Rievocazione di Ettore Cozzani

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Chi ricorda questo scrittore potente, roccioso e umano, poeta nella sua prosa ricca e incisiva, in una narrativa che ci fa partecipi degli ambienti come delle vicende con efficacia immediata e sincera, compiendo affreschi di vita autentica? Chi rende omaggio ai contenuti ideali dei suoi romanzi, pregni di sapienza esistenziale e sociale? Chi apprezza ancora i loro protagonisti positivi, con i quali si risolve al meglio l’avventura terrena attraverso il personale travaglio, con i quali si distruggono, sulla condizione umana, sia il pessimismo che l’illusione ottimista, la condanna alla miseria morale e la falsità?

Ultimamente, nella sua terra d’origine, da lui amata e illustrata, qualcuno ha tentato una sua riesumazione, una sorta di riabilitazione a prezzo di qualche bugia; poiché egli non solo abbracciò concezioni appartenenti al fascismo (mai abiurate), ma non negò ad esso il suo consenso. Il riconoscimento prestato al concittadino resta comunque tardivo e parziale, disperso nella vasta dimenticanza, negato dalla denigrazione degli addetti ai lavori di critica letteraria: nei repertori specifici da cui non è stato possibile eliminarlo.

Lo stile del Cozzani, pur essenziale, presenta una menda; ciò va riconosciuto. È un neo dovuto al temperamento e non a compiacimenti retorici. Quasi con rammarico si riscontrano accentuazioni evitabili, che i detrattori tacciano, a torto, di enfasi ottocentesca, e vi si appigliano per inficiare tutta un’opera grande. Il sentimento di tale grandezza, d’una costruzione robusta, compiuta, persuasiva, obbliga ad accettare il lavoro, rigettandone una qualsiasi bocciatura, a ringraziare di aver potuto godere di esso, di non averlo perduto.

Prima di presentare a sufficienza autore e opere, devo porre un’altra avvertenza. Essendo un estimatore di Giovanni Pascoli, in particolare, dell’interpretazione pascoliana di Dante politico e teologo, Cozzani, pur rispettoso della nostra Religione, omette l’eterodossia del Poeta romagnolo, cui si contrappone l’ortodossia dantesca (confermata da Benedetto XV con l’Enciclica In Praeclara Summorm).

Cito alcune note sul pensiero di Pascoli, contenute nel IV volume della monografia (1937) a lui dedicata dal Cozzani, suo antico alunno all’Università di Pisa.

“Noi attraversiamo un periodo in cui, non ostante la superba eruzione di potenze storiche che drammatizza la vita, la letteratura è minacciata dal più grave dei pericoli, quello di diventare formalismo, tecnicismo, sensualismo, esteriorità. L’idea pascoliana disperde questo pericolo, perché riafferma la necessità – per l’opera d’arte, d’essere unità e totalità di spirito e di forme – e per l’artista, di vivere e trasfigurare in bellezza la fede, il pensiero, la volontà dei suoi tempi, della sua terra, della sua razza, chiamando i millenni a testimonianza della missione del proprio popolo, e schiudendo ad esso la visione del suo avvenire sull’orizzonte del destino universale.

“Noi ci accorgiamo che tutto intorno a noi e in noi stessi si prepara ed è già in atto una vera palingenesi umana, nella quale lo scetticismo, la materialità, la prepotenza delle nude leggi fisiche, dei valori economici, delle abilità ed esperienze organizzative, tentano di violentare le forze morali, imponendosi come sola potenza creatrice, organizzatrice e dominatrice del cosmo umano.

“L’interpretazione pascoliana della Commedia insorge; illuminando in tutte le coscienze la più alta delle verità: che la vita tende a sublimarsi nell’ideale, liberando alla lotta tutte le forze spirituali; e la civiltà, per quanto aspra e sanguinosa e scoraggiante d’arresti e di cadute sia la strada, tende a diventare nella giustizia e nella pace, ordinata, feconda e lieta.

“Ed è forse destino che questa nuova apparizione di Dante ci si chiarisca proprio mentre l’Italia, animata da un impeto di fede messianica, e tutta intenta a rimettere sul loro piano gerarchico le forze spirituali, in piena armonia con le forze materiali, attua la sua rivoluzione; e lavora a creare le moderne leggi della convivenza umana basate su tutte le più audaci conquiste della giustizia sociale e civile, che son l’avvenire, e sul concetto d’una universalità cattolica e imperiale che è il passato ancor vivo e vitale”.

“Nel ‘buon Barbarossa’ Dante non vede il nemico dell’indipendenza italica, ma il rappresentante dell’Impero, a quindi in Milano non la antesignana della libertà nazionale, ma la ribelle a Roma e alla missione di Roma”.

