Santi e feste nelle tradizioni popolari (piemontesi, ma non solo)/II

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La Primavera e la prima Estate

 

Mentre i Santi del calendario invernale “segnavano” spesso, nei proverbi e nei modi di dire popolari, indicazioni meteorologiche ed agricole in vista del raccolto estivo, i loro “omologhi” dei mesi primaverili erano invece preziosi per l’altro momento “forte” della civiltà contadina dei nostri Antenati, cioè la vendemmia: Mars sech e bel a ampiniss tin-e e botaj (“Marzo secco e bello riempie tini e botti”).

La Quaresima occupa normalmente parte del mese di febbraio e parte di quello di marzo (o marzo/aprile), ma comunque essa, in quanto periodo di penitenza, portava con sé sempre un’idea di tristezza e di dolore. It ses longh parèj dla Caresma (“Sei lungo quanto la Quaresima”): le ultime parole che l’eroico minatore di Sagliano Biellese, Pietro Micca (1677-1706), pronunciò, rivolgendosi al suo lento commilitone, poco prima di far esplodere le polveri (e se stesso con esse) nella Cittadella di Torino per bloccare gli assedianti francesi nella notte tra il 29 ed il 30 agosto del 1706. Ma anche Quand che ’l pare a fà Carlevé, ij fieuj a fan Caresma (“Quando il padre fa Carnevale, i figli fanno Quaresima”): non sempre i figli sono degeneri, a volte sono i padri ad essere snaturati. Fare eccessivamente festa, invece di lavorare, può portare alla rovina le famiglie. D’altra parte la Quaresima è lunga (40 giorni), è vero, ma non altrettanto per chi ha dei debiti… La Caresma a l’é curta për chi ch’a dev paghé a Pasca (“La Quaresima è breve per chi deve pagare a Pasqua”).

Le famiglie patriarcali d’un tempo, vera e sana antitesi delle “allargate” dei nostri giorni, potevano però al loro interno presentare qualche naturale “frizione”, come quella – divenuta appunto proverbiale – tra suocere e nuore (Madòne e Nòre), protagoniste anche di un sapido quadretto poetico nella canzone nr. 19 del padre trinitario, e grande poeta torinese, Ignazio Isler (1699-1778). A tal punto che abbiamo un proverbio che recita La pas antra la nòra e la madòna a dura tant coma la fiòca ’d mars (“La pace tra nuora e suocera dura quanto la neve di marzo”), motivato appunto dalla labilità della neve di marzo che, nelle rare occasioni in cui cade, dura comunque pochissimo, sciogliendosi al primo tepore. Abbiamo poi un modo di dire, un tempo molto usato, che suona Avèj ël cassul an man (“Avere il mestolo in mano”) per significare “Avere il comando assoluto”. Tale maniera di dire deriva dal fatto che la nuora sposa del figlio maggiore, nel momento in cui entrava nella casa maritale, riceveva dalla suocera un mestolo, simbolo appunto del comando, in cucina e in casa, che veniva consegnato ufficialmente da chi concludeva la sua “missione” di padrona della casa a chi tale missione riceveva. Tale cerimonia simbolica ha dato anche vita ad un’altra forma idiomatica consimile: Vorèj gavé ’l cassul da ’n man (“Voler levare il mestolo di mano”), per significare il tentativo di chi cerca di esautorare un’altra persona dal comando. Concludiamo comunque l’argomento con un proverbio pieno di buonsenso: La madòna as arcòrda mai ch’a l’é ’dcò stàita nòra, “La suocera non si ricorda mai che è stata anche lei nuora”.

