Ite, Missa est

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Racconto di Alfonso Indelicato

 

  • Come se. –
  • Ma, eccellenza, come, come se? –
  • Come se. – ribadì seccamente l’arcivescovo.
  • Cosa intende dire, eccellenza reverendissima? –

Don Balivo non credeva alle sue orecchie. Da quando era entrato a far parte della segreteria dell’arcivescovo, aveva avuto modo di ascoltare da Sua Eccellenza  quelle che nel suo intimo aveva deciso di considerare come mere bizzarrie. Ad esse si era pian piano assuefatto, e da qualche tempo non se ne scandalizzava più, considerandole quali prodotti di una mente estrosa.

Come quando, per esempio, l’alto prelato aveva vagheggiato di postulare la causa di santificazione di un noto scrittore e opinionista ancora felicemente in vita.

Ma questa volta era diverso. Questa volta Don Balivo aveva l’impressione di trovarsi di fronte alla radice e alla spiegazione di tutto. Quelle che lentamente si era abituato a considerare semplici stravaganze apparivano ora per ciò che erano, ed erano, se egli aveva capito bene, ben altra cosa.

  • … Come se fosse tutto vero. –
  • Ma è tutto vero … –

Don Balivo solitamente così riguardoso e misurato, Don Balivo che sussurrava le parole, aveva calcato la voce su quella “è”.  Con un’enfasi lievissima, ma per le sue abitudini era già un fatto singolare.

L’arcivescovo si rilassò sull’ampia poltrona di cuoio profilata di legno di noce appoggiandosi allo schienale, e la sua bocca si aprì in un largo sorriso.

Fissava ora il suo segretario con un misto di compassione e benevolenza, tacendo. Con quello sguardo, con quel sorriso, con quel prolungato silenzio, gli stava inviando un messaggio. Che non aveva bisogno di parole.

  • Cercate di comprendere, don Balì. Quelle verità che abbiamo sempre creduto vere, rimangono vere. Vere, ma in altro modo. –
  • In quale modo, Eccellenza? –
  • Nel modo di quelle verità che ci accompagnano e ci guidano nella vita, che orientano le nostre scelte, che ci fanno da esempio. –
  • Mi perdoni, Eccellenza, se, non riuscendo a comprendere, faccio un caso concreto. Uno degli episodi evangelici più suggestivi, come ella mi insegna, è quello del cieco nato. Alla luce di ciò che mi ha detto poc’anzi, come dobbiamo intenderlo? Come un qualcosa di veramente accaduto, o in altro modo? –

Sua eccellenza socchiuse gli occhi e scosse la testa come a voler allontanare da sé un pensiero inutile o molesto. Poi rispose spedito, come chi avesse già riflettuto a lungo su quello e su altri consimili argomenti. Mentre parlava, la sua voce aveva però un tono fermo e tagliente assai diverso da quello scanzonato che gli era consueto.

  • Caro Balì, siamo al di là dell’essere o non essere accaduto. Capisci? Stiamo al significato di quell’episodio. Il cieco è figura dell’uomo che brancola nel buio. Nel buio del peccato, naturalmente, ma possiamo pensare anche a una condizione di crisi interiore, la quale attende una guarigione, una rigenerazione. Il cieco guarito dalla sua cecità è l’uomo nuovo, assurto a una condizione diversa, l’uomo cresciuto, insomma.
  • Vuole forse dire, eccellenza, l’uomo dopo la Grazia del battesimo? –

Qui l’arcivescovo fece un largo movimento con la mano che significava vero e proprio fastidio.

  • Balì, Balì, ti ho già detto o no di non essere troppo dottrinario? Di non vedere le cose con lo sguardo del prete?
  • Ma io sono un prete, eccellenza. –

L’arcivescovo sospirò profondamente, e accompagnò il sospiro allargando le braccia, come se si trovasse di fronte a un problema tanto molesto quanto insolubile.

  • Balì, scusa se te lo dico, ma io e te andiamo d’accordo solo quando mi passi le telefonate. – Così disse l’arcivescovo, e fissò torvo il povero prete.

Il quale era in verità avvezzo a quei modi, nei quali il presule indulgeva pressoché ogni volta che il colloquio col suo segretario esulava dall’ordinaria amministrazione. Peraltro Don Balivo – mite per sua natura tanto quanto per annoso esercizio di umiltà – non si adontò di quel trattamento. Anche perché altro gli interessava, avvertendo ora una domanda premergli il cuore e dal cuore salire a scottargli le labbra. Era una domanda decisiva, anzi capitale. Ed egli sapeva, con tutta la sua umiltà, che i rapporti con l’arcivescovo sarebbero dipesi dalla risposta che da questi avrebbe ricevuto.

  • Eccellenza reverendissima, mi vorrà scusare se l’annoio ancora una volta. Del resto Lei ha già perdonato tante volte le mie insufficienze, e una di più non farà che comprovare la sua grande pazienza, anzi il suo paziente amore. –
  • Vieni al dunque, Balì. – rispose l’arcivescovo, con voce parzialmente raddolcita per la lode gradita.

L’umile prete meditò brevemente su qualche arzigogolata introduzione a quanto intendeva dire, ma infine decise di andare diritto al punto che gli premeva.

  • Eccellenza, e quanto al cuore della nostra fede, quella santa sfoglia di pane che diviene realmente il Corpo Santissimo di Nostro Signore, e lo diviene per il potere che Cristo non ha serbato gelosamente per sé, ma ha concesso a noi consacrati; quella sfoglia di pane di cui ci nutriamo entrando così in comunione con Lui, dobbiamo riconoscere anch’essa come un simbolo, quindi come una pratica utile a rinfrancarci nelle prove della nostra esistenza, oppure è essa davvero il nostro umile miracolo quotidiano, quella Presenza reale che senza clamore ci muta, come lavorando nell’ombra, con discrezione ed efficacia? –

Pronunciate queste parole, Don Balivo, che invero non aveva il dono di una particolare facondia, si meravigliò egli stesso di averle pronunciate, tanto belle e ben legate l’una all’altra esse gli erano venute. Poi gli sovvenne un passo del Vangelo che poteva spiegare l’accaduto. Poi si vergognò, per sorella umiltà, di averlo pensato. Infine convenne che lo Spirito, che spira dove vuole, poteva anche aver soccorso un pover’uomo com’era lui.

L’ arcivescovo, dal canto suo, aveva percepito dietro la delicata fermezza delle parole, e la forma solo apparentemente interrogativa, una sorda ma  incoercibile opposizione. E ciò tanto più lo irritava in quanto quella era solo l’ultima di una serie di simili prese di posizione. Don Balivo era uomo tale da spegnere gli entusiasmi, quegli entusiasmi che i tempi nuovi della Chiesa avevano acceso. Come quando in modo semplice ma – doveva ahimè riconoscerlo – efficace, aveva contestato la sua idea avveniristicamente geniale di elevare alla gloria degli altari Roberto Saviano. Così, don Balivo era un sabotatore: in quel suo ruolo in ombra, con quel suo fare felpato, dimesso, tartufesco, quell’uomo era capace di alimentare intorno a sé sotterranee resistenze e contese.

Rimase per un lungo minuto in silenzio a riflettere, poi, indirizzando al povero prete uno sguardo arcigno:

  • Balì, tu o non capisci o non vuoi capire, e io propendo per la seconda possibilità. Che ti piaccia o no, noi prenderemo l’Ostia come se fosse il Corpo di Cristo. E così sarà finita, finalmente, per gli incantesimi, i giochi di prestigio, gli abracadabra. –

Don Balivo aveva sentito quello che doveva sentire. Così come aveva sempre fatto, chiese all’illustre presule l’autorizzazione a lasciare l’ufficio. Al muto cenno dell’arcivescovo, senza una parola né uno sguardo si alzò dalla sedia e strascicando i piedi si avviò lentamente verso l’uscita. Aprì la porta, la richiuse con delicatezza dietro di sé  e si addentrò nel lungo corridoio attraverso il quale poteva raggiungere il proprio ufficietto. Man mano avanzava, camminando goffamente sui piedi piatti come se arrancasse sulle pattine, sembrò ai confratelli che lo incrociavano, e si voltavano per osservarne la sagoma, dissolversi pian piano nella penombra. Fino alla luce oltre la balaustra, là in fondo.

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Pubblicato anche su Stilum Curiae

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