IL RISCATTO/IV – romanzo di Piero Nicola

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IL RISCATTO

di Piero Nicola

romanzo

 

 

Capitolo quarto

 

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«Michela… » L’aveva tenuta fuori dalla bruttura della tragedia.

Lei mise l’indice sulla bocca, rattristata.

«Non sono un’apparizione,» sussurrò.

Fabio capì che doveva essere incappata in un lapsus, intendendo parlare di miraggio o di fantasma.

Senza volere, le recò disappunto uscendo nel corridoio, obbligandola a seguirlo.

«Mi hai dimenticata.»

Egli scosse la testa. «Il messaggio che ti ho inviato… »

«Lascia stare, capisco, è comprensibile. Fabio, condoglianze… »

Nella sua cera, specialmente la bocca e gli occhi recavano la sofferenza delle circostanze avverse.

La ferale notizia aveva spazzato via la sua venuta a Roccaspina, la fugace visita, animata di lieta curiosità, al caposquadra e alla squadra della vendemmia. Le televisioni avevano riportato il fatto, di certo rispecchiando le cronache dei giornali, lacunose, reticenti, ingannevoli. Perciò, il rifiuto assoluto di Fabio a concedere commenti e interviste; forzato a trincerarsi, a tenere la lingua a freno per non dare pretesti a chi teneva il coltello per il manico. Le sue repliche sarebbero state oggetto di travisamento, raffigurandolo sconvolto e da commiserare, oppure vittima d’una cultura sorpassata, ignorante. Oh, non omettevano il contraddittorio! ma, sofistici e viscidi, andavano a parare dove faceva comodo a loro, instillando nel pubblico l’impressione che fosse lui, il pubblico, a tirare le somme. Infine, da consumati prestigiatori politici, gonfiavano il piccolo e striminzivano il grande.

D’altro canto, si era ormai sprovvisti delle fondamenta, dei sani principi. Chi si prendeva la briga di cercare il giusto metro di giudizio?

Usciti dall’ascensore montacarichi, attraversavano un cortile munito di aiuole. Michela ascoltava convinta e nel contempo rassegnata, quasi apatica. Lui s’avvide di sostenere un duplice cordoglio increscioso: riguardo a sua madre e alla pietosa cera dell’amata. All’ingresso del Reparto, la pregò di attenderlo. Prese gli effetti personali. Passò a congedarsi dal medico di guardia. La sua indecisione a dimetterlo fu dissipata dalla fame di letti liberi che affliggeva il nosocomio. Sulla via, sotto un chiaro cielo d’autunno incipiente, cielo misericorde e mal considerato, la gente agiva, le macchine filavano, inconsapevoli. A lui, illuso d’essersi preso una vacanza di convalescente, sbarazzato dei grattacapi della cascina, incombevano la Banca, la visita all’Impresa di pompe funebri, l’acquisto del telefonino, il Commissariato, gli uffici che rilasciavano i documenti perduti, i clienti da tener vivi, l’uso del computer (per miracolo sfuggito alla razzia, come l’orologio). Ordinare, ricominciare…

L’elenco lo frastornò.

«Ti rincresce accompagnarmi alla Banca?» le chiese. «Saranno duecento metri. Mi sbroglio e si va a pranzo… Sarà da ridere, così conciato.»

Esteriormente, aveva un rigonfiamento alla spalla e, al posto del turbante di benda, un grosso cerotto.

«Casomai, mi imbocchi tu.» Si teneva su per combattere gli spasimi, affioranti nonostante il trattamento analgesico, e un patema incurabile.

«Con molto piacere,» le sorrisero gli occhi azzurri, inumiditi, traslucidi. «Oggi non avevo lezioni.»

La precisazione giunse anodina, ma c’era parecchio di singolare in lei. Come ebbero consumato il pranzo, le disse che avrebbe preso un tassì per rincasare, dopo essere passato dal Commissario. Le fu riconoscente della proposta d’accompagnarlo, ma si era angosciata e strapazzata abbastanza.

Imbruniva. Rinfrescava. Il trambusto gassoso del traffico lo infastidiva. Il gonfiore, il sordo bruciore alla spalla, le stilettate al torace che lo sorprendevano a tradimento, la ferita che doveva gemere sulla testa, tutti fattori della sua spossatezza, influivano marginalmente nella sua abulica indeterminazione.

Aveva adempiuto a tre dei compiti che si era ripromesso di soddisfare. Gli accordi presi con l’agente delle pompe funebri, che si era incaricato di ogni particolare, avevano preso il minor tempo.

