Ricordi di chi ha conosciuto personalmente Don Giussani e ha conosciuto personalmente Gioventù Studentesca e poi Comunione e Liberazione. Non pretendo che le mie parole siano vangelo… però, almeno, parlo per conoscenza diretta di persone e di fatti.

 

 

In questi ultimi mesi, anche sulla scia della vicenda giudiziaria di Roberto Formigoni, si sono moltiplicati gli interventi critici su Comunione e Liberazione e su Don Luigi Giussani. Non pretendo qui di fare un’analisi completa e approfondita sul “fenomeno” CL e su Don Giussani. Un’analisi di questo tipo merita più spazio e a breve pubblicheremo una serie di articoli in merito. Voglio semplicemente portare la mia testimonianza perché ho conosciuto personalmente Don Giussani e sono stato impegnato per diversi anni, da studente liceale e universitario, nel movimento che allora si chiamava “Gioventù Studentesca”.

Voglio dire due parole perché mi addolora molto vedere gratuitamente strapazzato un uomo che ha dato letteralmente la vita per la Chiesa e per la gioventù e altrettanto mi addolora vedere come sia difficile, per alcuni, saper distinguere, in una realtà grande e complessa come Comunione e Liberazione, il grano dal loglio.

Partiamo da Comunione e Liberazione. Chi negli anni scorsi ha avuto l’eroica pazienza di seguirmi su Riscossa Cristiana, sa bene che sono stato tra i primi a criticare certe sciagurate scelte della dirigenza ciellina, dalla presenza di una Emma Bonino durante la presentazione del Meeting di Rimini, alla piaggeria verso i potenti di turno, alle troppe compromissioni politiche che nulla avevano a che fare con un movimento che si definiva e si definisce “ecclesiale”.

Una soddisfazione mi derivò da quegli articoli di critica: mi scrissero non pochi ciellini (e alcuni di questi ebbi poi occasione di incontrare personalmente) per ringraziarmi, perché avevo dato voce a tanti dubbi che li tormentavano e non l’avevo fatto solo per demolire, ma e soprattutto con la preoccupazione che un Movimento che tanto aveva fatto per la Chiesa in passato, ritrovasse la sua anima.

Entrai in Gioventù Studentesca nell’ormai lontanissimo ottobre 1962. Ero uno sbarbato, non ancora quattordicenne, studente di prima liceo al Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano. Negli anni del Liceo continuai a frequentare Gioventù Studentesca, a partecipare alle riunioni settimanali (le chiamavamo “raggi”) e alle diverse iniziative proposte (incontri, gite, vacanze ecc.). In quint’anno di Liceo ero responsabile (“capo-raggio”) del gruppo di Gioventù Studentesca al Liceo Leonardo.

Superai la maturità nell’estate del 1968 (ultimo anno della “vecchia” maturità – quattro esami scritti e otto orali, su tutto il programma del liceo – quella in cui per essere promossi bisognava studiare e studiare e studiare) e mi iscrissi alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano. Durante i primi tre anni di università mi impegnai ancora in Gioventù Studentesca, di cui curai l’amministrazione e l’organizzazione. Nell’ultimo anno non mi impegnai più direttamente in alcuna attività perché non approvavo la deriva più o meno “politica” che il movimento stava prendendo, con quella che era, almeno a mio avviso, solo una gran confusione e un tentativo inutile e dannoso di cavalcare in ritardo il cosiddetto sessantotto.

Scusatemi se ho annoiato con questi ricordi. Ho rievocato il passato solo per sottolineare che parlo di cose che ho visto e vissuto, non di cui ho solo sentito parlare.

A metà degli anni cinquanta, quando Don Giussani iniziò a riunire i primi gruppetti di studenti al Liceo Classico Berchet di Milano, la presenza cattolica nelle scuole e nella società era tanto massiccia quanto puramente formale. Erano gli anni in cui ancora le chiese si riempivano alla Messa della domenica, in cui nessuno avrebbe fatto stravaganti richieste di rimuovere il Crocifisso dalle aule scolastiche, o simili altre sciocchezze. Ma era una società “cristiana” di facciata, in cui si stavano spegnendo l’anima e la fede. Don Giussani avvertì bene questa situazione e si impegnò a ricostruire nei giovani la coscienza della tradizione, l’amore per Cristo, che doveva ridare bellezza e gusto alla vita, che doveva determinare anche le scelte pratiche e quotidiane.

