Santi e Feste nelle tradizioni popolari (piemontesi, ma non solo)

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L’inverno

 

Un tempo, e neanche tanti anni fa, ma certo nemmeno pochi (diciamo 50/60 anni orsono), in mancanza di internet e di altri strumenti e in situazioni in cui anche radio (e poi televisione) e giornali non sempre erano accessibili, i nostri Antenati (come già a loro volta i loro Antenati) fondavano ancora gran parte della loro vita (specie in campagna, ma alcuni anche in città) su di una sapienza popolare che derivava – in larga misura – dall’esperienza vissuta, ma anche dalla vicinanza delle tradizioni religiose (e dalla loro conoscenza) che, a quei tempi, costituivano ancora un elemento irrinunciabile della vita quotidiana, del singolo, ma anche della famiglia e della collettività.

Seguendo il calendario e partendo dal tardo autunno (a cui ci stiamo avvicinando ora a grandi falcate) e dall’inverno, iniziamo – come si faceva un tempo nelle campagne – col mese di novembre. Infatti i contratti d’affitto per i contadini scadevano a San Martino[1] ed è per questo che è nato il modo di dire “Fare San Martino” (Fé San Martin) per significare “fare trasloco”, poiché appunto gli affittuari cui non era stato rinnovato il contratto d’affitto, o che avevano trovato migliori condizioni con un altro proprietario, era proprio nel giorno di San Martino che si spostavano dalla vecchia alla nuova cascina, portando su di un grande carro trainato da buoi, il “tamagnon”[2], tutti i loro averi, figli e nonni compresi.

Il giorno di San Martino, comunque, oltre a segnare gli eventuali traslochi in campagna, aveva anche un’altra importante funzione nel calendario liturgico-popolare di un tempo: era infatti il momento di assaggiare il vino nuovo (A San Martin ël most a l’é vin: “A San Martino il mosto è vino”), per cui si diceva A San Martin bèiv ël bon vin e lassa l’eva andé al mulin (“A San Martino bevi il vino buono e l’acqua lasciala andare al mulino”).

Il mese di novembre comincia con la festa di tutti i Santi e con la ricorrenza dei Defunti (“è l’estate, fredda, dei morti…”: come diceva Giovanni Pascoli, poeticamente mescolando l’11 di novembre, l’estate di San Martino, con il 2 dello stesso mese). Quando le nostre terre non erano ancora invase da manie filo-anglo-americane quale quella di Halloween (letteralmente: “vigilia di tutti i Santi”), la notte tra il 31 ottobre e il primo di novembre era segnata dal “cors”, cioè il “corso”, la camminata delle anime del Purgatorio dal camposanto lungo i sentieri e le stradine intorno al paese. Triste sfilata, ricordata anche dal poeta Alfredo Nicola (Torino, 1902-1994) nella sua intensa poesia “La porcission” (La processione), nella raccolta Stòrie dle valade ’d Lans, ora ristampata nell’edizione completa delle poesie (Torino 2007; con traduzione italiana). In questa “processione” i vivi non dovevano entrare, limitandosi – nel caso malaugurato di un incontro con essa – a seguirla di lontano. Ogni anima con una fiammella in mano, fino al cimitero, dove sparivano nuovamente.

A questa tradizione si sovrapponeva poi quella che voleva che, nella stessa notte di vigilia, le anime dei familiari defunti tornassero, silenziosamente, a visitare le loro case: per tale motivo si lasciava per loro sul davanzale, o anche sulla tavola, della cucina una scodella di latte ed un piatto di castagne lesse (“ij maròn brovà dij mòrt”), talora anche con un bicchiere di vino. Va da sé che normalmente i vecchi (nonni e zii: le case erano allora “patriarcali”, come le famiglie) mangiassero le castagne e bevessero il vino (il latte forse un po’ meno) per far credere ai nipoti che le anime dei morti fossero passate davvero ed avessero gradito l’offerta di cibo e bevande.

