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I recenti scontri diplomatici tra Italia e Francia hanno riportato l’attenzione sulle insorgenze antinapoleoniche italiane di fine Settecento, definite «la prima guerra civile dell’Italia contemporanea». Ma solitamente esse vengono riferite alle regioni del Nord, e in particolare alla Lombardia, alla Liguria e alla Toscana, dove veri e propri eserciti popolari si formarono per contrastare la violenza dei «liberatori» (o forse sarebbe meglio dire degli «invasori») francesi. E’ un fatto storico, però, che l’unica insorgenza che riuscì a sconfiggere le truppe di Napoleone fu quella di Napoli del 1799.

Furono infatti i «sanfedisti» (così chiamati perché facenti parte dell’«Esercito della Santa Fede») a battere sul campo, dopo ben quattro mesi di duri scontri, l’Armata francese comandata dal generale Jean-Etienne Championnet che nel novembre 1798 aveva invaso il Regno di Napoli e conquistato la capitale dopo tre giorni di accanita resistenza, con centinaia di morti.

Va sottolineato come, ad opporsi all’esercito francese, non furono soltanto le truppe del re Ferdinando IV di Borbone, ma anche il popolino dei vecchi quartieri di Napoli, i cosiddetti «lazzari», che mal digerivano la propaganda rivoluzionaria di coloro che si autodefinivano «patrioti». Questi erano infatti soprattutto esponenti di una aristocrazia e di una alta borghesia che rifiutavano la tradizione popolare cattolica e sognavano di imitare gli eccessi della rivoluzione francese.

I «lazzari» trovarono ben presto la conferma del loro giudizio nel comportamento dei «patrioti» seguìto alla conquista di Napoli: salotti, festini, apparenza, chiacchiere. Ma nulla di concreto a favore delle classi meno abbienti. Il che fomentò la formazione di focolai di resistenza sulle alture del Vesuvio e negli angiporti fino al 21 gennaio 1799, giorno in cui il generale Championnet e i suoi fans locali – tra i quali il duca Francesco Caracciolo e la scrittrice Eleonora Fonseca Pimentel – proclamarono la Repubblica Napoletana.

Ferdinando IV si era rifugiato a Palermo e qui diede i pieni poteri, per affrontare e sconfiggere l’Armata francese e abolire la Repubblica, al cardinale Fabrizio Ruffo, duca di San Lucido (1744-1827). Era un prelato, ma era soprattutto un vero capo militare, esperto di tattica e strategia. Radunati attorno a sé i soldati che avevano seguìto il re a Palermo, e un gruppo di volontari capeggiati da Michele Pezza (Fra’ Diavolo), sbarcò in Calabria l’8 febbraio 1799 sventolando una grande bandiera di seta bianca con lo stemma reale su un lato e una croce sull’altro con la scritta “In hoc signo vinces”.

Centinaia di volontari accorsero ai suoi comandi: sacerdoti e proprietari terrieri, ma anche artigiani, contadini e braccianti. Le armi vennero fornite dagli armigeri delle famiglie nobili e dai militi delle Corti di Giustizia (in pratica, la polizia del Regno). Ruffo si rivelò ben presto uno straordinario condottiero: intransigente verso i predatori e i violenti, impose sia una ferrea disciplina militare, sia direttive cavalleresche che prevedevano il rispetto per il nemico che si arrendeva.

Dopo mesi di duri combattimenti, l’Armata entrò a Napoli. Subito esplosero, nei confronti degli sconfitti, ovvero di coloro che avevano appoggiato i francesi, la ritorsione e l’odio da parte della popolazione. Ruffo cercò in ogni modo di porvi un argine. Non voleva che scorresse il sangue dei vinti. Ma l’ammiraglio inglese Horatio Nelson, che era stato inviato in appoggio dell’Armata Ruffo dal re di Napoli, respinse ogni invito alla moderazione e favorì sanguinosi episodi di ferocia. Una Corte d’Assise straordinaria, convocata contro il parere di Ruffo, condannò a morte i personaggi più in vista della città, che avevano dato la loro adesione alla Repubblica Partenopea. Furono così impiccati il duca Francesco Caracciolo, ammiraglio che aveva tradito il suo re, e la scrittrice Eleonora Fonseca Pimentel, nota per le sue posizioni antimonarchiche, tanto che era stata già arrestata un anno prima, ma poi liberata all’arrivo di Championnet. Assieme a loro, salirono sulla forca Mario Francesco Pagano, di Potenza, giurista e autore del progetto di Costituzione della Repubblica Partenopea, e il medico Domenico Cirillo, che aveva presieduto il Parlamento della effimera Repubblica.

La storiografia dibatte ancora sulle ragioni della sconfitta dei repubblicani: il “popolino” napoletano e, più in genere, del Sud, si mobilitò per reazione allo straniero invasore, o non piuttosto contro i princìpii della rivoluzione? Non va dimenticato che Benedetto Croce, nella sua celebre “Storia del Regno di Napoli”, idealizzò i giacobini partenopei definendoli “la nuova aristocrazia dell’intelletto e dell’animo”. E’ però un fatto che quei princìpii cozzavano contro la tradizione religiosa del popolo, contro la fede degli avi. E questo sentimento, tipicamente tradizionalista e reazionario, fu alla base delle vittorie del cardinale Ruffo. Del resto, la figura di riferimento dei «lazzari» e del cardinale Ruffo era S. Alfonso Maria de’ Liguori, morto 91enne nel 1787, così come San Luigi Maria Grignon de Montfort era stato, in Francia, l’ispiratore della controrivoluzione vandeana.

1 commento su “Ricordo dei Sanfedisti, gli unici che sconfissero Napoleone”

  1. Carla D'Agostino Ungaretti

    E’ la dimostrazione che i radical chic sono sempre esistiti: i ricchi, colti e sussiegosi intellettuali che si proclamano tanto democratici e amici del popolo tenendosi però ben stretti i loro privilegi ai quali non rinuncerebbero mai. I moderni, invece, sono pronti a cambiare casacca non appena il vento cambia direzione. Quelli hanno pagato a caro prezzo la loro ideologia e perciò meritano pietà e rispetto; questi non corrono neppure questo rischio e sono continuamente ammirati dalle anime belle, loro followers.

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