Un anziano Saggio di provincia (talora un po’ bizzoso…)

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Tommaso Vallauri (1805-1897), uomo, si direbbe ora, “controcorrente”, autore coerente e difensore sempre di valori e ideali non condivisi dalla classe dirigente del suo tempo

 

Quando si raggiunge un’età quale la mia, si capiscono tante cose che un tempo non si capivano (c’è chi la chiama “esperienza”, chi “conoscenza del mondo”, io preferisco pensare che ad un certo punto uno – per usare una formula popolare – riesca finalmente a “farsi furbo”, tanto che gli appaiono piane e semplici cose che prima non era in grado di spiegarsi). Una di queste cose che mi appaiono sempre più chiare man mano che gli anni passano è il grandissimo bluff propinatoci, su determinati argomenti diciamo pure “fondamentali”, dalla scuola, dalla scuola repubblicana e democratica, nata dalla resistenza (la minuscola è voluta…) e fondata sui “sacri” principi, a cominciare (tanto per fare buon peso) da quelli dell’89 (1789, intendo).

Non sto a farla lunga, limitandomi ad uno scarno elenco, fondato ovviamente sul “manicheismo di stato” de’ miei verd’anni: buoni i mercanti, specie se fiorentini/cattivi i Crociati, specie se nobili e feudatari, buono Lutero/cattivo il concilio di Trento, buoni i rivoluzionari e poi Napoleone/cattivi i conservatori e i “reazionari” e poi i legittimisti e gli Austriaci, buoni i patrioti risorgimentali/cattivi gli Austriaci (e dajla) e gli “austriacanti”, buono Crispi e i massoni/cattivi i Papi e i clericali, buoni gli interventisti/cattivi i “pantofolai”, che in realtà “parecchio” avrebbero giolittianamente ottenuto dall’Austria-Ungheria (e senza 600.000 morti), buoni gli eroi antifascisti (specie se viventi tranquilli a Parigi o a Mosca)/cattivi i poveri italiani che, magari per un po’ di sacrosanta tranquillità che nasceva dalle cose comunque buone operate dal fascismo, erano acquiescenti col regime, infine, siccome non era possibile istituire un raffronto col nazismo (sulla cui negatività pressoché nessuno può avere dei dubbi), ecco che anche tra i buoni, i “resistenti”, si istituiva “orwellianamente” un distinguo tra chi era più “resistente” degli altri, e quindi buono (comunisti, socialisti, azionisti), e chi meno degli altri, e quindi “cattivo” (cattolici, badogliani, monarchici).

Oltre al manicheismo, lo stato ci imponeva anche il “doppiopesismo etico-politico”, per cui se un’anima candida, qual ero io, domandava al professore di storia: se tra i “buoni” ci sono i beduini palestinesi cacciati dalla loro terra, perché non sono tra i buoni anche i veneti istriani, anch’essi (almeno quelli rimasti dopo gli infoibamenti) cacciati dalla loro terra? Risposta: “Ma quelli erano dei poveri proletari del Terzo mondo, mentre questi erano borghesi e ‘fascisti’ e dunque se la sono cercata, voluta e meritata…”

Tirate le somme nella storia, automaticamente le categorie dei “buoni/cattivi” venivano traslate di peso nella letteratura, e quindi anche qui i buoni, i primi della classe, con in testa i romantici, bravi patrioti e bravi liberali (anche quando cattolici), i Veristi (avevano inquadrato “problematicamente e gramscianamente” la cosiddetta questione meridionale) e poi la prima e la seconda “trimurti”: D’Annunzio, Pirandello, Svevo e poi Vittorini, Pavese, Moravia. [Intendiamoci questi miei non sono giudizi sulle capacità di scrittura, ma sulla sostanza di molte delle loro opere]. Dissimulati, ignorati, messi al bando invece molti altri scrittori che, alcuni più bravi altri meno (ammettiamolo), tuttavia avevano avuto il coraggio (e la sfortuna) di difendere posizioni indifendibili nell’ottica del manicheismo di stato di cui sopra.