Nelle campagne piemontesi la prima metà del mese di novembre era dunque segnata dal vino nuovo, dalle castagne e dalla bagna càuda, tre aspetti “forti” dell’alimentazione dell’inizio dell’inverno. Tanto che un proverbio ordina: Òca, castagne e vin: ten tut për San Martin: “Oca, castagne e vino: conserva tutto per (festeggiare) San Martino”.

Come per tutti mesi dell’anno, anche in novembre abbondano i proverbi legati ai Santi del calendario.

Për ij Sant maniòt (manissa) e guant (“Per i Santi: manicotto e guanti”). Inizia l’inverno e dunque si devono indossare (chi li aveva…) gli indumenti pesanti tipici della stagione: il manicotto le donne, i guanti gli uomini. Si trattava, evidentemente, di un proverbio più “cittadino” che non “campagnolo”. Ricordo che mia nonna – rigorosamente ai Santi – indossava e faceva indossare il cappotto.

Com a fà ai Sant a fà a Natal (“Come fa ai Santi fa a Natale”). Tipico proverbio “meteorologico”. A Natale – si diceva – farà lo stesso tempo fatto il giorno dei Santi, anche se tale proverbio potrà essere confermato, o ribaltato, da altri seguenti.

L’istà ’d San Martin (11/11) a dura tre di e ’n cicinin (“L’estate di San Martino dura tre giorni ed un pochettino”). “L’estate, fredda, dei morti” del già citato Pascoli non si limita al solo giorno di San Martino, ma si prolunga per più di tre giorni.

A San Clement (23/11) l’invern a buta ij dent (“A San Clemente l’inverno mette i denti”). L’inverno, iniziato già ai Santi, diventa sempre più rigido, fino a quando, verso la fine del mese, il freddo si fa davvero “mordente” A conferma di ciò A San Clement basta con lë smens (“A San Clemente basta con le sementi”): in questo stesso giorno si devono concludere, proprio per il freddo intenso, tutti i lavori di semina.

Com a fà Catlinin (25/11) a fà Natalin (“Come fa Caterinetta fa Natalino”). Non solo il giorno dei Santi bisogna guardare se si vuole sapere che tempo farà a Natale, ma anche quello di Santa Caterina, che cade esattamente un mese prima di esso. Anche se per necessità di rima, notiamo comunque la dimestichezza affettuosa dei nostri Avi con la Santa, chiamata col suo diminutivo più vezzeggiante (Catlinin), per non confonderla con un’altra Caterina, ma chiamata quasi “burocraticamente” col suo nome intero di Catlin-a (o anche magna Catlin-a o ancora Catlin-a dle còste sëcche, “Caterina dai fianchi magri”), cioè la morte[3]. A Torino, poi, le Catlinëtte (“Caterinette”) erano le sartine e le modiste, la cui protettrice era appunto Santa Caterina. Anche a Santa Caterina, comunque, il freddo è già intenso, tanto che A Santa Catlin-a ant lë stabi la bocin-a (“A Santa Caterina la vitellina nella stalla”): il bestiame, specialmente quello giovane, è meglio che venga ritirato nella stalla. Siamo ad un mese dal Natale e l’inverno si fa sempre più acuto: A Santa Catlin-a, la fiòca an colin-a (“A Santa Caterina, la neve è in collina”); dopo le montagne si imbiancano pure le colline e, tra non molto, la neve cadrà anche in pianura a coprire i campi seminati ed a proteggere i semi del grano.

A Sant Andrea (30/11) l’invern a monta an careja (“A Sant’Andrea l’inverno sale in portantina”.). Passa solamente una settimana da San Clemente e l’inverno, a partire dal giorno di Sant’Andrea, la fa oramai da padrone.