Circa a metà del mese di marzo abbiamo una ricorrenza molto sentita, cioè il giorno di San Giuseppe, molto importante per almeno tre motivi: il ruolo, fondamentale, di padre putativo di Gesù svolto dal Santo; il gran numero di uomini che festeggiavano l’onomastico in quel giorno[1]; il fatto che, tradizionalmente, tale giorno era sentito come l’inizio della primavera. Quest’ultima convinzione ha dato vita a San Giusep a pòrta la marenda ant ël fassolèt (“San Giuseppe porta la merenda nel fazzoletto”): il clima del giorno di San Giuseppe era già adatto ad una tradizione tipicamente primaverile quale quella della “merenda” nei prati, che si poteva tranquillamente fare – allora – perché questo giorno era ancora festivo anche per il calendario civile. In alcune zone, poi, il proverbio continuava con E San Michel a la pòrta an siel (“E San Michele la porta in cielo”): come il giorno di San Giuseppe dava inizio alla primavera, così in quello di San Michele (29/9) aveva inizio l’autunno. Il giorno di San Giuseppe ricalca, all’incirca, quello in cui, nell’antica Roma, si celebrava la festa dei lavoratori manuali (festa di Minerva), confermando così il ruolo del falegname di Nazareth come protettore degli operai, molto prima che si “inventasse”, ideologicamente, la festa del primo maggio, in un giorno già di per sé festivo (il “Calendimaggio”: festa di primavera).

Il mestiere di falegname, svolto da San Giuseppe, ha fatto nascere anche un simpatico modo di dire: A l’é passaje San Giusep con sò rabòt (“È passato San Giuseppe con la sua pialla”) per indicare un paesaggio (o altro) assolutamente e totalmente piatto.

La primavera comincia in realtà – ufficialmente – il giorno dell’equinozio (21/3), giorno dedicato ad un altro Santo molto importante, cioè San Benedetto, fondatore e diffusore del monachesimo in occidente. Un po’ in tutta Italia si ricorda che l’inizio della stagione calda è anche quello del ritorno delle rondini, emigrate in climi più caldi sul far dell’autunno. San Benedét la róndola sota ’l tèit (“San Benedetto la rondine sotto il tetto”), proverbio che, in Piemonte, è quasi certamente non originale ma nato su influsso dell’italiano. Di ciò due motivazioni: la mancanza di rima (sostituita da una vaga assonanza: -ét/-èit) e la presenza di un altro proverbio, più rigorosamente legato al clima piemontese, in cui il caldo primaverile può talvolta essere più tardivo (almeno al 25 del mese) rispetto ad altre regioni d’Italia. Për la Nunsià la róndola a l’é tornà, s’a l’é nen rivà o a l’é për la stra o a l’é malavia (“Per l’Annunziata la rondine è tornata, se non è arrivata o è per la strada o è ammalata”). Ricordiamo inoltre che la data del 25 di marzo, oltre ad essere quella dell’Annunciazione dell’angelo a Maria, era anche ritenuta, nel Medioevo, quella in cui Dio aveva creato il mondo[2]. Il fatto poi che il giorno dell’Annunciazione possa essere già discretamente caldo è confermato dal proverbio che recita La Nunsià a fà chité le vijà (“L’Annunciazione fa interrompere le veglie”): non è più necessario chiudersi la sera nelle stalle, al caldo, a vegliare tutti insieme, come si fa d’inverno, ma si può uscire e stare – come si dice – a la bela stèila, cioè sotto il cielo sereno. Le vijà al coperto ricominceranno alla fine dell’estate, infatti …ma a mità stèmber a son tornà (“…ma a metà settembre sono tornate”).

Non dimentichiamo poi che spesso, nel mese di marzo, cadono anche la Settimana Santa e Pasqua. Di particolare significato è, oltre al giorno di Pasqua, anche quello della Domenica delle Palme (in Piemonte La Ramuliva): La Ramuliva a veul trové tuta ca polida (“La Domenica delle Palme vuol trovare ogni casa pulita”), segno che si preparava la casa alla primavera e, in particolare, alla benedizione pasquale. Inoltre si dice che La Ramuliva a comanda për sèt feste ’d fila (“La Domenica delle palme comanda per sette feste di seguito”): oltre alla stessa Ramuliva, Pasqua, Ascensione, Pentecoste, SS Trinità, Corpus Domini, Sacro Cuore.

Il mese di aprile si apre con un giorno (il 1°) un tempo temuto non tanto per eventuali scherzi (uso piuttosto tardo e comunque non presente nelle campagne) quanto perché – secondo la tradizione – era il giorno della nascita di Caino e pertanto infausto.