Avviene così che uno scrittore come il monregalese Tommaso Vallauri (1805-1897), certamente non tra le migliori penne del secolo, ma comunque uomo, si direbbe ora, “controcorrente”, coerente e difensore sempre di valori e ideali non condivisi dalla classe dirigente del suo tempo, almeno a far capo dagli anni Quaranta del secolo, sia stato bellamente rinchiuso nel “gulag” del dimenticatoio culturale, complici anche sia il campo, di nicchia, in cui si esercitò la sua attività di docente e di intellettuale (cioè le lettere classiche) sia – va pure detto – un carattere non dei più facili, che lo condusse spesso a battaglie e polemiche personali condotte talora più con l’arma dell’acredine più o meno biliosa che non con quella della lucidità del ragionamento e della pacatezza dell’argomentazione. Prima di passare a commentare l’operetta del Vallauri che è l’argomento di questo mio intervento, ricordiamo che egli si dovette anche portare un fardello non da poco: il padre, in qualità di maire (sindaco) del comune (anzi, secondo l’uso rivoluzionario, della comune) di Chiusa Pesio e dato che il Piemonte era ormai stato annesso alla Francia, si sentì in obbligo di far aggiungere al figlio, al momento del battesimo, il secondo nome di Napoleone, che gli gravò sulle spalle per il resto dei suoi giorni e di cui egli cercò di dimenticarsi…

 

Il nostro Vallauri scrisse durante molti anni della sua vita parecchie novelle: cominciò nel 1835 e negli anni immediatamente seguenti con alcune novellette in seguito lasciate da parte, poi sospese l’attività letteraria per qualche tempo per riprenderla, e regolarmente, dal 1860 al ’75. In questi anni infatti compose, come egli stesso ci dice “nel tempo delle vacanze estive”, una serie di 15 novelle, una all’anno, quasi come i Racconti di Natale dickensiani, pubblicate poi in 7 edizioni, regolarmente ampliate, dal 1864 al 1892. Sono testi che volevano essere uno strumento di educazione sia linguistica (la loro lingua si rifà – e lo scrittore non lo nega, anzi se ne inorgoglisce – al toscano purista della Crusca, e quindi a modelli “classici” quali Boccaccio, Firenzuola, Bembo, Caro, Bibbiena, Della Casa, Buonarroti il giovane e via cruscheggiando…) che morale. E qui il Nostro, come si dice, “casca a fagiolo”, perché, mutatis mutandis, potremmo tranquillamente prendere personaggi e situazioni da lui descritti e narrate e trasportarle ai nostri tempi (diciamo dal ’68 in avanti): certamente non sfigurerebbero, anzi potrebbero essere ancora utili per insegnarci qualcosa. Cosa che era in votis dell’Autore, detto per inciso.

Prendiamo, per esempio, la prima novella (scritta nel 1860) già dell’edizione fiorentina del 1864 e poi presente anche nelle 6 seguenti edizioni, intitolata Il barbiere del rinchiuso. In essa si racconta di Simone, un barbiere dei dintorni di Mondovì, persona seria e stimata da tutti.

L’inizio del racconto, ambientato verso la metà del “secolo scorso”, cioè il XVIII, è rappresentato, secondo la tradizione degli storici antichi (teniamo sempre a mente ciò che Vallauri faceva nella vita: il professore di Latino), dalla descrizione dei luoghi in cui avvengono i fatti che si narreranno, possibilmente – secondo la lezione del greco Polibio (I sec. a. C.) – tenendo presente la “autopsia”, cioè la conoscenza de visu, da parte dell’autore, dei luoghi rappresentati: in questo caso un sobborgo di Mondovì detto “il Rinchiuso” che, sulla strada di Villanova (cioè in direzione sud, verso la montagna), si trovava a poca distanza dalla città, da essa separato dal corso del torrente Ellero. [Attualmente è una zona periferica del quartiere di Breo]

