La (grande) Storia nei (piccoli) Canti popolari/XII

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Signor lo Re a j’ha bin dije…

 

Chiudiamo la nostra rassegna delle canzoni popolari piemontesi a sfondo storico con due “canti militari” di carattere molto diverso, essendo, il primo, una canzone dei coscritti e invece, l’altro, dei congedati.

A questi due canti aggiungiamo ancora un brevissimo frammento a testimonianza di come un canto popolare possa essere, in qualche modo, “reinventato” e trasferito così da un personaggio storico ad un altro.

Rimarchiamo, infine, come la tradizione dei canti popolari di carattere epico-storico non finisca con l’età napoleonica, ma negli anni seguenti, così come anche nel secolo successivo, l’italiano prenderà sempre più il sopravvento sul piemontese (pensiamo, per es., a tutta la categoria dei canti delle guerre risorgimentali e della grande guerra, da La bela Gigogin al Testamento del Capitano), mentre per gli anni successivi alla prima guerra mondiale i giornali, e poi gli altri mezzi di comunicazione di massa, hanno sostituito in modo sempre più massiccio il valore e la funzione dei canti popolari, fino a farli sparire per sempre. Sono sopravvissuti – almeno fino alla metà del Novecento circa – solamente i canti socialmente e civilmente “impegnati” o “di protesta”, canti politici, insomma, e colorati tutti quanti della medesima tinta…

 

Canzone nr. 146: I coscritti di Bonaparte

 

Bonapart l’ha mandà a dire

Ch’àn da partire, ch’àn da partire.

– I partiron, i partiron,

Col giovinòto në serviron.

Passand fin a Poirino,

Che bel cammino, che bel cammino!

Sto bel camin l’é sempe staje.

Pòvri coscrit, an toca andare!

Da Poirin a Vilaneuva

Che bela pieuva, che bela pieuva!

Dla bela pieuva n’é sempe staje.

Pòvri coscrit, an toca andare!

Da Vilaneuva a Vilafranca

Che bela pianca, che bela pianca!

Sta bela pianca l’é sempe staje.

Pòvri coscrit, an toca andare!

Da Vilafranca a Soleri

Che belvederi, che belvederi!

Sto belvederi l’é sempe staje.

Pòvri coscrit, an toca andare!

An toca andare con ij gendarmi,

Con ij gendarmi an piassa d’armi,

An piassa d’armi con ij gendarmi.

Pòvri coscrit, an toca andare!

Còs dirà-lo la mia mama?

Pòvra mama, la mia mama!

L’ha un bel pianze e sospirare,

Pòvri coscrit, an toca andare!

Còs dirà-lo lo mio pare?

Lo mio pare, pòver pare!

L’ha un bel pianze e sospirare,

Pòvri coscrit, an toca andare!

Còs a dirà-lo la mia sorela?

Cara sorela, pòvra sorela,

L’ha un bel pianze e sospirare,

Pòvri coscrit, an toca andare!

 

[Moncalvo. Casale Monferrato. Da una contadina]

 

 

Questo testo, raccolto a Moncalvo (allora provincia di Casale Monferrato, ora di Asti) da una ignota contadina, presenta due caratteristiche: la prima è la mescolanza – abbastanza comune in molte canzoni popolari più recenti – di piemontese e di italiano, dovuta in genere alla necessità ritmico-musicale di far concludere i versi con parole piane, o addirittura sdrucciole (mentre in piemontese prevalgono parole tronche), affinché si adattassero alla cadenza musicale; la seconda è la struttura, anch’essa molto comune nelle canzoni “dei coscritti”, quasi di filastrocca, che elenca le località che si trovano lungo la strada, che i coscritti percorrevano a piedi ed in gruppo, dai loro paesi alla sede del deposito reggimentale (in questo caso da Poirino ad Alessandria, in direzione sud-est).

Dal punto di vista storico rileviamo che il canto deve essere probabilmente ascritto, considerando il 1802, anno dell’annessione del Piemonte alla Francia, come terminus post quem, alle prime campagne napoleoniche (Bonaparte è definito: giovinòto, v. 4), mentre il tema centrale è quello della coscrizione obbligatoria, sconosciuta – almeno secondo l’uso napoleonico – nel Piemonte pre-rivoluzionario, che prevedeva nell’esercito o truppe mercenarie (generalmente svizzere o germaniche) o i cosiddetti “reggimenti provinciali” incaricati del controllo territoriale.