Nel mese di aprile abbiamo (23) San Giorgio (San Giòrs a fà gnun tòrt; “San Giorgio non fa torti”) e il giorno di San Marco (25), quando si cominciava a portare le prime mandrie dalla pianura verso gli alpeggi montani, ed allora A San March le vache a passo ’l varch: “A San Marco le mucche passano il varco”.

Quaranta giorni dopo Pasqua si celebra l’Ascensione al cielo di Nostro Signore, un giorno che, meteorologicamente, è di norma caldo e bello: infatti A l’Assension j’ùltim frisson (“All’Ascensione gli ultimi brividi”, ovviamente di freddo), ma se dovesse piovere: Pieuva a l’Assension pro ’d paja e pòch ëd baron (“Pioggia all’Ascensione molta paglia e pochi mucchi”, di grano).

Mese mariano per eccellenza, maggio ha favorito la nascita del modo di dire Fé ’l mèis ëd magg (“Fare il mese di maggio”) per indicare, metonimicamente, il recitare ogni sera del mese il Rosario per celebrare degnamente il ricordo di Maria.

A Fossano, nella piana cuneese, la prima domenica di maggio è dedicata a festeggiare San Giovenale, vissuto nel IV secolo e primo vescovo di Narni: di lui si racconta una leggenda che lo vede alle prese col diavolo, e di cui parleremo in altra occasione.

La primavera è oramai inoltrata, ma alle latitudini dell’Italia settentrionale la pioggia ed il freddo possono ancora dire la loro per tutto il mese, anzi la pioggia, se con giusta moderazione, era vista con favore soprattutto per la crescita rigogliosa del fieno, che si cominciava a tagliare (il “maggengo”) già in questo mese. Se a pieuv a San Flip ël vignolant a dventa rich; se a pieuv a Santa Petronila, për quaranta di a la fila: “Se piove a San Filippo (26) il vignaiolo diventa ricco; se piove a Santa Petronilla (31), per quaranta giorni di fila”.

Si racconta ancora di primavere talmente fredde (specie, ovviamente, in collina ed in mezza montagna) che San Matìa a s-ciapa la giassa s’a la treuva e s’a la treuva nen a la fà: “San Mattia (14) spezza il ghiaccio se lo trova e se non lo trova lo fa”. A maggio le mucche partono tutte per gli alpeggi montani, in genere alla fine del mese: Le vache San Bërnardin a-j pija e San Michel a-j rend: “Le mucche San Bernardino (20) le prende e San Michele le restituisce”: ancora una volta è chiamato in causa San Michele per segnare l’inizio dell’autunno ed il conseguente ritorno delle mandrie dalla montagna alle cascine della piana.

Giugno può presentare, a seconda della data della Pasqua, alcune feste mobili, che, insieme al Santo più celebrato del mese, cioè San Giovanni Battista, hanno dato origine a vari proverbi.

Trist col ann che Dòmine a ciapa Gioann (“Triste quell’anno in cui il Corpus Domini tocca San Giovanni”): 24 giugno, giorno della sua nascita: unico Santo di cui si fa memoria sia della nascita che della morte (il suo martirio viene infatti ricordato il 29 di agosto: San Giovanni Decollato).

Chi a cata nen l’aj ëd San Gioann a l’é pòver tut l’ann (“Chi non compra l’aglio di San Giovanni è povero per tutto l’anno”): è questo il periodo dell’anno in cui aglio e cipolla sono pronti per essere raccolti. L’aglio, inoltre, era considerato simbolo di abbondanza e apotropaico nei confronti delle streghe e delle disgrazie in genere: per questo le vecchie case contadine esibivano mazzi di aglio appesi alle pareti.