Gli era costata più di mezz’ora la coda nel negozio e la scelta del cellulare. Gli era stata concessa la facoltà di recarsi dal Commissario l’indomani. L’ansia di distrazione e di sfogo, confusa col desiderio di togliersi le incombenze, l’aveva spedito negli ambienti agitati del Commissariato. Altra attesa, rinnovata e dettagliata deposizione, sprecato esame delle foto segnaletiche, denuncia. E non sarebbe bastato. Occorreva farsi assistere da un legale penalista, comparire davanti al Pubblico Ministero. Argeri gli era riuscito trasformato, multiforme, mentre andava e veniva sbrigativo, indaffarato. Eccolo ricomparso impaziente: «Se deve rientrare alla cascina, lo faccia. Levi il sigillo, l’autorizzo io.» Avevano rinvenuto la macchina. Si aspettavano i rilevamenti della Scientifica nell’abitacolo. «Li prendiamo? Oh, se li prendiamo!»

Era uscito sfibrato, pentito d’aver strafatto. Stava fisso lì, i piedi di piombo, incollato al marciapiede, inquieto sul da farsi.

Le lanterne appese alla pensilina protesa sull’ingresso dell’albergo disfecero il tragitto, l’ingresso notturno nel teatro degli orrori, dei sopralluoghi eseguiti dagli investigatori, e la restante desolazione. Guido aspettava la sua chiamata; in una mezz’ora sarebbe arrivato. Il miraggio d’un letto, d’una camera estranea, impersonale, ovattata, lo aveva attirato irresistibilmente. Telefonò. Il compagno lo comprese appieno. Ah, la farmacia! Qualcosa doveva pur dimenticare. Nel tasca esterna del borsone alleggerito aveva una scatoletta di pillole, il foglio delle prescrizioni e le ricette consegnate dall’Ospedale. Respirò e si mise in moto.

 

Il giorno seguente fu dedicato al ritorno d’una parvenza di normalità. Ci volle del bello e del buono per rintracciare col telefono Santina e staccarla dalla vendemmia sulle terre dei loro parenti. Poteva entrare senza curarsi del sigillo e fare le pulizie. Guido lo venne a prendere che erano le undici.

Mangiarono alla trattoria della Stazione. L’amico aveva trattative in corso per vendere l’uva. Gli avrebbe prestato la berlina Ford di suo padre passato a miglior vita. La macchina funzionava.

Dovette estrarla dal fondo dell’autorimessa della casa di famiglia, sua e della madre. Guidare. La leva del cambio era alla portata della mano di Fabio. L’avambraccio destro risultò meno efficiente e nemico della spalla nel mettere e muovere le dita sul volante. S’avventurò e ce la fece. Mera precauzione fu quella di Guido, che lo seguì in auto fino al Greppo.

Nel pomeriggio ebbe la donna per casa. Continuava a rassettare. Il frigorifero era rifornito con la spesa. Pagando Santina, si creava un vuoto, l’assenza che prendeva origine anche da lui. Salutò la contadina sulla soglia, sopra pensiero. Rivide la faccia di mogano, i grossi tratti prominenti e accesi, li vide alterati dagli spari, dalle pallottole penetrate nel corpo vigoroso, arrestato. Un ucciso: una vecchia madre viva, scampata al martirio. Nella luce del tramonto cadde la scena fittizia, sull’aia sgombra, inutilizzata. Sul paese informe, la cupola si stagliava all’orizzonte. Cervello e anima furono assorbiti dalle esequie da predisporre.

 

Sei giorni dopo, nella navata neogotica dalle volte slanciate e non prive di delicatezza, intorno alla bara convennero pochi roccaspinesi, tra i quali due cugini maschio e femmina di terzo o quarto grado, la ligure, ottantaduenne zia di mamma Celeste, accompagnata dal figlio Carlo, che passava a Genova parte della sua licenza di ingegnere operante all’estero, il maresciallo dei carabinieri, venuto dalla casermetta della Stazione, un agente della Questura, il sindaco attempato, Guido, Michela e Carlotta. Due o tre inviati dei mezzi d’informazione facevano istantanee, riprese, interviste improvvisate a chi si prestava. Il rito fu celebrato da don Roberto, malgascio sulla trentina, di pelle scura e di dolci lineamenti, facile al sorriso, parroco d’un comune del circondario e facente funzioni in svariate parrocchie. Il sole radioso, penetrato dalle vetrate dell’abside, le esili statue della Madonna e d’un santo, il crocifisso scarno, appeso alle braccia alzate come in una resa, il prete svelto in un camice leggero, congiurarono contro l’austerità, contro l’aspirazione alla gravità dell’ora. L’omelia sorvolò sulla commemorazione della defunta predicando perdono e opera d’integrazione degl’immigrati. “Quale integrazione dei musulmani, se per loro siamo infedeli e se, in realtà, loro lo sono per noi? Hanno inventato che non lo siano, che non siano nostri nemici, almeno potenziali. È più facile che Allah, il Corano, abbiano ascendente su di loro con la guerra santa, di quanto ne abbiano i cristiani e gli agnostici occidentali.”

