Per gentile concessione dell’editore Archivio Storia, pubblichiamo il capitolo del libro «Eventi e protagonisti del Ventennio fascista», scritto da Luciano e Simonetta Garibaldi,  che racconta come si giunse, il 23 marzo di un secolo fa, alla creazione del partito politico che diventerà PNF (Partito Nazionale Fascista).

 

di Luciano e Simonetta Garibaldi

Quando decide di convocare a Milano, per una prima adunata nazionale in vista della fondazione di un partito politico, i vari «Fasci di combattimento» che sono sorti spontaneamente un po’ in tutta Italia per contrastare l’avanzata socialista, Mussolini non è che un giovane giornalista di successo (ha 36 anni), direttore di quel giornale da lui fondato, «Il Popolo d’Italia», che ha avuto una funzione determinante proprio nella formazione dei «Fasci». Infatti, è leggendo i suoi incandescenti articoli di fondo che a Bologna come a Mantova, a Venezia come a Roma, a Napoli come a Brescia, gli ex combattenti, soprattutto gli ex ufficiali degli Arditi, si sentono prudere le mani contro «quei vigliacchi di pacifisti» che, durante la guerra, hanno boicottato lo sforzo bellico dell’Italia e che adesso scendono in piazza inneggiando al nome di Lenin.

Quanto a costui, a Lenin, gli ex combattenti non lo odiano tanto perché è un comunista rivoluzionario (non pochi di essi sono, a loro volta, sindacalisti rivoluzionari nettamente orientati a sinistra), quanto perché ha tradito l’Intesa (cioè l’alleanza tra Russia, Francia, Inghilterra e Italia contro Germania e Impero austro-ungarico), mettendosi d’accordo con i tedeschi e ritardando in tal modo la loro sconfitta.

È dal 1914, da quando ha cambiato bandiera, passando repentinamente dall’internazionalismo pacifista all’interventismo guerrafondaio, che Mussolini parla al cuore di questa gente.

«Ora ha la parola il cannone», ha scritto il futuro Duce nel suo «fondo» del 24 maggio 1915: «E noi, o madre Italia, ti offriamo, senza paure e senza rimpianto, la nostra vita e la nostra morte». Si è arruolato volontario nei bersaglieri (15 agosto 1915), è rimasto gravemente ferito (25 febbraio 1917) ed è stato congedato nel giugno ’17, in tempo per riprendere in mano le sorti del giornale. È stata la svolta: non più socialismo, ma «socialismo nazionale», «combattentismo», «reducismo». Il sottotitolo è diventato, il 15 dicembre 1917: «Quotidiano dei combattenti e dei produttori». Le nuove parole d’ordine: «la terra ai contadini», «no agli scioperi in appoggio alla rivoluzione sovietica», «riconoscimenti ai combattenti».

È dunque soprattutto un giornalista che si è messo in testa di fare politica (anzi, di tornare a far politica, considerati i suoi trascorsi come dirigente del Partito socialista) il Mussolini che, la mattina di domenica 23 marzo 1919, nel salone al primo piano di piazza San Sepolcro 9, a Milano, ottenuto in affitto dal «Circolo dell’alleanza industriale e commerciale», arringa i circa 200 convenuti da ogni parte d’Italia, illustrando i tre punti fondamentali del suo programma:

 

1) netta opposizione contro l’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e rinuncia, da parte dell’Italia, a qualsivoglia velleità imperialistica;

2) rivendicazione di Fiume e della Dalmazia che le grandi Potenze riunite a Versailles per il trattato di pace vorrebbero negarci;

3) consegna gratuita delle terre incolte a cooperative di contadini formate da ex combattenti disoccupati.

