L’inverno demografico

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Il carattere imperialistico della politica malthusiana appare chiarissimo dall’esame dei documenti della Banca mondiale, da quelli della commissione presieduta da John Rockefeller su “La popolazione e il futuro dell’America”, dal rapporto Kissinger, che prospetta politica omicida verso il resto del mondo per preservare la supremazia americana. Data la ripetitività di simili scritti, è sufficiente esaminare quest’ultimo, ufficialmente denominato National Security Study Memorandum NSSM 200, dal titolo Implications of worldwide population growth (Implicazioni della crescita demografica mondiale), del 10 dicembre 1974, inizialmente segreto, e successivamente desecretato nei primi anni Novanta. In esso si afferma, tra l’altro, che la crescita della popolazione mondiale rappresenterebbe una minaccia per gli Stati Uniti, e che il governo statunitense si impegna al sistematico ricatto, con ogni mezzo di pressione, contro i paesi poveri (spesso recalcitranti), per costringerli ad adottare misure di contenimento delle nascite. Intorno al malthusianesimo si realizzò quindi la saldatura tra la politica di Washington e quella dell’Onu, miranti entrambe a soffocare la crescita della popolazione mondiale per non turbare gli equilibri (o gli squilibri?) di potere esistenti.

Già durante la seconda guerra mondiale, mentre bombardavano le popolazioni indifese e si spacciavano per difensori della libertà, dei deboli e degli oppressi, i caperonzoli degli Alleati meditavano il genocidio prossimo venturo. Infatti il famigerato Rapporto Kissinger non è che una rimasticatura di un documento risalente al 1944, ad opera della British Commission on Population del 1944, voluto da re Giorgio VI.

In esso si raccomandava un drastico ridimensionamento della popolazione mondiale perché le masse delle nazioni del terzo mondo erano percepite come minacce all’egemonia e alla vita dorata delle élites anglosassoni. Il memorandum individua 13 nazioni chiave (Bangladesh, India, Pakistan, Indonesia, Filippine, Tailandia, Egitto, Turchia, Etiopia, Nigeria, Brasile, Messico e Colombia), nelle quali la riduzione della popolazione dovrà essere intrapresa dai loro governi:

1 -applicando misure drastiche (quali contraccezione, sterilizzazione, aborto, ecc., come requisiti fondamentali per l’ottenimento degli aiuti economici);

2 -usando il cibo come arma, cioè lesinando il mangiare agli stati più deboli che non erano disposti a sottomettersi.

Una politica genocida che continua tuttora. Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza il fondamento ideologico disumanizzante fornito dal materialismo evoluzionistico che parte dalla mistificazione malthusiana.

Il “Saggio sulla popolazione” di Malthus, pubblicato a Londra nel 1798, apparve proprio mentre divampava la rivoluzione francese. Le colonie americane si erano già staccate dalla “madrepatria”. Abituati a vincere tutte le guerre, gli aristocratici britannici si erano visti sconfitti dai ribelli guidati da Washington, e avevano perduto una parte importantissima dell’impero. Era stato umiliato l’orgoglio militare e nazionalistico e scosso il potere economico. Ogni nave dai neonati Stati Uniti recava, magari esagerate ma per questo ancor più allettanti, notizie di terre sconfinate, di prospettive di avanzamento impensabili in Europa, di fortune rapidamente accumulate: tutte voci che attiravano un fiume di emigranti.

Lo scoppio della rivoluzione francese, con la sua spaventosa carica di odio e di violenza contro la Chiesa cattolica (ciò che, agli oligarchi di Londra, non poteva dispiacere) e contro il principio monarchico e i privilegi aristocratici (e questo, invece, i medesimi oligarchi non potevano mandarlo giù), rappresentò una scossa ancor più grave, non ultimo per la maggior vicinanza geografica. Il malcontento in Gran Bretagna cresceva, anche per il prezzo del grano mantenuto artificialmente alto dalle leggi protezionistiche note come Corn Laws, che favorivano i magnati terrieri. Londra aveva bisogno di un’ideologia da contrapporre alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, che giustificasse le diseguaglianze sociali e lo sfruttamento coloniale come semplici conseguenze di “leggi naturali”.

Ed ecco spuntare, con Malthus, il desiderato paravento ideologico. La povertà, egli scrive nel “Saggio sulla popolazione” (prima edizione 1798), è ineluttabile, e dipende da una causa duplice. Da una parte la fertilità umana, che non ha limiti, e, in determinati intervalli di tempo, farebbe crescere la popolazione in progressione geometrica (come 1, 2, 4, 8, 16, ecc.) o, come si direbbe in termini moderni, in funzione esponenziale. Dall’altra le risorse che, nei medesimi intervalli di tempo, aumenterebbero secondo una semplice progressione aritmetica (come 1, 2, 3, 4, 5, ecc.), quindi molto più lentamente. La scarsità di risorse imporrebbe freni all’aumento della popolazione. I poveri sarebbero poveri semplicemente perché sono troppi. Il libro ebbe un immediato successo, quale appunto poteva essergli assicurato dall’interessato favore dei circoli dominanti.