San Gioann con sò feu a brusa le strije e ij pensé (“San Giovanni coi suoi fuochi brucia le streghe e le preoccupazioni”): ricordo dei falò di San Giovanni, che ancora oggi vengono accesi in molte parti d’Italia e particolarmente a Torino, città di cui il Santo è patrono principale, la sera della festa, in piazza Vittorio Veneto (di fronte al Po), invece che – come un tempo – in piazza San Carlo. Il rito del falò è legato, presumibilmente, non ai roghi delle streghe (come vorrebbe suggerire il proverbio), ma ad antiche leggende celtiche, presenti ancora in Inghilterra, a ricordare la notte centrale dell’estate ed anche la più breve dell’anno (midsummer night). La familiarità con cui i nostri Antenati trattavano con questo Santo è dimostrata anche dal fatto che il nome di gianin (diminutivo di Gioann) veniva dato ai vermetti che si potevano trovare nei frutti che maturano verso la metà/fine del mese (pesche, albicocche, susine…), per cui si parlava appunto di fruta gianinà (“frutta col baco”).

A San Giovanni si tagliava il grano (As fan ij gran: letteralmente “Si fanno i grani”, cioè i tagli del grano), tanto che il Santo in provenzale veniva tout court definito San Gioann lou meissionié (“San Giovanni il mietitore”), mentre la pioggia in questo periodo è comunque nociva: Pieuva ’d San Gioann a gava ’l vin e a dà nen ël pan (“Pioggia di San Giovanni toglie il vino e non dà il pane”): rovina quindi le viti ed anche la mietitura.

Giugno è anche il mese dei Santi Pietro e Paolo, la cui festa, cadendo alla fine del mese, è meglio che sia in un periodo di bel tempo (pensando soprattutto alle vigne ed alle viti): San Pàul e San Pe piovos a son danos (“San Paolo e San Pietro piovosi sono dannosi”). Con la variante limitativa: Për tranta di a son danos: (“Sono dannosi per trenta giorni”), in pratica per tutto il mese di luglio, o quasi. Ed ecco anche la breve orazione San Pe, San Pàul, San Luch e San Matìa, feme na bon-a companìa (“San Pietro, San Paolo, San Luca e San Mattia, fatemi una buona compagnia”).

La pioggia di giugno, e specialmente il giorno di San Barnaba (11), non va bene per l’uva, tanto che Pieuva ’d matin a San Barnabà, l’uva bianca as në va; s’a pieuv matin e sèira,as në van la bianca e la nèira (“Pioggia di mattina a San Barnaba, l’uva bianca è persa; se piove mattina e sera, è persa la bianca e la nera”). Se poi a San Barnaba non piove, ecco un altro invito perentorio al contadino: A San Barnabà va a sijé ’l pra (“A San Barnaba vai a falciare il prato”). La pioggia è grave anche il giorno di San Medardo (8): Pieuva a San Medard, quaranta di sò dard (“Pioggia a San Medardo, per quaranta giorni il suo dardo”), cioè se ne sentiranno gli effetti per un bel po’… Una variante di San Medardo recita San Medard quaranta di a comandé, ma San Barnabà a-j copa ij pe (“San Medardo quaranta giorni comanda, ma San Barnaba gli taglia i piedi”): il tempo che fa a San Medardo durerà per quaranta giorni, a meno che San Barnaba non lo interrompa.

Avendo citato il giorno di San Barnaba, c’è da aggiungere che questo Santo (che pure non ricorreva molto nell’onomastica dei nostri Antenati) doveva essere particolarmente privilegiato, dato che – oltre a quelli già ricordati – ha dato vita ancora ad altri proverbi: A San Barnabà,’l daj ant ël pra (“A San Barnaba la falce grande nel prato”); A San Barnabà l’uva a ven e ’l fior a va (“A San Barnaba arriva l’uva e se ne va il fiore”); A San Barnabà ’l gran com a l’é a stà (“A San Barnaba: il grano come è rimane”:cioè non cresce oltre).

Anche nel mese di luglio, l’ultimo veramente estivo alle nostre latitudini, abbiamo una serie di Santi di una certa importanza: basti ricordare la sequenza di Santa Maddalena (22), Santa Cristina (24), San Giacomo (25) e Sant’Anna (26).

