IL RISCATTO/VIII – romanzo di Piero Nicola

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IL RISCATTO

di Piero Nicola

romanzo

 

Capitolo ottavo

 

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 .

L’ex maresciallo dell’Arma gli depose in mano un rapporto corredato di fotografie; gliene illustrò il contenuto. Vennero in luce i significativi componenti della banda, tra i quali il magrebino. Il vicecapo di colore, chiamato Abdul Kassel, era un recente acquisto. Subentrava a un albanese recluso e s’era tirato appresso uno sgherro.. Ufficialmente figurava disoccupato avendo lavorato da meccanico, e usufruiva d’un permesso di soggiorno. L’incontro con la signora Rebuffo, come altri servizi di spaccio, erano documentati. Unica pecca: nulla di più era stato captato dal confidente intorno a Michela.

«Se vuole,» si offrì Pieroni, «consegno io la relazione al Commissario. Sono in buoni rapporti con Argeri. Ogni tanto, quando vado a trovarlo, pranziamo insieme. Per il passato ci fu un po’ di ruggine, ma ci siamo spiegati. Se gradisce, andiamo io e lei da lui.»

Il mandante lo ringraziò, ma doveva vedere il Commissario per la dolorosa storia della rapina e si riprometteva un’unica commissione. Prima di ricevere la busta in cui infilare la pratica, la sfogliò per vedere la faccia del negro delinquente. Aperte le pagine illustrate, trasecolò. Non volle crederci: Abdul e Amir erano la stessa persona. Più l’osservava e più i tratti e l’espressione disgustosa coincidevano.

«Qualcosa non va?»

«No. Guardavo se riconoscevo il capobanda… L’avevo visto soltanto di scorcio,» tenne per sé la scoperta.

Avere in mano lui solo una carta importante gli dava una sensazione di potere, di sicurezza, sebbene, per scrupolo, si ripromettesse di assodare l’identificazione. Intanto compilava l’assegno a saldo della salata parcella; lo staccò e lo pose sulla scrivania. Pieroni lo prese, lo scorse rapidamente, guardando il pagatore di sottecchi. Aveva fiutato la sua tensione interiore e decise di non sfrugugliare.  

Fuori il sole sempre alto, l’ottima temperatura all’ombra, la cittadina ripopolata dileguarono nell’impeto iracondo che l’infiammò alla vista di sua madre uccisa e della fidanzata ridotta a una larva. “Se t’avessi qui, ti strozzerei!” artigliò l’aria nemica, stringendo i pugni, provando nei muscoli contratti un nerbo invincibile. “Dove sei? Dove ti trovo?”

Gli comparve la ricca villa periferica ripresa col cellulare e stampata a colori sui fogli del rapporto.

Si ritrovò nel parcheggio sotterraneo. Introdusse le monete nella macchina che rese lo scontrino d’uscita. Non ce la faceva a figurarsi tutte le strade sul perimetro di Acqui, però un villone moderno di quel tipo, circondato di vasto giardino, non gli era nuovo. Riesaminò al lume dell’abitacolo le due foto che ritraevano quella residenza agiata, in cui spiccavano elementi pacchiani. Nessun indirizzo di Villa Augusta nella didascalia, e neppure nel testo. Salì alla superficie, si spinse sulla strada che immetteva in una circonvallazione. La percorse in lungo e in largo, entrò in salite di aree residenziali che promettevano maggior verde e distacchi fra le proprietà. Nulla che denotasse la rassomiglianza. Compiendo il periplo dell’isola urbana lo interrupe sul lato Ovest. Una collinetta meritava d’essere esplorata. Svoltò, ed ecco che in un avvallamento del rilievo, eminente sopra un parco ristretto, la residenza aveva quel frontespizio pretenzioso e inconfondibile. Fabio si fermò sul bordo della carreggiata, dirimpetto al cancello massiccio. Scese nel luogo incriminato. Ricordò quando, anni addietro, sua moglie gli aveva chiesto di condurla in un sobborgo a vedere la casa con giardino, dove due ragazzi erano stati massacrati e sotterrati da un bruto. Un cane lupo, avventatosi contro le sbarre del cancello, abbaiando d’improvviso come un ossesso lo fece trasalire. Sul viale in pendio un SUV nero col muso rivolto in giù stava inoperoso, ma pronto a scarrozzare mafiosi per spedizioni criminali. La bestia, esaurito il suo compito, tacque e si dileguò, gli uccelli sugli alberi furono le sole cose vive salvo il transito di un’utilitaria. Una pace aspra si estendeva dalla “tana di lusso” alle due villette confinanti, a una bicocca rossiccia, in abbandono poco a valle del ciglio stradale. Alle falde del colle distinguevano un maneggio e la scuderia.

I cavalli ridestarono l’episodio della soperchieria con cui un probabile capo mafioso aveva affrontato Fabio sulla strada per Acqui, inventandosi che lui avesse provocato con l’auto la caduta della sua donna dall’arcione. Il fortuito arrivo dei carabinieri aveva impedito che si passasse alle vie di fatto, ma la promessa della vendetta era rimasta. Il tempo trascorso non annullava l’esistenza del boss. Chi poteva dire che non fosse lo stesso padrone di Villa Augusta, e che la pace della dimenticanza non sarebbe svanita, per essersi ripetuto l’incontro malaugurato?

