Senza armi, senza odio, senza sangue. Così D’Annunzio volò su Vienna

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Viennesi! Imparate a conoscere gli italiani. Noi voliamo su Vienna. Potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà…

 

Già si incomincia a parlare – in vista del centenario, che ricorrerà il prossimo 12 settembre – della mitica impresa di Fiume, dovuta alla decisione del grande poeta e combattente Gabriele D’Annunzio di invadere la italianissima città per sottrarla al suo destino stabilito al termine della Grande Guerra, destino che l’avrebbe assegnata alla Croazia. Si è però quasi dimenticata un’altra azione militare organizzata e condotta da D’Annunzio un anno prima, e precisamente il 9 agosto 1918, quando ormai la Prima Guerra Mondiale volgeva al termine. Sto parlando del mitico volo su Vienna: l’impresa ideata e portata a compimento da D’Annunzio come nobile risposta alla vergognosa serie di incursioni aeree austriache sulle nostre città, che avevano causato migliaia di vittime.

In effetti, non tutti sanno che il «vezzo» di distruggere la capacità di resistenza di una nazione massacrandone la popolazione inerme (vecchi, donne, bambini) non fu una caratteristica della Seconda, bensì della Prima Guerra Mondiale. E a dare inizio a quella feroce e immorale tecnica fu proprio l’impero austro-ungarico, con tutta una serie di incursioni aeree che ebbero inizio già nel 1915 e furono contrastate da un drappello di eroi dell’aria, tra i quali, in primo piano, Francesco Baracca e Silvio Scaroni. I velivoli austriaci continuarono a rovesciare bombe sull’Italia durante tutti i quattro anni del conflitto mondiale, colpendo sia obiettivi militari, sia città indifese, tra le quali Venezia, Gorizia, Verona, Udine, Brescia, Vicenza, Mestre e soprattutto Milano, dove ancora oggi un celebre monumento in via Tiraboschi ricorda l’incursione aerea austriaca sul quartiere di Porta Romana, che costò, il 14 febbraio 1916, 18 morti e 96 feriti. Ma persino città come Bari, Barletta e Ancona divennero preda dei velivoli austriaci che attraversavano l’Adriatico per raggiungere i loro obiettivi civili, mentre un dirigibile austriaco riuscì a sganciare una serie di bombe persino su Napoli, facendo 16 vittime e 40 feriti.

La nostra risposta non ebbe mai luogo. I documenti parlano infatti di bombardamenti italiani su territorio austriaco sì, ma mai su agglomerati cittadini, bensì sempre su postazioni militari, alcune delle quali situate in prossimità di centri abitati destinati a tornare all’Italia (Riva del Garda, Trento, Trieste).

Dati questi precedenti, l’impresa di D’Annunzio assume uno speciale significato umano oltreché storico. Essa fu portata termine il 9 agosto 1918, allorché dieci aerei SVA monoposto e uno biposto decollarono dall’aeroporto militare di Padova allo scopo di portare a termine un’azione – come la definì D’Annunzio parlando ai componenti della squadra prima del decollo – «senza armi, senza odio, senza sangue».

Il poeta, che ha il grado di maggiore, comanda la pattuglia e viaggia sullo SVA biposto pilotato dal capitano Natale Palli. Gli altri dieci velivoli sono pilotati dai tenenti Antonio Locatelli, Piero Massoni, Aldo Finzi (che sarà destinato ad un primario ruolo politico durante il fascismo, e verrà fucilato alle Fosse Ardeatine), Lodovico Cenci, Giordano Granzarolo, Giuseppe Sarti, Francesco Ferrarin, e dai sottotenenti Masprone, Contatti e Allegri. Tre di essi sono costretti ad atterrare in Italia, poco dopo il decollo, per guasti al motore mentre il tenente Sarti deve rinunciare a sua volta e consegnarsi prigioniero agli austriaci a Wiener Neustadt.

Così, nella tarda mattinata del 9 agosto, sono sette i velivoli col tricolore che calano su Vienna, dopo aver percorso oltre mille chilometri, di cui 800 in territorio austriaco. La pattuglia si abbassa fino a 800 metri, sorvolando la Reggia degli Asburgo, il Ring, la cattedrale di Santo Stefano, le strade e le piazze dove la folla accorre per vedere chi ha osato violare i cieli della patria. E’ a questo punto che, dai sette velivoli, parte una autentica pioggia di volantini tricolori (centinaia di migliaia) su ognuno dei quali è stampata la «lettera aperta» che D’Annunzio ha steso, destinata ai sudditi dell’imperatore: Vi si può leggere:

«Viennesi! Imparate a conoscere gli italiani. Noi voliamo su Vienna. Potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà. Noi italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco, testardo, crudele governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre di odio e di illusioni.

«In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata, e luminosamente inizia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi appare all’improvviso come inizio del destino che si volge. Il destino si volge verso di noi con una certezza di ferro. E’ passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta. La vostra ora è passata. Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina. E predominerà fino alla fine.

«Viennesi! Voi avete fama di essere intelligenti. Ma perché vi siete messa l’uniforme prussiana? Ormai, lo vedete, tutto il mondo si è volto contro di voi. Volete continuare la guerra? Continuatela. E’ il vostro suicidio. Che sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro vittoria decisiva è come il pane dell’Ucraina. Si muore aspettandola. Popolo di Vienna! Sveglia! Viva l’Italia! Viva la libertà!».

Una lezione di umanità senza precedenti e che non troverà nel mondo – almeno fino ad oggi – personaggi capaci di emularla. Una impresa che riscatta in parte i protagonisti della Prima Guerra Mondiale dal suo spaventoso bilancio: 600 mila morti, 500 mila mutilati.

 

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