Italia kaputt. I funerali della “Giustizia”

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La recente sentenza della Cassazione sull’arresto di Carola Rackete non è che l’ultima (per ora) tappa di un cammino verso lo sfacelo

 

Se lo Stato non è più in grado di assicurare la Giustizia, ha già perso la sua ragion d’essere. Non da oggi assistiamo allo sconcertante spettacolo di una Magistratura che agisce come un  potere “a sé stante”, che non risponde a nessuno di quanto fa e che ormai non finge nemmeno più di rispettare la legge perché, ove necessario, agisce in modo “creativo”. Del resto, il magistrato non paga mai per i suoi errori, siano essi dovuti a incompetenza e incapacità, o anche a interessi personali, politici, o anche al semplice desiderio di essere citato dalle cronache.

Ed è sconcertante anche il fatto che si dia ormai per scontata l’esistenza di un vero e proprio “partito dei giudici”, che non ha necessariamente una colorazione politica, ma è comunque costituito da personaggi che si arrogano il diritto di decidere su tutto e su tutti, sapendo che il loro rischio è pari a zero. Poi, come da buona tradizione italica, il “partito dei giudici” si mostra sempre molto funzionale al potere: gli assurdi procedimenti contro Salvini stanno a dimostrarlo. Tuttavia, anche i politici dalla parte “giusta” guardano ai magistrati con timore, perché chi detiene un potere assoluto e incontrollato è sempre pericoloso.

In questo bel quadretto, la recente decisione della Cassazione, che ha invalidato l’arresto della Carola Rackete la quale, povera figliola, stava solo per accoppare un po’ di Guardie di Finanza, ha una sua certa sciagurata coerenza.

La Rackete ha fatto la sua bella impresa quando al Ministero dell’Interno c’era Salvini. Quindi la vivace marinaretta era comunque da assolvere, salvare, santificare. Su questo, come suol dirsi, non ci piove. Poi si scade nel grottesco quando i cosiddetti “ermellini” – anche loro per ragioni anagrafiche figli, se non nipoti, del sessantotto – arrivano a dire che la Rackete avrebbe agito in una sorta di “stato di necessità”, glissando completamente su un fatto non trascurabile: la sciagurata stava per schiacciare contro la banchina del porto una motovedetta della Guardia di Finanza. I cinque uomini di equipaggio potevano restare schiacciati. Morti. Assassinati, per la precisione.

E in ogni caso lo “stato di necessità”, se anche ci fosse stato, non impediva certo di entrare in porto con una manovra decente e non potenzialmente omicida come quella messa in essere dalla Rackete. La differenza di mole tra le due imbarcazioni impediva fisicamente alla vedetta della finanza di porsi come un vero ostacolo. A meno che sulla nave ci fossero dei “migranti” che sarebbero morti entro pochi minuti se non fossero sbarcati… ma qui scadiamo nel ridicolo.

E, ciliegina sulla torta, i giudici della Cassazione tengono a precisare che la motovedetta della Finanza non poteva essere qualificata come “nave da guerra”, perché era comandata da un maresciallo di Finanza e non da un ufficiale della Marina Militare.

Domanda legittima  ai signori “ermellini”: ma allora una imbarcazione di una forza di Polizia, se non è qualificabile come “nave da guerra”, può essere legittimamente schiacciata da chi vuole entrare in un porto fregandosene dei divieti?

La sinistra gongola di fronte a queste mostruosità giuridiche ed è quella stessa sinistra che geme e paventa “Il Far West” se capita che un onesto cittadino spari una sacrosanta revolverata a qualche delinquente che gli irrompe in casa nottetempo. Ma questa sinistra, sempre più distaccata dalla vita reale, non si rende conto che a una giustizia “fai da te” arriveremo inevitabilmente, se continuerà questa farsa tragica della giustizia all’italiana? Quale fiducia potrà più avere il comune cittadino, che vede finire sotto processo chi esercita il diritto di legittima difesa e vede premiati personaggi delinquenziali come la Rackete?

“Ne cives ad arma ruant (o veniant)” si diceva una volta. La Giustizia (“G” maiuscola) è una funzione irrinunciabile dello Stato. E i cives “ad arma” ci arriveranno presto, se continua questa farsa della giustizia (“g” minuscola).

Possiamo solo sperare che il governo di Giuda e Taide sia agli sgoccioli e che presto arrivi a Palazzo Chigi un uomo (e non un quaquaraqua) che sappia, tra le altre urgenze, affrontare anche il nodo non rimandabile della riforma della giustizia.

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