L’Islam e l’Occidente

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La bugia (o bufala se così piace chiamarla) più difesa e protetta  dai media mondiali, nonostante le continue manifestazioni in contrario offerte dalle truppe islamiste sparse per il mondo, è quella di voler far passare l’Islam come religione di pace.

Questa affermazione, si badi bene, non è di origine islamica ma, al contrario, è cattolica e, più precisamente, è tale essendo scritta in più documenti del Concilio Vaticano II. Prima di questo concilio nessuno in ambito cristiano aveva pensato all’Islam come ad una religione di pace. D’altronde la storia parlava chiaro con le migliaia di attacchi che l’Islam, sin dal suo nascere, aveva portato contro l’ecumene cristiano. Le prime conquiste dell’Islam, decisamente strepitose sotto l’aspetto puramente militare, riguardarono l’Oriente asiatico che fu la prima culla del Cristianesimo. Regioni dell’Impero Romano d’Oriente come la Siria e la Palestina furono rapidamente conquistate da un esercito di focosi e tenaci guerrieri che con i loro agili cavalli e la loro mobilità ebbero ragione dei lenti e pesanti cavalieri catafratti (= corazzati) messi in campo dalla corte imperiale di Costantinopoli. Costantinopoli aveva riconquistato quelle terre del vicino Oriente soltanto da pochi anni recuperandole dall’occupazione persiana. Artefice di quella rivincita fu l’imperatore Eraclio che applicò al suo esercito la riforma progettata dal predecessore Maurizio, riforma basata sui “Themata,” ovverosia su organizzazioni militari stanziali e mobili allo stesso tempo, formate da militi contadini che combattevano non soltanto per l’imperatore ma per loro stessi, cioè per la salvaguardia delle fattorie assegnate loro in usufrutto (il suolo restava di proprietà del demanio). Quest’esercito sembrava invincibile ed infatti la riconquista dei territori sottratti dall’Impero persiano fu rapida e totale e mostrava al restante orbe cristiano d’Occidente che l’esercito bizantino aveva ritrovato la superiorità logistica e strategica del tempo di Costantino e di Giuliano. 

L’attacco improvviso di torme di cavalieri che con le loro veloci cavalcature comparivano e sparivano con rapidità sbalorditive aveva scompaginato le schiere cristiane, che si sentirono impreparate a questa tattica che era tipica dei cavalieri del deserto, i quali si battevano non soltanto per sete di conquista e di dominio quanto, soprattutto, per diffondere il nuovo credo di Maometto che , a quel tempo, non era stato nemmeno messo per iscritto nel cosiddetto Corano. Il verbo di Maometto circolava sulle bocche di pochi seguaci a lui vicini che lo diffondevano fra le nuove bande di guerrieri adusi, come quelli arabi, a rapide scorrerie e conquiste.  Fu un crollo improvviso che gettò lo scompiglio fra le truppe imperiali  soggette a regolamenti ferrei e severi e così diverse dalle truppe che, al nome di Maometto e di Allah, si gettavano con furia e fanatismo sulle compassate truppe imperiali uscendone quasi sempre vittoriose.

