Un’amara riflessione

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La bella rivista “Il Timone”, nel numero di febbraio 2019 ha pubblicato un dettagliato e profondo articolo dell’Arcivescovo di Trieste, Mons. Giampaolo Crepaldi, sulla diffusione dell’Islam in Europa presentandola come problema politico, ed io – cattolica “bambina”, attaccatissima alla Chiesa di Cristo, che ho sempre considerato mia “Mater et Magistra” – sono quasi scoppiata in lacrime. Non perché non fossi a conoscenza della triste situazione di cui stiamo parlando, ma perché essa ha accresciuto il mio dolore nel constatare per l’ennesima volta che questo problema scaturisce dalla perdita dell’identità cristiana – a sua volta derivante dalla bimillenaria Fede in Cristo – che l’Europa sta  vivendo senza accorgersene, o forse addirittura assecondandola in una sorta di misterioso “cupio dissolvi”.

E’ noto che il secolarismo, prodotto dall’evoluzione (o, io direi meglio, dall’involuzione) subita della filosofia occidentale negli ultimi due secoli, ha invaso l’Europa e, poiché “motus in fine velocior”, la massiccia immigrazione di popoli provenienti soprattutto dai paesi islamici – dovuta alle cause più disparate, dalla povertà, alla persecuzione politica, alle guerre intestine – negli ultimi 50 anni ha accelerato il fenomeno, riuscendo a imporre la “sharìa” alla pavida e debosciata Europa. Mons. Crepaldi sottolinea l’arroganza e la protervia con le quali i musulmani riescono a ottenere, non solo la costruzione, nei paesi che li ospitano e a spese dei governi locali di moschee (spesso covi di nuclei terroristici “in sonno”), ma anche l’applicazione della legge islamica in molti settori della società, in particolare della famiglia, e della politica. Nuovi partiti politici islamici si formano dovunque, molti parlamentari europei sono di religione islamica, è musulmano perfino il sindaco di Londra,- capitale di un Paese che, per storia e cultura, è imbevuto (nel bene e nel male) di Cristianesimo e il cui Re (o Regina) ancora detiene il titolo di “Defensor Fidei”.

A tutto ciò io aggiungo che in molte scuole europee la maggior parte degli scolari appartengono a famiglie musulmane che pretendono per i loro bambini la somministrazione di pasti speciali conformi alla legge islamica e a spese dell’amministrazione scolastica; la diffusione dei matrimoni misti tra uomini musulmani e donne cristiane, alle quali viene imposto di accettare che i figli siano educati secondo l’Islamismo, dando così origine a una nuova generazione di cittadini europei  di religione musulmana. Quindi, sottolinea giustamente Mons. Crepaldi, il problema è politico e l’Europa, dalle radici inequivocabilmente cristiane, deve risolverlo dal punto di vista politico, perché l’Islam è per motivi teologici anche un progetto politico.

