Referendum. Siamo elettori o tricoteuses?

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

.

Perché voteremo NO.

Se veramente si vuole dare un segnale morale, allora bisogna ridurre i compensi dei parlamentari. Ridurre il numero di deputati e senatori è un oltraggio al popolo (in teoria sovrano…), che sarà meno rappresentato. E potrebbe essere l’anticamera per ulteriori riduzioni. In ogni caso, la politica del risentimento non risolve nulla.

 

È curioso: ci si lamenta, giustamente, di dover sopportare un governo che, oltre che essere composto di buffoni, non è rappresentativo della maggioranza reale che c’è – non da oggi – in Italia, però nel contempo si vuole diminuire il numero dei parlamentari, che rappresentano, piaccia o meno, l’ultimo baluardo contro lo strapotere dell’esecutivo e soprattutto delle forze esterne, economiche e mondialiste, che tirano i fili delle marionette al governo.

Eliminiamo subito, per favore, il discorso sul “risparmio”. È vero che anche un centesimo risparmiato è una buona cosa, però sul bilancio complessivo dello Stato (e quindi sulle nostre tasche) la prospettata riduzione del numero dei parlamentari porterebbe a una minor spesa così irrilevante in termini percentuali, da essere ridicola.

Se veramente si vuole fare un discorso serio sul risparmio nella spesa pubblica, bisogna avviare un enorme programma di riforme, perché lo spreco si trova a tutti i livelli, a partire dagli stipendi assurdi percepiti da personale esecutivo della Camera o del Senato; e che dire delle spese delle Regioni? E di quegli enti di dubbia utilità che sono le Province? E che dire dei super compensi dei cosiddetti “manager pubblici”. E tutti i privilegi connessi a questa o a quella carica… insomma, c’è da lavorare, tanto e seriamente, se si vuole davvero ridurre in modo significativo la spesa pubblica.

Un buon segnale sarebbe, senza dubbio, quello di partire proprio da una riduzione dei compensi ai parlamentari, perché è senza dubbio scandaloso che un deputato o un senatore porti a casa in un mese una somma che un pensionato non vede in un anno. Potrebbe essere il punto di partenza per un serio lavoro di riduzione di spesa pubblica a tutti i livelli, mantenendo ai parlamentari un compenso dignitoso, che permetta loro di adempiere serenamente ai doveri del mandato, senza essere quello che un tempo si usava definire “uno schiaffo alla miseria”…

Invece prendere la scure e ridurre i parlamentari non risolve nulla; se mi è consentito un ragionamento un po’ pedestre, cosa ci garantisce che una diminuzione del numero comporti un aumento della qualità? E in ogni caso, soffermiamoci un attimo su alcuni punti:

  • Curiosamente, non è prevista l’eliminazione di quel residuo antistorico che sono i “Senatori a vita”. Riducendo il numero di senatori (che passerebbero da 315 a 200), i cinque senatori a vita potranno più facilmente essere determinanti nelle votazioni e nella fiducia al governo. E i senatori a vita sono solo e unicamente espressione del potere, non certo rappresentanti del popolo.
  • Lo stesso dicasi per gli ex-presidenti della repubblica, senatori a vita “di diritto”.
  • Oppure, si potrebbero mantenere i senatori a vita, ma senza diritto di voto. Così, pur facendo finta di credere alla balla dei personaggi che “hanno illustrato la Patria per alti meriti bla bla bla”, si impedirebbe loro di far danni.
  • Diminuendo il numero dei parlamentari (le nuove camere sarebbero composte di 400 deputati e 200 senatori + i senatori a vita) i cittadini sarebbero meno rappresentati (è una questione matematica). Se diminuisce il potere effettivo del Parlamento, aumenta quello dell’Esecutivo, visto che il primo deve (almeno in teoria) controllare l’operato del secondo. Diminuendo il numero dei parlamentari, quelli restanti tenderanno sempre più a essere solo gli “yes-man” delle direttive di partito.
  • Inoltre, i partiti minori sarebbero ancora di più a rischio di sparizione.

E, per chiudere, riprendiamo il titolo: “Siamo elettori o tricoteuses?”.

Le tricoteuses, come i nostri lettori ricorderanno, erano quelle brave donne parigine che, ai tempi della Rivoluzione Francese, passavano il loro tempo sedute attorno alla ghigliottina, per avere la soddisfazione (!…) di vedere uccisi gli odiati nobili. Erano chiamate “tricoteuses” perché, conservando le sane abitudini acquisite in gioventù, avevano sempre in mano il lavoro a maglia (“tricot”).

Erano animate da sacra sete di giustizia? Conoscevano i crimini di quanti venivano ghigliottinati? No, erano semplicemente l’espressione di uno dei peggiori sentimenti umani, l’invidia. Erano le persone gonfie di odio, che si vendicavano contro una “casta” di privilegiati, né interessava loro sapere se nella “casta” ci fossero o meno persone perbene. Sentivano arrivato il momento della loro vendetta. Una ben misera e miserabile soddisfazione, quella del pezzente che resta pezzente, ma si consola perché vede accoppati i ricchi.

La proposta di taglio del numero dei parlamentari si nutre in buona parte di questo pessimo sentimento, l’invidia. È vero, i parlamentari hanno fatto di tutto per rendersi invisi, auto-attribuendosi privilegi e compensi eccessivi. Ma non è odiando la “casta” che si risolve nulla, perché il punto d’arrivo dell’odio sarà l’abolizione totale dei parlamentari, la fine della rappresentanza popolare, la morte di quel poco di libertà che ancora ci resta.

Non è lecito combattere contro una “casta”, come non si combatte contro una razza, un sesso, una categoria. Le responsabilità sono individuali, non di gruppi più o meno definiti.

Se vogliamo restare civili, e non del tutto schiavi, impariamo a distinguere, anche nelle cosiddette “caste”, il grano dal loglio. Ci sono, anche tra i politici, i farabutti e le persone oneste. E non diamo ascolto ai pifferai di Hamelin, che ci gabellano per libertà il loro progetto di eliminazione della rappresentanza popolare.

E Dio salvi l’Italia

Condividi questo articolo:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email
Condividi su print
Print

Lascia un commento:

1 commento su “Referendum. Siamo elettori o tricoteuses?”

  1. Gianni Giansiracusa

    Francia,Spagna, Inghilterra x citare nazioni a noi simili x numero di parlamentari, ma anche la Germania con 80 mln di persone, gli stessi USA e mi fermo perche’ 3/4 di mondo ha meno parlamentari dell’Italia, hanno forse deficit di democrazia rappresentata? Non mi risulta! Eppure tutti hanno meno parlamentari di noi, strano no? Se e’ la qualita’ che conta e non il numero allora 600 bastano e avanzano. Mentre se abbiamo solo degli yes men
    saranno troppi pure 600 invece che 945. Quanto a considerare il SI animato da invidia correggo dicendo che si tratta piuttosto di pena e commiserazione perche’ di nobile e onorevole da invidiare c’e’ ben poco . Non solo e’ lecito ma anche doveroso combattere cio’ che si ritiene ingiusto per non diventarne complice. Se il campo si riduce loglio si confonde meno col grano. O
    davvero crediamo che loglio sia capace di ridursi il suo foraggio? Ovvio che il campo e’ da riseminare…Ovvio che il SI non risolve ma il NO neanche aiuta… Atroce…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti alla nostra newsletter

Ogni settimana riceverai i nostri aggiornamenti e nulla di più.

Torna su