Curiosa invece la figura di San Bellino (San Blin; 26/11), un Santo di tradizione veneta ma che evidentemente era conosciuto anche in Piemonte, la cui festa è stata assunta come immagine metaforica per indicare un tempo che non arriverà mai (un po’ come le molto più famose, e dotte, “calende greche”): As farà al di ’d San Blin, “Lo si farà il giorno di San Bellino”, cioè mai.

A dicembre non abbiamo solamente il Natale, ma anche altre feste importanti, quale Santa Lucia, che in alcune parti d’Italia (specie del Nord) viene celebrata, evidentemente come eredità di antichi culti pagani, con doni e festeggiamenti pari quasi a quelli riservati al Natale. In conseguenza del tipo di martirio da lei subito (le furono strappati gli occhi), martirio avvenuto durante la persecuzione di Diocleziano (III/IV sec.), Santa Lucia è la protettrice di tutto ciò che riguarda gli occhi e la vista. Ecco allora il modo di dire Santa Lussìa ch’at goerna la vista! (“Santa Lucia ti conservi la vista!”), spesso scherzosamente completato, se indirizzato a persona che ami mangiare, Che l’aptit it lo goérnes da ti! (“Ché l’appetito te lo conservi da solo!”). La sapienza popolare fa poi il giorno di Santa Lucia il più breve dell’anno (ël pì curt ch’a-i sia), probabilmente sempre per il rapporto tra la Santa e l’immagine della “luce”, anche se – in verità – il giorno più breve non è il 13, ma il 21 di dicembre. È comunque vero che la data del solstizio d’inverno fu collocata al 21 di dicembre da Papa Gregorio XIII (1582), con la sua riforma del calendario, mentre prima era fissata appunto il giorno 13[4]. Collegato alla figura (ed al martirio) di Santa Lucia è anche il modo di dire che si usa per indicare una persona che non ha riconoscenza per aver ricevuto dei favori da qualcuno: Avèj l’obligassion ch’a l’han ij bòrgno a Santa Lussìa (“Avere la gratitudine che hanno i ciechi verso Santa Lucia”).

Così il giorno di Santa Bibiana (2/12) determina, nella tradizione piemontese come in altre regioni, una curiosa dichiarazione meteorologica. Ël temp ch’a fà (con tutte le varianti climatiche: s’a pieuv, s’a tira vent, s’a fà sol…) a Santa Bibian-a, për quaranta di e na sman-a. Quindi per quasi 50 giorni (quaranta giorni ed una settimana) il clima sarà lo stesso di quello del giorno di questa Santa.

Santa Barbara (4/12) è ricordata invece non tanto nella memoria del suo giorno, quanto come protettrice (essendo la sua figura legata agli incendi ed agli scoppi) dai fulmini e dai tuoni, insieme (presumibilmente per necessità metriche e di rima) con San Simone: Santa Barbara e San Simon livreme (o: goerneme) da la lòsna e dal tron: “Santa Barbara e San Simone liberatemi (o:proteggetemi) dal fulmine e dal tuono”.

Relativamente al giorno di Natale, il più importante dell’anno (insieme a Pasqua), che, in antiche parlate provenzali, ricorda ancora il suo etimo latino di Dies Natalis diventando Di Nial o, con agglutinazione, Dinial, o ancora Deinial, numerosi sono i proverbi ed i modi di dire.

Quand a Natal as va al sol, a Pasca as ëstà davzin al feu (“Quando a Natale si va al sole, a Pasqua si sta vicini al fuoco”). Meglio quindi che a Natale faccia brutto, se si vuole che faccia bello, o quanto meno che non faccia freddo, a Pasqua. Convinzione confermata anche dall’altro proverbio: Natal co’l solèt, Pasca co’l tissonèt (“Natale col solicello, Pasqua col tizzonetto”).

Fin-a a Natal l’invern a fà pòch mal (“Fino a Natale l’inverno fa poco male”). Questo proverbio sembrerebbe in parte contraddire quelli relativi a San Clemente, a Santa Caterina ed a Sant’Andrea: là si diceva che l’inverno cominciava a farsi sentire, mentre ora si afferma che solo da Natale in poi esso diventa veramente crudo, dato che prima “non fa troppo male”.