La dottrina musulmana, diametralmente opposta al Cristianesimo, non ha trovato nell’Europa cristiana un’opposizione teologica valida e coerente, perché gli europei, sulla scìa della filosofia illuministica, positivistica e relativistica degli ultimi tre secoli, hanno elaborato un pensiero teologico che, invece di partire dall’idea di Dio, parte dall’idea del “mondo”. Nell’Islam non è avvenuto nulla di tutto questo e mai potrà avvenire qualcosa di simile. Sarebbe, osserva a mo’ di esempio Mons. Crepaldi, “come chiedere a un cattolico di rinunciare alla Trinità e all’Incarnazione di Dio in Cristo”, dogmi che per l’Islam sanno di blasfemia. Non si potrà mai vedere un Islam “moderato”, come pensano le anime belle europee, perché significherebbe che esso ha rinunciato ad alcuni capisaldi della sua dottrina  consacrati nel Corano. Per esempio, Dio non è Verità e Amore, come ha insegnato e testimoniato Cristo con la Sua Passione e Morte in croce, ma “Volontà” allo stato puro; Dio non è “buono” per Sua natura, ma perché “vuole” essere buono, perciò potrebbe anche cambiare idea e diventare “cattivo”; Egli non chiede agli uomini di ricambiare il Suo amore salvifico, ma pretende sottomissione cieca, senza che la ragione umana abbia alcun ruolo nella conquista della Fede. Il Corano non può essere oggetto di esegesi come il Vangelo, ma solo applicato nel suo immutabile e letterale significato. Mentre il cristiano è chiamato a testimoniare Cristo “usque ad sanguinem”, il musulmano può mentire, ingannare, fingere, se questo comportamento è utile alla diffusione del Corano e può tranquillamente uccidere gli “infedeli “che rifiutano di abiurare Cristo; gli uomini sono antropologicamente divisi tra musulmani e “infedeli”, tra uomini e donne, il cui ruolo è quello di assoluta sottomissione all’uomo;  non esiste il diritto naturale e al vertice della Weltanschauung musulmana c’è l’assoluta coincidenza tra legge religiosa, legge morale e legge civile.

Quindi l’Islamismo si colloca esattamente all’opposto della Rivelazione cristiana, che invece ha nettamente separato ciò che appartiene a Cesare da ciò che appartiene a Dio (Mt 22, 21). Ma tutto ciò non sembra preoccupare affatto la gerarchia della Chiesa cattolica e, tanto meno il Pontefice regnante, mentre le chiese protestanti hanno già da un pezzo gettato la spugna nel loro totale adeguamento al “mondo” e (aggiungo io) nella perdita di molti fedeli.

Potrà mai trovarsi un punto di incontro tra queste due contrarie visioni di Dio, del mondo e dell’umanità? Mons. Crepaldi conclude la sua riflessione osservando che, se l’Europa vuole sopravvivere nella sua storia, nella sua cultura e nella sua identità, non potrà nascondersi sotto il principio (oggi prevalente) che, per lo Stato laico, tutte le religioni sono uguali, ma dovrà valutare il problema alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa che “illumina con gli strumenti della retta ragione e della rivelazione”. Fin qui Mons. Crepaldi ed io, come cattolica “bambina”, non posso che invocare l’aiuto dello Spirito Santo su questo progetto.

Ma non è stata solo la perdita dell’identità cristiana l’unica causa del mio “scoppio di pianto” di cui parlavo all’inizio. C’è anche, e forse è prevalente, la certezza che tra le cause di questa deriva (o meglio, del suo rafforzamento) non c’è solo il secolarismo dilagante in Europa, ma c’è anche l’inerzia pastorale e dottrinaria dei ministri di Dio che, invece, sono stati chiamati “ad annunciare la Parola, insistendo in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonendo, rimproverando, esortando con ogni magnanimità e dottrina” (2Tm 4, 2). E a che cosa si deve questa deriva se non all’affievolimento della Fede anche in loro? Si direbbe che S. Paolo, mentre scriveva al discepolo Timoteo, suo “vero figlio nella fede”,  le parole che ho citato, stesse prevedendo, su ispirazione dello Spirito Santo, quello che sarebbe accaduto nella Chiesa di Cristo duemila anni dopo, perché subito dopo aggiunge: “Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole”(4, 3).

Allora nella mia mente di cattolica “bambina”sorge un interrogativo forse un po’ terra – terra, ma condiviso da molti: “Ma i sacerdoti, i parroci, i vescovi, lo stesso Papa, hanno mai letto e meditato la Seconda Lettera di Paolo a Timoteo?”. La risposta che ne consegue è amara e dolorosa: “Certamente l’hanno letta, ma non ci credono più, perché non credono più che quella sia Parola di Dio”.

