IL RISCATTO/V – romanzo di Piero Nicola

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IL RISCATTO

di Piero Nicola

romanzo

 

Capitolo quinto

 

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Ammutolirono tutti e tre, nell’incontro fuggevole degli sguardi.

«C’era l’intenzione di ricoverarla in un centro come San Patrigano, per il ricupero,» il signor Armando si tormentò coi denti il labbro inferiore, «lei non vuole. Andrà avanti così finché le capiterà qualcosa… È già successo.»

«Non ne ha nemmeno colpa, povera creatura,» la donna piangeva. L’inatteso addolcimento fu distrutto dall’odio: «È stato lui, quel disgraziato con cui è andata a vivere. Sembrava un ragazzo a modo, istruito, viceversa era marcio.»

«Elisa, basta,» il suo uomo la toccò, dolce e suadente, «ci guastiamo il sangue; bel guadagno.

Neppure il Signore cambierebbe quello che è stato. Adesso che il signor Fabio è al corrente, può darsi che ci aiuti e che riusciamo a qualcosa.»

«Lei cosa fa?» la moglie strinse il nasino nel fazzoletto. «Intendo, quale occupazione… »

Avendo appreso che era un coltivatore diretto: «Un lavoro serio,» parve consolarsi senza entusiasmo.

Si scambiarono i numeri di telefono per tenersi in contatto. Usciti sul lastricato, dove, a serrande abbassate, avanzavano il freddo e l’oscurità, il padre si scusò di non invitarlo a cena.

«Capisce, non eravamo preparati.»

«Perdonatemi voi, per avervi presi alla sprovvista.» E confessò d’avere improvvisato il suo ingresso nel negozio.

«Guardi che ha dimenticato il pacco sulla seggiola,» lo avvertì la signora, molto presente.

«Le scarpe che ho comprato… »

«Si spicci. Qua attorno bazzicano i ladri.»

«Mi precipito. Non ci tengo a restare con questo solo paio,» si sforzò di scherzare. «Di nuovo, buonasera.»

 

Guidando, mentre i fari mostravano la strada e, oltre le prossimità, apparivano le masse delle colline conto il cielo di cobalto, valutò i suoi sentimenti. Sentì azzeccata la locuzione del padre:

“Tra voi c’è del tenero”. La tenerezza s’era introdotta nel suo amore, e non disdiceva al suo spiritualizzato godere di lei. Purché le modifiche sentimentali si mantenessero nella purezza. A che sarebbe valso mettere il freno ai sensi, se una passione, una gelosia avesse guastato tutto? Già il semplice timore di perderla avrebbe disturbato l’armonia. Logorando il filo del suo appagato desiderio estatico, questo avrebbe boccheggiato in un persistente turbamento. Ne aveva l’esperienza, ancorché complicata dal sesso. La vicenda prematrimoniale con sua moglie era andata così. La brama del possesso rincorante, una volta suscitata, li aveva travolti e incitati al rimedio fallace di un matrimonio mal fondato. Qualunque conflitto, qualunque insoddisfazione, corrompevano ogni sorta di amore, il delicato amore. La tossicodipendenza di Michela ne chiariva l’instabile condizione, e poteva darsi che il ritegno e un disperato tentativo di riabilitarsi la scagionassero per le favole madornali partorite dalla sua fantasia. Ma il suo ingresso in una comunità o in una clinica avrebbe messo a disagio il loro rapporto?

 

Freddo e bruma penetrarono e avvolsero i colli. In via Roma e per le viuzze i paesani giravano intabarrati nei giacconi, qualcuno in un cappotto antidiluviano. Toni accendeva la grande stufa a legna soltanto per il piacere degli avventori. I termosifoni, alimentati dalla centrale termica nello scantinato, svolgevano la funzione grossa. Guido pendolava tra l’ufficio, situato in una porzione di quella che era stata la canonica, e l’osteria, ritrovo ricreativo e per imbastire affari. A Nizza Monferrato frequentava una merciaia, giovane vedova d’un insegnate perito in un incidente stradale.

Teneva per sé la sua pregiata conoscenza. Una forma di scaramanzia, che presumeva un interesse particolare, se non un progetto in fieri? Nel circondario la segretezza aveva vita breve e Fabio comprese il rinnovato piglio dell’amico, rispettandone il riserbo.

