negozio di articoli da regalo e lei li scortò a Courmayeur, dove possedevano un appartamento. Di là non riuscì più a liberarsi. Suo padre, affetto da bronchite cronica, febbricitante, fu aggredito dall’asma. La figlia si era fermata, dapprima a causa della fragilità materna, che reclamava un valido ausilio nell’accudire il valetudinario finché si fosse rimesso; in seguito la malattia che non dava requie impediva di lasciare i “vecchi” da soli.

Sfumò il viaggio che avrebbero fatto sulla costa del Golfo di Biscaglia e in Galizia. Fabio si offrì di raggiungerla in montagna. Michela lo dissuase prevedendo di tornare presto. Successivamente, vincendo l’imbarazzo, gli confidò che sua madre andava soggetta a fisime e manie. Era sconsigliabile che lui andasse a trovarli in simile frangente. Quantunque non fosse nello stato d’animo per fare una scappata, che le costava bugie e sotterfugi, la figlia accedette alla proposta di incontrarsi nella città di Aosta.

Il ritrovarsi non fu dei più felici. I tratti dell’amata mostravano i segni delle traversie. Tradiva un indistinto nervosismo anche durante le loro effusioni, nonostante che il distacco di un paio di settimane riaccendesse i bagliori della contemplazione coronata dai soavi sensi del tatto, delle labbra, dell’odorato. Contrariamente all’abitudine, si trattennero nell’auto parcheggiata in una viuzza, al pari d’una qualsiasi coppietta. Un’occhiata di lei fuori del finestrino indusse Fabio a mettersi a passeggio. Dalla traversa, si immisero sulla estesa via centrale che divide il centro.

Giunsero ai fornici delle poderose rovine. Da esse si effondeva una pace arcana, un senso d’eternità, in cui scompariva, meschino, l’andirivieni dei passanti. Le botteghe chiassose regredivano rimpicciolite alla presenza dell’antica maestà della Porta Pretoria.

«Che cosa siamo noi,» Fabio notò, «nel flusso dei millenni… Che cosa lascia l’evento eccezionale che ci è toccato? Sembra assurdo che svanisca questa scintilla, che forse ha qualche impurità, però…»

«Mentre gli archi che stai contemplando,» disse lei perspicace, «resistono corrosi, e corrosi, più belli… »

«Purificati da tempo… classici, ma fabbricati da molta corruzione. Alla stessa stregua sono incancellabili i fatti storici potenti, spesso gravidi di delitti… E dei nostri attuali fabbricati precari, da rifare, poiché lo esige il progresso, resterà soltanto la polvere.»

Michela fu percorsa da un brivido.

«Non ti allontanare da me,» lo pregò stingendogli il braccio con la mano.

«Figurati… Sarebbe difficilissimo… » la coccolò con un’espressione protettrice.

Superate le mura romane, girovagando uscirono sulla piazza della Cattedrale. Fecero il loro ingresso nel tempio, che era un monumento di ogni stile. Si sarebbero dispersi in quel museo d’opere d’arte; invece raccolse le loro menti sul significato della chiesa.

“Perché tutto questo? Questa smisurata, splendida, diffusa elaborazione religiosa?” Michela sostanzialmente meditò, senza avere il coraggio di esprimersi. Ma, ruotando lo sguardo e guardando lui, il suo pensiero si manifestava. Né l’uno né l’altra avevano idee chiare sulla fede. I dubbi gliela avevano fatta accantonare. Se lo confessarono. Le navate oscure, le statue e i dipinti, gli altari, l’incenso nell’aria secolare, la secolare frescura… era ben altro che un museo. Tornando sui loro passi verso il pronao rischiarato dal sole caldo, egli provò ritegno a percepire lei come la percepiva, a goderne nel Santuario dell’Assunta e dei Santi.

Furono investiti dal chiarore e dall’afa. «Eppure,» egli inspirò forte e lasciò un sospiro, «bisogna che, prima o poi, venga a capo di questo mistero.»

Il sole ancora dardeggiava, quando batterono i rintocchi delle sei. Giunta nel dopopranzo, Michela era in procinto di ripartire con la sua piccola utilitaria. L’abbraccio fu colmo di sensazioni e di promesse.

Sull’autostrada, da una nota accidentale scaturì la domanda. Come mai lei adoperava il macinino, quando aveva detto d’aver portato i suoi con la vettura di famiglia? Chissà se per una commissione indifferibile in Piemonte avesse preso il treno, e fosse risalita a Courmayeur con la sua macchina.

“Bah,” confidò, “una spiegazione ci sarà.”

 

(continua)

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