IL RISCATTO/II – romanzo di Piero Nicola

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IL RISCATTO

di Piero Nicola

romanzo

 

 

Capitolo secondo

per leggere il primo capitolo, clicca qui

 

Di agosto, alla cascina le cure della vite erano sospese. Riordinata la cantina, lasciato aperto il portone affinché arrivasse a un discreto grado di temperatura, che avrebbe favorito la fermentazione del mosto, si confidava nella clemenza meteorologica: una congrua pioggia avrebbe favorito la maturazione dell’uva, purché non si trattasse di buriana e di grandine.

Avendo rinunciato alle annuali vacanze marine, Fabio si prese qualche giornata di abbronzatura e di bagni in quel di Varigotti, il lido ligure preferito. Guido lo seguiva in Riviera malvolentieri, perciò non insistette a invogliarlo. La solitudine, da un lato si confaceva al suo essere in attesa, a tratti sognante; d’altro canto, i solitari spostamenti dal mattino al tramonto, in spiaggia, in trattoria, scarsamente distratto dalla società circostante, lo stancarono. Due volte a Genova, a sbrigare faccende, a adempiere compiti che in special modo riguardavano la genitrice, gli avevano scemato la nostalgia del luogo natale e della verde età. Era avvezzo alle pungenti lamentele di mamma Celeste. La consumazione della testa del femore la torceva e la tormentava. L’ortopedico di fama, compulsati gli esami, aveva decretato la necessità dell’operazione. Per il resto, la sua salute si manteneva negli acciacchi della vecchiaia. La dentiera aveva smesso di infastidirla. Dopo le ferie, avrebbero affrontato il calvario dell’operazione a Milano.

A una settimana dal Ferragosto, la signora Gentili telefonò che era rimasta bloccata. Le avevano rimediato un bastone col bracciolo. Il figlio si precipitò. Il sostituto del medico di famiglia diagnosticò il pericolo della rottura; in mancanza dello specialista, prescrisse un carrello per deambulare, oppure una carrozzella. Pregarono di restare fissa la domestica dell’Ecuador, che veniva a mezza giornata due giorni alla settimana. Offerte e lusinghe furono spese invano.

L’inutilità di svolgere ricerche di badanti, stante la chiusura degli uffici e l’assenza delle persone intermediarie o lavoratrici, misero alla prova l’ostinazione dell’anziana, che avrebbe dato un occhio della testa pur di non abbandonare la sua dimora.

«Mamma, a questo punto capisci che provvisoriamente devi trasferirti a Roccaspina.»

Il piccolo capo rivestito d’una parrucca grigia e riccia, si era piegato in giù; e stava curva sulla seggiola.

«Mamma!» la chiamò.

Non rispose. Non era da lei abbattersi senza fiatare. Le mise una mano sulla spalla. Le lacrime le rigavano il volto, le cadevano in grembo. Cercò nella memoria quando l’avesse vista piangere.

«Via, non sarà per molto,» le fece coraggio, deglutendo il nodo alla gola.

«Lo so che me ne vado di qui per sempre,» sollevò la schiena. «No, lasciami dire. Me lo sento… »

Prepararono la partenza. Egli pazientò seguendo le minuziose istruzioni per riempire le valigie, le borse delle medicine, dei documenti e delle chiavi. Aiutò come poté sua madre a vestirsi bene.

Infine chiusero casa. La sera furono al Greppo. Santina li accolse nelle stanze pulite e rassettate.

Asciugamani, candidi risvolti di lenzuola, cuscini, tovaglie e tovaglioli rinfrescavano la casa di biancori e col profumo di bucato. La cena era pronta. Minestra, cotoletta alla milanese, frutta e fetta di torta, saporiti, fragranti, strapparono un’approvazione alla signora di città. Il letto dei nonni spettò alla padrona. La camera matrimoniale, a pianterreno, attigua al soggiorno, godeva di comodità, del tepore del camino nella fredda stagione ed era la più fresca d’estate. Il figlio si sistemò nella mansarda, sull’ottomana dove aveva dormito fin da piccolo. Il giorno dopo, ad Alessandria comperò la carrozzella dal rivenditore di articoli sanitari, che aveva rintracciato in Internet e interpellato telefonicamente.