Una pace illimitata e amara ricopriva la terra. Terra febbrile, malata nelle sue gioie effimere. Nel Vicino Oriente, in regioni africane, si accendevano sporchi conflitti, isolatamente, altri ne covavano sotto la cenere. In grandi popoli vecchi e americani, saturi di menzogna, era prevalso l’istintivo rigetto dell’impostura, covava una rivoluzione, ma si era andati troppo oltre nella frode drogata e pestifera. Riformulava, sfogandosi, nozioni per lui risapute, di solito dormienti nella coscienza, la quale, nondimeno mediante quella bussola, gli forniva un orientamento.

La rivolta s’avvicendò in lui all’impotenza. Lo tentò l’escogitazione della vendetta che attuava una giustizia calpestata e oltraggiata. Il suo spirito esacerbato e irrisolto lo affondò in un malcontento che gli proibì di vedere Michela quella sera. Le telefonò nel grigiore di quella valle, le disse una frottola giustificativa. Il breve colloquio si spense con amorevolezze alquanto manierate.

Ripartito, Fabio s’accanì contro le curve e controcurve della plaga ondulata, esente da superstrade.

Bistrattò freno e pneumatici, incalzato dalla fretta d’arrivare. Invece imboccò la strada maestra e parcheggiò sulla piazza. Il Greppo non lo allettava. Respinse la minestra di verdure riscaldata e gli zucchini ripieni di Santina.

Nella terrazza della trattoria il brusio dei clienti s’accordava con il tepore della primavera inoltrata.

Il sopraggiunto accedette al recinto avendo violentato l’umore discorde e pervicace. Guido e Mary, a tavola, lo salutarono con un gesto festoso soffocando le sue remore umbratili. Lo esortarono a unirsi a loro. Guido chiamò la garzona perché aggiungesse un coperto.

«Questa accoglienza non la meriti: con te sono offesa,» brontolò Mary. «Ti ho cercato, eri irreperibile… »

«Quando lavoro lo sono.»

«Potevi rispondere dopo.»

«Sono stato sommerso da pratiche e fastidi.»

«Per il gaudio del geloso.»

«Geloso io?» disse Guido.

«Va là che lo sei,» insistette maliziosa.

Lui fece una fuggevole smusata e lasciò perdere.

«Ha messo da parte anche me,» disse.

«Beato chi ti vede,» Fabio replicò. «Ma voi, inseparabili, bisogna lasciarvi tranquilli.»

«Balle… »

«Ipocrita,» lei ci mise del suo ridendo.

L’ordinazione era da un po’ andata ai fornelli. Il vino e l’acqua serviti, la garzona timida e robusta sfoderò la sua stucchevole gentilezza posando i piatti di spaghetti. L’appetito aggiustò il condimento.

«Ho sentito che ti sposi,» Guido meditava una battuta. Mary, illuminatasi, aveva in serbo la sua.

«La privatezza in questi posti è una chimera. Si avrà pure diritto di riservarsi le anticipazioni?»

«Perche? Potresti ricrederti, magari davanti al sindaco?» disse la vedova. «Capisco che il dolce laccio resta un laccio, ma pensa alla vittima sacrificale, povera agnella.»

«Semmai, non sarò io lo sleale che manda a monte… » scappò detto a Fabio, «né il fedifrago.»

Gli amici s’erano fatti seri. Non deflettendo dalla serietà, lei ebbe il tatto di inibirsi una domanda stimolante.

Di secondo piatto avevano stufato e faraona. Si tennero ai primi danni, presero salumi affettati.

«Animo ragazzi!» la bella fece reclamo. «È un peccato vedervi taciturni. Su, che la notte è giovane!»

Imbruniva. La piazza sbiancava, era quella di un tempo, duratura nel suo aspetto appena ritoccato.

Il presente e il passato prossimo le avevano apposto futili, provvisori aggiustamenti. La sobria semplicità del municipio e dei suoi portici, la linda povertà della casa in faccia ai fastigi della chiesa, la ricchezza sorpassata del tempio, appartenendo a generazioni di trapassati, attingevano all’Eterno, fintanto che non fosse intervenuta una demolizione.

«Voi, piuttosto, quando convolate in un nido dorato?» Fabio domandò.

«Le scadenze verranno… Non è vero, carissimo amor mio?» disse lei.

Guido le rispose con uno sguardo sornione, ravviandosi la criniera scorciata.

Sorbito il caffè, Mary si accese la sigaretta.

«Stasera andiamo a sentire un concerto di musica barocca ad Alessandria. Sei dei nostri? Ci farebbe piacere.» La vivezza che erompeva dalla naturale impassibilità, dalla sostenutezza del volto e del corpo, si stemperava in genuino affetto.

«Sei gentile, ma stasera non sarei divertente.»

Contagiato dalla cangiante femminilità, a momenti Fabio vi aveva aderito di buon grado. Una volta separatosi dalla coppia, un turbamento si sommò al travaglio che si portava appresso, ma, strada facendo, il primo venne inghiottito dal secondo.

 

Di buon mattino il cellulare suonò le note dell’ Inno al sole. Fabio spense il motore e cessò l’irrorazione delle viti. “Armando”. Gli aspiranti suoceri lo desideravano al negozio alle sette e mezza. Non era questione di novità straordinarie. Ritenevano impellente un provvedimento riguardo alla salute di Michela. Il fidanzato condivise l’iniziativa. L’esposto da rimettere di persona al Commissario, con allegata la documentazione di Pieroni, l’adoprarsi allo scopo che fosse stroncata l’attività dello spaccio, lo sdegno e la collera, molla dell’azione, tutto questo passava in sottordine, sebbene lui mantenesse i propositi. La ragazza doveva tornare al varco di Villa Confidence. Sempre che si fosse in tempo, occorreva acciuffarla per i capelli e trarla in salvo.