Ricordo che quando io ero un ragazzino l’oratorio era un luogo in cui andare a giocare un po’ la domenica, a far passare qualche ora, per ritornare poi nella solitudine di sempre dal lunedì al sabato. Rimasi affascinato dall’ambiente di Gioventù Studentesca proprio perché mi veniva proposto di vivere una fede profonda, totale, che desse gusto e senso alla mia vita e alle mie amicizie.

Con gli anni tutto divenne più difficile. La tempesta del sessantotto oscurò le menti di tanti e mise alla prova la fede di tutti. E fece purtroppo molte vittime. Nel 1969 Gioventù Studentesca era ridotta a meno di un terzo di aderenti. L’assistente diocesano, Don Vanni Padovani, era stato allontanato dalla Curia. Don Giussani restava per molti, e anche per me, un riferimento sicuro, anche se ufficialmente non ricopriva alcun incarico in Gioventù Studentesca.

Nell’autunno 1969 uscì per la prima volta un volantino con la firma “Comunione e Liberazione”; era un volantino molto confuso, in cui si voleva fare chissà quale analisi “politica” su quello che era un tristissimo evento criminale: l’uccisione in via Larga, a Milano, di Antonio Annarumma, guardia di Pubblica Sicurezza (così si chiamavano allora gli agenti di Polizia con status militare), nel corso di tumulti di piazza, che in quegli anni erano un pane quasi quotidiano.

Gioventù Studentesca e la nascente Comunione e Liberazione restarono due realtà distinte ancora per qualche anno. Nel 1972/73, quando lasciai definitivamente Gioventù Studentesca, quest’ultima era ormai, de facto, assorbita in Comunione e Liberazione.

Le derive politiche ed economiche di CL le conosciamo tutti e spesso ne conosciamo troppo, comprese le fantasie. Ad esempio, la Compagnia delle Opere è stata più volte indicata come una specie di potentato economico-finanziario, forse sopravvalutando le capacità di chi la dirigeva… Purtroppo, quello che pochi conoscono, e forse molti non vogliono neanche conoscere, è la miriade di opere buone, di iniziative valide, in difesa della vita, della famiglia, degli anziani, eccetera che sono nate e prosperate nel “giro” ciellino.

Realtà come “Fondazione Moscati”, “Famiglie per l’accoglienza”, “Fondazione Maddalena Grassi”, lo stesso “Banco Alimentare”, e tante altre, dovrebbero essere meglio conosciute da chi, partendo da una critica più che doverosa sulle derive politiche di CL, fa d’ogni erba un fascio, non sapendo (o non volendo sapere) che ci sono tantissime brave persone che si impegnano con anima e corpo in queste iniziative che, comunque, fanno del bene che tanti altri non fanno. E anche per doveroso rispetto verso queste persone, ho spesso criticato la dirigenza ciellina e le sue strambe scelte. Ma critiche che non sputavano acido sull’avversario…

Ora, so bene che non mancheranno persone dotte (?) che mi parleranno di derive teologiche di CL e dello stesso Don Giussani, eccetera. Non entro in argomento, anche perché tra i miei mille difetti non ho quello di volermi improvvisare ciò che non sono. Non sono un teologo, anche se vedo che ci sono molti teologi, alcuni forse un po’ improvvisati, che vedono modernisti ed eretici vari dappertutto. Non voglio giudicare la “teologia ciellina”, ammesso e non concesso che esista. Quando leggo gli sperticati elogi di Bergoglio sulle pubblicazioni di CL mi vengono un po’ di disturbi gastrici, soprattutto perché queste mi sembrano pure e semplici manifestazioni di quella malattia nazionale che è la piaggeria. Mi accontento della mia fede di povero peccatore, affezionato alla Tradizione, e non voglio approfondire troppo le cose che non saprei trattare. Di certo però posso ribadire che CL non è una realtà “da buttare”. È una realtà da cui è nato del buono, che va salvato, lasciando per la loro strada i profittatori, i politicanti, i carrieristi, che purtroppo non mancano.

Non mancano. Ma non c’entrano nulla con Don Giussani.

E veniamo a parlare di lui, di Don Luigi Giussani. In tanti, in troppi, sono oggi pronti a sparare su Don Giussani. Ma lo conoscevano realmente? Per ragioni anagrafiche, gli ultimi fieri critici che ho letto non lo conoscevano certamente e la superficialità di certe critiche mi fa supporre che non si siano preoccupati più di tanto di capire l’uomo, il sacerdote Don Luigi Giussani. Sparare è molto più semplice; soprattutto su un morto.