A Santa Madlen-a la nos a l’é pien-a (“A Santa Maddalena la noce è piena”, cioè matura)[3]; mentre San Giacomo viene ricordato per il clima spesso temporalesco (San Giaco a veul sempe vërsé la bota: “San Giacomo vuole sempre versare la bottiglia”) e per la maturazione dei meloni seminati ad aprile (San Giaco dj’ëmlon); pure il giorno di Sant’Anna può essere piovoso, anche se la cosa non è necessariamente nociva per le campagne, anzi (S’a pieuv a Sant’Ana a l’é tanta mana: “Se piove a Sant’Anna è tanta manna”)[4].

Volendo concludere con una nota di scherzosa simpatia da parte dei nostri Avi verso San Giacomo, ricordiamo come la sua figura sia stata utilizzata per una serie di modi di dire faceto/popolari, tra cui spiccano almeno tre. La fama del “cammino di San Giacomo”, che si concludeva a Santiago de Compostela, in Galizia, fece sì che il Santo venisse o ritenuto erroneamente originario della Galizia o quanto meno protettore di questa regione tra Spagna e Portogallo; poiché il nome di tale terra nel linguaggio popolare suonava molto simile al più comune termine argalissia (“liquirizia”), San Giacomo diventò, senza mezzi termini, San Giaco d’Argalissia[5]. Dato poi che San Giacomo, originario della Palestina, veniva spesso rappresentato nell’iconografia popolare scuro di carnagione, ecco che nacque un modo di dire che suona Pijé San Giaco për n’Alman (“Scambiare San Giacomo per un tedesco”), cosa evidentemente impossibile vista la diversità tra il fenotipo semitico e quello germanico. Tale espressione significa appunto “Prendere un abbaglio, un granchio macroscopico, commettere un errore di scambio quanto mai evidente”. Infine un modo di dire sentito al mio paese negli anni della mia giovinezza e confermato dal poeta e ricercatore di cultura popolare Antonio Bodrero (1921-1999), di Frassino, in val Varaita. Il termine “giaculatoria”, un tempo sistematicamente usato dai parroci e dai fedeli, ma d’altra parte piuttosto ostico ad orecchie e menti pedemontane scarsamente istruite (ma altresì piene di zelo religioso…), veniva spesso e volentieri adattato in Giaco-la-toira (lett. “Giacomo la gira”), ma chi poteva essere questo Giacomo così frequentemente citato dal pievano o dal prevosto? Senz’altro il Santo d’Argalissia: ecco quindi il neologismo San Giaco la toira

.

[1] Ricordiamo che, per molti secoli, la tradizione cristiana riteneva più importante il giorno onomastico rispetto a quello genetliaco.

[2] Per questa convinzione si veda anche Dante, Inferno, c. I, vv. 37-42.

[3] Santa Maddalena era anche la destinataria di una breve preghiera (d’altra parte, dicevano i nostri Vecchi, Orassion curta a riva an Cel: che è poi la “traduzione” popolare dell’evangelico “non sprecate parole come i pagani, Mt. 6, 7) da recitarsi quando si passava vicino ad una cascina custodita da cani poco “affabili”: Santa Marìa Madlen-a/ ten ël can a la caden-a,/ tenlo bin ancadnà/ fin che mi i sia passà (“Santa Maria Maddalena/ tieni il cane alla catena,/ tienilo ben incatenato/ finché io sia passato”).

[4] In alcune zone, specie di montagna, il proverbio è esteso anche al giorno di San Giacomo.

[5] Nella tradizione, quando un pellegrino diretto a San Giacomo bussava alla porta di una cascina, gli si diceva S’i seve da la part de Dio, parlé, s’i seve da la part do diav, fé vòsta stra (“Se venite da Dio, parlate, se venite dal diavolo, andatevene per la vostra strada”). Se poi a parlare era una ragazza da marito, spesso aggiungeva Peregrin ch’i andé a San Giaco, òh preghé col Sant për mi; òh preghelo de bon cheur, ch’a me dogna ’n bon marì (“Pellegrino che andate a San Giacomo, oh pregate quel Santo per me; oh pregatelo di buon cuore, che mi dia un buon marito”).

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