Sono molte infatti le dichiarazioni e le affermazioni, a braccio o per iscritto, del Pontefice regnante e dei Vescovi che non sembrano collimare con le chiarissime parole del Vangelo e non spetta certo a me, l’ultima delle pecorelle di Cristo, muovere in questo senso appunti ai vertici della Chiesa cattolica, ma non posso neanche tacere il dolore che provo nel constatare che i nostri pastori non fanno nulla per chiarire i dubbi e il disorientamento che moltissimi cattolici provano nel momento presente. A cosa si deve questo smarrimento se non a quanto avevano previsto S. Paolo e lo stesso Gesù Cristo?

L’esempio più attuale e vistoso di questo fenomeno si è verificato con il viaggio di Papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti e con il documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato ad Abu Dhabi da lui e dal Grande Imam di Al – Azhar, Ahmad Al Tayyeb, con il quale i firmatari vorrebbero concretizzare un enorme balzo in avanti nel dialogo interreligioso e nei rapporti tra la Chiesa cattolica e l’islamismo sunnita.

Questo documento – salutato entusiasticamente in molti ambienti spiritualmente “progressisti” e finanche dalla Massoneria (il che dovrebbe destare sospetti) – a conti fatti e in buona sostanza finisce per equiparare la Chiesa cattolica all’islamismo, aumentando la confusione nelle anime sinceramente credenti e inoculando la convinzione (come ha sostenuto il Papa) che Dio stesso ha voluto il pluralismo religioso. I soliti buonisti sostengono che in ogni religione c’è la scintilla di Dio e per questo Dio vuole la pluralità per rispetto della libertà umana. Perciò tutte le religioni sono uguali e “basta credere in Qualcuno o in Qualcosa” per ottenere la salvezza eterna. Ma io obietto con forza, ogni qualvolta se ne presenta l’occasione, che il Cristianesimo non è e non sarà mai equiparabile ad alcuna altra fede religiosa a causa di un Evento unico e irripetibile che nessun altro profeta o fondatore di religioni (compreso Maometto) è mai stato capace di ipotizzare, e per il quale   un’infinità di testimoni è stata capace di affrontare il martirio, trasformando il proprio sangue (come scrisse Tertulliano) in concime per la fioritura di sempre nuove conversioni: la Resurrezione del Cristo in un corpo fatto di carne e sangue, ma glorioso, ossia non più soggetto alle leggi fisiche dello spazio e del tempo.

Ma oggi in questa Europa, ricca di beni materiali ma poverissima della Parola di Dio,  chi crede più in quella Buona Notizia che promette anche a noi la resurrezione della carne alla fine dei tempi? E soprattutto chi crede ancora fermamente nelle lapidarie e inequivocabili parole rivolte da Gesù agli Undici dopo la Resurrezione: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”? (Mc 16, 15), dopo che lo stesso Papa Francesco ebbe occasione di condannare il proselitismo? Il filosofo Emanuele Severino sembra essere l’intellettuale che meglio ha espresso l’incredulità di fondo del mondo contemporaneo e la certezza, ormai generalizzata, che ci si può salvare anche senza pentimento, quando asserisce che quella frase – insieme all’altra: “In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato” (Mc 11, 23) – dimostra che nessuno può possedere una fede priva di dubbi; quindi il credente come voluto da Gesù non esiste e non può esistere, ma poiché coloro ai quali è giunto l’Annuncio dubitano tutti, allora nessuno può essere condannato[1].

Non è questa la convinzione che la Chiesa del XXI secolo sembra voler diffondere nel mondo per accattivarsene la stima e l’amicizia? Allora dobbiamo pensare che Gesù mentisse o si sbagliasse quando pronunciò quelle parole chiarissime e tremende? Il documento firmato dal Papa ad Abu Dhabi usa “discorsi persuasivi di sapienza umana” (1Cor 2, 2s) che è ben lontana dal mistero della Fede e della salvezza. Come ha detto Mons. Nicola Bux nell’intervista concessa ad Aldo Maria Valli[2], Gesù non ha firmato una dichiarazione con Ponzio Pilato e con Caifa, ma è morto in croce. E la Croce è potenza e sapienza di Dio, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1, 22). Quando la Chiesa dimentica la Croce, come avviene in questo nostro tempo travagliato, essa può piacere al mondo, ma non certo a Dio. “La sapiente volontà divina” cui accenna la Dichiarazione e la radice della vera fratellanza umana  risiedono nella Croce di Cristo, morto “ut unum sint”,  non nel grido Liberté, ‘Egalité, Fraternté dei rivoluzionari francesi e nel programma della massoneria mondiale.