Segue la colorita descrizione del protagonista della prima parte della novella, il barbiere, il quale, con un andamento che vuole riprodurre certe descrizioni di tipi particolari nel Decamerone boccacciano (si parva licet…), ci viene presentato con alcune caratteristiche ben definite: abile parlatore (specie nel dialetto monregalese, “che ha una singolare vivezza di locuzioni, e copia di modi proverbiali, e un colorito suo proprio”), esecutore (a memoria) di suoi strambotti e ballate accompagnandosi col mandolino, e infine famoso, secondo un topos della narrativa popolare che ritrovavamo ancor pochi anni orsono in alcune barzellette o in affabulazioni serali nelle stalle o all’osteria, perché “quando gli veniva alle mani qualche contadino smunto, sparuto, e colle guance vizze e affossate; affinché le rughe e i solchi della faccia non fossero d’impedimento al celere menar del rasoio, soleva, motteggiando, presentargli sur un piattello un paio di noci, le quali introdotte in bocca, empiessero dall’una banda e dall’altra le incomode fossette. Or sebbene le dette noci fossero già da lungo tempo adoperate a tale uffizio, sicché la forza dissolvente della scialiva avevane alterato il natural colore; nientemeno esse passavano senza difficoltà di bocca in bocca, non altrimenti che se state fossero due ciambellette o zuccherini”.

Non manca, immediatamente dopo, l’accenno alla “fortuna” del barbiere: la sua bottega è ben avviata, grazie anche ai suoi modi “giocosi e faceti”; dalla moglie, Sandra, ha avuto due “marmocchi” ed egli si presenta al lavoro sempre nel suo aspetto migliore, poiché “egli usava di portare un giubboncino di ciambellotto [cioè “tela fatta di pel di capra”, secondo la definizione del Vocabolario della Crusca, con esempi nel Burchiello] verde, che gli stava indosso ben assettato, e calze pulite, e camicia di bucato, e scarpe strette alla spagnuola, e un berrettino a tagliere, che ad ogni pie’ sospinto ei si traeva del capo per rabbuffarsi il ciuffetto”. Nonostante la fortuna Simone non insuperbisce e, se può, aiuta i suoi compaesani; è timorato di Dio, tanto che, se ringraziato per dei benefici, è solito rispondere che “troppo più grandi essere i suoi debiti con Dio, né sapere quando gli venisse fatto di saldare le sue partite”; frequenta inoltre le funzioni, e in particolare la chiesa dell’Oratorio di San Filippo Neri che “era allora assai frequentato, sì per l’indole tranquilla e religiosa dei tempi, e sì per l’evangelico zelo e fervore del venerando Padre Murisasco, nel quale tutti i cittadini avevano grandissima devozione”.

Mastro Simone ci viene dunque presentato come un fulgido esempio di come si vivesse bene nei tempi passati, quando ognuno sapeva quale fosse il suo posto nel mondo senza la pretesa di voler cambiare il proprio stato, salendo la scala sociale senza avere la preparazione, culturale ma soprattutto morale, per farlo. Ecco infatti come il Vallauri conclude questa prima parte, che potremmo definire introduttiva alla narrazione vera e propria dei fatti, col relativo cambiamento di protagonista, dal padre ai figli, anzi ad uno dei figli, da un esempio quindi positivo ad uno negativo.

A questo modo Mastro Simone, intento alle cure del suo mestiere, senza dimenticare i doveri d’uomo pio e costumato, buon marito, buon padre, buon cittadino, amato e careggiato da tutti, era pervenuto oltre i quarant’anni, e se ne viveva contento dell’esser suo. E veggendo i suoi due figliuoli essere oggimai grandicelli, ed avere apparato leggere e scrivere e far di conto, andava pensando di metterli alle arti o ad alcun fondaco, acciocché un dì avessero modo di campare onestamente. Imperciocchè a que’ tempi si viveva all’antica, e non era ancora conosciuto il vezzo, che ora ha preso piede tra gli artigiani, i quali, come han fatto un poco di avanzo, si argomentano di trarre i loro figliuoli ad alti gradi nel mondo. Or quanto a Bartolommeo, suo primogenito, che era mingherlino anzi che no, il barbiere ne avea già fatto un motto a Pippo il rigattiere, cugino di sua moglie; e Giulio, il minore di età, intendeva di allogarlo ad uno stipettaio benestante, padre di una figliuola unica, col quale era in gran dimestichezza ed amicizia; non senza speranza di congiungere un dì per parentado le due famiglie”.