Ovviamente la tesi fa acqua da tutte le parti. I calcoli sono approssimativi, basati su dati incompleti e inesatti. Il ragionamento è semplicistico e impreciso, e non tiene affatto conto dei balzi qualitativi che le innovazioni riescono ad imprimere alla produzione di beni e servizi, generando non semplice crescita, ma sviluppo, ossia un processo di cambiamento strutturale innovativo della società e dell’economia. La teoria malthusiana, al contrario, parla esclusivamente di crescita, ignorando le innovazioni e le loro potenzialità: è una teoria antisviluppo, mentre una corretta teoria dello sviluppo deve tener conto del ruolo propulsivo delle innovazioni, ed è inconciliabilmente opposta al malthusianesimo.

Al tempo di Malthus si era già accumulato un grande numero di innovazioni (nell’agricoltura, nell’industria, nei trasporti) che avevano cambiato il modo di vivere e ampliato le capacità di sostentamento del territorio, e promettevano ulteriori avanzamenti: avrebbe dovuto essere chiaro che per nutrire un maggior numero di persone non era semplicemente questione di coltivare un altro pezzo di terra sempre con gli stessi metodi, fino all’esaurimento di tutte le nuove terre.

Malthus si lancia in affermazioni recise e assolute. L’uomo è per lui nient’altro che un animale, sul quale si può intervenire brutalmente e senza pietà; meno male che questo squallido rappresentante del clero anglicano era pure un ecclesiastico. Nell’edizione definitiva del suo trattato, la sesta, del 1823, arriva a scrivere queste parole agghiaccianti:

 

Siamo obbligati a ripudiare il diritto di proteggere i poveri. A questo fine dovrei proporre un regolamento da applicare che nessun bambino nato a due anni di distanza dalla data legge possa ricevere alcuna assistenza. L’infante è, in termini di paragone, di poco valore per la società, in quanto altri ne prenderanno immediatamente il posto. Tutti i bambini nati, oltre il numero stabilito per mantenere il livello desiderato, sono destinati a perire, a meno che non venga fatto loro spazio con la morte di adulti. Dobbiamo facilitare, invece di sforzarci stupidamente e vanamente ad impedirle, le tendenze della natura a prevedere questa mortalità, invece di raccomandare l’igiene ai poveri, dovremmo incoraggiare abitudini differenti. Nelle nostre città dobbiamo fare strade più piccole, case più affollate e sollecitare il ritorno della peste.

 

Anche a partire dalla seconda edizione, del 1803, del resto, aveva già espresso concetti simili.

Nel secondo dopoguerra, quando si prospettò ai poteri forti il problema di rendere irreversibile la supremazia americana nel mondo, venne ricercata una base scientifica al blocco della popolazione mondiale. Nacque così la teoria della “transizione demografica”, sulla quale si affaticarono studiosi di scienze sociali come Blacker, Davis, Notestein, Thompson, Chenais, volti a dimostrare che la stabilizzazione demografica sarebbe “normale”, in base ad un modello teorico che conferisce alla crescita della popolazione un andamento ad S: (1) stagnazione o crescita lenta, dovuta ad una combinazione di natalità e mortalità entrambe elevate; (2) ondata demografica, con alta natalità e decrescente mortalità, che genera un’accelerazione dell’incremento demografico; (3) rallentamento, con decrescente natalità e bassa mortalità; (4) stabilizzazione, con natalità e mortalità ambedue basse. Dopo di che, tutti calmi, felici e spensierati, anche perché gli incoscienti non considerano la stagnazione della domanda e la conseguente crisi economica strisciante.

 La prima fase della transizione demografica corrisponderebbe agli stadi preindustriali, mentre le fasi di ondata demografica e di rallentamento coinciderebbero con gli stadi industriali, la quarta fase sembrerebbe collegarsi allo stadio postindustriale. In questo modo la diminuzione della natalità, per la quale Marie Stopes ed altri talebani dell’aborto si affannavano già fin dall’inizio del XX secolo, viene presentata come un evento normale, tranquillo, che si verifica inevitabilmente grazie al “progresso”, col quale entra in gioco il controllo delle nascite. Quello che i teorici della popolazione hanno trascurato è che, a forza di giocare col fuoco, si finisce per bruciarsi, per cui avrebbero dovuto aggiungere un ultimo stadio: (5) declino, ossia l’inverno demografico: mortalità in aumento, natalità a picco, invecchiamento della popolazione, crisi previdenziale, frana dell’economia e, dulcis in fundo, o piuttosto in cauda venenum, la minaccia di estinzione, ossia tutti i disastri che ci stanno piombando addosso grazie alla progressistica, nonché “democratica”, guida degli usurai mondiali che tirano le cordicelle dei burattini nostrani.

 

Modello della transizione demografica non “addomesticata”, ma includente l’ultima tragica fase verso la quale stiamo precipitando.

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