Duré da Natal a Sant Ësteo (“Durare da Natale a Santo Stefano”). Un modo di dire non relativo al tempo atmosferico, ma che ci conferma ancora una volta come i nostri Avi avessero sempre presenti le feste religiose o la liturgia o i Santi per metaforizzarli in modi di dire spiccioli e quotidiani. Di qualcosa che dura poco si dice, dunque, che “dura da Natale a Santo Stefano”, cioè un giorno solamente.

Anche la Messa di mezzanotte aveva la sua importanza nei proverbi: se la notte della vigilia è notte di luna piena la saggezza dei nostri Antenati dava utili consigli relativi alla campagna ed ai lavori agricoli. Infatti Quand as va a Mëssa ’d mesaneuit con la lun-a, s’it l’has doe vache vendne un-a (“Quando si va a Messa di mezzanotte con la luna, se hai due vacche vendine una”) e altrettanto Mëssa ’d Natal con lun-a pien-a granda suitin-a a men-a (“Messa di Natale con la luna piena grande siccità mena”): il consiglio presente nel primo proverbio è coerente con la dichiarazione del secondo, perché evidentemente, a causa della grave siccità prevista, non si sarà più in grado di mantenere entrambe le mucche. Simile, anche se contraddittorio, il proverbio che invece afferma: Natal sensa lun-a, chi ch’a l’ha doe vache ch’a në mangia un-a (“Natale senza luna, chi ha due mucche ne mangi una”): le cose andranno talmente male, che è meglio mangiare una delle due mucche, tanto non la si potrà mantenere.

Relativamente non ad un giorno specifico, ma a tutto il mese abbiamo il proverbio che recita A dzèmber fiòca sensa gelé a val për ël gran pì dël liamé (“A dicembre neve senza gelare vale per il grano più del letamaio”), che equivale al modo di dire italiano “Sotto la neve pane”: è importante dunque che d’inverno (e specie a dicembre) nevichi, per proteggere, sotto la coltre bianca, il seme del grano, a patto però che non geli, fatto che brucerebbe il seme, impedendogli di crescere. A completamento di questo abbiamo un altro proverbio che stabilisce che nel mese di dicembre è meglio che il clima non sia troppo sereno né caldo: Dzèmber tròp bel a marca pa un bon ann novel (“Dicembre troppo bello non indica un anno nuovo buono”). Inoltre, che la neve sia preferibile al ghiaccio o alla pioggia ce lo indica anche il modo di dire Sota la fiòca ’l pan, sota l’eva la fam (“Sotto la neve il pane, sotto l’acqua la fame”): la pioggia infatti favorisce anche la nascita e lo sviluppo dei parassiti che possono danneggiare il grano.

Anche il mese di gennaio, visto nel suo insieme, è ricco di proverbi “meteorologici”. Infatti i nostri Avi contadini, non potendo lavorare i campi d’inverno, osservavano con attenzione l’alternarsi delle condizioni atmosferiche per trarne indicazioni sul futuro raccolto.

Già il giorno dell’Epifania[5] viene ricordato nel proverbio che recita: A la Pifanìa ij di as ëslongo a pass ëd furmìa (“All’Epifania i giorni si allungano a passo di formica”): a circa quindici giorni dal solstizio d’inverno i giorni si fanno già un po’ più lunghi, ma non così tanto da rendere evidente la maggior presenza della luce nelle giornate.

