La finitezza umana e la speranza di salvezza

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“Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai, / Silenziosa luna? / Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi”. Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

“Chiuso fra cose mortali / (anche il cielo stellato finirà) / perché bramo Dio?”. Giuseppe Ungaretti. Dannazione.

Tutte le religioni hanno un loro concetto di “salvezza”, intesa come liberazione da una situazione di sofferenza, di morte, di pericolo incombente, segno che questo timore, fondato o presunto,  evidentemente è profondamente stampato nell’animo degli esseri umani, a qualunque civiltà essi appartengano e qualunque fede religiosa essi professino.

L’uomo fa sempre l’esperienza del vuoto, dell’assurdità che nota in certe situazioni della propria vita,  della propria fragilità interiore, ma spesso accantona questi pensieri per il timore di rimanere travolto dall’angoscia che essi portano con sé. Molti vivono senza pensarci affatto, anzi evitano accuratamente questo tipo di discorso; immersi come sono nei loro impegni quotidiani, non hanno tempo né voglia di fermarsi a riflettere sul proprio destino finale. La morte, con quello che c’è dopo, deve essere esorcizzata e allontanata dal pensiero il più possibile, anche se, paradossalmente, il fatto di vederla rappresentata ogni giorno al cinema o nei telefilm, invece di invitarci a riflettere su di essa, ci induce a ritenerla cosa che riguarda solo i protagonisti delle fiction e non certo noi stessi.

A volte invece alcuni, soprattutto i poeti, si pongono la domanda cruciale sul nostro destino, ma non trovano una risposta. Nel suo “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, Giacomo Leopardi  domanda alla luna che cosa faccia essa in cielo da tanti millenni, senza stancarsi mai di ripercorrere sempre i medesimi itinerari. Che significato ha il suo “corso immortale”? La domanda “Che fai?” con la quale inizia il suo canto, ha un valore filosofico profondo perché si proietta nell’abisso del cosmo, del Tutto, dell’Essere, ma il poeta – lontano da Dio, nonostante  la severa educazione cattolica ricevuta, o forse proprio a causa dell’eccessiva rigidezza, priva di misericordia e di pietà, con la quale gli era stata impartita – non riesce a trovare una risposta che plachi la sua angoscia esistenziale e allora conclude convinto che tutto questo agitarsi e dibattersi nella vita umana non abbia alcun senso e sia inutile cercarlo: “Amaro e noia / La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo”[1]. Il poeta si arrende, dopo aver scritto versi che, se da un lato commuovono il mondo intero, dall’altro non possono non suscitare dolore nel cristiano che il significato della vita umana lo ha trovato (eccome!) nell’Incarnazione, nella Morte e nella Resurrezione di un Dio che ha amato per primo le Sue creature e  vuole attirarle a Sé nella Vita eterna proponendo loro di imitarLo in tutta la Sua umanità, anche nella sofferenza, nel dolore, nella malattia (se necessario) o anche accettando di non comprendere il mistero del Male e perché Dio lo permetta, ma sapendo che tutto ciò che fa parte della vita, gioie, dolori, eventi fortunati o sfortunati, malattie, sofferenza e infine la morte ha un significato ed è finalizzato alla nostra salvezza eterna[2]. Quando mai i fondatori delle altre religioni che sembrano attirare tanto le anime belle occidentali – scontente del Cristianesimo perché di esso non hanno capito nulla – si sono spinte a promettere ai loro adepti la Resurrezione della carne?

Però dobbiamo fare i conti con la morte, con questo evento scandaloso perché porta sempre con sé il timore che essa chiuda per sempre la porta all’esistenza umana escludendo qualsiasi possibilità di salvezza. Di fronte alla morte l’enigma dell’esistenza umana diventa irrisolvibile, se viene affrontato con paradigmi esclusivamente umani, e allora l’uomo, ben cosciente dell’ineluttabilità della morte, si rende conto di essere di fronte a un drammatico bivio spirituale: sperare o disperare.    

Il documento conciliare Gaudium et Spes (n. 10) parla di inquietudine, tormento, angoscia, dramma. “In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo. E’ proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si contrastano a vicenda”. E’ evidente, perciò, che i bisogni dell’uomo hanno una radice comune che è dentro di lui. Allora che significato ha la “salvezza” nel mondo contemporaneo? Mentre una volta si parlava di salvezza con riferimento al destino dell’uomo dopo la morte, ora se ne parla con riferimento alla sua natura storica, temporale, sociale e corporale, in altri termini, soltanto “materiale” e “terrena”.

 Nel XIX secolo sono stati Marx e Kierkegaard i filosofi che, con le dovute differenze, hanno teorizzato questo secondo tipo di “salvezza”. Nel XX secolo, Heidegger, nel suo famoso libro “Essere e Tempo” ha ricollegato la salvezza alla necessità di liberare l’uomo dal decadimento e dalla banalità della vita “non vera”, “non genuina”, perché anonima, in cui ogni linguaggio diventa mera “chiacchiera”. Nonostante l’uomo occidentale moderno sia sazio di beni e goda di una vita media agiata, la prospettiva di Heidegger fa capire come l’anelito alla salvezza sia un pungolo sempre presente.

L’interrogativo che si pone Giuseppe Ungaretti nei versi che ho citato in epigrafe mi, mi fa pensare, leggendo tra le righe, che anche lui sia convinto che, nonostante l’insuperabile differenza ontologica esistente tra L’uomo e Dio, l’uomo è stato creato “a immagine e somiglianza di Lui” (Gen 1, 26) ma “ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui , perché Lo vedremo così come Egli è” (1 Gv 3, 2). S. Agostino ha espresso questa attesa con le famose parole altamente poetiche: “Ci hai creati per Te, o Signore, e inquieto è il cuor nostro finché non riposa in Te” (Confessioni, 1, 1).