A mezzogiorno il vignaiolo rientrò alla cascina. Rimandò all’indomani il trattamento anticrittogamico dei filari del Bricco. Nel pomeriggio si sarebbe recato dal Commissario. Quel passo non pregiudicava la situazione di Michela, e gli avrebbe sgravato il cuore da un peso. Chiamò la Polizia. Vollero sapere di che si trattasse. L’attesa frapposta lo tenne sul chi vive. Argeri gli chiese di specificare l’oggetto della richiesta di conferire con lui:

«Che significa un esposto circostanziato su un commercio di stupefacenti? Vuol rubarci il mestiere?» ridacchiò.

«Si tratta della mia fidanzata e di un riconoscimento da me fatto, molto importante… Abbia la cortesia di dirmi se oggi è disponibile… a che ora posso vederla.»

«Non do appuntamenti,» rispose asciutto, «ma è probabile che ci sia… Sì, in ufficio.»

C’era. Arrivato alle tre, il postulante dovette fare un’anticamera di venti minuti. L’accoglienza riservatagli dal Commissario si annunciò svogliata: non un accenno alla ricerca dei rapinatori assassini. Ascoltò la vicenda della giovane tossicomane, dei suoi deprecati incontri presso la scuola.

Strinse ripetutamente il pugno invitando a sintetizzare. Sentendo dell’indagine affidata all’investigatore privato, si scompose.

«E non è venuto da me? Non si fidava? Il suo comportamento potrebbe essere penalmente perseguibile, lo sa?»

Preso di contropiede, l’accusato si difese confessandosi profano nel campo giuridico. Gli era parso di importunare, di mettere troppa carne al fuoco, essendo in corso le investigazioni sul suo caso, e intendeva collaborare con la Polizia. Riepilogò la relazione di Pieroni.

«Va beh, transeat,» il dottor Argeri allungò la mano e prese il plico come cosa piuttosto repellente.

«Ma c’è una scoperta che ho nascosto a Pieroni, tenendola per lei. Ho riconosciuto nelle fotografie dello spacciatore principale il capobanda dei fuorilegge alla cascina.»

Argeri estrasse dalla busta il rapporto, lo scartabellò, espose la foto del nero:

«Lei ci metterebbe la mano sul fuoco che è lo stesso individuo? Nemmeno per sogno. Noi occidentali distinguiamo malamente i soggetti di altre razze, ci basiamo sulla corporatura, su un profilo simile. È poco. Oppure sono per noi quasi tutti uguali. Per il reato, vuol sapere quante segnalazioni come questa riceviamo? Una caterva. Si fa il possibile, non siamo onnipotenti e neppure strapotenti. Abbiamo le leggi tra le gambe, le garanzie che rimettono in circolazione le canaglie, e quelle che li tengono fuori ancor prima di metterli dentro. Le pene sono brevi. C’è un gran riciclo… In confidenza – perché è lei – sappia che noi puntiamo a incastrare i pesci grossi. Dare la caccia a quelli piccoli sovente intralcia l’operazione, mette sull’avviso i boss, disperde le prove.

Le indagini necessarie a sgominare una banda richiedono anche un anno di lavoro. Comunque, me ne occuperò,» stese la palma sul fascicolo impertinente, «indagheremo su questo Abdul Kassel.»

 

Fabio raggiunse la statale che moriva in un sobborgo di Alessandria. Fu nell’isola pedonale in anticipo, alle sette meno dieci. Gli evitò di bighellonare la meta della bottiglieria. Chiuse l’accesso ai pensieri gravi e negativi. La titolare, sui quarant’anni, lo vedeva di buon occhio; portava la vera ma, non appena il negozio si vuotava, i suoi modi garbatamente scherzevoli diventavano confidenziali e civettuoli. La ramata signora Rosa non era stata il suo tipo. Dal fisico prosperoso, fasciato nella cappa nera, e dalle fattezze spirava la sensualità che ha in vista di andare al sodo. Egli aveva ignorato la sua esca; lei ci era passata sopra elegantemente. La forte costituzione muliebre, la padronanza di sé, fatta per essere trionfante, poteva brillare di luce differente, sedurre differentemente. Quale diversità fra lei e Mary! di cui era una copia rossa e fosca, non perché maggiore di età, né per l’inferiore estrazione.

«Benvenuto signor Gentili,» lo accolse. Gli rinnovò un amabile «buonasera» allorché venne il suo turno di avvicinarsi al banco. E come lui contraccambiò la gentilezza e lei scorse l’ingresso di un uomo:

«Sono spiacente, ne ho ancora… » disse in sordina, per dare ad intendere che non fosse un fornitore, ma un cliente.

«Non sono venuto per questo… »

«Dunque che mi racconta di bello?» madamin Rosa riempì il ritardo di lui. «La trovo bene. E la tenuta va bene? Mi dicono che questa è un’ottima annata. Non faccia gli scongiuri, mi raccomando,» aumentò il sorriso, fattosi sbarazzino.

Era all’oscuro della rapina sanguinosa? Doveva aprir bocca e stentava, disturbato da quella familiarità.