Via via le faccende andavano a posto, organizzate. Michela gli espresse rincrescimento, gli era vicina. Non abbastanza. Gli mancava. E di ciò ebbe scrupolo, in quanto la ragazza rischiava di scadere al livello di consolazione. Avvertì un divario tra le frasi e la loro temperatura, quasi fossero frasi di circostanza. Ad ogni buon conto, gli comunicò che suo padre era ormai ristabilito, lei poteva tornare a casa. Difatti, l’indomani gli rispose durante il viaggio e lo chiamò dall’appartamentino di Acqui Terme.

 

«Caspita! Credevo fossi defunto,» Guido stava fumando il sigaro, con la sinistra si ravviò la capigliatura dorata, spessa e lucida.

«E tu, che sembri di cioccolato, dov’eri finito?»

«Alle Maldive.»

«Fammi il piacere!»

«Giuro!» scansò la sua sedia per dagli spazio, puntellandosi sul piede valido. «Il guaio è che abbiamo un’idiosincrasia verso il telefono.»

«Hai ragione. Può darsi che sia una forma di timidezza.»

«Direi piuttosto un’insoddisfazione, una repulsione dei mezzi artificiosi, un’allergia dovuta al mare di sofisticazioni, alla plastica… Genovese, bevi birra?»

Acconsentì abbassando il mento. L’amico ordinò la birra anche per sé alla compagna ucraina di Toni, una non più giovane grassoccia, che faceva il paio con l’oste. Per Guido era il secondo boccale.

«Sei su di giri,» Fabio lo scrutò. «Scommetto che hai fatto qualche vittima.»

«Lo sai chi è la vittima,» disse asciutto. «Tu piuttosto: ti hanno sorpreso a tubare con una brunetta.»

«È possibile. La conosci.»

«Ho capito tutto: è lei ad averti sequestrato. E vedo che sei preso, ti mantieni sulla difensiva.»

«Mia madre sta alla cascina… in carrozzella. Aspetta di farsi operare all’anca.»

«Beh, mi dispiace… Non lo sapevo.»

«L’ho portata qui avantieri.»

Ad Acqui Guido aveva incontrato Carlotta. L’aveva invitata a cena. C’era stata un’allusione a festini a base di droga. Cessazione del rapporto appena iniziato. Ma nel discorso di Carlotta era capitato l’accenno a un’amica; probabilmente si trattava di Michela. Tralasciò di riferire quel dettaglio, di cui gli era sfuggito un indizio sicuro, qualcosa che potesse associare la ragazza al festino o soltanto concernere lo stupefacente. Quand’anche ne avesse avuto una prova, avrebbe dubitato di far bene a mettere in guardia l’amico.

Tra un sorso e l’altro, cambiò argomento.

«Hai sentito quel che è successo in una villa tra Castel Rocchero e Castel Boglione? Hanno rapinato una coppia di commercianti. Massacrati di botte per portar via pochi soldi e cianfrusaglie. All’uomo, un settantenne, hanno rotto il naso e le costole. La donna è sfigurata. Si sono visti alla televisione…»

«In questi giorni non l’ho accesa.»

«Ormai è storia vecchia, ci ripetiamo. In questi posti c’è gente che si fida, assume stranieri. Magari meritano, si danno da fare, ma non ci si rende conto che alimentano l’immigrazione; e la statistica lo dice chiaro: in proporzione, è almeno il triplo dei nostri il numero dei delinquenti immigrati, i più feroci. Senza contare che tutte queste razze e religioni aggiungono disordine da noi, che ne abbiamo a iosa di confusione.»

«Quei tali di Castel Rocchero li conosci? Sono di queste parti?»

«Mi pare che vengano da Genova. Hanno ristrutturato una casa ereditata. Tengono un magazzino, un commercio di legnami, nei pressi di Nizza.»

Dalla valle si era levata una brezza fresca. Infilarono la giacchetta e il pullover che avevano sul dorso. Arrivava la prevista perturbazione, il primo temporale che non fosse di caldo. Sopra la pergola, era distinguibile il movimento dei nuvoloni. Una folata di vento spazzò i volti diventati gravi. Si alzarono.