Quando ero un ventenne di belle speranze, studente universitario, andavo spesso a trovare Don Giussani, che allora viveva in un micro-appartamento in via Martinengo, a Milano. Al piano di sopra, in un altro micro-appartamento, viveva padre Romano Scalfi, il fondatore di Russia Cristiana, altra figura purtroppo poco o punto conosciuta dai novelli cavalieri dalla spada fiammeggiante.

Quando arrivavo, Don Giussani chiamava, con la sua voce dolce come quelle di Louis Armstrong e di Sandro Ciotti messe assieme, Padre Scalfi per prendere il the assieme. E poiché Padre Scalfi stava al piano di sopra, il richiamo era: “Superiore!”.

E poi si parlava assieme, ed era un piacere ascoltare quest’uomo affascinante (ripeto: affascinante) che parlava della Chiesa, di Nostro Signore, trasmettendo una Fede piena, totale, e insegnando con chiarezza la fedeltà alla Tradizione, l’unicità della Fede cattolica, la bellezza della vita cristiana.

Tanto era difficile nei suoi scritti, quanto era chiaro e diretto nelle parole. E soprattutto, direi, trasmetteva la Fede che lo animava, con la naturalezza che sanno avere solo i puri di cuore.

Chi oggi si perde in facili critiche, consideri che Don Giussani parlava e predicava decenni fa, quando certe paurose derive di fede e di morale erano ancora impensabili. Sarebbe inutile cercare, per fare un esempio, una critica diretta e precisa di Don Giussani contro l’omosessualismo, per il semplice motivo che questo sconcio ancora non si era manifestato. O una critica contro il sincretismo, perché nemmeno la mente con più macabra fantasia avrebbe pensato a un Papa (?) che benedice Lutero e la sua eresia.

Perché allora il sessantotto riuscì a sconquassare Gioventù Studentesca? Certo, ci furono anche le colpe di Don Giussani e, se questa può essere considerata una colpa, ci fu la fiducia totale che lui dava agli amici, molti dei quali usarono di questa fiducia o per loro tornaconto o per alimentare la nebbia che avevano in testa e che avrebbe portato tanti giovani di Gioventù Studentesca a perdersi – a volte anche tragicamente – in avventure politiche di stampo marxista.

Gioventù Studentesca era diventata, con gli anni, troppo grande e sempre meno controllabile. Ricordo che comunità come quelle della Romagna avevano poche idee, ma ben confuse, come un gruppo (se ben ricordo di Reggio Emilia) che nella sala per riunioni aveva appeso un manifesto di Che Guevara. Non ricordo se ci fosse il Crocifisso…

Gioventù Studentesca uscì dal sessantotto con le ossa rotte, e certo anche Giussani aveva le sue responsabilità. L’ingenuità, di cui dicevo sopra (fu anche truffato da più di un profittatore che si scopriva “grande convertito” quando aveva necessità di quattrini… potrei raccontarne di cose, lasciamo perdere) non gli fu certo d’aiuto per guidare un movimento che era cresciuto troppo. E poi Comunione e Liberazione sarebbe diventata un fenomeno a livello planetario, come ben sappiamo.

Già negli anni ottanta Don Giussani si trovò a un penoso bivio: poteva sconfessare pubblicamente le troppe derive social-politico-confusionarie che erano nate in seno al movimento, o tentare di correggerle dall’interno. Parlo di cose che ho visto e udito direttamente. Iniziative pasticciate come il “Movimento Popolare”, che voleva essere il gran laboratorio ciellino della politica, portarono anche a richiami da parte di Giovanni Paolo II.

Don Giussani sbagliò non sapendo o non volendo correggere con decisione la rotta? Col senno di poi, possiamo dire che sbagliò. Con i ricordi ben vivi del periodo, mi sento di dire che fu tormentato, poi sempre più ampiamente usato come “icona”. Non voglio dire che in Comunione e Liberazione ci fu un “colpo di stato”, mantenendo Don Giussani in un ruolo di guida sempre più puramente simbolica, ma poco ci manca. Poi, a partire dal 2001, quando si ammalò gravemente, fino alla sua morte (22 febbraio 2005) fu sempre più e quasi unicamente un’icona. Di una figura scialba come il successore, Don Carron, non vale nemmeno la pena parlare; ma spero che in un futuro non troppo lontano qualcuno sia in grado di spiegare perché non fu possibile mettere al timone di CL Mons. Luigi Negri. Sarebbe stata la scelta più ovvia, ma forse ciò fu impedito non certo da Don Giussani, ormai bloccato dalla malattia, ma da tanti che non perdonavano a Negri il carattere deciso e la Fede indiscutibile.