Si comincia con un proverbio, possiamo dire, “programmatico”, che ci indica cioè proprio il fatto che sono questi mesi invernali a segnare il bene o il male per la campagna: Gene e fërvé ampinisso o veuido ’l grané (“Gennaio e febbraio riempiono o vuotano il granaio”), per cui poi Da ’n gené ùmid e càud che De an varda (“Dio ci guardi da un gennaio umido e caldo”), gennaio deve essere mese freddo, persino rigido, ma asciutto; tanto che si dice pure che Gené pòver d’eva a fà ’l paisan ësgnor (“Gennaio povero d’acqua fa ricco il contadino”), e il freddo non deve subire interruzioni (Vardte da la prima a gené, “Guardati dalla primavera a gennaio”, quando cioè fa bello e caldo fuori stagione), ma è anche vero che il freddo intenso di questo mese non è adatto a tutti, perché è meglio che i più deboli (o gli anziani) si guardino dal freddo eccessivo: Gené fòrt, a riva la mòrt (“Gennaio rigido, arriva la morte”).

Ma sono comunque sempre i Santi le figure più significative e indicative per i proverbi: i più “importanti”, tra essi, nel calendario del mese di gennaio, sono senz’altro Sant’Antonio (17/1) e San Paolo (25/1). Il primo portava la tradizionale benedizione degli animali (e dei mezzi agricoli), sostituita purtroppo grazie all’ansia modernista della chiesa attuale con la benedizione di auto ed altri veicoli a motore (sic). Quanto alla meteorologia, Se a fiòca ’l di ’d Sant Antòni, ancora vint di ’d frèid (“Se nevica il giorno di Sant’Antonio, ancora venti giorni di freddo”), mentre, per indicare due persone inseparabili o per segnalare come qualcosa (o qualcuno) sia testimonianza certa della presenza di qualcun altro, il modo di dire era Andoa ch’a-i é Sant Antòni a-i é sò porchèt (“Dove c’è Sant’Antonio c’è il suo porcellino”), fondandosi sulla iconografia tradizionale, che raffigurava Sant’Antonio sempre in compagnia di un porcellino. Sempre il giorno di Sant’Antonio viene chiamato in causa, assieme a quello di San Sebastiano, con un proverbio che suona, forse un po’ cripticamente, Sant Antòni a fà ’l pont e San Bastian a lo s-ciapa (“Sant’Antonio fa il ponte e San Sebastiano lo rompe”): Sant’Antonio fa ponti (anche lui…), evidentemente col ghiaccio, mentre San Sebastiano (la cui memoria cade tre giorni dopo) gli stessi ponti li scioglie (per fortuna…). Ancora Sant’Antonio come simbolo dei (quasi) ultimi rigori invernali: Sant Antòni a baston-a ij mal vestì (“Sant’Antonio bastona i malvestiti[6]”): quei poveretti che non sono vestiti a sufficienza sentono ancora duramente il freddo invernale.

Il giorno di San Paolo (rectius: della Conversione di San Paolo) era un altro dei giorni definiti come di ’d marca (cioè “giorni di indicazione”), in quanto da esso si ricavano indicazioni preziose sulle “previsioni del tempo” (senza bisogno di computer o di altra strumentazione…): San Pàul seren pòrta bon gran e bon fen. Se a farà vent, vniran guère e stent. Se pieuv o fiòca, famin-a nen pòca (“San Paolo sereno porta buon grano e buon fieno. Se farà vento, verranno guerre e stenti. Se pioggia o neve, non poca carestia”), testimonianza evidente non solo della saggezza dei nostri Antenati, ma anche di tempi (penso al Settecento, con le sue distruzioni e strazi) molto più duri, almeno per certi aspetti quotidiani, dei nostri, in cui guerre, tribolazioni e carestie erano pressoché all’ordine del giorno.