«Ciao, non vengo dentro,» Fabio estrasse le chiavi dell’auto. «Sai, mia madre… »

 

«Ci vediamo,» l’amico raccolse la scatoletta dei sigari e l’accendino. Il cielo brontolò. «La stagione doveva finire. Sarà il solito temporale; uno su sette fa danni.»

La grandinata era una fatalità. Il figlio stava sulle spine per l’invalida sola alla cascina.

Oltrepassate le colonne sotto il frontone del cimitero, piombato nel buio per mezzo chilometro di curve in leggera discesa, stava voltando sulla carrareccia inghiaiata, quando i tuoni rimbombarono i e prese a piovere. Suonò il telefonino inserito sul cruscotto. Via al tergicristallo! Una sterzata per schivare il fosso! Ferma la macchina Ammutolito il cellulare. Michela. Gli abbaglianti avevano illuminato una sagoma di persona sparita immediatamente. Procedette in salita verso il poggio.

L’avrebbe chiamata essendosi messo al riparo. Una saetta accese il portico, sotto il quale arrestò il veicolo. Rimase per un attimo in attesa, seguendo il frastuono in avvicinamento. Raccolse l’ombrello allungandosi al lunotto posteriore. Messo piede in casa: oscurità totale. La madre era a letto. Sotto il paralume a piantana dell’ingresso-soggiorno, compose il numero. Michela doveva raggiungerlo in paese la sera successiva, evitandogli un’assenza prolungata dalla cascina. Linea libera, interrotta dalla segreteria. Di botto, saetta e schianto. Ripetizione del fulmine. Un rovescio si abbatté sui tetti e sull’aia. Subito dopo lo scroscio, la gragnola scese mitragliando dappertutto, tamburellava ora più forte ora meno. Era sperabile che colpisse a strisce, a zone. Non di rado flagellava un campo, lasciando intatta la coltivazione confinante. Però la durata della grandine spegneva le illusioni.

Accese la luce esterna. Scostata la tendina, uno strato biancastro andava ingrossando nella chiazza illuminata. Si accorse che il cellulare vibrava sul piano di cristallo.

«Ciao, Fabio… Non mi hai risposto,» aveva la voce fioca.

«Non potevo… »

«Dopo non potevo io.»

«Guidavo e mi ha sorpreso uno scroscio di pioggia. C’è mancato un pelo che capotassi… Come stai? Ti è tornato il mal di gola?»

«No, ma sto male lo stesso. Ho trentotto di febbre, dolori al ventre, capogiri… Insomma sono un disastro. Mi dispiace. Escluderei d’essere lì domani, a Roccaspina.»

«Mi sarebbe caro poter scendere ad Acqui, ma sono sorti dei problemi con la grandinata, che pare stia cessando. Mi tocca la denuncia dei danni, e riparare rotture, tirare su filari rovesciati. Fuori c’è un tappeto bianco di chicchi.»

«Caro, mi dispiace.» ripeté con la medesima desolazione di prima.

«Ci facciamo animo, carissima mia. Non ti abbattere.»

Gli chiese scusa della misera accoglienza che gli aveva riservato. Fu il segnale del commiato.

«La tua presenza, anche di parole, mi rincuora sempre. Sappilo,» si premurò di aggiungere.

«Grazie, a presto; a domani.»

«Amore,» pronunciò come un’invocazione, e suonava come loro parola d’ordine.

«Amore,» le fece eco.

All’esterno si udiva uno sgocciolio variato, nel silenzio notturno.

Sul punto di coricarsi, Fabio rifletté che contrattempi e sfortune non giungono soli. Ricordò l’ombra intravista nel velame della pioggia. Ridiscese nella stanza che fungeva da ufficio e da ripostiglio. In fondo al cassetto basso della scrivania suo padre teneva una vecchia rivoltella. Più volte si era ripromesso di disfarsi di quell’arnese, che non sapeva se fosse stato denunciato. Di esso non aveva documento di sorta. Impugnò lo strumento letale. Sganciò il tamburo. Era vuoto, ma a tastoni rinvenne la scatoletta dei proiettili. Figurarsi di sparare a un intruso, a un qualsiasi malintenzionato, lo turbò. Affrontare coi pugni un cattivo soggetto che offende, in vita sua gli era capitato. Non si sarebbe tirato indietro di fronte alle minacce. L’arma omicida gli incuteva un timore che offuscava il caso dell’autodifesa, a meno che una pistola puntata richiedesse un’uguale risposta.