Conclusi i lavori in campagna, Santina teneva la casa. Portava un pollo, un coniglio, le uova, i cavoli, i cardi, i cachi della fattoria familiare. Cucinava e riordinava, ravvivava la cascina anche con i pettegolezzi e le celie grassocce, che facevano a pugni con l’osservanza di donna di chiesa.

Fossero mancate le pulizie, i fiori, la provvista dei ceri, le attenzioni procurate da lei sacrestana e da altre pie comari, il sacro tempio avrebbe chiuso i portali. Avveniva che, sfaccendando, lamentasse le chiazze di umidità che screpolavano gli affreschi, la comparsa di topolini, le rotture alle vetrate e, dalla cucina al soggiorno, dal soggiorno alla camera, s’allungava la tiritera. I radiatori scottavano, ma il calore animato proveniva dal camino crepitante, fiammeggiante, che scaldava il soggiorno durante la cena. Dopo, Fabio usciva, a meno che il tempo fosse inclemente.

Nella solitudine della veglia prolungata con un libro, con lo schermo televisivo acceso, da un’impronta indelebile e invisibile impressa nella stanza, si levava una nocca che bussava alla porta della memoria.

La tragedia incancellabile e attutita, richiamata dalle ricorrenti notizie sulle operazioni di polizia, dallo sgombero dell’alloggio di Genova, che l’aveva visto nella culla e nel tempo caro, struggente della giovinezza, filtro della realtà, la tragedia familiare richiamata dalle pratiche della successione e dai passaggi giornalieri davanti al Camposanto, allontanandosi, attenuava l’irrimediabile e il rimorso, ma non le cause esterne che continuavano a colpire innocenti, non la fonte dell’accaduto evitabile, inimmaginabile in epoca storica recente.

Le mete serali risiedevano a vicenda nell’amore e nell’amicizia. Fausta alternanza.

Le spine spuntarono a un appuntamento con Michela. Adesso che lui conosceva il vizio della giovane, implicato nel giro dello spaccio, si era dissolto uno schermo che l’aveva preservata. Gli toccò una rinnovata opera di trasfigurazione, di trascendimento, più ardua della precedente. In quella riuscita d’incerto sbocco e durata, giunti al caffè nel ristorante panoramico posto agli inizi del loro legame, lo colse un nervosismo per cui non si trattenne. D’altronde, a che pro rimandare?

«Dieci giorni fa sono stato ad Alessandria, per visitare un cliente e per l’acquisto… »

La vide sbiancarsi tanto, che gli era spenta la parola.

«Va avanti,» l’accento era quello freddo della collera.

Le riferì il colloquio avuto con i suoi, riportando l’impressione che ne fosse consapevole appieno.

Questa volta doveva aver incantato se stessa, compenetrandosi della trovata illusoria e menzognera, così da fare come se non fosse stata smascherata in quel colloquio.

«Sei contento d’avermi scoperta?» disse, le pupille ferme nella fessura delle palpebre. «Adesso lo sai. Hai avuto a che fare con una bugiarda,» pareva disposta a tutto.

«Michela, non mi ha sconvolto sapere che tu lo sia stata… »

«E lo sarei ancora, anche in futuro, se avessimo un futuro.»

«Ascolta, io tengo fede alla nostra alleanza, alla nostra intesa. Perché ti metti in contrapposizione?»

«Perché non voglio la tua pietà.»

Dio mio, quanto suonava trita e stolta quella frase! Invece conteneva una convinzione ostica da smontare: l’ingrato disprezzo della pietà.

«Non ti compatisco affatto, credimi. È naturale che mi preoccupi e che io sia dolente per te.»

Il discorso aveva preso tutt’altra piega da quella da lui prevista. Con quale accorgimento mettersi nell’ordine d’idee dei mezzi costruttivi, in primo luogo atti a troncare la catena della sua schiavitù?

«Non ti credo,» mormorò caparbia. «Ho infranto il tuo ideale; merito la sfiducia, il disprezzo. Non mi amerai ancora.»

«Ti sbagli, guardami! Ti amo,» protestò. «Via, non parliamone più,» si mosse rizzandosi, come se andando altrove tornassero daccapo e fosse ricacciata nel nulla la finzione che Michela aveva messo fra loro.

Lei, torva, irriconoscibile, ebbe brevi scatti, apparentemente d’insofferenza.

Egli provò la pietà che poco prima aveva smentito; a torto respinta, discendendo dalla tenerezza nonché dal sottostante timore di perdere il bene che era riposto in lei e che, malgrado tutto, emergeva dalla sua mala orgogliosità.