Con una rapidità impressionante i nuovi conquistatori si impossessarono di territori vastissimi e ricchissimi: l’Oriente asiatico rivolto al mare mediterraneo e tutta l’Africa settentrionale cadde presto nelle mani dei nuovi conquistatori, i quali, con un’abile strategia politica liberarono quei popoli dalla pesante oppressione fiscale di un potere accentrato nella capitale Costantinopoli e reso insopportabile dalla rapacità dei funzionari imperiali. I nuovi conquistatori lasciarono anche libertà di culto ai conquistati al prezzo del pagamento di un tributo e alla sottomissione all’Islam – che, infatti, significa “sottomissione” – come religione dominante. All’inizio la tolleranza fu larga e compensava abbondantemente la liberazione dal giogo fiscale opprimente dell’Impero Bizantino, ma non passarono molti anni che l’emarginazione divenne sempre più pesante ed odiosa costringendo molti a optare per la fede islamica ed acquisire in tal modo i pieni diritti di cittadinanza. Era nato un nuovo mondo che, progressivamente, diventava sempre più intollerante e oppressivo per coloro che nati in una terra cristiana volevano restare fedeli al loro credo e alle loro tradizioni. Era cominciata l’era dei Dimmi, cioè dei sottomessi all’Islam, considerati cittadini di serie inferiore e soggetti a pesi e gravami che li discriminavano. Non succede forse la stessa cosa in quelle enclaves delle nostre città europee ove gli islamici, costituendo la maggioranza relativa, se non addirittura assoluta in molti casi, impongono la legge della Sharia anche agli altri, cioè ai cittadini nativi europei divenuti schiavi in casa propria (come nella banlieu parigina)? Di fronte all’inerzia e allo scarso interesse verso la Tradizione e i suoi antichi riti, la Chiesa Cattolica ha  gradualmente perduto non soltanto i fedeli, ma anche le sue chiese, divenute sempre più vuote e quindi considerate un peso economico non sopportabile. La gente diserta la Chiesa perché i pastori hanno disertato optando per nuove prassi pastorali che, in ultima analisi, non erano e non sono altro che una manifestazione di perdita di fede e di carisma. Il clero era andato incontro al mondo e ne fu conquiso accettandone le derive antropologiche e morali. Nel frattempo l’Islam, presente ormai in tutta Europa ove era stato accolto con favore e con colpevole superficialità senza minimamente badare alle conseguenze scontate e prevedibili di un radicamento nelle strutture degli Stati senza integrarsi con le comunità allogene europee assumendone usi e costumi ma, al contrario, imponendo i costumi propri rivendicati con orgoglio e aria di superiorità morale e civile, l’Islam, dicevo, andava incardinandosi in larghi spazi del vecchio continente. La Chiesa guardava e taceva, a parte rare eccezioni come quella del compianto cardinale Giacomo Biffi e, sovente, apriva le porte essa stessa favorendo l’insediamento di numerosi nuclei famigliari islamici con accompagnamento di moschee, permettendo in tal guisa  l’impossessamento del territorio e la nascita di una nuova Dar al Islam, cioè di una nuova terra che per diritto divino diventa terra dell’Islam. Colpevole cecità derivata da una colpevole illusione di un Islam religione di pace.  

Quanti attentati terroristici di matrice islamica ha subito l’Europa e il mondo Occidentale a partire dall’anno Duemila ad oggi?  Se facessimo una statistica precisa e aggiornata ci renderemmo conto immediatamente che l’Islam ha dichiarato, ormai da quasi vent’anni, guerra all’Occidente e nonostante ciò i governi dell’Europa e dell’Occidente continuano imperterriti a sostenere, assieme alla Santa Sede, che il terrorismo di matrice islamica è opera di una minoranza fanatica che non coinvolge l’ecumene islamico nel suo complesso. E questo lo si fa e lo si continua a ripetere per non rompere le relazioni politiche con certi Stati dichiaratamente mussulmani che hanno però il pregio di possedere una buona parte della risorsa mondiale del petrolio.
La Santa Sede, in particolare, si distingue per sostenere che il vero Islam è una religione di pace e lo va ripetendo e sbandierando da parte delle proprie Autorità e di molti presuli e preti nostrani,compreso lo stesso Pontefice che, nei vari incontri con rappresentanti di spicco del mondo islamico, sembra quasi prodigarsi in scuse e auspici di future buone relazioni tra alleati ed amici. Ma perché la Chiesa cattolica si ostina a sostenere, nonostante gli eventi dimostrino l’esatto contrario, che l’Islam è una religione di pace? Mi si perdoni il paragone, ma il comportamento delle autorità vaticane mi pare assai simile a quello di un marito che, pur avendo sorpreso più volte la moglie in flagrante adulterio, continui a sostenere che  non è vero.

Tuttavia una ragione ci deve essere. E c’è infatti  e sono certe affermazioni fatte nelle costituzioni conciliari del Concilio Vaticano II a sostenere inequivocabilmente  questa tesi.