Il giorno 20 è quello di San Sebastiano, un Santo un tempo molto venerato e il cui nome era assai diffuso, sia nell’onomastica (i nomi di persona) che nella toponomastica (i nomi di luoghi)[7] delle nostre terre. Ebbene A San Bastian monta sl’àut e varda ’l pian: se ’t vëdde tant spera pòch, se ’t vëdde pòch spera tant (“A San Sebastiano sali in alto e guarda la pianura: se vedi molto spera poco, se vedi poco spera molto”): se i campi sono pieni d’erba (“vedi molto”) il raccolto sarà poco, se invece la neve ricopre ancora la terra (“vedi poco”), la mietitura sarà abbondante. Eppure, nonostante la neve e l’inverno, questo giorno era portatore di speranza per l’arrivo del tempo buono, se è vero che A San Bastian, la violëtta an man (“A San Sebastiano, la violetta in mano”): la primavera si sta comunque avvicinando…

Infine il giorno di San Vincenzo (22 del mese): Bel temp a San Vincens promèt gran e forment (“Bel tempo a San Vincenzo promette grano e frumento”: con forment però si intende il grano saraceno).

Febbraio è il mese in cui in genere (più raramente infatti negli ultimissimi giorni di gennaio) cade il periodo conclusivo del Carnevale, che comunque (e non tutti lo sanno) inizia ufficialmente il giorno dell’Epifania, tanto che il proverbio recita Parissia comanda lo Carlevé (“L’Epifania comanda il Carnevale”). Sul Carnevale ed i suoi rapporti, da una parte, con antichi riti pre-cristiani (rappresentati anche dalle cosiddette “Abbadie”, “dei Folli” o “dei Giovani”), dall’altra, con credenze cristiane, potranno dire, più e meglio di me, etnologi e folkloristi. Carnevale si conclude – come si sa – col giorno delle Ceneri, definito dalla nostra tradizione come Merco scuròt (letteralmente “Mercoledì un po’ scuro” o più semplicemente “scuro”), sia per il cielo in genere poco luminoso sia per l’oscurità del periodo che si apre, di dolore e di penitenza, sia anche (forse) per il colore della cenere che viene imposta ai fedeli. In molte località del Piemonte era (ed in alcuni casi è ancora) tradizione, il mercoledì delle Ceneri, mangiare polenta e merluzzo (l’unico pesce di mare, insieme alle acciughe, noto da noi fin da tempi lontani), come una sorta di anticipazione del periodo “di magro” che stava cominciando.

Come anche nel resto d’Italia, il giorno della Candelora (2/2), il giorno cioè che ricorda la Purificazione della Beata Vergine Maria, mentre le chiese greco-scismatiche ricordano la presentazione di Nostro Signore al tempio e che prende il suo nome popolare dalla tradizione della benedizione in chiesa della candele, porta con sé un proverbio molto famoso: Se a fiòca o a pieuv për Santa Candlòra, da l’invern i soma fòra (“Se nevica o piove per Santa Candelora[8], dall’inverno siamo fuori”). Le candele, dopo essere state portate accese in processione, venivano conservate in casa ed accese per invocare l’aiuto divino durante temporali molto violenti, oppure nell’attesa di una persona di famiglia che tardasse a tornare a casa o ancora in qualunque altra occasione in cui si volesse chiedere aiuto al Cielo. Ricordo poi di antiche tradizioni nordiche, unitesi in seguito alla fede cristiana, è un altro proverbio che, partendo dalla figura totemica dell’orso[9], recita Se l’ors a la Candlòra a fà sauté la paja, ant l’invern tornoma intré (“Se alla Candelora l’orso fa saltare la paglia, ritorniamo nell’inverno”), cioè se l’orso si aggiusta il giaciglio per tornare a dormire è segno che il letargo (e di conseguenza l’inverno) non è ancora finito. Sempre per la Candelora, ma definita come Candlera, si usava dire: A la Candlera mesa foghera (“Alla Candelora mezzo focolaio”): il freddo diminuiva leggermente, ma non così tanto da consentire di spegnere del tutto il fuoco.

Ricordiamo infine che il giorno di Santa Agata (5/2) era ricordato come quello in cui l’inverno cominciava a stringere di meno le campagne nella sua morsa di ghiaccio e neve, tanto che il proverbio recita che Sant’Aghëtta a fà core la biarlëtta (“Santa Agata fa correre il rigagnolo”), cioè l’acqua dei ruscelli comincia a passare dallo stato solido del ghiaccio a quello liquido.