«Andiamo.» Attese che si alzasse. Si scostarono davanti alla cassa. Lei proseguì e lo attese fuori.

Coperto un terzo del percorso, il mutismo di imbronciati venne da lui spezzato.

«Sei arrabbiata? Me ne vuoi?»

«Si capisce. Rivolgerti ai miei… »

«Non è stato uno stratagemma. Nessuna premeditazione. Facevo due passi e ho creduto di riconoscere il negozio. Sono entrato senza pensarci sopra. Il resto è venuto di conseguenza. In seguito, mi sono reso conto di averi fatto un torto.»

Si sarebbe detto che non l’avesse ascoltato. A poco a poco si ammorbidì.

«Ho cominciato io coi sotterfugi… Mi vergognavo… Oh, Fabio, sono una maledetta!» si accusò e scoppiò in singhiozzi.

Le fece coraggio come poté. La guida gl’impediva d’abbracciarla. Vide se ci fosse modo di accostare la macchina fuori della carreggiata.

«No, non ti fermare,» lo dissuase, asciugandosi il viso. «Domattina mi alzo presto.»

Era una scusa?

Fabio aveva immaginato che gli chiedesse aiuto: “Caro, aiutami a venirne fuori.” Sorrise al proprio romanticismo.

Giunsero a destinazione e si raffigurò una seconda scena, in cui le diceva:

“Se vuoi che la nostra intesa continui, se ci tieni, non vorresti che ci amassimo a nostro agio? Non vorresti disintossicarti?”

Tacque. L’avesse contrariata scontrandosi con il tiranno che la possedeva, poteva andare peggio.

Gli chiese a che stesse pensando.

«Nulla. Una pensata balzana.»

«Vado,» non raccolse, «ci sentiamo.» Gli aveva letto nel pensiero? «Stai pure lì, vado sola. È tutto tranquillo.»

 

Ci volle meno del previsto perché si persuadesse a mettersi nelle mani di una Comunità per tossicomani. La somma delle ragioni, non ultima quella dei doveri nei confronti di se stessa e dei genitori, valeva bene l’incerto supplizio della disintossicazione. Fabio e lei si erano recati ad Alessandria. I coniugi Rebuffo disponevano di un paio di soluzioni. La figlia aveva avuto qualche esitazione, chiesto consigli, optò per una ONG che gestiva un Centro denominato Praying and working  in una località delle Langhe, comunemente conosciuto col nome di Villa Confidence .

Malgrado l’insegna, l’ONG si proclamava laica ovvero aconfessionale.

L’aspirante fu ammessa passando al vaglio di una succinta presentazione di documenti e di una visita medica. Una volta registrata, firmò, oltre a fogli presto dimenticati, la presa visione del regolamento interno. Contemplava una tassativa terapia farmacologica, gli esercizi fisici e l’eventuale lavoro assegnato, orari fissi e modificabili in base alle esigenze anche individuali. Il cellulare veniva ritirato; se ne concedeva l’uso per mezzora dopo le ore ventuno. I dormitori consistevano in camere di quattro letti. Il refettorio era comune a dirigenti, personale e ospiti.

Fabio, pur richiesto dalla famiglia, si astenne dall’accompagnarla. L’indomani, martedì, papà Rebuffo gli riferì al telefono che l’impressione ricevuta era stata positiva quasi sotto ogni aspetto.

Michela ne aveva convenuto. Ma le risposte alle notizie richieste erano state sommarie e un po’ confuse, tranne che per le visite, cui erano ammessi i conoscenti, disposte nei due pomeriggi del fine settimana e dei giorni festivi..

All’osteria, fu sorpreso dalla comparsa del nome di lei sullo schermo. Aveva capito che fosse impossibile telefonarsi. Scattò in piedi schiacciando il tasto, chiese scusa a Guido e si ritirò in un canto.

«Donna…» vociò un rozzo, che presumeva di contare a sufficienza per fare lo spiritoso.

«Se aspettavo che tu mi chiamassi,» Michela si dolse un poco per burla, «mi scadeva il tempo e andavo a ninna.»

«Abbi pazienza, qui c’è baccano, per favore parla più forte… Credevo che vi togliessero il cellulare.»

Si meravigliò che suo padre avesse omesso d’essere esatto su quel vitale articolo del regolamento.

Si sentiva sola, sperduta. Aveva le viscere sottosopra. Le dispiacque di avergli fatto quella confidenza. Le avevano già somministrato la cura. Forse era in balia d’una suggestione.