“Dante, di fronte al disordine delle vita comunale […] lancia un allarme: ‘Se non ci sarà ordine, nella pace, e per mezzo della giustizia, ordine che non può essere ricondotto in terra che dall’Impero, la vita tempestosa, riempiendo ed eccitando di mali impulsi l’anima, le impedirà di meditare e di contemplare: e l’anima disorientata, stordita, snervata, non avrà possibilità di pensare alla sua salvazione e di salvarsi: ossia per essa la Redenzione sarà come non fosse stata’.

“Soltanto che, secondo l’interpretazione del Pascoli, Dante queste verità le ha espresse in una maniera oscura e potente, profonda e scottante, misteriosa e abbagliante, perché le anime inadeguate a resistere non se ne spaventassero, e le anime preparate e forti ne fossero scosse come da un cataclisma interiore: che è il modo dei libri biblici e di tutte le profezie, delle apocalissi e delle catarsi: il modo con cui egli ridifendeva ancora la sua idea politica centrale, della necessità dell’Impero, e riaccendeva la sua speranza dell’avvento dell’Imperatore, del Veltro”.

Segnalo un’ultima cautela da assumere a proposito di Mazzini, da Cozzani considerato maestro, così che nel 1917 fondò l’Associazione Nazionale La Giovane Italia, e fece dell’Apostolo del Risorgimento l’ispiratore dello statuario che anima un suo romanzo. Ebbene, il pensatore e patriota sovversivo genovese non fu cattolico. Perciò se ne potevano trarre alcune affermazioni di valori, evitando di prenderlo come figura esemplare.

Ettore Cozzani (La Spezia 1884 – Milano 1971) nel 1911 pubblicò L’Eroica, rivista di arti figurative e letteratura, con l’intento dichiarato di “annunciare, propagare, esaltare la poesia, comunque e dovunque nobilmente essa si manifesti in ciascuna arte e nella vita”. Tenne fede all’impegno preso, procurando una veste tipografica pregevole e l’adesione di notevoli artefici nel campo delle previste creazioni. Continuando a esercitare l’insegnamento, trasferì la Casa editrice L’Eroica a Milano, con la quale curò la pubblicazione di libri, anche propri, conforme allo spirito della primitiva rivista. Per la Giovane Italia, da lui diretta durante un quinquennio, redasse L’Orazione ai giovani. I titoli principali della sua produzione sono inoltre: Le strade nascoste e Le sette lampade accese (novelle del 1920); Il regno perduto (1927), romanzo premiato, riedito corretto nel 1941; Il poema del mare (1928); Leggende della Lunigiana (1931); Isabella e altre creature (racconti drammatici del 1933); Un uomo (1936); Come visse e morì Vittorio Locchi (1937), in ricordo dell’autore di La Sagra di Santa Gorizia; Ceriù (1938), romanzo per ragazzi; Vita di Guglielmo Massaia (1943), citato dalla Enciclopedia Cattolica nella bibliografia, in calce alla voce dedicata al celebre missionario divenuto cardinale; Destini (1944).

Nei corposi volumi Un uomo e Destini i protagonisti dei romanzi sono, il primo: un figlio delle Apuane, che intende risolvere la crisi dell’industria marmifera con soluzioni ardite e lungimiranti, non recepite dagli industriali, ed è costretto, a causa di pregiudizi e complicazioni dei rapporti sentimentali, a rinunciare alla direzione della cava affidatagli, per darsi a un’eroica impresa agricola e d’allevamento sugli alti colli carraresi; il secondo: uno scultore genovese, sistemato nello studio costruito tra il porto e un cantiere di demolizione, e presso qualche bicocca di pescatori sospesa tra la spiaggia scogliosa e la muraglia della circonvallazione cittadina, intende raffigurare in bronzi esseri umani ispiratori di nobiltà, ma resta incompreso. Successivamente l’artista plasma i lavoratori, di terra e di mare, duramente provati, affinché le loro degne espressioni suscitino il loro riscatto, edificando bensì chiunque quelle statue abbia apprezzato; ma torna a scontrarsi con la critica disonesta e con gli interessi politico-economici della borghesia del primo dopoguerra. Quindi accetterebbe come committente un capopopolo, sorta di asceta rivoluzionario. Ma di fronte al conflitto di classe che sta dilaniando la società e rovinando la nazione, lo scultore perde la fiducia e ritira la sua opera. Allora trova lo sbocco ideale in un ritratto di Mazzini; delibera di dedicarsi a un gruppo scultoreo che fa capo a lui. Nel gruppo prevale il concerto dei vari soggetti, il senso del dovere, del sacrificio, senza che nessuno sia svilito e si snaturi.

Le due trame sono ben articolate; ospitando svariati personaggi, si sostanziano di visioni del mondo conformi alle differenti indoli e menti, e presentano intrecci amorosi che, nel primo libro, si dipanano e culminano nell’unione attesa; nel secondo, alla fine, l’amata muore in un incidente, avendo dato vita al dramma della donna mal sposata e madre. Onesta, l’affliggeva l’amore impossibile che l’avrebbe condotta ad essere la valida musa e compagna dell’artista.

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