Far morire di fame e di sete nel nome dell’amore o dell’egoismo? La recita del S. Rosario a Lecco, lo scorso sabato.

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A proposito di Eluana Englaro, la strategia della sinistra radicale è stata da subito chiara e ampiamente collaudata: porre l’accento su casi pietosi per far accettare realtà, che altrimenti la società rigetterebbe (come avevamo già visto per la legalizzazione dell’aborto).

È evidente a tutti che Eluana Englaro è stata uccisa. Pochi però comprendono che si è trattato di un atto crudele e ipocrita, perché sottrarre alimentazione e idratazione ad una persona in stato vegetativo, significa, di fatto, causarle una morte atroce.

Il fratello di Terri Schiavo, Bobby Schindler, nel 2009 in una celebre lettera, ne ha illustrato gli agghiaccianti dettagli dal punto di vista medico.

Eppure, grazie al consenso del padre e all’attivismo dei radicali, è stata decretata la soppressione per inedia di una disabile grave, al fine di aprire la strada alla legalizzazione dell’eutanasia, in nome di  un pretestuoso principio di autodeterminazione. E anche se il diritto non dovrebbe farsi strumento di morte, di fatto ció è avvenuto nel dicembre 2017 con le legge sulle DAT – Disposizioni Anticipate di Trattamento – che ha spianato la strada all’eutanasia omissiva.

Oggi, con la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’associazione Luca Coscioni (che potrebbe definirsi “legge salva Cappato”) attualmente in discussione alla Camera, rischiamo di legalizzare anche l’eutanasia attiva.

In definitiva, con il caso Eluana Englaro, persona colpita da disabilità, ma non certo terminale, si è voluto affermare un principio contrario alla nostra civiltà e al bene comune: l’esistenza di vite non meritevoli di essere vissute.

Il compianto Mario Palmaro faceva giustamente notare: “Sulla doverosità o meno dell’alimentazione e dell’idratazione, siamo di fronte a un bivio giuridico e morale dal quale dipenderà il futuro della nostra civiltà: se le pur comprensibili ragioni della sofferenza che colpisce i familiari di un malato in stato vegetativo giustificano l’omicidio, fosse anche con il consenso della vittima, allora tutto il nostro sistema di diritti e di valori ne uscirà completamente sconvolto”.

Ma la dolce morte non potrà mai essere veramente quell’atto d’amore, che si tenta di accreditare, in quanto definire l’eutanasia un gesto d’amore è il trionfo dell’antilingua. Per amore si può solo donare la propria vita, non toglierla ad un’altra persona. L’eutanasia, come ebbe ad affermare il Benedetto XVI, “è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell’uomo. La vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano. Siamone certi: nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio”.

Molti, invece, come nel caso dell’aborto, sostengono che l’eutanasia è una questione di libertà.

Non è assolutamente vero.

Mi limito a ricordare che nessuno accetta come libertà la decisione di uccidersi di un giovane nel fiore delle forze e degli anni.

Ciò che disturba, in realtà, non è tanto la sofferenza in sé, quanto la vista del sofferente ed il costo che i malati gravi e i disabili comportano per la società (ragionamenti tipici degli stati totalitari, che subordinano il bene della persona a quello dello Stato).

Vale anche la pena ricordare che spesso dietro l’eutanasia si cela l’enorme interesse economico del trapianto degli organi.

Già oggi, un malato grave, soprattutto se anziano, ha più di una ragione per temere della propria vita, se viene ricoverato in una struttura del nord Europa, dove l’eutanasia è legalizzata.

È quella cultura di morte di cui è intrisa la maggior parte dei media: è prassi comune che i programmi televisivi indulgano, in base a un falso pietismo, su questi rari casi di persone che richiedono l’eutanasia per sè o per un proprio familiare, senza dare spazio alle tantissime famiglie, che si prendono cura dei propri cari, anche molto gravi, circondandoli di cure e di amore.

È dunque auspicabile che tutte le persone di buona volontà prendano posizione a difesa della vita umana, incondizionatamente, anche perché, come dice Edmund Burke, “la sola cosa necessaria affinchè il male trionfi è che gli uomini buoni non facciano nulla”.

Per tali ragioni, la nostra associazione “Ora et Labora in difesa della Vita” era presente sabato 9 nella piazza centrale di  Lecco per recitare un Rosario in difesa della sacralità della Vita.

Hanno partecipato poco più di 30 persone.

Era una giornata di sole, in un luogo estremamente rumoroso e trafficato, eppure, al termine della preghiera, c’è stato un momento di silenzio spontaneo, intenso e profondo. Molto significativo e commuovente. Quasi irreale. Bisognava esserci per farsene un’idea.

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«Difendi la Vita, rinascerà la Speranza»
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