Perchè non parte mai nessun treno per visitare i Gulag sovietici?

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Il mese di Novembre si sta caratterizzando per i ricordi storici e le accese polemiche politiche. Si inizia con la caduta del Muro di Berlino, poi la polemica intorno alla senatrice a vita Liliana Segre per via della Commissione antiodio, che porta il suo nome, infine per la scorta che le hanno dovuto mettere per le minacce antisemita alla sua persona. Poi se per caso si voleva aggiungere i ricordi del 4 novembre della vittoria mutilata del 15-18, la cosiddetta “inutile strage” e perché no del 5 novembre anniversario della repressione della rivolta ungherese del 1956, il clima storico politico poteva diventare ancora più caldo, come si è potuto verificare la sera di lunedì 11 a “Quarta Repubblica” su Rete 4, dopo le dichiarazioni shock di Roberto Saviano, da Nicola Porro.

Ma un’altra polemica sta facendo discutere: mi riferisco alla decisione del Comune di Predappio in provincia di Forlì di non dare il contributo a due studenti per un viaggio ad Auschwitz. Apriti cielo, tutti addosso al sindaco, tra l’altro eletto in una lista di centrodestra e per giunta capo del comune dove è nato Benito Mussolini. «Finché quei treni non fermeranno anche vicino alle Foibe, ai gulag o al Muro di Berlino la nostra posizione rimane questa […] noi non diamo soldi a chi ha una visione solo parziale della storia». Peraltro il sindaco non può essere additato come nemico della shoah, perché ha dichiarato, «noi siamo i primi a reputare fondamentali i viaggi di istruzione ad Auschwitz, ma, ripeto, vogliamo che anche le altre disgrazie non vengano considerate da meno».

Qualcuno ha fatto notare al sindaco che il «Treno della Memoria» che ogni anno trasporta migliaia di studenti nel campo di concentramento nazista per permettere loro di conoscere da vicino gli orrori della Shoah fa un altro percorso, e lui ha precisato che si trattava di una « una metafora. Volevo dire che non ci sono morti di serie A e di serie B». (Intervista di M. Bilancioni, “Predappio, il sindaco Canali insiste. “No al viaggio ad Auschwitz”, in Il Resto del Carlino, 10.11.19)

Su questa faccenda, qualche giornalista si permette di ricamarci sopra con ironia, come fa Massimo Gramellini nel “Caffè” de Il Corriere della Sera: «Nessuno ha avuto il coraggio di avvertirlo che il convoglio non si ferma neppure sui campi di battaglia di Attila e Gengis Khan. E che qualcuno, forse un macchinista amico della Boldrini, ha deciso di saltare la fermata di Canne per non irritare i nipotini scafisti di Annibale». (M. Gramellini, “Da che parte sta Auschwitz”, 9.11.19)

Non conosco quali siano le vere finalità del sindaco, non credo che volesse risparmiare 370 euro, che è la quota del viaggio delle due studentesse che peraltro prontamente verrà infatti finanziata dall’associazione «GenerAzioni in Comune». Quel che è certo è che il primo cittadino Roberto Canali, ha toccato un “nervo scoperto” del grande apparato del partito del “politicamente corretto”, che detiene da decenni il potere mediatico, culturale, sociale, politico e storico del nostro Paese. Certamente a Canali bisogna riconoscere che ha avuto coraggio nello sfidare i tanti pasdaran della Storia ufficiale, epurata dagli incidenti di percorso del comunismo in tutte le salse.

Non è una novità che ci si lamenta che non viene dato il  giusto risalto “agli altri morti”, a quelli causati nel Novecento da tutti i comunismi. Non abbiamo nulla in contrario alle iniziative per ricordare l’olocausto degli ebrei e i crimini nazisti.

Ma una domanda sorge spontanea : perché non parte mai nessun treno per visitare i Gulag sovietici? O perché non partono treni verso l’Istria dove furono decine di migliaia gli italiani infoibati da Tito? Anche questi luoghi, dove sono stati massacrati milioni di uomini e donne, meriterebbero visite di scolaresche.

Le vittime del comunismo non sono degne di essere riconosciute?

E’ noto quante difficoltà ha avuto ed ha Giampaolo Pansa con i suoi libri sui massacri compiuti dai partigiani comunisti durante la cosiddetta Resistenza. Addirittura lo scrittore di Casale Monferrato, per evitare incidenti, ha deciso di non presentare più in pubblico i suoi libri per le minacce che regolarmente riceve dai vari “democratici” di turno. E poi dalle alte cariche dello Stato si viene a parlare di memoria condivisa…

Ma come si può condividere una memoria se ogni volta per poter esporre documenti e fatti riconosciuti, ci vogliono i carabinieri a tutelare la propria incolumità?

Benedetto XVI, parlando ai membri del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, diceva che oggi «il passato appare solo come uno sfondo buio, sul quale il presente e il futuro risplendono con ammiccanti promesse. A ciò è legata ancora l’utopia di un paradiso sulla terra, a dispetto del fatto che tale utopia si sia dimostrata fallace.