 

Bonaparte ha mandato a dire/ Che devono partire, che devono partire./ – Partiremo, partiremo,/ Quel giovanotto serviremo./ Passando fino a Poirino,/ Che bel cammino, che bel cammino!/ Sto bel cammino c’è sempre stato./ Poveri coscritti, ci tocca andare!/ Da Poirino a Villanova/ Che bella pioggia, che bella pioggia!/ Della bella pioggia c’è sempre stata./ Poveri coscritti, ci tocca andare!/ Da Villanova a Villafranca/ Che bella passerella, che bella passerella!/ Sta bella passerella c’è sempre stata./ Poveri coscritti, ci tocca andare!/ Da Villafranca a Solero/ Che belvedere, che belvedere!/ Sto belvedere c’è sempre stato./ Poveri coscritti, ci tocca andare!/ Ci tocca andare con i gendarmi,/ Con i gendarmi in piazza d’armi,/ In piazza d’armi con i gendarmi./ Poveri coscritti, ci tocca andare!/ Cosa dirà la mia mamma?/ Povera mamma, la mia mamma!/ Ha un bel piangere e sospirare,/ Poveri coscritti, ci tocca andare!/ Cosa dirà mio padre?/ Mio padre, povero padre!/ Ha un bel piangere e sospirare,/ Poveri coscritti, ci tocca andare!/ Cosa dirà la mia sorella?/ Cara sorella, povera sorella!/ Ha un bel piangere e sospirare,/ Poveri coscritti, ci tocca andare!/

 

Testo

Poco da notare in questo testo, risalente anche dal punto di vista linguistico-lessicale, ai primi anni del secolo XIX.

Unica caratteristica degna di nota sono le forme “partiron” e “serviron”, in luogo dei più comuni “partiroma” e “serviroma”, del futuro indicativo (1a pers. pl.).

 

Canzone nr. 147: Napoleone

 

La caserma degl’Inglesi fabbricata è in mezzo al mar.

Napolion coi suoi Francesi la vuol farla sprofondar,

Napolion l’é andàit a Mosca, la soa armada a j’ha lassà.

Poi gl’Inglesi a l’han pijalo, l’han menalo an mes al mar.

Napolion l’ha mandà a dije: “Porté na piuma e ’n caramal;

Che veuj scrìvër la vita mia, la vita mia che l’hai passà.”

Ralegreve, pare e mare, ralegreve dij vòsti fieuj,

Che la guèra a l’é finìa, ij fusij i-j butroma al feu.

Camperoma ij zacò[1] an aria; viva, viva la libërtà[2]!

Che la guèra a l’é finìa, e mai pì ’s në parlerà.

 

[Sale-Castelnuovo. Canavese. Dettata da Domenica Bracco]

 

Questa seconda canzone “napoleonica”, o meglio “anti-napoleonica”, raccolta a Sale-Castelnuovo (in Canavese) dalla voce di Domenica Bracco, va collocata alla fine della vicenda imperiale, anzi ben dopo la caduta del tiranno, dato che in essa si parla degli Inglesi che hanno relegato Bonaparte “an mes al mar” (cioè a Sant’Elena). Il testo, che condivide col precedente la mescolanza di termini piemontesi ed italiani, inneggia in particolare alla pace, vedendo quindi in Napoleone il massimo responsabile delle guerre cui i Piemontesi erano stati obbligati negli anni precedenti.

L’unica nota linguistica è l’uso dell’infinito presente scrìvër, tipica dell’alto Canavese, in luogo del piemontese comune scrive.

 

La caserma degl’Inglesi fabbricata è in mezzo al mar./ Napoleone coi suoi Francesi la vuol farla sprofondar,/ Napoleone è andato a Mosca, la sua armata vi ha lasciato./ Poi gl’Inglesi l’hanno preso, l’hanno portato in mezzo al mare./ Napoleone ha mandato loro a dire: “Portate una penna e un calamaio;/ Che voglio scrivere la vita mia, la vita mia che ho passato.”/ Rallegratevi, padri e madri, rallegratevi per i vostri figli,/ Che la guerra è finita, i fucili li metteremo al fuoco./ Getteremo gli shakò in aria; viva, viva la libertà!/ Che la guerra è finita, e mai più se ne parlerà.

 

Canzone nr. 5: Il re prigioniero

 

Lo re Luis no va a la cassa, no va a la cassa antorn de Paris.

S’a l’han pijaro, l’han lijaro, l’han mnalo ’nt la tor de Paris.