Una bravissima persona, onesto, lavoratore, pio, amante della famiglia: appare dunque un quadro quasi da favola, ma, come in ogni favola che si rispetti, il protagonista, seppur in buona fede, commette un errore, obbedendo a quella che ha tutta l’aria di una tentazione diabolica.

Durante la festa della Natività di Maria del 1786, che si celebrava, come sempre, con grande “frequenza d’uomini e di donne” presso il santuario della Madonna del Monte di Vico (Vicoforte), il nostro Simone si lascia indurre a farsi predire il futuro da una zingarella. Infatti, ci dice il Vallauri, “come sempre suole avvenire là dove è grande radunanza di genti, a questa festa, e molto più alla fiera, che le tien dietro, accorrono e giullari e cerretani [cioè: ciarlatani] e cantambanchi e ciurmadori d’ogni maniera, i quali trattengono i forestieri, e mostrano al credulo volgo la luna nel pozzo”. Così ecco che il nostro barbiere, mentre sull’uscio della sua bottega assiste alla sfilata delle persone che tornano dalla fiera, vede “arrestarsegli dinanzi l’indovina, alla quale egli, spinto dal consueto suo piglio, festivo e famigliare”, chiede di predirgli il futuro, a patto che lei gli dimostri di conoscere anche il suo passato. Detto fatto, la donna prima sciorina tutto il suo passato all’uomo, dopo di che gli rivela che ad uno dei due figli “non raderai la barba: lungo e crudel morbo ne troncherà anzi tempo la vita”, mentre l’altro “è riserbato ad alti destini”. La predizione si chiude con la zingara che “tutta nel viso cambiatasi, e contorcendosi, e stralunando gli occhi, secondo che i poeti favoleggiarono [ecco il classicista che viene fuori…] delle antiche sibille, mandò fuori i seguenti versi…” Segue l’oracolo riguardante il secondo figlio, dal quale si ricava che prenderà gli ordini sacri (“in sagri panni avvolto”), viaggerà in paesi freddi (“fredde contrade accoglieranno”), avrà riconoscimenti dai suoi studi “de’ suoi studi avrà ricolto/ il maggior frutto”), ma in conclusione la sua fine non sarà felice (“Novel Dionigi, combattuto e vinto,/ Troverà nel cader la sua Corinto”). Ovviamente il nostro barbiere non comprende fino in fondo la predizione, ma capisce solamente quello che vuol capire, cioè che al suo secondo figlio si prepara un futuro di fortuna. Così, tra i dubbi sul fatto che da una famiglia, quale la sua, di umile condizione, possa uscire un grande intellettuale e la certezza che, se la zingara ha indovinato con esattezza il suo passato, gli avrà anche rivelato con sicurezza il futuro, appare chiaro come in lui “il mal demone dell’ambizione gli fosse entrato addosso, e tutto egli si fosse mutato da quel di prima”. Ecco come la seconda parte della narrazione si chiude in modo opposto alla prima: è bastato un nonnulla (la predizione della zingara) per trasformare un brav’uomo come il barbiere in un personaggio roso dall’ambizione.

Tale situazione è confermata poi dalle parole di un dotto medico, cliente di Simone, il quale, interpellato sull’interpretazione dell’oracolo, pur manifestando qualche dubbio (subito però fugato da Simone) sull’attendibilità della profetessa, conferma ciò che apparve in primo momento sulle fortune del figliolo, del quale il medico preconizza addirittura la porpora cardinalizia, ma tuttavia mette in guardia il barbiere sull’ultima parte del vaticinio: il giovane rischia di fare la fine di Dionigi di Siracusa, che dovette finire i suoi giorni a Corinto in povertà.

Fortificato anche dalle parole del medico, il barbiere, sempre più preda dell’ambizione e confidando sul fatto che – come direbbe Dante – “saetta previsa vien più lenta”, cioè sperando che la conoscenza del futuro possa aiutarlo ad evitare le eventuali disgrazie previste dalla zingara, dalla morte del primogenito alla disgrazia del secondo figlio, decide di cambiare i programmi previsti per i propri figli: non più a bottega per imparare un mestiere, umile ma sicuro, bensì a scuola, dove i due vengono mandati a proseguire gli studi dopo un’estate di preparazione presso un sacerdote di un’altra borgata cittadina.