Insomma, non so se Don Giussani sia stato un santo; anche lui ha fatto i suoi errori (come tutti), ma voglio ribadire che a noi, giovani in quegli anni sessanta e settanta, aveva insegnato la fedeltà alla Tradizione, l’amore per Cristo e per la Sua Chiesa. E vorrei invitare i facili e spesso acidi critici a cercare di conoscere un po’ meglio questo sacerdote, magari fidandosi di chi l’ha conosciuto di persona e ne ha avvertito, anche fisicamente (non esagero) l’appassionato amore per Cristo e la grande carità, mai disgiunti dalla precisone dottrinale. Don Giussani visse a cavallo dei più grandi sconvolgimenti della Storia (nato nel 1922, morto nel 2005…) e forse non seppe far fronte a tutto ciò che accadde. Vorrei vedere come si sarebbero comportati oggi i facili critici un po’ salottieri. In questi sconvolgimenti ebbe sempre e solo una guida: la sua fede. E fece degli errori: era un essere umano anche lui.

Oggi io credo che il modo migliore per rispettarlo sarebbe quello, almeno, di non associarlo maliziosamente a tanti pasticci in cui si sono infilati – purtroppo – tanti personaggi provenienti da Comunione e Liberazione, che hanno preso ad amare il mondo e gli onori mondani. O che sono semplicemente confusi. Non è il primo padre di cui alcuni figli degeneri rovinano il nome. Non sarà l’ultimo.

E credo che sarebbe opportuno frenare un andazzo: la critica si fa acida, cattiva. Non si vuole conoscere, capire, eventualmente correggere. No, prima si spara e poi si chiede “Chi va là?”. E si emettono giudizi inappellabili, con una sicumera fuori luogo. Attenzione: così si comportava, tanto per fare un esempio, anche Lotta Continua nei confronti del compianto commissario Calabresi.

La gravità del momento è tale che sarebbe necessario comportarsi non come i famosi capponi di Renzo, ma piuttosto cercare un’unità tra chi ancora difende la Fede cattolica. E si impone, anche e soprattutto, una moltiplicazione delle preghiere, perché, dovremmo rendercene conto, con le sole nostre forze non usciremo più dal disastro in cui tutti siamo immersi.

Che il Signore ci aiuti.

6 commenti su “Ricordo di Don Luigi Giussani e di Gioventù Studentesca”

  1. Alberto Speroni

    sottoscrivo tutto: partecipazione diretta,delicatezza e discernimento sono ottimi timoni nel giudizio !…da ex poi condivido proprio !

  2. carlo galbiati

    Grazie Paolo del tuo scritto che chi ha conosciuto veramente Don Giussani non può non condividere.

    Ciao.

    Carlo Galbiati

  3. Sottoscrivo tutto, da grande ammiratore di Don Giussani ed ex-frequentatore di una CL ormai improponibile (per chi ha la vera Fede nella unica Santa Chiesa Cattolica e Apostolica Romana).

    1. Carla D'Agostino Ungaretti

      Grazie, caro Direttore, di questo splendido ricordo di don Giussani! Che però, se da un lato mi ha confortato e incoraggiato, dall’altro ha aumentato il mio rammarico e il mio rimpianto per non averlo conosciuto personalmente. I quattro anni in cui io frequentai da giovane CL non sono stati anni spiritualmente perduti, perché anche se in quel periodo non mi sembra che lui sia mai venuto a Roma, tuttavia il suoinsegnamento ha prodotto ugualmente buoni frutti. Hai ragione: lui non poteva prevedere il degrado della Chiesa che si verifica oggi, ma possiamo sperare che ora, mentre egli vede Dio “faccia a faccia”, preghi per quella Chiesa alla quale ha dedicato la vita e Dio non potrà ignorare una preghiera così conforme all’avvento del Suo Regno.

    2. Cl ha avuto uno scopo grandissimo, la fede in Cristo come esperienza totalizzante, quindi capace di investire tutti gli ambiti della vita e della società, fino alla politica, questo fu il movimento popolare.. Il rischio anzi la crrtezza è che eventuali errori vengano usati per eliminare la natura totalizzante del fatto cristiano.

  4. sono commossa nel leggere questo ricordo del Gius (come lo chiamavamo affettuosamente) . Ho rivissuto tutta la mia giovinezza, i momenti fondanti del mio essere. In questo attuale appiattimento della società in cui anch’io spesso rimango invischiata, la grande compagnia di CL, malgrado tutto, mi fa ritrovare la forza perchè l’esperienza educativa di gioventù studentesca e di ciò che ne è seguito non diventi fiaccola sotto il moggio nel mio cuore, ma fiamma viva.

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