Chiamato a salire al podio, Fabio fece segno di no. Una pia donna lesse due salmi alla maniera dei protestanti. Sul sagrato, il giovane in lutto ricevette le condoglianze di congedo. Lo scalpore suscitato dal delitto gettava un sospetto sui meno sospettabili d’essere curiosi e di mero ossequio alle convenzioni. Il cimitero, sul poggio in gran parte avvolto dai prosaici filari di viti, accolse lo sparuto corteo. Il feretro fu collocato nella stanza d’attesa su due cavalletti rugginosi, contornati dalle corone e dai mazzi. Il giorno dopo, Celeste sarebbe stata riunita a suo marito, nella tomba del nonno Augusto e della nonna Adele, acquistata quando ancora erano vivi. Dato il religioso saluto alla madre, sotto il portico l’unico congiunto dell’estinta raccolse alcune strette di mano, sostò vicino a un crocchio in ascolto d’un vecchio signore elegante, intento a riandare gli accompagnamenti dei parroci, dei chierichetti, delle figlie di Maria, e le campane, che allora non suonavano soltanto a morto. Gli astanti si girarono, sbiadendo sui volti le loro differenti espressioni, E furono gli ultimi gesti solidali.

Tramite Guido, Fabio aveva fatto circolare il tradizionale invito a pranzo, ma da Toni si ritrovarono con Michela. Gli amici evitarono di escluderla barattando idee e informazioni che non la interessassero, cionondimeno il disagio di lei era palpabile; né risollevarono il morale divagando, osando un motto intelligente; talché sortì una sfilacciata, debole conversazione. Il fulgore del cielo che schiacciava l’ombra sulla piazza, l’azzurro intenso al sommo della finestra, riportavano la gloria celeste; inconsiderata quando erano stati all’aperto. Era il clima ideale, il ciclo, indipendente e imperituro, del bel tempo e del brutto tempo.

 

In quanto erede d’una proprietaria di appartamento nella Superba, l’imprenditore agricolo Fabio Gentili acquisiva un indubbio credito. Dovette sudare per farne capace, documenti alla mano, il Direttore della Sede bancaria. La successione non era avvenuta; il prestito concesso fu risicato. Ed era lungi dal richiedente accendere un’ipoteca sulla cascina.

Comperò una macchina nuova. Fece installare un portoncino in sostituzione di quello deformato.

L’amico geometra gli procurò un muratore, che s’incaricò dell’imbiancatura generale degli interni e dei lavori rinviati. Poiché a maggio dell’anno dopo scadeva il termine dell’esecuzione, il collegamento della fossa asettica con la fognatura nella strada comunale poteva attendere. Il commercialista gli prenotò un abboccamento con un avvocato di sua conoscenza, per le evenienze derivanti dal delittuoso evento. Albe e tramonti, pioggia e sereno di stagione calante: se ne andarono dieci giorni di faccende straordinarie, di riparazioni destinate al ripristino d’un treno di vita sinistrato. La cantina languiva. I recipienti d’acciaio vuoti emettevano scricchioli, risonavano ad ogni apertura di portone, cupi e lamentosi. Le bottiglie diminuivano; di lì a breve, alla clientela faticosamente conquistata bisognava offrire prodotti altrui, col rischio di perdere acquirenti del dolcetto del Greppo nelle annate successive. Fabio amava il vino e la coltura, dalle barbatelle piantate, al rigoglio dei pampini e dei grappoli, ma il commercio gli pesava, non aveva la stoffa mercantile. Eppure il bilancio dell’azienda era condizionato dalla vendita diretta, e da una concorrenza spietata.