Ma questa presupponeva una preparazione e una sveltezza inverosimili, tranne che negli incontri dei pistoleri nel Far West.

La prudenza, la madre vulnerabile, lo indussero a caricare l’arma e a tenerla a portata di mano.

Poteva servire da deterrente.

 

I danni furono ingenti. Metà del raccolto era perduto. L’assegnamento fatto su quell’annata per rimpolpare le finanze andò vanificato. Fece capolino lo spettro dei debiti.

Tre giorni dopo Michela salì a Roccaspina. Smontò dalla vetturetta nella piazza lambita dal tramonto, momentaneamente rispettata dalla brezza, nera d’asfalto suddiviso nel mezzo dalle strisce del posteggio. Fabio si accomiatò da Pinin, un piccolo proprietario nodoso e rugoso con cui scambiava convenevoli. Affrettandosi a incontrarla, il dimagrimento si rese inequivocabile nel vestito a fiori aguzzato dal seno e sollevato nei fianchi. I pomelli scialbi reggevano le guance oblunghe. Avvicinandosi per baciarla in fronte, il suo sconcerto velò gli occhi cerchiati e i restanti particolari del deperimento.

Smisero le esternazioni del piacere per essersi ritrovati, e:

«Ti ho spaventato,» parlò coraggiosa, «dì la verità.»

«Sei sciupatina, ma ti riprenderai.» Desistette dal formulare ipotesi o domande sulle cause avverse, che si palesavano in modo carente. Suonava strano lo strascico dell’indeterminato malessere accusato la notte della tempesta. Ma chi vigilava sulla propria reazione all’imbruttimento, confortato dall’ardire, dalla tenacia racchiusa nella fragilità, si rimise all’inappetenza ostinata e a un mal di denti di cui lei aveva altresì sofferto.

«Ti va di sederti?» le chiese indicando il bar.

«Camminiamo.»

«Come preferisci.» Si mossero dando le spalle alla facciata importante, eclettica, della chiesa ottocentesca. «Non ti invito in casa. Mia madre, come la tua, ha un carattere balzano e, se non lo dà a vedere, è sottosopra per l’intervento all’anca che l’aspetta.»

La penombra invadeva la paesana e tradizionale via Roma. Più avanti, il cancello cieco di una dimora signorile rompeva la serie delle abitazioni modeste. Più oltre ancora, un archivolto era un vestigio irriconoscibile della porta di Levante. Fabio infilò uno stradello, furono sul cammino delle mura settentrionali, asperse dell’ultimo sole. Sostarono. Lei aspirò il tiepido fiato dei muri e della campagna. Gli occhi azzurri emersero moderando le occhiaie. Diede due colpi di tosse, ne contenne un terzo.

«Cara, ti senti bene?»

Fece cenno di sì: «Se tu mi vuoi bene.»

«Te ne voglio.» Le prese la vita e la baciò ricambiato. In quel contatto riebbe il succo dell’amore, più denso della contemplazione delle fattezze, ora sciupate, sempre delizioso e caro.

«Michela, tu non mi nascondi nulla, non è vero?» Si morse la lingua; avrebbe accoppato il demone che aveva parlato in lui.

La ragazza si irrigidì, come Fabio aveva temuto:

«Che cos’è questo sospetto!» disse agra, il volto rosso, contratto, in una luce di sguardo incattivito, sbalorditivo.

«Quale sfiducia?» la fissò di rimando. «Ma che hai? Che ti prende?»

Chinò la testa: «Nulla.»

«Mi dispiace d’averti fatto credere che non mi fidassi di te,» volle rabbonirla. «Hai frainteso; mi riferivo alla salute… »

«E con questo?»

«Mah, credo d’aver ceduto a uno stimolo insensato, senza volere… »

«Meno male, altrimenti la nostra eletta società dove va a finire?»

Si era calmata. E d’improvviso i tratti le si incresparono. Muta, distolta, le gote bagnate di gocciole. Fabio ricordò il pianto commosso al ristorante. Questa volta la commozione era priva di intima gioia, di gratitudine, era sconsolata.

Tentò di sollevarla. Lei si ritrasse:

«È colpa mia.»