Cominciamo dalla prima, cioè dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium ( n.16) :

“Il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore e, tra questi in particolare i Mussulmani, i quali professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale” .

Certamente un mussulmano che abbia fedelmente seguito le norme coraniche rifuggendo da ogni crudeltà e da ogni contrarietà verso il suo prossimo e abbia vissuto credendo nell’unico Dio come fece Abramo, è degno della misericordia divina anche se non avrà creduto in Gesù Cristo, l’unica porta stretta attraverso la quale passare per  raggiungere la salvezza. Ma stiamo attenti a non confondere le cose! E’ degno della misericordia divina che accorderà tutte le attenuanti possibili per avere la eterna salvezza anche in mancanza della fede in Gesù Cristo, ma questa misericordia è valida per qualsiasi persona a prescindere dal suo credo e quindi non è riservata agli islamici. Una persona che abbia rispettato nella sua vita la legge naturale di vivere in pace con il suo prossimo e non si sia macchiata di gravi delitti ovvero, pur avendo ucciso un suo avversario  se ne sia sinceramente ed anche concretamente pentita, avrà sicuramente la misericordia di Dio a suo favore. Misericordia che significa applicazione con straripante larghezza della divina giustizia che soltanto Dio può comprendere e applicare essendo onnisciente e onnipotente.

Personalmente ho sempre pensato che quel passo della Lumen Gentium non si concili con l’affermazione di Gesù che soltanto la fede in Lui garantisce la eterna salvezza. L’unica garanzia che ha chiunque viva secondo il decalogo – che è una legge universale per la sopravvivenza del genere umano – è la misericordia di Dio che è infinita e che vale per tutti, nessuno escluso. Ma un cristiano che viva onestamente e che creda fermamente in Gesù Cristo e si sia comportato in vita secondo il Vangelo e muoia in grazia di Dio avrà una chance in più rispetto a chi non ha creduto in Gesù Cristo. La fede in Gesù Cristo vissuta e mantenuta specialmente in fin di vita non può non garantire ciò che la parola stessa del Cristo ha promesso.

Il Vangelo di Gesù Cristo ha sicuramente un vantaggio di non poco conto rispetto al Corano o a qualsiasi altro testo religioso. Esso non contiene norme o parole che favoriscano la violenza contro la persona umana, fatto salvo il passo ove Gesù afferma che sarebbe meglio per chi da scandalo che gli si metta una macina al collo e lo si anneghi ( Mc.9,42 – Mat.18,6 – Luca 17,2). Lo scandalo è infatti un traviamento cosciente della sensibilità e della coscienza altrui, insomma un comportamento che induce altri al peccato e alla conseguente perdita della salvezza eterna. E’ un reato sociale (per una società cristiana) che ha per oggetto la eterna salvezza altrui e come tale va punito severamente anche con la vita stessa del profanatore se ciò si ritiene necessario al bene comune. Meglio la perdita di un peccatore inguaribile, che incita gli altri a seguirlo sulla stessa strada, piuttosto che la perdita di uno o più ancor peccatori suscettibili di salvezza.

L’altro riferimento che il Concilio Vaticano II dà all’Islam è contenuto nella Dichiarazione Conciliare

 Nostra Aetate (n.3). In  questa dichiarazione – che come tale è un atto unilaterale della Chiesa Cattolica  senza alcun coinvolgimento del mondo islamico – se non, forse, a titolo personale e riservato di qualche rappresentante di quel mondo ma senza vincolo di mandato –  si sviluppa un ragionamento più articolato di carattere sociale ed ecumenico, decisamente unilaterale:

“La Chiesa guarda anche con stima i Musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano  tuttavia come profeta; essi onorano la sua Madre Vergine Maria e, talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure essi hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno. Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”.

