Quando una civiltà finisce

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Appena qualche decennio fa c’è stato chi ha tematizzato la crisi della modernità nel bel mezzo del venir meno di quelle ideologie che avevano segnato tragicamente l’intero ventesimo secolo.

Oggi invece avvertiamo un sentimento o presentimento ancora più ampio che coinvolge non un’ideologia, o più latamente le ideologie, e nemmeno la stessa modernità, ma un’intera civiltà. Qualcosa che ricorda vagamente la fine dell’Impero romano.

Perciò, non è più tanto di crisi che si parla, ma di decadenza, una decadenza che si misura nella senescenza della nostra civiltà occidentale, prima ancora che nei dati macro e microeconomici o negli indici demografici al ribasso. La crisi economica è, infatti, non più congiunturale, ma strutturale. Il crollo della natalità prefigura per il futuro un tracollo della popolazione europea che sembra irreversibile.

A fronte di tutto questo i nostri strumenti culturali risultano inadeguati. Siamo stati abituati, infatti, a considerare la storia come segnata da un necessario ed indefettibile progresso.

La concezione progressiva della storia è come la matrice culturale di tutti i movimenti di pensiero che dall’Illuminismo, e prima ancora dal Rinascimento, si sono succeduti fino ad oggi: idealismo, marxismo, liberalismo, positivismo etc.. Il progresso implica, per noi, quasi inderogabilmente l’identità tra melius e novum, tra il valore e la novità, e l’emancipazione dai vincoli di autorità del passato, dall’ignoranza e dalla soggezione morale, pare l’esito scontato di ogni corso storico.

Ma c’è un pensatore, isolato quanto geniale, che ha tematizzato la decadenza ancor prima e ha parlato di corsi e ricorsi della storia: Giambattista Vico.

La sua teoria si basa sull’analisi della storia dell’Impero romano.

La causa della caduta di una civiltà è chiaramente di natura spirituale: “la barbarie della riflessione” – egli la chiama. Nello sviluppo stesso agiscono forze disgregatrici, distruttive, fondate nell’essenza stessa della ragione, nei suoi limiti inevitabili, per cui all’Europa cristiana potrebbe capitare oggi la stessa sorte dell’antica Roma.

Avviene che ad un certo punto del corso storico l’uso della ragione, che ha portato allo sviluppo, evapora in un formalismo senza nerbo e sostanza, le forze e i legami che sostengono una civiltà declinano e così pure la fede.

Portatori di questa mentalità sono innanzitutto intellettuali che non credono più in alcuna verità e fanno puro sfoggio della ragione (i radical chic!). Essi diffondono lo scetticismo (oggi diremmo il nichilismo) unitamente ad una retorica pronta a difendere ogni causa, ma senza legame tra verità e giustizia.

Nella sua fase estrema la libertà stessa si corrompe nelle forme della schiavitù alle passioni, del lusso, della delicatezza, dell’avarizia, dell’invidia, della superbia e del fasto: sfrenata libertà dei popoli liberi, senza legame con la verità e con la responsabilità. Gli individui si muovono ormai come atomi in un moto vorticoso e disordinato. Sono sospettosi l’uno dell’altro. L’unico scopo è la soddisfazione dei propri capricci. Sono smarriti i più elementari sentimenti di convivenza.

Che cosa succede allora?

Vico indica tre diverse possibilità:

  1. il passaggio dalla democrazia alla monarchia, come già avvenuto nell’antica Roma all’epoca di Augusto, che avrebbe rinviato l’incombente declino di Roma, contenendo forze anarchiche centrifughe, con la trasformazione della repubblica in principato;
  2. la sottomissione ad un popolo più forte e migliore, come avvenuto sempre nell’antica Roma con le invasioni barbariche (e qui Vico sottilmente precisa che esso non è un fenomeno meramente esogeno, perché dipende piuttosto da un determinato sviluppo interno di un popolo, ormai viziato dal lusso, origine di quelle passioni che rendono l’uomo schiavo interiormente, preparandolo ad esserlo poi anche esteriormente);
  3. una ribarbarizzazione e riprimitivizzazione che distruggono tutte le conquiste spirituali, ma anche la barbarie della riflessione, facendo così riacquistare quella pietà e quella fede primitive che sono, a loro volta, i naturali fondamenti della giustizia.

 

Il ricorso della storia

Tutto questo dimostra che il corso della storia procede provvidenzialmente, ma non progressivamente. Esso è assimilabile al ciclo della vita, che, come conosce un inizio, così conosce una maturazione e una fine. Nulla è acquisito una volta per tutte. E’ sempre possibile ricadere nella barbarie, azzerando, per così dire, il cammino fatto. La storia “non è una galoppata senza possibilità di ristagni e di involuzioni; né la ragione è una forza destinata al trionfo” (Giovanni Reale).

In particolare, il ricorso si verifica quando una civiltà, che ha conosciuto la piena maturità, si isterilisce in sofisticate astruserie, quando, perduta la memoria del passato, le energie vive, che si collegano all’infanzia dello spirito, si esauriscono. Prevalendo la presunzione di progettare la storia a misura puramente umana, s’inverte allora il corso che indirizza alla verità, alla giustizia, al rispetto della sacralità della vita, e il bene comune viene sostituito dal capriccio individuale. 

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