Fabio si spiegò l’enigmatico motivo dell’accusarsi con l’essersi adontata all’eccesso, quindi ritenuta inetta alla loro preziosa concordia. Ciò dipendeva da una depressione di ragazza deperita.

«Colpevole tu?» la contraddisse confortandola; «sei esaurita. Hai bisogno di nutriti e di rinforzarti, e di affidarti a me.»

Restò zitta, alzando uno sguardo doloroso e consenziente.

«Stasera cos’hai mangiato?»

«Un toast e un cappuccino.»

Si lasciò convincere a fermarsi da Toni per una pasta asciutta. Rifiutò la carne. Stette alla battuta sul tiramisù, facendosi strappare un sorriso. Bevve un mezzo gotto di grignolino e accettò un goccio di grappa dal bicchierino di Fabio.

«Domani sera sono impegnata con una collega amica… non è Carlotta… Non posso mancare alla festa di compleanno di suo figlio. Dopodomani… dopodomani rivedrai questa povera faccia.»

Nella toeletta aveva ripassato il trucco sul fondotinta, ridipinto di rosa le labbra. Le spietate lampade del locale davano risalto alla maschera mortificando il nasino, facevano risaltare le orbite peste e profonde, le gode sfiorite. Le labbra no: morbide, un tantino ammollite, si erano conservate per lui, perché se ne potesse compenetrare, perché da esse si irradiasse la sua bellezza a redimerla tutta. Fabio la poteva attingere sulla bocca, gli era dato di assaporare l’essenza squisita premendovi sopra la sua bocca.

«Vado.» Le palpebre grevi, le ciglia socchiuse esprimevano l’implicita giustificazione: la stanchezza. Il caffè avrebbe fatto effetto più tardi.

Arrivati alla portiera della macchina, contraccambiò il bacio teneramente. Non ci sentì, che lui la scortasse con la sua auto sino al portone del condominio; respinse l’insistenza:

«Sta tranquillo, sto bene… A Acqui, andata e ritorno solo soletto…. Apprezzo la tua premura, ma non se ne parla.»

Egli rientrò poco rassicurato nel locale caldo, divenuto rumoroso. Guido aveva finito la partita a carte, e insieme chiesero permesso a due ubriachi malfermi, dirigendosi a un tavolo libero dove avrebbero condotto a termine la serata. Al passaggio dell’amico accanto agli innamorati, lui e Michela si erano simpaticamente stretti la mano, senza che dopo lei menzionasse Carlotta a proposito della sua uscita con Guido, rimasta priva di seguito. Tuttavia era possibile che Michela ne fosse ignara.

A Fabio balenò, più che un timore, l’eliminazione di una deprecabile eventualità. In definitiva, il malanno dell’amata restava misterioso. Aveva qualche diritto di sapere, se lei era stata insincera.

«Guido stammi a sentire,» esordì. «Ho da domandarti un’opinione. Ti chiedo anche di non farmi domande, qualunque cosa tu possa arguire.»

«D’accordo.»

«Secondo te una persona che non fuma, che non beve, può essere tossicodipendente? E senza accessi di collera e di euforia?»

«Direi di no… » il suo confidente guardava davanti a sé, si dava un contegno.

«Già.»

«Vuoi saperne di più? Sentiamo il dottor Beltrame… Sì?» puntò le mani sul bordo del tavolo sollevandosi.

Sorsero uno dopo l’altro, vennero fuori dagli ingombri, si districarono fra gli avventori. L’ex medico condotto, da anni in pensione, era intento a lisciarsi la barbetta mentre leggeva il giornale in un angolo, sotto una lanternina di poco prezzo.

«Se la ride, dottore?» il geometra lo approcciò alludendo alla pagina aperta, «é divertente?»

«Uno spasso,» levò gli occhietti al di sopra degli occhiali, «alla mia età, o si ride o si piange, dopo aver capito tutto. ‘Sti fantocci della sacrosanta Opposizione, ‘sti grandi tutori della Costituzione, studiano di notte le formule delle sostanze paralizzanti da iniettare nel corpo del governo. Così affondano tutti quanti nel liquame, compresi i sabotatori che stanno nelle supreme sfere intangibili,» gongolava. «Ebbene, persone serie?» li sbirciò interrogativo.

Gli sottoposero il quesito. L’interpellato rilasciò il responso: i drogati che si astenevano dal tabacco e dall’alcol, padroni di sé, erano un’assai esigua minoranza. «Non ho mai avuto pazienti tossicomani che fossero astemi e che non puzzassero di fumo.»

 

Non appena a Milano lo studio del professore ortopedico riaprì, data l’urgenza, l’invalida ottenne una visita ravvicinata. L’intervento di applicazione della protesi al femore era consuetudinario, il ricovero in clinica a pagamento venne fissato il 10 ottobre. A quella data la vendemmia poteva essere conclusa, ma cominciava la delicata fase della vinificazione, che non ammetteva trascuratezze. D’altra parte, quanto prima la mamma avesse riacquistato l’autonomia, non solo si sarebbero riavuti ambedue materialmente, sarebbe cessata un’incresciosa afflizione morale.

Le occorrenze della Banca, le compere all’emporio agrario, un riparazione dal meccanico, nonché le andate a Genova e a Milano per rifornire il corredo della degente e per la visita specialistica avevano riempito un periodo di stasi della viticoltura.

Le venute di Michela si erano susseguite a intervalli irregolari. Sporadicità determinata dalle malinconie dell’anziana inferma, dalle indisposizioni e dai contrattempi della giovane cagionevole.

Quei cultori dell’ intelletto d’amore, apprendisti d’un dolce stil novo, stile tanto strabiliante nel presente che sarebbe riuscito più inedito, ad ogni livello culturale, di quanto lo fosse stato nel medioevo, quei cor gentili  che avrebbero assimilato l’ amor cortese, avevano avuto la ventura di essere arrivati a un certo segno indipendentemente dalla loro istruzione e dalle reminiscenze scolastiche, e il loro intelletto, a paragone dei stilnovisti, restava a mezza strada. Il che non guastava, sia per la loro confusa nozione del divino, sia perché cimentarsi con le sublimazioni, con gli esseri umani angelicati, fa scivolare nella velleità dello gnosticismo.

Placate l’afa e la canicola, attirati dalle vaghezze del Creato, volsero le terga ai villani prendendo per strade campestri. Alle selve e ai ruscelli si sostituirono brevi macchie scoscese e rivi asciutti, nel mare dei filari. Fabio la portò a vedere la natura da lui addomesticata, ad assaggiare i grappoli di moscato bianco e di moscato d’Amburgo, delle poche viti di diversa specie cresciute in barba all’economia colturale dell’uniformità. Tuttavia, il cielo e i colli, il borgo, la cupola in distanza, armonizzavano con l’armonia misteriosa sprigionata da lei, misteriosa per il potere di trasformare l’istinto dell’uomo in amore, e per quel potere speciale esercitato su Fabio. Mentre di volta in volta, tempo permettendo, si spostavano mutando prospettiva al paesaggio, e lui godeva di presentarglielo nuovo, riguardo a se stesso ogni novità era un’inezia, l’attrazione verso il suo polo ne faceva a meno.

Viceversa, l’attaccamento di lei a lui avrebbe abbisognato di sempre nuove prove per essergli noto.

 

Fabio proseguì i preparativi della vendemmia. Aveva rinviato l’acquisto della macchina vendemmiatrice, essendo ancora molto cara quella perfezionata. Installò dietro il trattore il meccanismo che reggeva, sollevava e ribaltava la bigoncia metallica. Allineò le ceste di plastica e i forbicioni per la raccolta. Attrezzò il capace rimorchio, rivestendone l’interno col telone impermeabile, su cui l’uva veniva rovesciata. In cantina la diraspatrice ricevette la tramoggia, che attraverso la bocca di lupo incanalava giù il carico ribaltato dal rimorchio. Il recipiente per raccogliere la massa degli acini infranti, prodotta dalla diraspatrice, ricevette il tubo flessibile innestato alla pompa, che spingeva attraverso un altro tubo la massa liquida nel tino.

Santina, addetta a cucinare il vettovagliamento dei vendemmiatori, ebbe la conferma che si cominciava lunedì. Portava due donne del suo parentado, altre due gliele prestava Pinin: moglie e figlia del piccolo proprietario, che era sprovvisto di adeguato mezzo di trasporto. La sua uva, di precoce maturazione, già aspettava di bollire in un tino del Cantinone Sociale, dove Fabio l’aveva trasportata. Una mano lavava l’altra.