«Dimmi qualcosa di carino, che mi tiri su.»

Berto, lo screanzato ridanciano, passò vicino a Fabio per sedersi alla macchinetta mangiasoldi.

Abitava in una frazione del Comune; lui stesso sfacchinava con l’installazione delle slot machine.

«Michela, mi trovo al caffè. C’è gente…»

«Bravo, ti vergogni?»

«Lo sai che sono pudico… Ti bacio, a domani.»

Berto si voltò, sporse le labbra alludendo al bacio e rivolse agli avventori un sorrisetto ironico.

Non era un personaggio ben visto, ma lasciar cadere la provocazione equivaleva a una vigliaccheria, a un danno severo per il dileggiato nel territorio del paese e oltre.

«Se non avessi una spalla fuori uso, vi toglierei la voglia di ridere,» Fabio lo apostrofò.

L’altro tirò giù la leva della macchinetta. Osservata la composizione delle figurine ruotanti, gli venne incontro lento e spavaldo:

«Se è per questo, mi batto con il braccio sinistro. Non sono mancino.»

Ci fu un borbottio, qualcuno si spostò. Guido si era districato dal tavolo e gli si fece sotto:

«Non sai della rapina al Greppo? Ha un costola rotta. Fa a pugni con me, se hai il coraggio.»

«Con te? Non mi batto con uno zoppo,» disse Berto strafottente.

«Sei un vigliacco.»

Toni, Ernesto e Giuse si affrettarono a separarli.

«Qui non voglio risse!» Toni alzò la voce su diverbio e interlocuzioni. Spinsero alla porta l’energumeno, sopraffatto da un’avversione solida e maggioritaria.

«Credete che finisca qui?» gridò, «qualcuno me la paga,» promise andandosene e sbatacchiando il battente.

Tornata la calma, gli amici si dissero che Berto doveva aver sentito i loro commenti sugli aggeggi del gioco d’azzardo.

 

Il mercoledì alle nove e un quarto, Fabio, adagiato sul divano, meditava di sollevare la tavoletta polivalente, dalle prestazioni scarsamente usufruite. Una, il pudore l’aveva abolita. Si erano inviate delle fotografie, ma parlare vedendosi nel piccolo schermo nuoceva alla spontaneità. Ora che avrebbe volentieri scoperto il suo vivo volto, di sicuro lei si sarebbe schermita.

La tavoletta incompresa lo anticipò emettendo segnali.

«Ciao,» tossì, si raschiò la gola, «possibile che debba sempre essere io a chiamarti?»

«Cara, ho ritardato per dare la precedenza ai tuoi: che non trovassero la linea occupata. Il tempo disponibile è molto breve.»

«Sarà… la precedenza… sei gentile, non c’è dubbio… » Tossì. «Accidenti!» imprecò contro il raschio. «Se ci tieni a sapere come sto, ho la febbre.» Nell’altoparlante giunsero dei sibili, un tramestio. «Tremo tutta.»

Parlava dall’infermeria. Era insorta, aveva inveito contro il medico che voleva interdire la telefonata. Dopo gli accessi di nervosismo incontenibile, dopo aver smaniato: l’iniezione e la febbre.

Il letto di contenimento, visibile nella stanza attigua, la terrorizzava. Le era insopportabile la vista dei legacci, di quegli strumenti di tortura, quantunque la tortura l’avesse nel sangue.

«Michela, non immagini quanto vorrei esserti accanto,» dichiarò accorato, «darti un bacio, imporre le mie mani su di te.»

Quindi dovette pronunciare le confortanti frasi risapute. Gli parve di non essere lui a parlare, di non avere l’immedesimazione necessaria. Il sacrificio a cui lei si sottoponeva, accettato a ragion veduta, era l’imprescindibile passaggio che sfociava nella normalità, nella salvezza. Lei non poté ascoltarlo.

«Calmati, Michela,» una giovane voce femminile si sovrappose ai suoi sussulti e singulti. «Su, basta! Ora chiamo il medico… Saluta il fidanzato.»

«Oh… Fabio… mi dispiace… tanto,» strascicava le parole. «Se tu sapessi… Vedo tutto buio… Una rovina… Vorrei essere morta.»

«Non lo dire, cara. A tutto c’è rimedio. Mi senti?.. Sì. Ciao. Ti telefono domani. Sabato ci vediamo.»

L’apparecchio mandò scricchiolii e la comunicazione fu interrotta.

.

(continua)

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