«La mia superstizione si limita a scansare i gatti neri,» mentì enigmatico.

«E le gatte nere… »

«Dipende… Per suo conto, immagino che tutto proceda al meglio,» saltando di palo in frasca, restituì il complimento. «Trovo in forma anche lei,» si volse indietro.

Il cliente che passava in rassegna le bottiglie sugli scaffali, tossicchiò dando segni d’impazienza.

«Grazie mille,» la donna si compiacque. Quindi, a bassa voce da vicino: «Lasci correre: è un perditempo,» soffiò dalla labbra carnose.

E, scendendo dalle labbra: spogliarla, la fantasia di possederla, furono per lui un subitaneo, cedevole trapasso nella concupiscenza.

«Signor Fabio!» sorpresa e ridente esibì la protesta, «in che modo mi guarda?»

«Perdoni.»

«Ma certo,» assicurò. «Poco fa sembrava così scuro… È davvero un bel soggetto, se lo lasci dire.»

«Devo scappare,» si scosse; «spiacente: dimenticavo d’avere un appuntamento.»

«Bionda, bruna o rossa?»

«Magari… Avrei preso una bottiglia di Carlos Primero… »

«Ripassi con più calma.»

Annuì. «Arrivederci,» le porse la mano. La signora Rosa la strinse con la vitalità del suo essere conturbante.

 

Sul messaggio era scritto un lapidario siamo a bar; quello della loro prima conoscenza, e vi avevano replicato un incontro. Fabio chiese venia per il ritardo dicendo, con intima ripugnanza, che una cliente noiosa, prolissa, l’aveva trattenuto. Entrarono nel vivo di problemi che offuscavano il locale e tuttavia ne accusavano l’improprietà. Stabilirono di disdire la cerimonia in municipio e la prenotazione del banchetto al Resort Aurora, pagando il dovuto. Armando ed Elisa si assunsero la pena di preparare Michela alla visita medica risolutiva e al rinvio sine die  del giorno fatidico. Fabio si sarebbe comportato di conseguenza, con ogni cautela. Quanto al rogito e al contratto del mutuo, le parti erano convocate dalla Banca per il 2 giugno. I genitori mantennero l’impegno di contribuire con un prestito all’acquisto. Una scrittura redatta dall’avvocato li avrebbe cautelati dalle funeste eventualità che sovrastano ai mortali.  

 

Michela si dibatté nello smacco del suo innegabile fallimento, nel rigurgito di tentazione suicida che le fece maledire l’essere venuta al mondo, nella vergogna delle nozze revocate; esitò a provare il sollievo di risparmiarsi le fatiche, il restauro della propria effigie necessario per comparire sulla scena pubblica. Il medico titubante propendette per un secondo percorso di ricupero, scaricandosi della responsabilità. La giovane puntò i piedi, ripudiando la Casa di cura, quel “carcere”. Le forze la tradirono e, tanto passiva quanto acre, lasciò fare ai suoi, che prenotarono l’eufemistica accoglienza in Comunità. Nel frattempo i promessi sposi si parlarono nel telefonino, si videro pressoché osservando la loro regola. Fabio si barcamenò sostenendo la linea di condotta dei genitori, della quale era presumibile fosse informato, e blandendo il ricalcitrare e i capricci dell’amata.

Una sera, quando il ricovero era imminente, si soffermarono a prendere il fresco sugli spalti ripristinati d’un castello diroccato. Il firmamento risaltava, mercé la fioca illuminazione proveniente dalla distante lampada posta all’angolo d’una casa d’altri tempi e dalle lucine incastonate nel parapetto. Michela ammirò l’incommensurabile, trapunto di astri. La contemplazione, irrigidita, scese sulla faccia della terra e lei pianse.

«Che ti succede?» Fabio, che veniva dal tenerle un discorso ragionevole inteso a rincuorarla, le sollevò la faccia lacrimosa.

«Fabio, perdonami,» singhiozzò. «Ti sto rovinando la vita. Io che volevo farti felice; non sai quanto. Non sai quanto mi odio,» l’avercela con se stessa l’intontì, fermandola in una calma disperata.

«Guardati dall’orgoglio,» le porse la medicina.

«Quale orgoglio,» dissentì, «non capisci niente. Neanche tu, mi capisci.»

«Ti inganni.»

Nella delusione, fu consolato dalla capacità di reagire che resisteva in quell’essere martirizzato. Se la strinse contro, le baciò la guancia. Lei smise di fremere.

«La mia vita è ben spesa,» egli asserì, «tu non puoi rovinarla.»

«Scusami…. Ti voglio bene.»

«Te ne voglio anch’io.»

 

In confronto alla precedente cura disintossicante, l’avvio della terapia procedette pressappoco scorrevole. La dimestichezza con la sauna, con gli esercizi, con le regole del ritmo diurno, domò la pigrizia e i malumori. Ma il cane dell’astinenza si destò, prese a mordere più che mai. E fu di nuovo contenimento, bava alla bocca, avvilimento infinito. Superati gli abissi, i farmaci fecero brutti tiri, contemplati dai protocolli tra gl’infrequenti effetti collaterali. L’orticaria le mise addosso un prurito inesorabile, placato da unghie incoercibili che le escoriavano le membra. Il cortisone guarì l’orticaria e le ferite, ma anch’esso recava la sua dannosità. Malattie croniche protendevano le grinfie per ghermirla in un futuro imprecisato. Dietro le cortesi pressioni dei genitori, consigliati da luminari esterni, i medici interni ridussero la dose del cortisone. Il prurito l’aggredì, divorante. Se era stato implacabile, tentò di superarsi.