Come si potrà notare leggendo attentamente questa dichiarazione, essa rappresenta un gesto di buona volontà da parte della Chiesa Cattolica per porre fine all’antica e tenace persecuzione che il mondo mussulmano ha da sempre nutrito verso la Cristianità e, in modo del tutto particolare, contro la Chiesa Cattolica vista come il baluardo, la roccaforte principale da abbattere per  proclamare il trionfo di Maometto e dell’Islam. Roma è l’ultima tappa dopo Gerusalemme e Costantinopoli, in quanto l’avversario principale e forse unico dell’Islam è sempre stata la Cristianità e non le altre religioni.

Per l’Islam la vittoria finale significa la conquista di Roma e della Cattolicità. L’Islam sa bene che la  vera Chiesa di Cristo è a Roma e la situazione della chiesa attuale è tale che all’Islam sembra quasi di essere sul punto di potere presto cantare vittoria. La Chiesa, tuttavia, non significa soltanto la Santa Sede e le sue Autorità. La Chiesa è ben altro. Sono i milioni di fedeli silenziosi e, forse, anche sfiduciati dalla presente situazione complessiva, ma sempre certi che il Male non prevarrà mai contro di essa, contro quella pietra sulla quale si sfracelleranno coloro che pensano o si illudono di rovesciarla.

I cristiani sanno che il Corano stesso contiene implicitamente l’affermazione che Gesù è più di un profeta. L’arcangelo che dettò il Corano a Maometto, trattando del giudizio finale di tutti gli esseri umani, rivela che toccherà a Gesù riunire tutta l’Umanità, Maometto compreso, per essere esaminati e giudicati per l’eternità. L’Arcangelo non rivela chi sarà il giudice ma, data la invalicabile barriera esistente fra il Creatore Allah e la Creazione, dovrà necessariamente essere un altro ad avere il compito di giudice e rapportarsi con ciascun essere umano per l’esame di ogni singola esistenza. A chi se non a Gesù, che avrà già radunato tutti gli umani per il giudizio finale, potrà essere affidato quel ruolo? Ma chi se non Dio può compiutamente giudicare ogni essere umano valutandone con matematica e totale precisione attenuanti ed aggravanti ma sempre privilegiando la Misericordia sulla Giustizia? Chi se non Dio potrà valutare ogni singolo momento della coscienza di un uomo, di qualsiasi uomo? Chi se non Dio ha il potere e la chiaroveggenza di Colui che tutto possiede e tutto sa di ciò che è passato per la coscienza di ogni singolo uomo, delle sue ascendenze materiali e spirituali che forgiarono la sua psiche e il suo destino, la sua volontà e le sue decisioni verso il Bene o verso il Male, cioè verso l’amore o verso il disamore per gli altri? Come ogni singola persona umana percepisce nella sua coscienza più e più volte la presenza di un Essere che è vicinissimo ad essa ma che è allo stesso tempo altro da essa e con la quale dialoga inconsciamente come se ci fosse un unico spazio interno alla stessa umana creatura,ove soltanto  queste due soggettività si sentono talmente vicine ed unite da sembrare quasi una simbiosi, così al giudizio finale ogni uomo si troverà a confronto con quel Soggetto che gli è stato compagno per tutto il corso della sua vita e che gli aprirà il libro ove sarà passato in rassegna ogni istante di quella stessa vita e insieme, Dio e creatura, giudicheranno in perfetta concordanza. La coscienza illuminata da Dio giudicherà essa stessa assieme a Dio la propria passata vita su questa terra.

L’Uomo Dio, Gesù Cristo, si rivelerà un giorno e squarcerà la cortina di menzogne che si sono scritte su di Lui e contro di Lui e tra queste ci sarà anche il libro del Corano ove il Figlio di Dio fu relegato al rango di profeta ma con la conferma di essere di natura divina per essere l’unico possibile giudice di ogni singolo uomo vissuto un giorno su questa terra. Un Potere così immenso che soltanto chi tutto possiede e sa può sostenere. Nessun altro giudice è previsto dallo stesso Corano e se non c’è vuol dire che quel profeta citato dal Corano è Dio unitamente a quelle due Realtà viventi da Lui stesso rivelate agli uomini di Buona Volontà: Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Ciò detto dobbiamo trarre una conclusione sull’ostinazione della Chiesa a sostenere che l’Islam è una religione di pace.