Nel pomeriggio di domenica la signora Celeste fece la siesta, lesse pagine d’un romanzo dell’autrice contemporanea che non le dispiaceva. Per lo più riusciva a sorreggersi. Aiutandosi col bastone raggiungeva l’autosufficienza. Quel giorno chiese aiuto. Santina festeggiava la domenica e non aveva aderito alla richiesta di venire a dare una mano. Sostenendola nei trasferimenti da e sulla carrozzella, l’invalida gemeva come non aveva mai fatto. Continuò a lagnarsi seduta, prima della cena. Non tanto si crucciava al proprio riguardo, aveva da ridire circa la supposta credulità del figlio:

«Può darsi che vengano tutti a vendemmiare, ma ti fidi troppo,» lo mise sull’avviso. «Dimentichi le invidie, le cattiverie di questi contadini.»

Recriminò, rivangò le ruberie, gli abusi commessi a scapito del padre e suo marito. Fabio le permise di sfogarsi. Ribattere avrebbe significato mettere legna su carboni accesi.

Cenarono con il passato di verdure scongelato e con gli avanzi del lesso e della mostarda mangiati a pranzo, aggiungendovi un’insalata di lattuga comperata in paese. Coltivare anche l’orto sarebbe stato un sacrificio.

Una perturbazione, fortunatamente veloce, produsse una rada, instabile nuvolaglia, che accelerò il crepuscolo. Il vento rinfrescò.

Un canale della tivù proiettava un film guardabile. A lei si addiceva la vicenda sentimentale, a lui, le vedute di una Svezia variopinta, ripresa nella grazia dell’estate: un documentario farcito dell’intreccio a cui non si erano risparmiate un paio di scene d’accoppiamento, tanto per pascere gli appetiti libidinosi e per provocare le famiglie dabbene, infliggendo loro il disagio, insinuando loro il sospetto d’essere retrograde. Fabio credeva agli illimitati disegni occulti, intesi a pervertire e a infrollire il mondo.

«Sai bene che la penso come te,» la madre concordò con il figlio. «Devo prendere quello che passa il convento.»

Su quel punto s’intendevano. Però lui sapeva che non le andava di staccarsi dalla vita presente.

Come le mancava il transito delle automobili che le passavano sottocasa, così non respingeva il mondo schiavo d’un costume falso, viziato e vizioso.

«I film di quando ero piccola e ragazzina sono un’altra cosa. Purtroppo non li danno quasi mai.»

C’erano sistemi per comprarli o scaricarli col computer e vederli nel televisore. Preferì lasciar correre e che andassero a nanna con un senso di intimità, di condivisione.

Mentre si accingevano ai preliminari del ritiro nelle rispettive stanze, gli parve di sentire un rumore e una voce provenienti dal portico. Tese l’orecchio.

«Che c’è? Hai sentito qualcuno di fuori?» disse la madre, fermando la carrozzella.

«Non credo. Sarà il vento,» ma le fece segno di tacere.

Si udirono delle voci sommesse, concitate, vicine.

«Hai sentito anche tu?» sussurrò allarmata.

«Aspetta,» rispose, «prendo una precauzione. Torno subito.»

«Dove vai?» tese il braccio facendo il gesto di trattenerlo.

«Torno subito.» Corse alla scala, salì d’impeto i gradini a due alla volta. Ricomparve con la pistola nella tasca dei pantaloni.

Con fiuto femminile, Celeste si accorse della manovra effettuata dal figlio:

«No,» si stizzì, «butta via quella rivoltella!»

Una botta violenta fece vibrare il portoncino d’ingresso. Seguirono tramestio e incitazioni in lingua straniera.

«Fermi!» Fabio gridò. «Chiamo la Polizia!»

In un attimo, il piede di porco, ficcato a martellate, venne fuori dal battente, scardinò il chiavistello. Una faccia nera mai vista puntò in giro occhi spiritati, abbacinati dalla luce.

«Se chiami, v’amaziamo!» urlò cavernoso il rapinatore.

.

 (continua)

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