Intanto l’attività delle diverse branche della Pubblica Sicurezza non era pervenuta alla cattura dei criminali. Avevano arrestato due ladri e spacciatori nigeriani, immigrati irregolari, rilasciati quasi immediatamente a motivo delle incertezze sui loro spostamenti. Si erano avvalsi di testimonianze discutibili, ma la falsità degli alibi richiedeva d’essere provata. Le tracce avevano preso avvio dalle impronte di uno di loro rilevate nell’auto rubata e incriminata. Costui si era giustificato dicendo d’essersi rifugiato dentro la macchina aperta, messa di sbieco in una stradina di periferia. Si battevano altre piste. Visto che i banditi erano stati tre, Amir, il capo, non identificato in alcuno dello stesso nome, come era venuto dal nulla e aveva cancellato le sue orme?

 

Le realtà cattive, le avversità prevalenti, contrarie all’equilibrio provveduto da una strenua lotta per l’esistenza, ebbero nella progressiva guarigione (il 30 ottobre Fabio toglieva la fasciatura alla spalla) un valido antagonista. Nel convalescente la ripresa del vigore risvegliò il combattente, che riebbe gli sprazzi di buonumore e d’umorismo che gli erano stati abituali.

L’adoratore di Michela, o meglio, il cultore delle suggestioni che la sua persona aveva il potere di trasmettergli, si era assuefatto al deterioramento della bellezza. Scostando la cenere sulle espressioni, sulle forme, si ricreavano gli aurei originali. Colse la sua bellezza intrinseca, rinvenibile. La primitiva emozione data dall’immediatezza si era trasformata. E non accadeva sempre così nel protrarsi del rapporto, fintanto che l’incantesimo durava? Però l’ipotesi della fine non la prendeva in considerazione. Gli appariva remoto il caso che venisse meno il fondamento dell’amore, per il quale avrebbe potuto amarla sempre.

Su consiglio del medico di famiglia, lei aveva consultato un professore. I valori delle analisi, tutto sommato nella norma, conducevano a una diagnosi e a una terapia in cui c’era poco da sperare.

«Sarà presto per dirlo. Da quanti giorni prendi la medicina?»

Ebbe un’esitazione: «Cinque. No, sono quattro… quattro.»

«Mi sembra poco.»

«Ma se ti dico che non aveva convinzione. I medici ti danno sempre qualcosa. Ogni volta vai via con una ricetta.»

Toccandole il tasto della salute, si adombrava. Aveva accondisceso a farsi visitare purché la smettesse di preoccuparsi. La preoccupazione lui la teneva nascosta, ma lei l’avvertiva. L’averlo assecondato comportò che l’argomento fosse bandito.

«Ti racconto una storiella,» le disse. «Un tale chiudeva la bocca a chiunque gli parlasse di malattie. “Che gusto si prova a parlare di malattie?” protestava. Un giorno si buscò l’influenza. Sua moglie volle chiamare il medico. “Non sopporto le parole febbre, influenza, medico,» saltò su, «mi fanno dare di stomaco.” Allora l’influenza si risentì e se ne andò.»

«Non fa ridere.»

«Pazienza. Ma non mi tenere il muso. Sei troppo seducente quando sei imbronciata. Non resisto ad amarti di più.»

«Così va bene.»

Quella sera, avendola deposta sul marciapiede, scorse nell’andana un tizio male in arnese, uscito da dietro un alberello e diretto alla strada. Tirò giù il vetro, la richiamò. Michela rimase interdetta.

Fabio scese e, avvicinandola:

«Ho visto un tipo sospetto,» spiegò, «t’accompagno al portone.»

Lei non ci aveva badato. Capitava che ubriachi sbandassero di qua e di là. Certi facevano i loro bisogni dietro una pianta.

«E i malintenzionati?»

«Mah. Se c’è un uomo in vista, non si arrischiano.»

 

Quando tornò all’automobile, lo sconosciuto ciondolava dinoccolato sul lato opposto della carreggiata. Vistosi osservato, sbandò nel riparo d’una rientranza tra i caseggiati. Il naso camuso, le labbra spesse, il bianco degli occhi, sottratti all’illuminazione, avevano messo in evidenza la sua razza.

