Il giornalista e storico Alberto Rosselli (tra i fondatori nel 2009 di Riscossa Cristiana e collaboratore di Il Nuovo Arengario), ha pubblicato con l’editore Mattioli 1885 un saggio di grande interesse, Breve storia della Guerra Civile Russa 1917-1920, scritto nel suo abituale stile, scorrevole e di piacevole lettura, su uno dei periodi meno conosciuti della storia del XX secolo: la Guerra Civile che oppose in Russia le forze bolsceviche alle armate “bianche”. Tre anni di scontri crudelissimi, che terminarono con la vittoria dei bolscevichi anche per l’atteggiamento ambiguo e contraddittorio delle potenze occidentali. Il libro di Rosselli è di grande importanza per capire meglio come – e con l’appoggio di chi – si affermò il comunismo in Russia e per colmare uno dei grandi vuoti della storiografia “ufficiale”. Cliccando qui potrete leggere un elenco delle principali opere di Alberto Rosselli, che attualmente è direttore responsabile del periodico di studi storici “Storia Verità”, www.storiaverita.org.

Per gentile concessione, pubblichiamo la prefazione di Luciano Garibaldi

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PREFAZIONE

Ogni anno il governo russo spende 170 mila euro per rifare il look alle spoglie di Lenin, imbalsamate ed esposte, a partire dal 1924 (anno della sua morte) nel mausoleo creato appositamente sotto le mura del Cremlino. Nostalgici (sempre meno), turisti (sempre di più) e necrofili (immutato il loro numero) continuano a visitarla. Dopo Tutankhamon, è la mummia più visitata al mondo. Ma già il leader Boris Eltsin aveva in testa un piano per fare seppellire Lenin lontano dal cuore di Mosca. A quell’epoca, l’afflusso turistico verso la Russia non era ancora di moda, e quella salma al centro del palazzo del potere moscovita dava fastidio: era ritenuta antiestetica, rammentava tristi e drammatiche vicende: insomma stonava con il nuovo corso della Russia moderna e non più comunista. Venti anni or sono, in seguito ad un sondaggio, il 55 per cento dei moscoviti si era pronunciato per l’eliminazione dei resti di Lenin, anche perché oltretutto girava voce che la presenza del padre del proletariato, menasse anche gramo per le sorti della città. Anche se – in quanto uomo di Chiesa, l’allora Patriarca di tutte le Russie, Alessio II, uomo non superstizioso, si limitò a caldeggiare cristianamente una degna sepoltura della salma in un normale cimitero. Tuttavia, salito al potere Vladimir Putin, avvenne un ripensamento, e il nuovo leader optò per una conservazione in loco, sperando – così sembra – che potesse servire per incrementare il flusso turistico. In fin dei conti, Lenin rappresentava un grande, rivoluzionario, anche se fallito, ‘sogno ideologico’ di portata planetaria.

Ma chi fu veramente Lenin? Fu colui che incarnò la ‘prima fase’ dello sterminio di un popolo (la seconda venne affidata al suo ben più sanguinario successore, cioè a Josif Stalin, le cui spoglie mortali vennero, nel 1961, fatte tumulare da Nikita Krusciov ben lontano dal Cremlino. Quanta acqua è passata, da allora, sotto i ponti. E quante cose si sono, nel frattempo, sapute sulle possenti e mitiche ‘imprese’ di Lenin, la ‘mummia rossa’ del Cremlino. Oggi tutti sanno che, aldilà del mito, Lenin fu ben altra cosa. Seppur dotato di brillante e sottile acume, sotto il profilo politico, Lenin non fu altro che un abilissimo ‘golpista’ che conquistò il potere avendo non più del nove per cento dei voti e servendosi dell’esercito e dell’artiglieria per imporre il suo credo. Insomma, si comportò né più né meno di un qualsiasi generale sudamericano.

