Sergio Ramelli, studente milanese diciottenne, militante di destra, fu aggredito sotto casa da un gruppo di malviventi, studenti  sinistrorsi, che lo colpirono più volte al capo con pesanti chiavi inglesi, procurandogli gravissime lesioni. Era il 13 marzo 1975. Il giovane morì il 29 aprile successivo, dopo una straziante agonia. Nelle settimane seguenti altri malviventi scrissero sui muri, nella zona dell’agguato, “10 – 100 – 1000 Ramelli”. Il diffuso clima di omertà e paura impedì serie indagini e solo dieci anni dopo i suoi assassini furono processati, cavandosela per altro con condanne brevi.

La stampa di regime scrive in questi giorni che Sergio Ramelli morì in generici “scontri di piazza”. Intanto il prefetto di Milano ha vietato le manifestazioni in commemorazione del giovane assassinato e dell’avvocato Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del MSI, assassinato il 29 aprile 1976, un anno dopo la morte di Sergio Ramelli. Le recenti liturgie del 25 aprile e il divieto prefettizio confermano che in questo disgraziato Paese esistono tuttora i morti di serie B.

Posso affermare, da colloqui diretti che avevo avuto all’epoca, che i nomi degli assassini circolarono da subito tra gli studenti universitari. Più o meno tutti sapevano, salvo la Questura. Uno dei maggiori indiziati (e questo mi fu detto da un funzionario di polizia) fu scagionato da un alibi fornito… dalla sua fidanzata. Ogni altro commento è, mi pare, superfluo e lascio la parola all’amico Alfonso Indelicato, che ci ha inviato questi versi in ricordo di Sergio Ramelli

Paolo Deotto

 

 

Sergio, scrive Repubblica

di Alfonso Indelicato

 

Scrive Repubblica che fosti ucciso,

Sergio, “durante gli scontri di piazza”.

 

Talora codesto giornale

è un poco impreciso,

immemore, tardo a trovare in archivio

le fievoli tracce del tempo che fu.

 

Talora … o spesso, non so.

Mi pare non fosse una piazza,

mi pare non fossero scontri …

Ma il tempo è passato, chi sa.

 

Mi sembra che fosse un agguato

là dove, ragazzo, abitavi.

Un agguato! Ma forse mi sbaglio.

Rammento che fossero in tanti,

proletari per gioco,

figlioli di abbienti famiglie,

tanto che avendo assai a lungo studiato

anni dopo, sciolto ad Ippocrate il giuro

medici furono

e certo amorosi  i malati  essi curano.

 

Quel giorno stringevano in mano un attrezzo

più consono nelle officine,

ma non l’impiegarono tale …

 

Ma ecco, Sergio, rammento!

ti sfondarono il cranio

vibrati da quei finti artieri

i colpi delle chiavi inglesi.

 

Poi, giacesti coperto di sangue

fra gli urli di quanti

hanno visto il macello.

Poi il lungo martirio

fra pianti e speranze, e infine …

 

E quando – ecco che torni

o memoria! – si sa la notizia,

scoppia l’applauso a Palazzo,

plaudono sindaco e giunta e consiglieri tutti

di quella maggioranza

gridando  gioia ed alzando le braccia

ché finalmente eri morto, fascista, ragazzo,

figlio nostro, fratello!

 

Ma forse mi sbaglio, la mente mi manca.

se Repubblica di “scontri di piazza”

oggi parla.

1 commento su “In ricordo di Sergio Ramelli”

  1. Grazie a questo sito per questo stupendo ricordo di un ragazzo il cui unico torto è stato quello di seguire la propria intelligenza e non la corrente dominante del qualunquismo, dell’ignoranza e della miseria culturale di sinistra. Non era facile in quei tempi tragici, non era cool e, in aggiunta, non era conveniente. Guardiamoci attorno, guardiamo alla casta di potere: tutta quanta cooptata da quel maelstrom maleolente di conformismo acefalo e mortifero. Onore a te, Sergio, che il Signore ti accolga tra le sue schiere.

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