Una domenica, in cui i patimenti avevano toccato un culmine, e la figlia aveva preteso di vedere il fidanzato da sola, si torceva e tremava.

«Ho buttato via la pillola del sedativo,» gli rivelò di proposito.

«No. Ma perché?»

«Non ne posso più,» disse con ottusa deliberazione..

«Come faccio a comprenderti?» lui s’inquietò. «Adesso stai male, ma starai meglio. Ti è già accaduto,» aggiunse persuasivo.

«Non m’importa di star meglio.».

«Che significa questa follia?»

«Fabio caro, se mi vuoi bene, se hai pietà di me, uccidimi,» implorò a mani giunte, «portami un’overdose, quello che vuoi, ma facciamola finita… Per me e per te.»

Accarezzandola, contraria e renitente, Fabio, commiserevole da capo a piedi, la scongiurò d’avere lei pietà, di ritornare in sé e di non consegnarlo all’angoscia. Michela, esausta, si piegò sorda, abbandonata. Le diede uno schiaffo sonoro per impedire che la portassero via priva di sensi.

Doveva risvegliarla, sentirsi dire che aveva rinunciato a distruggersi.

Attorno si era alzato un mormorio d’indignazione. Gonfiò un’ira di giustizieri. Il bruto attese che il primo stupido gli mettesse una mano addosso. Le donne, di giudizio sommario e ammaestrate, gridarono ingiurie, invettive.

Michela aveva socchiuso gli occhi stanchi, percepì il tumulto.

«Prometto,» parlò con un filo di voce. Vedendolo poco convinto: «Per te, sì… prometto d’esser buona con te che mi ami. Sta tranquillo, non lo dico per quei deficienti… Mi manca la forza di zittirli… »

Entrò un dirigente chiamato da una persona assennata; con una certa autorevolezza calmò gli animi, dando al bruto l’opportunità di spiegarsi. La poverina ce la fece a mandargli un bacio, mentre un’assistente, sorreggendola, l’accompagnava alla porta. Fabio se ne andò inseguito dal brontolio dei gonfi malfidenti, che non ammettevano d’aver preso un granchio.

 

«To’, chi si vede!» la Rosa sbarrò gli occhi, «Allora si ricorda ancora dei suoi clienti affezionati.  Ho lasciato detto alla sua… segretaria. Lettera morta?»

«Avrà capito che è una donna semplice. Si confonde e l’ordine nelle carte non è il suo forte. Forse conveniva che mandasse l’ordinazione tramite e-mail.»

«Averci pensato… Ho perduto il biglietto col suo numero di cellulare. In Internet non ce l’ha messo. Avevo timore di disturbare insistendo a casa sua.»

«Troppi seccatori telefonici. In certi casi preferisco riservarmi l’iniziativa e trattare a tu per tu. Tenga,» le porse il biglietto da visita.

Sprizzò un lampo di piacere:

«Dunque potrei disturbarla alla prossima occasione?»

«Non abbia scrupoli.»

Lo sbirciò vagamente pensosa.

«Ad ogni modo lo rivedo volentieri.»

«Io pure.»

«Sempre serio, lei,» lo osservò, «preoccupazioni?» Senza attendere la risposa: «Riconosco che sono un poco intrigante, e troppo aperta. Ma può essere un difetto, una caratteristica femminile.»

L’ora morta del primo pomeriggio rendeva improbabile un’interruzione, ma non conveniva dilungarsi. Fabio sfidò la consistenza di quella fede al dito.

«Senta, ho due biglietti omaggio del cinema. Terrebbe compagnia all’uomo rannuvolato?»

Pencolava. Le rincresceva perdere la puntata d’una serie televisiva. Era scontato che si facesse desiderare.

«Guarda l’anello?» domandò furba: «qui si aggirano i mosconi da tenere a bada. Poi ci sono i pettegoli… Con mio marito siamo divisi, ma non voglio che si sappia delle mie faccende private.»

«Allora accetta?»

«Accetto a patto che gentilmente metta da parte i pensieri.»

«Intesi. Alle dieci nell’atrio?»

Stette per qualche attimo meditabonda prima di dare la conferma. Forse era stata sincera dicendosi guardinga per non dare appiglio alla maldicenza.

Il corteggiatore si precipitò a comprare i biglietti. Il film americano verteva sul triangolo sentimentale-passionale avente protagonisti un’irrequieta giornalista, un figlio vedovo di pittrice indimenticabile, e il padre marpione, ambedue pescatori maneschi. Il pretesto del cinema tale si dimostrò, dato il disincanto dello spettatore istruito sulla spessa sovrabbondanza, sull’inveterato debordare dalla misura, sull’abuso dei panorami pittoreschi e delle musiche prevedibili, propri del corrente americanismo. Ma il critico aveva previsto che a lei la fiction sarebbe andata a genio.

 

Il sentimento provato da Fabio per la diletta si era impregnato di tenerezza e, per quanto pervaso di mestizia, era più puro e pretto del solo amore che depurava l’attrazione e rinverdiva la bellezza particolare di Michela. L’addolcimento del già affinato desiderio aveva viepiù scisso l’amore dall’istinto, sicché un’altra applicazione dell’istinto sembrava non mettere in gioco la fedeltà. Un demone aveva approfittato delle vicissitudini di Fabio, spingendolo alla soddisfazione nella carne – che non è mai soltanto questo – insufflandogli l’alibi dell’incolpevole esigenza della Natura.