 

Presiede la seduta il capitano degli Arditi Ferruccio Vecchi, mentre, ad ascoltare Mussolini, è convenuta una incredibile mistura di personaggi che si potrebbero tranquillamente definire «cani sciolti», compattati unicamente da una voglia: quella di menare le mani. Vi sono infatti sindacalisti rivoluzionari ribelli alla CGL (la Confederazione generale del lavoro controllata dal Partito socialista), ex combattenti e Arditi, alcuni socialisti, persino alcuni anarchici, infine il gruppetto dei Futuristi guidato da Filippo Tommaso Marinetti. Pochissimi i liberali, quasi assenti i borghesi e gli agrari, in sala non c’è neppure un nazionalista, anche perché in piazza San Sepolcro prevale la pregiudiziale repubblicana, mentre i nazionalisti (che sono organizzati militarmente e hanno le loro squadre con le camicie azzurre) sono inflessibilmente monarchici.

La riunione si conclude con il conferimento a una ristretta commissione dell’incarico di elaborare una sorta di decalogo dei «Fasci di combattimento», decalogo che verrà pubblicato il successivo 6 giugno sul «Popolo d’Italia» e conterrà alcuni punti persino sorprendenti per la loro modernità. Ad esempio, la richiesta di estendere il voto alle donne e ai diciottenni, l’istituzione dei minimi salariali, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, l’obbligo di assicurazione invalidità e vecchiaia, l’abolizione del Senato, definito «un organismo feudale». In campo economico, un netto orientamento di sinistra: durissima imposta progressiva sul capitale (vera espropriazione della ricchezza), rivendicazione dei beni della Chiesa, lotta ai profitti di guerra.

È con queste idee che Mussolini spera di far breccia nella sinistra, di tornare a «farsi amare» dai socialisti. Ma s’illude. Egli non ha ancora capito che i socialisti (e presto i comunisti) sono una sorta di trinariciuti – come li descriverà tanti anni dopo Guareschi – ciecamente fedeli al Moloch partito, da chiunque esso sia impersonato. Per questa massa insensibile e tetragona, lui, Mussolini, è stato, rimane e sarà sempre considerato un traditore (e come traditore del socialismo, e non altro, i comunisti decideranno di saldargli il conto venticinque anni dopo sul lago di Como).

Le illusioni sansepolcriste si dissolvono rapidamente. Già il 10 aprile, a Roma, il Partito socialista, per vendicarsi del governo che gli ha proibito di commemorare in piazza il compleanno di Lenin, proclama lo sciopero generale. La risposta degli Arditi, degli ex combattenti e degli studenti aderenti al «Fascio di combattimento» non si fa attendere. Scendono in piazza armati e affrontano i cortei degli scioperanti al grido di «Morte a Lenin e al bolscevismo!». Per la prima volta scorre il sangue.

Cinque giorni dopo, si hanno le gravi ripercussioni di Milano. Qui, diecimila socialisti marciano verso il centro al canto di «Bandiera rossa», quando, all’inizio di via Mercanti, sono affrontati da non più di 250 ex ufficiali, Arditi e nazionalisti, chi in camicia azzurra, chi in camicia nera. Ai randelli dei rossi si contrappongono ben presto le rivoltelle degli ex combattenti. La sparatoria diventa generale. A terra rimangono quattro morti e decine di feriti. I socialisti si dileguano, ma i loro nemici, quasi tutti aderenti al «Fascio di combattimento» di Milano, proseguono la loro giornata di terrore, assaltando e incendiando la sede dell’«Avanti!» in via San Damiano.

Mussolini ha capito la lezione. Se è il successo politico che cerca, è a destra che lo troverà, dopo aver chiuso in un cassetto il programma troppo di sinistra di piazza San Sepolcro. A destra, dove lo attendono sornioni gli agrari, gli industriali e i nazionalisti, ai quali non manca certo la voglia di spazzar via i socialisti, ma ai quali fa difetto la decisione, la grinta e il coraggio fisico degli aderenti ai «Fasci di combattimento». Il dado è tratto. A Milano, nella sanguinosa giornata del 15 aprile 1919, è nato il fascismo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *