Storie di Uomini italiani – Don Carlo Gnocchi – rubrica quindicinale a cura di Ion Dalca

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Gentili amici e lettori,

iniziamo oggi una nuova rubrica quindicinale per ricordare alcuni Uomini italiani, con la “U” maiuscola, che hanno dato con la loro vita e le loro azioni un esempio di comportamento virile e in genere di quelle doti di coraggio, di volontà, di abnegazione, che un tempo, prima che la follia venisse a dominare la società, erano ammirate e imitate. Già, perché un uomo deve essere uomo, o meglio, Uomo.

Di fronte al triste spettacolo che spesso ci dà una gioventù debosciata, dedita a divertimenti idioti e distruttivi, persino falsata nel fisico, tant’è che spesso sembra che un giovane uomo faccia di tutto per non apparire tale, coprendosi sotto tatuaggi da primitivi, truccandosi, svirilizzandosi (fino allo spettacolo ripugnante delle sfilate dei cosiddetti “gay-pride”), di fronte a questo disastro, speriamo che ricordare i veri Uomini che l’Italia ha saputo avere anche in epoche recenti sia utile per iniziare un sano recupero di quelle caratteristiche peculiari che fanno di un uomo un Uomo. Dio li creò uomo e donna. Appunto. Entrambi con le loro doti e le loro caratteristiche, entrambi con le loro responsabilità.

Molti di questi Uomini sono stati dimenticati, o quanto meno di loro si parla ben poco. Le televisioni danno spazio a pederasti e a cantanti da quattro soldi, a giovani illusi che il successo mediatico e i quattrini siano i massimi traguardi a cui aspirare. Noi cercheremo di proporvi ben altri esempi, come folate di aria pulita che vengono a ripulire gli ambienti ammorbati.

Speriamo che la rubrica vi piaccia e incominciamo con un gigante:

 

Il Beato Don Carlo Gnocchi

Leggiamo dal sito della Fondazione Don Carlo Gnocchi:

Carlo Gnocchi, terzogenito di Enrico Gnocchi, marmista, e Clementina Pasta, sarta, nasce a San Colombano al Lambro, presso Lodi, il 25 ottobre 1902. Rimasto orfano del padre all’età di cinque anni, si trasferisce a Milano con la madre e i due fratelli, Mario e Andrea, che di lì a poco moriranno di tubercolosi.

Seminarista alla scuola del cardinale Andrea Ferrari, nel 1925 viene ordinato sacerdote dall’Arcivescovo di Milano, Eugenio Tosi. Celebra la sua prima Messa il 6 giugno a Montesiro, il paesino della Brianza dove viveva la zia, dove tornava spesso nei periodi di vacanza e dove, fin da piccolo, aveva trascorso lunghi periodi di convalescenza per una salute spesso precaria…

Erano i tempi in cui esisteva ancora la Chiesa cattolica visibile. Il giovane Don Carlo poteva diventare un bravo prete come tanti altri. Ma aveva quel che si dice una marcia in più: all’ardente amore per Cristo univa una passione educativa per la gioventù, che avrebbe espresso nel suo primo impegno apostolico, quello di assistente di oratorio:

Il primo impegno apostolico del giovane don Carlo è quello di assistente d’oratorio: prima a Cernusco sul Naviglio e poi, dopo solo un anno, nella popolosa parrocchia di San Pietro in Sala, a Milano. Raccoglie stima, consensi e affetto tra la gente.

Presto la fama delle sue doti di ottimo educatore giunge fino in Arcivescovado: nel 1936 il cardinale Ildefonso Schuster lo nomina direttore spirituale di una delle scuole più prestigiose di Milano: l’Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane.

In questo periodo studia intensamente e scrive brevi saggi di pedagogia.

10 giugno 1940: l’Italia entra nella bufera della Seconda Guerra Mondiale. Don Carlo non ha dubbi: potrebbe stare a casa, ma si arruola volontario per seguire, come cappellano militare, i suoi giovani. Non sceglie certo la via più comoda, ma si comporta da Uomo, scegliendo il pericolo per adempiere a quello che considera il suo dovere.

Sul finire degli anni Trenta, lo stesso cardinale Schuster gli affida l’incarico dell’assistenza spirituale degli universitari della Seconda Legione di Milano, comprendente in buona parte studenti dell’Università Cattolica e molti ex allievi del Gonzaga.