 

Rosa si era presentata nelle sue sinuosità, abbigliata con tocchi eccentrici, effervescente. Quel brio poteva celare bensì uno schiaffo alla propria inferiorità. Nel buio dalla sala, per scongiurare l’impressione di isolarsi si erano bisbigliati commenti acuti e allusivi, a proposito dello spettacolo.

Ma la colonna sonora assordante tendeva a coprire il loro dire sottovoce. Erano rientrati nei rispettivi pensieri, non solo attinenti al film, di tanto in tanto lanciandosi occhiate di soppiatto.

Finché gli occhi si erano incontrati e il riso soffocato aveva svelato l’intesa complice, promettente.

A mezzanotte e mezza, in un quartiere a Sud della ferrovia restava aperto un pianobar di eleganza consunta e di spuria frequentazione. S’addiceva a una bevanda alcolica, a un’espansione nel divertimento dei corrivi, all’ingresso nell’intimità. E fece al caso loro. Al portone del suo caseggiato, Rosa gli chiese se gradiva salire per il bicchierino della staffa. Un’interiore ilarità prorompente e inconsulta trapelò da lui che, accettando, si vedeva scendere presso siffatti portoni chiusi e ripartirne, nottetempo, negli scapestrati anni giovanili.

«Che ti prende?» sollevò il sopracciglio.

«Te la sei avuta a male? Ma no! hai frainteso,» sventò il sospetto; «ti dispiace se sono allegro e contento?»

«Chi se l’è avuta a male?» lei rise raggiante e superba..

Gli disse il numero interno e di aspettare qualche minuto prima di seguirla. Andò ad aprire, lasciando socchiuso. Trovato un buco nella fila delle auto, Fabio vi introdusse la sua e si accinse a gettare il dado di Cesare.

 

Fabio e Rosa diedero continuazione all’avventura. Vennero a conoscere più accadimenti del rispettivo passato e aspetti della loro vita attuale; se ne nascosero di rilevanti; evitarono di scandagliarsi; rilevarono pregi e difetti dell’una e dell’altro. Lei si dimostrò saporosamente leggera.

Filosofa epicurea, reggeva le opinabili manchevolezze del compagno, le presunte sprovvedutezze, scherzandoci sopra. Era abile nell’attuare le compensazioni e nel preservarsi sicura. In breve, si verificò un’imprevista abitudine, la quale, anziché generare la sazietà, produsse una sete reciproca.

Quella voglia singolare e pregiata, che quasi a loro insaputa reclamava più stretti, più profondi, più grandi riguardi e apprezzamenti, li rese incoscienti del vincolo che stava coinvolgendoli. Cominciò a incomodarli qualche diffidenza, qualche sconsiderata insoddisfazione, ma l’idea d’averle e di dissiparle li avrebbe fatti vergognare.

Recandosi a trovare il suo tesoro sventurato, che era in via di riaversi, il fidanzato aveva dentro un peso, uno scontento che non lo mollava. Immunità e impunità erano avulsa teoria. L’ardore morboso, contrastato, sopito, tendeva a smungere la linfa dell’amore soave. Ne fu scosso, temette la perdita, vi si oppose. Riportò successi piuttosto cerebrali.

«Fabio, ho notato che da qualche tempo sei nervoso. Qualcosa non va? Hai dei grattacapi?»

Il temuto riscontro del suo cambiamento ispirò la risposta pronta:

«Niente di straordinario, mi sono stancato al Greppo.»

«Riguardati.»

«Ciao!» una ragazza molto carina salutò Michela con una sventolata della mano.

Michela corrispose con incertezza all’espressione compiaciuta della compagna, sbiadita in volto da un’ombra persistente, antica. La figliola che non passava inosservata finì tra le braccia d’una signora somigliate a lei. Michela, suo malgrado sorvegliando Fabio, spiegò che era l’amica di Asti di cui gli aveva parlato: un’amicizia confortevole, preziosa.

Il protrarsi delle visite all’inferma, che si affrancava dalla cocaina, minimizzò i raffronti tra il Fabio precedente e quello odierno, dissolse le alterazioni notate sul caro sostegno. Il quale non sapeva quanto a lungo avrebbe durato a inventare i piccoli incidenti per cui certe sere il suo cellulare taceva o azionava la segreteria e ritardava la risposta ai messaggi.

Nello scorcio di luglio, lui aveva rinunciato alle vacanze. A Genova Clara, la sua nipote orfana di genitori travolti da un pirata della strada, si stava consumando di leucemia in un reparto dell’ospedale San Martino. Sarebbe stato imperdonabile e crudele sospendere d’assisterla nella sue aggravate e critiche condizioni. Una frottola grossa per cavarlo da un ginepraio.

Le frottole, prese dapprima alla leggera, intorbidavano. Servirono per Rosa, che fece le valigie e salì in montagna. Non era portata per i bagni e per gli ozi sotto l’ombrellone. Fabio le fu grato di quel soggiorno che si supponeva fosse poco mondano. Promise scappate in Val d’Ayas. Lassù, nell’affollamento dell’alta stagione, sovrabbondavano gli sposi anziani e le giovani coppie coi bambini. Gli scapoli disertavano gli alberghi. Gli sparuti gagliardi in circolazione pedalavano accaniti sui sentieri o facevano sera sgobbando alla conquista di crinali e rifugi d’alta quota.