Lenin, come è noto, aveva in mente di «abolire il capitalismo e lo Stato», ma la prima cosa che fece fu quella di creare il «capitalismo di Stato» (definizione sua). Dopo avere sterminato l’aristocrazia, i possidenti terrieri e il clero (e fin qui, almeno, si dimostrò coerente con quanto aveva sempre predicato), passò alla seconda fase, cioè l’eliminazione degli ex alleati, cioè i «socialrivoluzionari di sinistra» (che lo aveva aiutato a conquistare la Duma, ossia il Parlamento di Pietroburgo). Quindi, Lenin passò alla terza fase, cioè lo sterminio degli anarchici, soprattutto di quelli ucraini. Il testo di Alberto Rosselli (storico genovese molto navigato e autore di numerosi testi ‘politicamente scorretti’), che vi accingete a leggere racconta con precisione e con coinvolgimento il fiume di sangue che Lenin e i suoi accoliti fecero scorrere nelle terre russe dal 1917 al 1920, in concomitanza con la Rivoluzione d’Ottobre e con la successiva Guerra Civile che contrappose i bolscevichi alle forze ‘bianche’. A questo proposito, Rosselli fornisce un dettagliato resoconto (supportato da dense, ma utili note) relativo a quest’ultimo, cruento e complesso evento, elencando campagne e battaglie, e ricordando l’ambiguo e discontinuo intervento delle Potenze dell’Intesa a sostegno dei generali ‘bianchi’.

Venne poi, nel marzo 1921, la quarta fase del Piano Lenin: lo sterminio dei marinai di Kronstadt, che pure erano stati determinanti per il successo del leader marxista. A sterminarli provvide, alla testa dell’Armata rossa, Lev Trotzky, che, compiuta la missione, inviò a Lenin un telegramma che la dice tutta: «Li ho massacrati come anatre nello stagno». E si trattava di anatre ‘comuniste’.
Si leggano poi le stringate ma inequivocabili pagine che Alberto Rosselli dedica alla ricostruzione del primo episodio del terrore rosso, il massacro della famiglia dello zar, portato a termine il 17 luglio 1918, quando a Ekaterinburg (cittadina situata della Russia centrale, sulle estreme propaggini occidentali degli Urali), l’intera famiglia reale composta dallo zar Nicola II, la moglie Aleksandra Fëdorovna, i loro figli (le granduchesse Olga, Tatjana, Marija, Anastasija e lo zarevic Aleksej Nikolaevic Romanov) e da alcuni membri del seguito, vennero barbaramente uccisi a colpi di pistola da un distaccamento della Ceka (la Polizia politica) agli ordini del commissario comunista Jakov Michajlovic Jurovskij. Fu soltanto l’inizio. Per citare un solo esempio, nel periodo 15 ottobre – 30 novembre 1918, in 12 province della Russia scoppiarono 44 sommosse spontanee anti-bolsceviche nel corso delle quali vennero arrestate 2.320 persone, milleseicento delle quali furono subito impiccate o fucilate. Una inezia, se si pensa che i componenti della «Armata verde» del generale Aleksandr Stepanovič Antonov, che avevano osato disubbidire agli ordini sanguinari di Lenin, furono fatti prigionieri e passati per le armi: 50 mila morti. La repressione bolscevica non portò soltanto al massacro di parecchi milioni tra russi bianchi, ucraini anti-bolscevichi o appartenenti alle numerose e variegate minoranze etniche e religiose dell’ex-Impero zarista, ma si abbatté come una scure anche su tutti i partiti e i movimenti politici anarchici e di sinistra non allineati. Esistono a questo proposito numerose testimonianze circa le centinaia di migliaia di operai e contadini che vennero fucilati o impiccati dalla Ceka per “alto tradimento nei confronti dell’ideale rivoluzionario”.

Il libro di Alberto Rosselli ha infine il merito di aver posto in risalto la figura di Pêtr Stolypin, un grande padre della moderna Russia, ingiustamente dimenticato. Autore di un rivoluzionario e avveniristico piano di industrializzazione e di ammodernamento del settore rurale (per secoli unica fonte di vita e di sopravvivenza per le popolazioni russe), fu osteggiato sia dai latifondisti terrieri, sia dal rivoluzionari di Lenin, che finirono per assassinarlo nel 1911. Come sottolinea Rosselli, «Se Stolypin avesse avuto il tempo di realizzare le innovazioni socio-economiche che aveva in mente, la Rivoluzione d’ottobre del 1917 non si sarebbe mai verificata, mutando il corso della storia mondiale».
Ecco anche perché il lavoro di Rosselli va considerato uno strumento agile, ma utile per aiutarci a capire il passato, ma anche per comprendere l’evoluzione e il futuro della stessa Russia.

 

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