Una cosa è certa: un papa come Pio XII o Pio X o Pio IX non avrebbero esitato a riconoscere che l’Islam ha sì spunti accettabili e condivisibili specialmente per quanto concerne la carità e la morale, ma non è accostabile minimamente alla religione ispirata dalla rivelazione di Gesù Cristo, che ha parlato come figlio di Dio e Dio lui stesso. Un paragone tra le due fedi è impensabile e la loro diversità è talmente profonda e vasta che  ogni possibilità di condivisione su basi teologiche e razionali risulta assolutamente impossibile.

Ma allora quale è la ragione o la causa che costringe l’attuale Chiesa Cattolica ad ostinarsi ad affermare quella che ogni giorno che passa appare sempre più come una contraddizione palese e cioè che l’Islam sia una religione di pace?

La Chiesa cattolica moderna per non contraddirsi con le norme che si è volontariamente data con il Concilio (Lumen Gentium n.16 e Nostra Aetate N.3) è obbligata a ripetere e a cercare di convincere se stessa e il mondo intero che anche l’Islam sia una religione di pace. Se si comincia a mettere in dubbio una sola delle norme contenute nel Concilio (e quella contenuta in Lumen Gentium n.16 ha carattere pastorale  ma non dogmatico come l’intera Costituzione), la stessa cosa potrebbe avvenire per molte altre che sono state accettate e votate con maggioranze quasi sempre risicate, sovente con la clausola di garanzia di una ermeneutica che non fosse in contraddizione col Magistero di sempre. Una garanzia che è però scaduta con l’avvento di Papa Francesco.

Lo spirito del Concilio e, soprattutto, certe sue conclusioni obbligano la moderna Chiesa cattolica a scontrarsi con la realtà quotidiana e ad arrampicarsi sui vetri per sostenere l’insostenibile. Lo stesso malessere attuale che attanaglia l’intero corpo della Chiesa è connesso a questa pietra d’inciampo costituita da certe massime conciliari che hanno sfidato la realtà storica e hanno proclamato al mondo intero un’aspettativa di irenismo e di pacifismo che non tiene conto alcuno della natura umana e della Storia. La Chiesa di Roma per salvare certe norme del Concilio rischia di perdere la sua credibilità. Forse è arrivata l’ora di guardare con realismo alla realtà dell’oggi e riconsiderare alla luce della storia e della chiarezza di una logica razionale  certe norme o certe  conclusioni falsamente attribuite allo spirito del Concilio.

Lo stato attuale della Chiesa è così disastrato e le ragioni sono sotto gli occhi di tutti che, forse, è suonata l’ora di una confessione generale per ripensare certe aperture che hanno spalancato porte e portoni all’ingresso del Male che oggi sembra avvelenare l’intera società mondiale, ove la Chiesa di Roma parla lo stesso linguaggio dei potenti di turno e si trova spesso a trovarsi in armonia con certa sfacciata politica.  Il male sembra farla da padrone a Roma e la città stessa geme in una decadenza morale e ambientale che intimorisce il vero cattolico che si rivolge a Colei – La Vergine Maria – cui nulla è negato per riportare la luce e la speranza.

Tante volte ci siamo chiesti se il Concilio chiusosi nel 1965 con tanto ottimismo e con tanta speranza non abbia aperto quel vaso di Pandora che divenne il segnale  per l’avvio della rivoluzione antropologica finale, quella dell’Uomo che si ribella a Dio partendo dalla sessualità.

Sì, vaso di Pandora, perché proprio negli anni immediatamente successivi al Concilio la Chiesa di Roma cominciò ad entrare in crisi con l’abbandono, in ogni parte del mondo, di circa centomila tra preti, frati e monache. Ove andarono questi centomila? Alcuni, certamente, vissero poi come sbandati e dissociati rimpiangendo l’uscita ma senza il coraggio di tornare all’ovile, salvo  pochissimi. I più si imbarcarono sui carri di questo mondo che, dopo il rompete le righe dato ai  cattolici, si unirono alle correnti della dissoluzione, spesso con apporti tanto più deleteri quanto più consapevoli di scegliere i mezzi e le vie più dense di pericoli morali e più contrarie ai principi cristiani.