S’a j’é sol che na fenestrin-a ch’a vardava ant sò Paris.

“ò postijon ch’i pòrti le letre, che neuve j’é-lo ant Paris?”

“Le neuve son pa vàiri bon-e, veulo fé pende lo re de Paris”.

“Mandeje dì a la regin-a, argent massiss ai canton de Paris.

J’é pa bastansa d’òr en Fransa për difende lo re de Paris?”

Lo re Luis con soa coron-a, a venta ambrassé lo Crucifiss.

 

[La Morra, Alba. Trasmessa da Tommaso Borgogno]

 

Il re Luigi se ne va a caccia, se ne va a caccia intorno a Parigi./ Lo hanno preso, lo hanno legato, lo hanno portato nella torre di Parigi./ Non c’è che una finestrina che guardava nella sua Parigi./ “O postiglione che porti le lettere, che novità ci sono a Parigi?”/ “Le novità non sono molto buone, vogliono impiccare il re di Parigi”./ “Mandate a dire alla regina, (di far raccogliere) argento massiccio ai cantoni di Parigi./ Non c’è abbastanza oro in Francia per difendere il re di Parigi?”/ Il re Luigi con la sua corona, bisogna che abbracci il Crocifisso.

 

Il Nigra, nel commento relativo a questa canzone, partendo da alcune somiglianze metrico-stilistiche, considera assodato che questo testo sia la versione piemontese di un canto originale francese (o bearnese-linguadociano) e catalano sulla prigionia del re di Francia Francesco I (1494-1547), dando come scontato il fatto che anche nel testo piemontese si parli del medesimo re, senza porsi assolutamente il problema che il protagonista qui si chiami Luigi e non Francesco, come nelle redazioni da lui ricordate.

A porre rimedio a questo “svarione” storico ci penserà, qualche mese dopo la stampa dell’edizione, un altro importante storico delle tradizioni e della letteratura popolare italiana, e cioè Alessandro D’Ancona (Pisa 1835-Firenze 1914), nella recensione all’opera del Nigra che egli pubblicò, col titolo di I canti popolari del Piemonte, su “La Nuova Antologia” (vol. XX, serie III, 16 marzo 1889), poi ripreso – con alcune aggiunte – nei Saggi di letteratura popolare (Livorno 1913; pp. 473-525). In tale articolo il D’Ancona assegna correttamente il testo alla figura di Luigi XVI, prigioniero e poi ghigliottinato dai rivoluzionari nel 1793, facendo notare come molti testi popolari fossero stati “rimodernati” e quindi ri-assegnati a personaggi storici più recenti rispetto a quelli che avevano determinato in antiquo la genesi del fatto narrato. In altre parole, pur non negando che il testo fosse stato scritto in Francia al tempo di (e per) re Francesco I, tuttavia la sua redazione piemontese fu riadattata per la figura di Luigi XVI: questa riflessione parte non solo dal nome (Luigi e non Francesco), ma anche dall’ultimo verso, in cui si parla di “abbracciare il Crocefisso”, gesto che si adatta ad un condannato a morte come Luigi, mentre Francesco provò sì la prigionia nel corso della sua vita, ma tuttavia morì di morte naturale.

 

Testo

Essendo il testo riportato dal Nigra quello raccolto nei dintorni di Alba, non stupisce vedere usate le forme rotacistiche, tipiche delle parlate monferrine e langarole, pijaro e lijaro per le piemontesi comuni pijalo e lijalo, oltre all’uso del verbo, più arcaico, lijé al posto del più moderno, ed in uso ancora oggi, gropé. Allo stesso v. 2, tuttavia, troviamo mnalo e non mnaro. Altra forma provinciale langarola è poi vàiri (v. 5) per vàire.

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[1] Zacò è l’adattamento piemontese, fonetico e grafico, del termine shakò, a sua volta adattamento francese dall’ungherese. Esso era un copricapo militare del tempo, una sorta di kepì ma più alto e più rigido, e quindi adatto a proteggere dai colpi di sciabola. È sorprendente notare come la versione italiana nell’edizione Einaudi dei Canti popolari del Nigra (p. 649) sia evidentemente sbagliata poiché traduce “zaini”.

[2] Significativo come il popolo inneggiasse alla “libertà” che, pur essendo stata per anni il “cavallo di battaglia” dei rivoluzionari vecchi e nuovi (giacobini prima, bonapartisti poi), evidentemente doveva essere piuttosto latitante, in Piemonte come altrove in Europa.

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