Nel 1940 l’Italia entra in guerra e molti giovani studenti vengono chiamati al fronte. Don Carlo, coerente alla tensione educativa che lo vuole sempre presente con i suoi giovani anche nel pericolo, si arruola come cappellano volontario nel battaglione “Val Tagliamento” degli alpini, destinazione il fronte greco albanese.

E, dopo il fronte greco-albanese, la campagna di Russia. Don Carlo segue i suoi giovani nella tragedia della ritirata dell’Armir e si salva miracolosamente.

Al ritorno in Patria, non c’è tregua per Don Carlo Gnocchi, perché la tragedia della guerra ha portato un drammatico strascico: le città italiane sono piene di orfani e di piccoli mutilati. È verso di loro che si rivolgerà la carità dell’infaticabile prete di San Colombano, preoccupato di dare a questi nuovi poveri, vittime della follia distruttiva, cure fisiche, educazione, istruzione e cure spirituali. In un Paese devastato dai bombardamenti, Don Carlo non si scoraggia e inizia una strada che ha dell’incredibile, e che porterà alla nascita di quel capolavoro che inizialmente si chiamerà “Federazione pro infanzia mutilata”, che da Cassano Magnago si diffonderà in tutta Italia e che prenderà infine il nome di “Fondazione Pro Juventute”.

Nel 1949 l’Opera di Don Gnocchi ottiene un primo riconoscimento ufficiale: la “Federazione Pro Infanzia Mutilata”, da lui fondata l’anno prima per meglio coordinare gli interventi assistenziali nei confronti delle piccole vittime della guerra, viene riconosciuta ufficialmente con decreto del presidente della Repubblica.

Nello stesso anno, il capo del Governo, Alcide De Gasperi, promuove Don Gnocchi consulente della presidenza del Consiglio per il problema dei mutilatini di guerra.

Da questo momento uno dopo l’altro, aprono nuovi collegi: Parma(1949), Pessano con Bornago(1949), Torino (1950), Inverigo (1950), Roma (1950), Salerno (1950), Pozzolatico (1951).

Don Carlo concepisce i propri collegi in maniera nuova: non puri e semplici ricoveri, ma luoghi tesi a favorire la maturazione affettiva e intellettuale dei ragazzi, con cure mediche e chirurgiche, istruzione scolastica e formazione professionale. Il tutto in anni nei quali la medicina riabilitativa doveva ancora compiere i propri passi.

Don Gnocchi stimola e ottiene l’appoggio delle massime istituzioni, ecclesiali e civili: memorabili gli incontri con Papa Pio XII, con i presidenti della Repubblica Einaudi e Gronchi e con le massime cariche dello Stato. Chiede aiuto al mondo del cinema e dello sport, coinvolge i mezzi di informazione e l’opinione pubblica con iniziative clamorose e straordinarie: nel 1948 un piccolo monomotore, l’”Angelo di bimbi”, vola da Milano a Buenos Aires e l’anno successivo una spedizione scout, in sella a mitici Guzzini, attraversa l’Europa e raggiunge Capo Nord per sostenere l’opera di Don Carlo.

La Fondazione Pro Juventute

Nel 1951 la Federazione Pro Infanzia Mutilata viene sciolta e tutti i beni e le attività vengono attribuiti al nuovo soggetto giuridico creato da don Gnocchi: la Fondazione Pro Juventute, riconosciuta con decreto del Presidente della Repubblica l’11 febbraio 1952.

Nel 1955 don Carlo lancia la sua ultima grande sfida: costruire un moderno Centro che costituisca la sintesi della sua metodologia riabilitativa. Nel settembre dello stesso anno, alla presenza del Capo dello Stato, Giovanni Gronchi, viene posata la prima pietra della nuova struttura, nei pressi dello stadio di San Siro, a Milano.

Don Carlo Gnocchi morì il 28 febbraio 1956 a Milano. Una grave forma di tumore e una vita condotta senza un attimo di tregua lo avevano consumato. Per le centomila persone che parteciparono al suo funerale, non c’era alcun dubbio: era morto un Santo. Fu ufficialmente beatificato il 25 ottobre 2009.

Abbiamo fatto, necessariamente, una sintesi. Ma vi invitiamo a leggere per esteso la biografia del Beato Don Carlo Gnocchi sul sito ufficiale della Fondazione Don Carlo Gnocchi e a guardare il video che qui sotto riportiamo. E ringraziamo il Signore che ci ha donato un Uomo, un Santo, come Don Carlo Gnocchi.

 

 

Tra due settimane parleremo di: Salvatore Rap

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