Oggi da più parti si esulta alla “riforma” che Papa Francesco starebbe imprimendo alla Chiesa e il cui il frutto più maturo sarebbe il documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”,  ma non è certo questa la “riforma” di cui ha bisogno oggi la Chiesa, anche se tutto sembra spingere verso l’adeguamento alle altre religioni e a quel sincretismo contro il quale i grandi Santi si sono sempre battuti. La ricerca della volontà di Dio, di ciò che a Lui piace ed è gradito, deve essere la priorità costante sia della Chiesa istituzionale che dei singoli credenti, anche a costo di essere derisi, umiliati, emarginati, perseguitati, ma sembra che questa priorità sia stata persa di vista.

Allora, mentre concludo questa mia amara riflessione, mi torna in mente un’altra famosa esortazione di S. Paolo ai credenti: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto” (Rm 12, 2). E ancora una volta penso che lo Spirito Santo gli facesse prevedere la situazione in cui sarebbe caduta la Chiesa di Cristo nel XXI secolo. Del resto è noto che “Ecclesia semper reformanda” perché, vivendo e operando nella storia, essa ha sempre subito la tentazione di adeguarsi al “mondo”. E’quello che hanno fatto le chiese protestanti con in testa Lutero il quale, credendo di poter scardinare l’autorità del Vicario di Cristo, l’ha trasferita sui Prìncipi e sulle autorità terrene, dando luogo a una proliferazione di cosiddette “chiese” la cui esistenza contraddice in pieno l’ “ut unum sint” per il quale Cristo ha affrontato la Passione e la morte.

E’ questo che vuole il Papa quando attribuisce alla volontà di Dio l’esistenza del pluralismo religioso? E’ questo che lui vuole quando, firmando un documento, ammette che la Verità può trovarsi anche in credenze religiose lontanissime da Cristo, come l’Islamismo?

Allora, Veni Creator Spiritus / Mentes tuorum visita,/ Imple Superna Gratia / Quae Tu creasti pectora …

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[1] Cfr. E Severino, “La fede e il dubbio”, in AA.VV. “Studi di filosofia in onore di Gustavo Bontadini”, Milano 1975, riferito da Vincenzo Paglia, “A un amico che non crede”, PIEMME 2013, pag. 107.

[2] Cfr. RISCOSSA CRISTIANA, 12.2.2019.

1 commento su “Lo stato della Fede in Cristo, in Italia e in Europa”

  1. Gaetano Fratangelo

    La cultura e l’identità occidentale e cristiana stanno morendo.
    E’ in corso un attacco simultaneo su due fronti: su quello laico, civile e politico e su quello religioso, cristiano.
    Mentre i popoli europei stanno reagendo attraverso i partiti sovranisti e populisti, non si nota una corrispettiva presa di coscienza collettiva nei confronti del degrado nella Chiesa.
    Purtroppo, la fede è vissuta solo come un fatto interiore e singolo mentre l’identità cristiana è stata vissuta come abitudine e non come consapevolezza.
    Pertanto, questo Papa ha gioco facile non essendoci una sufficiente cultura teologica nel popolo tale da contestarne gli errori dottrinali.
    Se, per esempio, attua il Vangelo della prassi invece che il contenuto della Rivelazione, quasi nessuno se ne accorge.
    Anzi, dicono che il Papa ha la mentalità aperta!
    S. Paolo disse: MALEDETTO CHI PROCLAMI UN ALTRO VANGELO.

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