Onore, e amore, dunque per i nostri Antenati, magari poco culturalmente preparati, ma ricchi di semplicità e di buon senso, che nascevano dalla Fede e dalla conoscenza della propria terra. D’altra parte, si dice, Ij proverbi a son nassù anans dij lìber: “I proverbi sono nati prima dei libri”.

.

[1] È anche significativo che nei Promessi sposi Manzoni dica che la turpe scommessa tra don Rodrigo ed il conte Attilio, avente come posta la povera Lucia, scada proprio il giorno di San Martino (cap. VII).

[2] Da questo termine deriva anche un cognome (Tamagnone), tipico delle campagne a sud-est di Torino (Santena, Cambiano, Poirino, Trofarello, Moncalieri).

[3] Un tempo, quando qualcuno sentiva un brivido improvviso, si diceva che A l’é passaje Catlin-a (“È passata Caterina”, la morte).

[4] Vedi A mòda nòstra-Motti, proverbi, indovinelli e  gergo, a cura di D. Sissoldo Fiorini e D. Maina (Torino 1995), p. 103.

[5] Notiamo che la festa dell’Epifania è conosciuta, in Piemonte, anche con altri due nomi più popolari: Parissia (< lat. tardo *Apparitionam, una figura femminile paragonabile alla vecchia, la Befana, della tradizione italica) e Ël di dij Re/Lou jour di Rei (“Il giorno dei Re”, in piemontese ed in provenzale), definizione che mette l’accento sulle figure dei Magi. Il termine Epifania, come si sa, significa “rivelazione, apparizione, gloria”, dal greco epifáneia (επιφάνεια), e non, come ho purtroppo sentito con le mie orecchie dire da un “parroco” (sic) durante la predica, dal linguisticamente impossibile ibrido greco-latino epifanum, cioè “sopra al tempio”.

[6] Notiamo che la lingua dei nostri Avi non badava (così come non vi badavano essi stessi) all’eleganza del vestire; e quindi i “malvestiti” non erano certo i “non eleganti”, ma coloro che non erano coperti a sufficienza contro il freddo.

[7] A spingermi ad interessarmi sempre di più e meglio di quanto riguarda le nostre tradizioni culturali, sia popolari che non, ma comunque legate alla nostra cultura cristiano-occidentale, è stato proprio il pensiero del pericolo che un patrimonio sterminato, sia di tipo immateriale (leggende, proverbi, filastrocche, cioè la cosiddetta “cultura orale”) che di tipo materiale (chiese, cappelle, edicole votive, quelle che da noi si chiamano “piloni” ed in Lombardia “santelle”), nel giro di poche generazioni possa venire distrutto, annichilito, azzerato, eliminato sia a causa di una sempre maggiore, ed incoscientemente idiota,  “laicizzazione” della nostra società, che porta a disinteressarsi di questo nostro patrimonio, se non addirittura a rinnegarlo ed a combatterlo, sia a causa dell’invasione, sempre più massiccia e permeante ogni settore della nostra società, di gente dal terzo mondo, islamico o non, ma comunque assolutamente indifferente, se non ostile, alle nostre tradizioni. Siamo i penultimi (se non gli ultimi) eredi delle nostre radici: facciamoci valere, cerchiamo di non dimenticare e, se possibile, di divulgare ciò che ancora ricordiamo.

[8] Notiamo che la definizione tradizionale della festa (che prende la sua origine dalla festività pagana dei Lucernaria in onore della dea Februa) viene intesa come il nome proprio di una Santa, in realtà inesistente. Tale fenomeno, tipico della cultura popolare, lo si trova anche per altri nomi, storpiati, di Santi e di cui ci occuperemo in altra occasione.

[9] La figura totemica dell’orso è presente soprattutto in Valle d’Aosta, ma anche a Biella, città di cui costituisce lo stemma araldico, ed in alcuni carnevali di antica tradizione.

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