All’indomani del Ferragosto, prenotò per un giorno e notte in albergo. Avrebbe spartito la camera con Rosa. Mise gli scarponi nella sacca. Alle undici erano in tenuta da escursione. Presero la funicolare avvicinando la veduta sul ghiacciaio del Monte Rosa. La vallata cosparsa di villaggi scoprì le sue grazie; svettarono le cime. Intrapresero la salita a una baita. Rosa vi giunse contenta tra sospiri, ricompensata dai boschi, dai prati, dai panorami. Si rifocillarono alla baita e divallarono lasciando quel locale mezzo rustico e mezzo stravolto dalla modernità. Fatta una siesta, dimezzata da dolcezze scapigliate, compirono il passeggio riposante, lungo il fiume ceruleo e nel paese. Le automobili, i bar, i visi cittadini, evitarono a Rosa il larvato tedio del borgo angusto; a lui non scalfirono l’atmosfera che li avvinceva con un che di esotico.

Fabio aveva preso a fumare il mezzo toscano giornaliero. Dopo cena, lasciata la fumatrice sul balcone, scese nel giardino per non guastarle col sigaro l’aroma della sigaretta. Fu il momento propizio per la telefonata a Michela. Andava avanti e indietro nel vialetto, e Rosa lo vide spuntare intento a discorrere. Rilassandosi poi entrambi su un divano della sala, prendendo a intervalli il bicchierino di genepì:

«Con chi parlavi al telefono?» chiese. «Guarda che ti ho visto,» soggiunse birichina.

«Con la mia protetta che soffre.»

«E le permettono di parlare tanto? Non si stanca?»

«Per ora ci riesce.»

«Chissà se me la racconti giusta,» il tono della scanzonata era sceso al timbro neutro.

«Mi stai torchiando?» disse Fabio tra il serio e il faceto.

«Va là che di favole ne racconti.»

«Per esempio?»

«T’avrei preso in castagna più volte. Le donne le occhieggi, e le bugie hanno le gambe corte.»

«Forse per questo, stasera stuzzicavi il cameriere?»

«Che gusto c’ho a scoprirti geloso!» gongolò.

«Già, tu sei indifferente.»

A furia di rimbecchi, si offesero. Il ribollimento li impastoiò. Mal sopportando la loro impotenza a contenersi, inabili a riconciliarsi, s’inalberarono. Fabio fece fagotto, sloggiò tirato a dritta e a manca dalla volontà di liberazione e contemporaneamente dal subdolo senso della veniente menomazione.

 

All’inizio di settembre Michela e la sua amica Silvia furono, una dopo l’altra, dimesse da Villa Confidence. Armando ed Elisa presero in casa la figlia. Il suo riassumere la funzione d’insegnante all’Istituto scomparve dai discorsi come argomento tabù. Dopo essersi consultati i genitori e il fidanzato, ai pranzi della domenica si tornò sul riavvio del matrimonio. E se avessero atteso l’annullamento per solennizzare le nozze all’altare? La futura sposa interveniva peritosa, e i più adulti erano circospetti nell’esporre i procedimenti concepiti.

L’idillio maltrattato da intrusioni, aveva beneficiato delle riparazioni e delle attenzioni di appassionati, consone alle opere d’arte di fine cristallo, ai dipinti intoccabili. Lei rimessa al mondo, sebbene le cicatrici fossero fresche e sensibili, lui efficiente in virtù d’un organismo giovane che compensava l’ostinata fregola sensuale, pervenivano a comporre una musica, un canto speciali e deliziosi, a distillare l’alimento degli spiriti, malgrado i difetti della composizione e dell’esecuzione, malgrado una sordina.

Lo strumento virile, che nell’ultimo periodo aveva smarrito alcune note e stonava, aveva sedato la febbre, girata in febbricola. Ma la sconfitta, l’abbassamento patito con Rosa, era duro da smaltire, e metteva in pericolo l’armonia del duo. Non era in potere di Fabio porli affatto al riparo slegandosi da Rosa.

 

L’inesistente nipote lasciò il letto. Portento di una terapia sperimentale. Un medico celibe si era invaghito di lei e se ne prendeva cura. Rosa aveva smascherato il finto zio e saputo della sua fidanzata, che era ignara delle panzane.

 

«Cara, vedo che ci tieni a mantenere l’amicizia con Silvia. Sento che la stimi e ci terrei a conoscerla. Ma… »

«Quale ma?» s’inquietò, «anche tu mi fai la predica perché non mi farebbe bene un collegamento con Villa Confidence e con la droga? Vi siete accordati, tu e i miei, per togliermi questo sollievo.»

«No, ci siamo trovati d’accordo senza macchinazioni, convergendo da vie differenti.»

«Lasciando perdere la sfiducia verso di me, se non riuscite a comprendere, devo dirtelo che mi state addosso, che mi sento osservata, oppressa. E sappilo pure: il nostro amore sarà bello, ma mi affatica, mi carica di responsabilità… »

«Cara, ogni bene comporta sacrifici. È la vita, dicono i francesi.»

«Scusami, ma sei tardo e poco comprensivo. Sono preparata ai sacrifici, mi ci sono addestrata… Qui è in ballo il mio equilibrio. Ho bisogno di evadere… Detesto questa parola… Ho bisogno di uscire dal cerchio e di riposarmi. La compagnia di Silvia mi ristora.»