Senza il Concilio non ci sarebbe stato né il 68, né Berkelei, né le rivolte dell’Università di Nanterre e delle altre disseminate in tutta Europa e Nord America. Non ci sarebbe stata nemmeno la rivoluzione sessuale con la progressiva spoliazione della donna giunta ad un livello che non metteva a nudo soltanto il corpo ma anche la coscienza, sconcertando i maschi che si videro improvvisamente spiazzati e mortificati da questa anarchia morale generalizzata. All’inizio sembrò ai maschi una liberatoria reciproca conquista ma ben presto si avvidero che era una sconfitta, una grande sconfitta che oggi sfocia spesso nell’omicidio della compagna. Compagna che la coscienza dell’uomo punisce con la violenza, perche lo priva della sicurezza, del calore della famiglia e di una vita normale. L’omicidio della donna è sempre una manifestazione di debolezza e di impotenza dell’uomo, che non sa più come riavere accanto a sé quell’ideale di donna che esiste nella sua mente per eredità naturale. La determinazione della donna ha spaventato gli uomini che non hanno compreso che questa determinazione è la confessione di ciò che la donna ha perso e che più l’avvilisce nell’intimo, cioè la sua femminilità. Le manifestazioni di aggressività, non soltanto verbale, della donna quando sente parlare di femminilità avvilita come di un furto fatto all’uomo, sono il segno evidente della sua sconfitta. La donna perdendo la sua femminilità perde se stessa.

Ma perché continuare nell’elencare lo sfascio morale e materiale delle moderne società occidentali?  E’ sotto gli occhi di ognuno e sembra che il Male non abbia chi possa combatterlo e si vive alla giornata con l’amarezza che il domani non sarà diverso dall’oggi. Dovremmo allora arrenderci o ritirarci in oasi ove vivere da assediati come nell’Opzione Benedetto? NO! E questo no vale soprattutto per gli uomini. Se il male è stato la distruzione delle nostre radici, dobbiamo lottare con tutte le nostre forze, materiali e spirituali, per opporci facendo squadra, unendoci, coalizzandoci, apportando ciascuno le proprie qualità e, soprattutto, mutando il nostro essere, rendendolo pronto alla carità e alla disponibilità verso gli altri. Lottare senza paura per un mondo nuovo che potrà essere tale soltanto recuperando le radici cristiane e culturali dell’Occidente, recuperando Roma come faro della Fede in Gesù Cristo, perché senza di Lui l’Occidente sarà annichilito.

Soprattutto non si creda che la battaglia sarà indolore. Non esistono battaglie indolori. Queste battaglie esigono uomini determinati a lottare e soffrire e donne piene di passione e di materna dolcezza, in una parola coppie che sanno che la meta finale è la famiglia, quella famiglia che era dei nostri padri e delle nostre madri, una famiglia ancorata alla fede in Gesù Cristo. In questo caso abbiamo tanto da imparare dai musulmani che ancora confidano nella roccia della famiglia.

Altra via di scampo non c’è.

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1 commento su “L’Islam e l’Occidente”

  1. Gaetano Fratangelo

    Il Concilio Vaticano II ha dato un giudizio positivo sulle altre religioni, come portatrici di salvezza ma non come vie di salvezza e non ha espresso giudizi teologici sul pluralismo religioso. C’è solo stima dei mussulmani (Nostra Aetate) e proposte di nuove verità, ove conformi alla Tradizione (Lumen Gentium). La differenza è irriducibile ove la giustificazione teologica del dialogo è l’Incarnazione di Cristo. Quindi, l’ermeneutica di Wojtyla e Ratzinger è stata di riformare nella continuità. La tragedia non è il Concilio Vaticano II ma il post Concilio di Bergoglio, ove ne falsifica le tesi, attribuendogli contenuti teologici ove non sono espressi. La misericordia e la giustizia sociale, privi di dottrina, sono mezzi subdoli per entrare nel Vaso di Pandora.

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