 

Dondolando il sacchetto delle scarpe nuove, Fabio s’incamminò sul passeggio tra i negozi dell’sola pedonale nel cuore di Alessandria. Alle sei pomeridiane faceva buio. Niente lo pressava, dopo essere andato a visitare la sua vivace cliente della bottiglieria. Il fervore cittadino, le vetrine piuttosto all’antica o sfavillanti sulla moda degli abbigliamenti, su apparecchi incessantemente ammodernati, le cento attività e gli abitanti, nei piani delle costruzioni, il cinema e il teatro dei paraggi, il vecchio eretto nelle epoche trascorse, spossessato, dagli usi subentrati, delle ombre che lo avevano costruito, e gli edifici recenti: quella congerie componeva un’attrattiva, uno svago, proponeva una meditazione, un pensiero in nuce, dai vari svolgimenti. La fisionomia della città, diversa da ogni altra, come tutte serbava un’aura di segreto, a differenza del paese, dove l’ignoto era raro, solamente addensato nel tempo che fu. Segreto insito nell’urbano anonimato, nelle anime inattingibili, nelle loro storie e virtù per sempre oscure.

Andando a zonzo, una bottega di soprammobili e oggetti di arredamento gli destò nella memoria la famiglia di Michela, che aveva un commercio di generi di regalo. Oltre il vetro si delineò, dietro il banco, la figura d’una signora alta, magra, truccata e riccioluta. Dimostrava un’età rispondente alla congettura che fosse la madre. Ma altro che donna insicura e nevrastenica! Spinse la porta e venne a contatto di statuine, animali di vetro e di maiolica, lampade, ninnoli.

«Buonasera,» la cortesia di prammatica sfumò su una cauta attenzione.

Levandole gli occhi di dosso, il nuovo arrivato le si rivolse improvvisando:

«Signora, permetta che mi presenti: sono Fabio Gentili… »

La donna, incuriosita, non diede segno di averlo sentito nominare.

«Scusi, voi siete… »

«Rebuffo,» disse lei, inespressiva.

«Non mi sono sbagliato. Se non la incomodo, gradirei parlarle in separata sede.»

«A che proposito?» chiese controllata, nascondendo le occhiate che lo soppesavano.

«Qui non… »

«Attenda un momento,» fece col braccio un gesto ostentato, spostandosi dal lato del retrobottega.

«Armando, senti, per favore,» richiamò l’attenzione del marito.

Entrò un uomo benportante, in cordiale aspettazione.

«Il signore, che si è presentato, vorrebbe conferire con me per una faccenda delicata, se ho capito bene… »

«Per la verità, quello che devo dire riguarda entrambi voi e Michela. Ma state tranquilli, non è niente di male,» sventò un principio di allarme che aveva alterato i visi.

Una reazione insospettata in persone disinvolte. Ma chi poteva dire la sensibilità degli affetti, i timori dei genitori dovuti al guaio sentimentale passato dalla figlia con il convivente? Alle fugaci supposizioni si sovrappose la voce del padre:

«Signor… »

«Gentili.»

«Signor Gentili, facciamo così. Fra tre quarti d’ora chiudiamo. Se non le dispiace, ci aspetti al bar sull’angolo; uscendo, a destra.»

Girellando per consumare il tempo, scese sulle cose un velo, lo strato d’opacità calato da un ripensamento. La sua indagine assumeva proporzioni eccedenti, indiscrete, offensive nei confronti dell’amata. Quanto a lei, che nome dava all’uomo con cui usciva, sotto quali spoglie l’aveva dipinto?

Lo raggiunsero a un tavolino in disparte, rispetto all’afflusso degli abituali bevitori dell’aperitivo.

Li ricevette ritto in piedi: rilassati. Di certo avevano telefonato alla figliola. Sbrogliarono l’intralcio delle ordinazioni, di cui ciascuno avrebbe volentieri fatto a meno.

«Dunque,» il giovane uomo ruppe l’indugio, «io conosco Michela… »

«E fra voi c’è del tenero, non è così?» Il marito incassò la palese disapprovazione della sua metà, che sembrò dire: “Era meglio lasciare che se la sbrigasse da solo. Poi toccava a noi valutare.”

«Infatti.» Bevve un sorso, si schiarì la gola. «Da due mesi, lo avrete notato, Michela non ha un bel colorito, è dimagrita, non sta bene. Però si rifiuta di ammetterlo. Fa una cura che non le giova. Ora, siccome con me non si apre e parlarle di approfondire, di consultare specialisti quotati: apriti cielo! sono qui per sapere di più, che cosa ne pensate… Rassegnarsi fa male.»

La donna aveva cambiato espressione.

«Lei le vuol bene» quella del papà doveva essere un’affermazione rassicurante.

«Ma non se ne è accorto?» la signora Elisa sbottò con una smorfia, «Michela è drogata. È proprio vero che l’amore è cieco… »

.

(continua)

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