Fabio fu a faccia a faccia con la sua presunzione. Non era sempre capriccio il lamento, la rimostranza delle donne che si lagnavano di non essere capite. Ed ebbe un’altra sorta d’illuminazione:

«È ben strano,» rifletté, «che l’amore più bello fra i due sessi non trasmetta la forza di vincersi, di dominarsi, una forza pari alla sua grandezza.»

La concezione servì a rinvigorirlo.

Michela lo ammirò e spiava l’esito della scoperta.

«Comportati secondo la tua coscienza,» le disse comprensivo.

«Dai, per favore finiamola con le responsabilità.»

«Quale responsabilità? Semplice senso comune, ragionevole presa di distanza dai sentimenti.»

Sorbito con la cannuccia nel bicchiere le due dita d’aranciata, lei tolse dalla borsetta un pacchetto di sigarette.

«Fumi anche tu?» le porse la fiammella dell’accendino.

«Tre al giorno… dopo i pasti,» le uscì un filo di fumo dal naso. «Mi scarica i nervi.»

Le tenne compagnia accendendo il sigaro (a Michela non dispiaceva), esimendosi dall’ubbidire alle domande che gli covavano in gola.

Il caffè alessandrino si era svuotato. Il gestore, uscito dalla cassa, guardò nel chiosco esterno e, di seguito, l’orologio da polso.

«Andiamo,» lo sollecitò, «hai un bel pezzo di strada da fare. Domani lavori.»

Infatti aveva da riordinare la cantina, piena di ragnatele, da rinfrescare i recipienti, rimasti per un anno inattivi.

 

Dunque il demone Eros, che primeggiando non perdona, aveva piegato Rosa. La sua indole indomita, insofferente di giogo e di ripiego, meditava la rivalsa. Gli sgarbi ricevuti da Fabio erano svaniti. Non era una che serba rancore e se la lega al dito. Ma l’amante aveva incrinato il suo temperamento olimpico essendo lui la causa del legame indesiderato. Giocando a spezzarlo, indulse all’inclinazione di farfalla, si divertì a provocare facendo sì che una propria avventura potesse emergere. Fabio se ne accorse, ingoiò il rospo, rifiutando che potesse essere un rospo. Era per lui indegno far valere un qualsiasi diritto su di lei, tuttavia dimorò nell’indegnità, nella mancanza di superiorità, di fatto cedendo al destino lo scioglimento del nodo.

 

Un pomeriggio, uscito dall’ufficio dei Coltivatori Diretti, sul Corso di Acqui gli avvenne di adocchiare una giovane giunonica che s’avvicinava.

«Fai finta di non conoscermi?» gli richiamò l’attenzione con aria furbesca.

«Mi spiace, Carlotta, sono un cattivo fisionomista.»

«Tu cattivo?» equivocò, «piuttosto sei un Buon Samaritano. Senza scherzi: so di Michela e che dovevate convolare… Adesso si è ripresa dai suoi guai. L’ho rivista… Non sono mai andata a Villa Confidence per non metterla in imbarazzo, ma mi dispiace.»

Michela gli aveva detto, con una brutta luce negli occhi, che avevano litigato. C’erano indizi per supporre che fosse stata Carlotta a iniziarla alla droga. Fabio mordeva il freno intendendo liberarsi della disinibita, che aveva sdegnato, e che adesso apparteneva a una razza accattivante, d’una specie a parte. Faticava a staccarle gli occhi di dosso.

Gli propose di prendere l’aperitivo:

«Posso offrirlo io, visto che stai abbottonato?» lo squadrò maliziosa, «ma non direi che sei uno che sta molto sulla sue… Seriamente: ci faranno bene due chiacchiere e svagarci un tantino.»

Il richiamo della sirena tramutava in un’altra l’infida amica della sua promessa sposa, cancellava l’eventuale passaggio di un conoscente indiscreto.

«Devi scusarmi,» improvvisò, «se non mi sbrigo, faccio tardi alla cena con gli amici.»

«Dove siete?»

«A Nizza.»

«Hai tempo da vendere.»

«No. Passo dalla cascina a cambiarmi… »

«Eh, bada che mi stai offendendo,» regolò il broncio secondo l’effetto che otteneva.

«Sarà per un’altra volta.»

«Stasera la solitudine mi ucciderà. Lo sento. Ti è mai capitato d’aver paura della tristezza? Una tristezza che ti porta a fare delle sciocchezze.»

Era una brava attrice, benché non fosse da escludere che ci fosse del vero.

«Sicché io con la tristezza l’ho scampata bella.»

«Bravo, prenderesti in giro chi è andato sotto un camion,» nella dolente indignazione spuntava la stizza. «Dimmi,» s’addolcì, «alla vostra festa siete tutti uomini?»

«Sì… »

«Ti va di portarmici? Vedrai, ti faccio fare bella figura.» Non si dava per vinta.

Con che balorda panzana si era inguaiato! Se ne sbarazzò:

«Scusa, t’ho raccontato una storia. Da stordito… Ho un’emicrania che non vedo l’ora di chiudermi in casa.»

Lei aveva dato fondo alle sue arti. Tornare alla carica, a qualsiasi riguardo e su qualsiasi tono, significava andare incontro a un’umiliazione esagerata. Mostrò di credere alla seconda versione.

Non le bastò l’animo per dissimulare la ferita e l’acredine.

 

(continua)

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