Tipico di questa mentalità è il disinteresse per la storia, che si traduce nell’emarginazione della storia. Dove sono attive queste forze ideologiche, la ricerca storica e l’insegnamento della storia all’università e nelle scuole di ogni livello e grado vengono trascurati. Ciò produce una società che, dimentica del proprio passato e quindi sprovvista di criteri acquisiti attraverso l’esperienza, non è più in grado di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi futuri. Tale società si presenta particolarmente vulnerabile alla manipolazione ideologica». (Benedetto XVI, discorso del 7.3.2008 Sala dei Papi).

Pertanto è nostro dovere raccontare la verità e soprattutto  non dovremmo perdere la memoria. Benedetto XVI faceva intendere che esiste tra i cosiddetti studiosi un’avanguardia che cerca di cancellare il passato. Del resto non è una novità, questo è già avvenuto sotto i regimi totalitari del Novecento.

Un ottimo strumento per non cancellare il passato è riproporre «Il costo umano del comunismo»; lo ha fatto qualche anno fa la D’Ettoris Editori, si tratta della traduzione italiana di tre documenti statunitensi, usciti negli anni ’70, (gli autori: Conquest, Walker, Eastland e Hosmer). Il testo è stato curato da Oscar Sanguinetti. Nell’introduzione Sanguinetti lamenta un grave disinteresse per i crimini del comunismo e scrive che «il repentino crollo del sistema comunista nei Paesi europei dell’Est e nella stessa Unione Sovietica, nonostante le crescenti conferme della natura criminogena dei ‘cessati regimi’ comunisti, nessuna istanza di diritto internazionale ha indagato, alla luce della coscienza umana e delle tavole di valori umani che tutt’ora vigono, anche se alquanto sbiaditi, nel mondo occidentale, sui pluridecennali abusi del movimento e dei regimi comunisti, né ha pronunciato una qualsiasi forma di condanna nei loro confronti, eventualmente comminando, come nei casi del nazionalsocialismo e dell’imperialismo giapponese, adeguate pene ai responsabili». Pertanto per Sanguinetti, mancando un tribunale internazionale, una condanna, una qualsiasi inchiesta, «i colpevoli di milioni di morti in Russia e altrove sono andati in pensione indisturbati e non di rado riveriti e temuti». Dunque rincara Sanguinetti: «Non solo non vi è stata alcuna Norimberga e nessun processo di Tokio, non solo nessun capestro è stato infilato al collo dei dirigenti comunisti per aver commesso crimini contro l’umanità su scala industriale, ma non vi è stato neppure il minimo riconoscimento di colpa o la più tenue ammenda collettivi».

Certo ci sono state delle lodevoli iniziative come “Il Libro nero del comunismo”, tra l’altro ad opera di privati, c’è stato il grande Vladimir Kostantinovic Bukowski, che ha pubblicato in Occidente migliaia di documenti, trafugati dagli archivi del KGB. Ma sono stati pochi quelli che hanno voluto veramente denunciare le malefatte degli apparati repressivi dell’immenso impero sovietico.

Recentemente, recensendo il libro «La vita in uno sguardo. Le vittime del grande terrore staliniano» di Marta dell’Asta e Lucetta Scaraffia, notavo che le scrittrici denunciano una certa indifferenza per la storia sovietica, addebitandola alla globalizzazione, agli interessi economici; anche loro lamentano la mancanza di un’esplicita condanna ufficiale del comunismo. Amaramente la Dell’Asta ammette che forse «i temi delle repressioni, del totalitarismo, hanno incominciato ad annoiare, a sembrare scontati e infine quasi indecorosi; di fronte alla vita che preme sempre più intensa e complessa, molti giudicano assurdo tirar fuori dall’armadio lo spaventapasseri di Stalin e agitarlo per spaventare e irritare i nuovi borghesi russi».

Tuttavia studiare il passato, la Storia, è importante, perché chi sbaglia storia sbaglia politica. La storia, diceva lo storico svizzero Johan von Muller, è un magazzino di esperienze per la politica. Del resto una società che ignora il proprio passato è priva di memoria storica. La perdita di memoria priva gli individui dell’identità. E una società senza identità è facilmente conquistabile.

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1 commento su “Perchè non parte mai nessun treno per visitare i Gulag sovietici?”

  1. Gaetano Fratangelo

    Il citato giornalista Massimo Gramellini che scrive sul “Corrierone” sfoggia la sua memoria storica sulle invasioni da Annibale in poi, peccato si sia dimenticato delle invasioni mussulmane dal nono secolo fino all’assedio di di Vienna. Nella sua velenosa ironia anti italiana avrebbero ben figurato ma ha pensato al politicamente corretto. Quale nipotino di Stalin pensi agli ottanta milioni di morti del comunismo ed alle malefatte di Togliatti, epigono degli anti italiani odierni. Come può esserci pacificazione nazionale con giornalisti dalla morale “partigiana”?

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