La brutta arte

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Non salvo l’arte in quanto produce un valido esito estetico. Ignoro la dea Arte dei critici, dei suggestionabili e dei mercanti. Prescindo dall’approvazione della critica e dall’apprezzamento di amatori o estimatori. Sono costretto a riesumare i concetti classici che definiscono l’Arte. Essa è espressione del Bello, e il Bello dovrebbe essere manifestazione del Bene. Tuttavia non è così semplice. Sarebbe semplice, se si mettesse da parte come brutto tutto ciò che non desta sentimenti di onesta edificazione.

Si apprezza la forza delle suggestioni suscitate, si ammirano gli effetti che colpiscono l’immaginazione e destano la meraviglia, son venerate le capacità d’attrarre, di coinvolgere, di sedurre mediante un mezzo artistico. Ci si ferma a questo risultato ritenuto precipuo e sufficiente, come se l’arte non avesse contenuto che la qualifichi, che la renda buona o cattiva, veridica o falsa, approvabile o condannabile: essa starebbe al di là del bene e del male. In realtà, le cose non stanno neppure così: gli adoratori delle opere e degli artisti scartano a priori tutto quanto che è politicamente scorretto.

Detto ciò, tenendoci nel campo della pittura e della scultura, prendendo in considerazione i loro parti, andiamo pure oltre la morale e la Religione per smascherare l’inganno, che proviene nondimeno dall’immoralità e dall’empietà di chi lo perpetra. Se non agisse il fascino perverso della corruzione e la malizia dei profittatori, sarebbe agevole stabilire il giusto e vile prezzo delle opere moderne valutate a milioni di dollari o di euro.

Chi, rinunciando a un espediente di sofista, potrà dimostrare che il famoso, inestimabile capolavoro di Munch, L’urlo, sia qualcosa di meglio d’una rappresentazione macabra, disperante senza giustificazione, un’allegoria dell’infermità, dell’allucinazione escluse dalla speranza, in un mondo desolato, sotto un cielo fluido e disfatto, privo di sole e di nubi, infine, privo di Dio. Prova ne è l’impossibilità di sostenere a lungo la vista di tanta bruttezza, da parte di chiunque sia abbastanza sano di mente e di animo. Il fatto che viceversa L’urlo venga esaltato e goda di stima incondizionata e quasi universale, la dice lunga sulla decadenza e sulla passività che affliggono i contemporanei.

E che altro dire del povero Vincent van Gogh? Forse che basta saper trovare confacenti accostamenti cromatici, ispide soluzioni stilistiche per esasperazioni di paesaggi con cieli arruffati, per campi di grano e di girasoli terribilmente monocordi, per stanze angolose e infantili, per ritratti dai volti straniti? Anche in questi dipinti di valore inestimabile non compaiono che alienazione e desolazione.

Poi, troviamo l’illusione ammiccante, stravagante, quasi divertente, eccezion fatta per le composizioni piuttosto mostruose, d’un Salvador Dalì, che si serve del surrealismo e non disdegna il simbolismo pour épater les bourgeois. La tecnica e l’estro non gli mancano, ma dov’è la serietà necessaria a che venga classificato fra i grandi? Le immagini del proprio personaggio eccentrico, le fotografie del volto truccato con occhi spiritati e baffi affilati, propagandarono la sua produzione. La sua celebre Tentazione di Sant’Antonio si risolve nel grottesco, ha ben poco di sacro. Incontro al Santo nudo, viene un torso femminile inquadrato nell’apertura d’un edificio vagamente eclettico, campato in aria, cioè in groppa a un elefante dalle lunghissime zampe filiformi, e viene avanti una donna d’oscena nudità, in atteggiamento erotico, sorretta da una specie di alzata di ceramica, sostenuta a sua volta da un altro elefante trampoliere. Fra i due quadrupedi, sopra un terzo proboscidato svetta un obelisco con la faccia in vista banalmente ornata di semisfere decrescenti. In primo piano s’impenna un cavallo orrendo e digrignante. L’onestà è venuta meno.

E quale serio significato hanno le trovate degli orologi molli, ripetuti sopra vari oggetti in vari quadri? È uno dei diversi modi per dubitare del Tempo e un rompicapo disinvolto, ma oggetto di studiosa attenzione. E quale bellezza attribuire alle suaccennate composizioni di esseri umani o di parti anatomiche, uno sull’altro, una inserita nell’altra? La perizia nella tecnica pittorica ha ricevuto un cattivo impiego.

Altro discreto pittore portato alle stelle fu Pablo Picasso, da considerarsi notevole (quantunque immerso nella profana umanità) prima che si desse al cubismo; maniera questa continuata in seguito sotto influssi astrattisti e surrealisti. I suoi ritratti ondeggiano tra il simbolismo e l’involontaria caricatura: la figura sdoppiata, appiattita nei suoi lati prospettici, fu una mera invenzione per esiti di rado indovinati, spesso astrusi più ancora che enigmatici rispetto ai titoli delle opere. L’originalità andò a detrimento del buon gusto. In generale, al sicuro mestiere del pennello fece riscontro l’insicurezza dello stile. Picasso inseguì sempre le mode, fu sollecito nell’aderire alla politica d’avanguardia e senza Dio. Sua, la celebre colomba della pace, adottata dal comunismo. Il suo chiudersi nella sfera naturalistica dell’uomo, il suo pacifismo conformista, denunciano la pochezza morale e intellettuale.

Non mette conto dilungarsi con l’astrattismo che, nel migliore dei casi, fornisce lavori gradevoli nell’ambito (non ricercato né riconosciuto) della decorazione, alla stregua degli ornamenti dovuti all’araba iconoclastia. L’astrattismo, oltre ad avere vocazione nichilista, è la conseguente evoluzione degli inganni e delle frodi artistiche che l’hanno preceduto. I celeberrimi tagli di Fontana possono essere soltanto un raggiro spacciato dando fumo negli occhi, ossia la turlupinatura più semplice, meno costosa per l’inventore, immune da ritorsioni e da sanzioni. L’arte astratta, essendo interpretabile a piacimento, definita talvolta dall’arbitrio dell’autore, è l’ambiguità moltiplicata. Costituisce una pacchia per i critici che, senza troppa fatica, possono sbizzarrirsi con le variazioni sul tema, con le scoperte di significati.

Non a caso i creatori contemporanei hanno iniziato e seguito nuove correnti assai caduche, presto consumate (impressionismo, fauvismo, cubismo, surrealismo, astrattismo, ecc.). Ciò dipende poco da un’esigenza ideologica, filosofica, sociale, dei tempi mutati: si deve piuttosto alla naturale inquietudine degli sradicati presuntuosi, i quali, respingendo la Verità, non fanno che rimodernare antiche idee e vi si appigliano. Infatti, salvo una minoranza, nessuno di loro riprende fedelmente in mano il sacro cattolico. Nella loro ansia prometeica, quasi tutti cercano una distinta e propria forma creativa. Qualcuno rivolto all’ingenuità, arieggiante il mito del Buon Selvaggio, ricerca una personale originalità, che oltrepassa lo stile a lui confacente. Ecco Henri Rousseau il Doganiere, ecco Ligabue. Essi si rinchiudono in un mondo di favola per bambini, in un ambiente mitico, in evasioni irreligiose. Altri si distinguono specialmente per i soggetti sordidi, depravati, esotici, simbolici e ideologici attinenti a paganesimo, naturalismo, materialismo. Altri vogliono distinguersi con un particolare anatomico (i colli lunghi di Modigliani). Non neghiamo che un Piero della Francesca raffigurasse uomini e donne con fattezze e espressioni somiglianti, ma la loro inverosimiglianza, assume una dignità, una funzione non paragonabile. Gli espedienti di Modigliani (facilmente copiato e gabbato da buontemponi) si devono a una volontà spasmodica di primeggiare, talvolta dotata di qualche pregio. Né molto meglio si giustificano i manichini e le piazze metafisiche di De Chirico. Pochi contemporanei che godono di un riconoscimento hanno imboccato la strada del culto del vero, quindi dell’arte sacra o che rispetta il Creatore, e hanno saputo percorrere la via maestra.

Bastino questi sommari esempi per calarci nel naufragio delle creazioni figurative (quelle architettoniche, letterarie, musicali falliscono allo stesso modo) appartenenti alla modernità, ritenute meritevoli d’ogni lode e annoverate fra le meraviglie del progresso.

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