Nell’Antico Testamento il concetto di salvezza si identifica con la benedizione e la vocazione di Abramo: una discendenza numerosa come le stelle del cielo, fertilità della terra e fecondità delle greggi. Più tardi, con l’avvento della monarchia, la salvezza sarà identificata con un re giusto e col suo regno di pace universale. Ma con il raggiungimento di questo bene nasce anche la paura di perderlo, rivelando l’ansietà dell’uomo per se stesso, la nostalgia di appagare il proprio egoismo. Si corre allora il serio pericolo di considerare la salvezza cristiana come il soddisfacimento delle speranze terrene di lunga vita, buona salute e amore eterno[3].  Non è così: la salvezza non annulla i limiti umani, alla maniera di un buon pranzo capace di saziare l‘affamato, ma li guarisce e li redime. E’ questa la “Buona Notizia” cristiana: il dolore e la morte non sono cancellati dalla vita umana, ma Gesù ci ha insegnato che essi hanno un significato e un valore definitivo, nella certezza che, oltre a questo, Dio ha preparato per coloro che Lo amano “cose che occhio non vide, Né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo” (1 Cor 2, 9).

La salvezza cristiana, dunque, non ha nulla a che fare con i bisogni dell’uomo; essa non può essere posseduta, ma solo invocata e attesa. Il termine “bisogno” ha un valore antropologico che aspetta e spera di essere soddisfatto. L’ “attesa”, invece, induce lo spirito ad “attendere” ad “ascoltare” una risposta, frutto (in senso biblico) di una promessa, di un seme gettato che germoglierà trasformandosi in speranza. Perciò è necessario “morire” ai propri bisogni per attendere quel “cielo nuovo” e quella “terra nuova” promessi dall’Apocalisse (Cap. 21).       

Spesso però l’essere umano, privo di ancoraggi sicuri, va alla ricerca disperata di un significato da attribuire a una vita che invece non ne ha. Quante volte abbiamo sentito parlare di artisti, musicisti, scrittori, anche di grande talento e di grande sensibilità, (ma anche persone comuni) che hanno cercato quel significato, nella droga, nell’alcol, nella vita sregolata e – non riuscendoci perché non sono certo questi espedienti che danno un valore alla vita – si sono poi suicidati?

L’uomo deve fare i conti con una situazione di finitezza che non deve essere annullata – perché questo significherebbe annullare anche l’umanità – ma sanata, purificata. Il pensiero contemporaneo intende la salvezza come autenticità e pienezza di vita in una condizione confusa e indaffarata  ma, a sua volta, deve anch’esso misurarsi con l’inquietudine dell’uomo di cui parla S. Agostino. A volte questa lotta interiore, descritta da S. Paolo (Rm 7, 14 ss), può essere l’inizio di un lungo cammino che conduce alla conversione[4], come è avvenuto per alcuni grandi spiriti, come Julien Green, Giovanni Papini, Giovanni Testori. A volte qualcuno si ferma prima di raggiungere la méta, forse per superbia, o forse per paura che “il Cielo gli caschi addosso”, come diceva Jean Guitton e come è avvenuto a un grande giornalista molto noto ai tempi della mia gioventù, Ricciardetto (pseudonimo del magistrato Augusto Guerriero) il quale scrisse, su questo argomento, un libro che intitolò: “Quaesivi et non inveni” e che, a suo tempo mi riempì di tristezza. .

Ridonare a quegli spiriti smarriti la forza di continuare nel loro travagliato cammino alla ricerca della “salvezza” è solo competenza dello Spirito Santo. Ma anche il cristiano che ha a cuore la salvezza dei suoi fratelli può fare qualcosa e sono sicura che il Signore gradirà l’aiuto che un’anima semplice vuole prestarGli: la sincera preghiera per la conversione dei peccatori, la trasparenza e la coerenza di una vita orientata sul Vangelo, la purezza di cuore, l’accettazione serena della volontà di Dio, anche quando essa non coincide con i nostri progetti, impedire che il disperato si senta abbandonato (o “gettato”, come diceva Heidegger) in due parole: la testimonianza cristiana, che può fare molto.

Ma noi cattolici siamo sempre capaci di tanto?    

.

[1] G. Leopardi, “A se stesso”

[2] Forse scandalizzerò qualcuno se confesso che Leopardi non è il mio poeta preferito. Mi sembra impossibile che chi ha ricevuto da Dio il dono incommensurabile della poesia – che dovrebbe renderlo  capace di vedere, con gli occhi del cuore e della mente, molto al di là del limitato orizzonte umano – sia incapace di trascendere, sia pure di poco, quell’orizzonte per intuire quello che c’è al di là di quella “siepe che dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Temo che tutto ciò sia dovuto al peccato di superbia che Lucifero riesce continuamente a inoculare nell’anima di molti uomini, anche i migliori, anche poeti (e penso a Giosuè Carducci, a Giovanni Pascoli, a Gabriele D’Annunzio) ma io sono solo una cattolica “bambina” e il Giudice finale è solo Dio.  

[3] Così concepisce il Corano la salvezza eterna: un mondo pieno di belle cose materiali, comprese le “urì”, le vergini pronte a soddisfare gli uomini. Tutte cose molto “terrene”.

[4] S. Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi Spirituali n. 314), nota che a volte lo “’spirito buono’ punge e morde”..

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