I due ragazzi iniziano a frequentare le scuole, mentre la figura del padre si trasforma in una sorta di personaggio fiabesco che “D’allora in poi […] trasmutossi da quello che esser soleva in tanto, che a vederlo non pareva più desso. Disparve l’antica serenità dalla sua fronte; e tutto impensierito faceva mille ghiribizzi e castelli in aria. Già parevagli di aggirarsi, come per incanto, sotto le ricche vôlte di un magnifico palagio, e di vedersi davanti una turba di valletti, presti a’ suoi cenni; e già pregustava colla sua fantasia le dolcezze d’una vita beata. Verrà tempo, diceva tra sé e sé, che non dovrò più levarmi in sullo schiarir del giorno, per impiastricciare la faccia abbronzita di codesti tangheri di villani, che mi ammorbano col pessimo odore delle sudice loro persone. Anche a me un dì avverrà di centellare in sul mattino, nel letto, una buona tazza di caffè. Anche a me il piacere di pormi a mensa, ed essere di molti messi e di generosi vini servito. Non più Mastro Simone il barbiere verrò chiamato, allora; sarò anch’io, alla mia volta, l’onorevole signor Simone R… Ché costoro, i quali ora si dicono illustrissimi e gentiluomini e cavalieri, non ebbero già un’origine diversa dalla mia; né avrebbono essi il diritto di dirmi: fatti in là, che tu mi tingi. La loro natura è quella stessa di tutti i figliuoli di Adamo, che hanno un nome. I loro padri, o i bisavi, o gli arcavoli certamente, furono uomini del volgo, artigiani come me e poveri come me. La sola differenza sta nella fortuna, che sorrise loro propizia prima che a me”.

Questa tirata moraleggiante, degna quasi del Dialogo sopra la nobiltà del Parini, viene immediatamente bollata dal Vallauri come una “farneticazione” di chi “per ambizione, era diventato filosofo”: non è sbagliato tanto il desiderio di migliorare il proprio stato sociale (ci avverte l’Autore), quanto il “non saper stare al proprio posto”, volere cioè presumere in modo ambizioso, andare oltre a ciò che il buon Dio ha stabilito per noi, e per i nostri discendenti. Tanto che lo scrittore (in nota) ci ricorda il passo dantesco relativo a Carlo Martello che, a Par. VIII, vv. 142-147, dice “E se il mondo laggiù ponesse mente/ al fondamento che natura pone,/ seguendo lui, avria buona la gente.// Ma voi torcete alla religione/ tal che fu nato a cignersi la spada,/ e fate re di tal ch’è da sermone”.

Segue un periodo di “follia” del buon barbiere che, con modi inusuali e peregrini, pensando solamente al futuro dei figli, prima si inimica tutte le donne amiche della moglie e poi trascura la sua bottega, che gli “si svia”, cioè perde clienti e credito, ma tuttavia “Simone non si rimuovea punto dal suo proposito. L’assottigliarsi dei suoi guadagni egli attribuiva all’invidia, che altri gli portava per la futura sua felicità; e si andava confortando al pensiero, che quando che sia si dovesse mutare la fortuna”.

Passano intanto quattro anni, in cui i figli studiano, ma senza ottenere grandi successi, finché in un autunno il più grande cade vittima di febbri causate da una solenne bagnata (con conseguente infreddatura) durante una giornata di pioggia: in conseguenza di ciò in capo a tre mesi egli muore, confermando così la prima parte della profezia. Il Vallauri non esita, a questo punto, a sottolineare come la mente del padre fosse oramai obnubilata a tal punto da vedere quasi con gioia la morte del primogenito, poiché essa veniva a sancire, con la sua esattezza, la certezza del concretarsi anche della seconda parte: la fortuna del secondogenito dopo il completamento dei suoi studi.

Dopo la morte del primogenito la vicenda procede a rapide falcate verso la sua “catastrofé”. Il figlio più giovane, Giulio, ormai quindicenne, si convince facilmente ad abbracciare lo stato ecclesiastico, ma solamente per “conseguire il bene, che il padre gli annunziava come sicuro”. Al padre vengono poi risparmiati i dolori futuri, poiché muore due anni dopo la scomparsa del primogenito.

A questo punto protagonista unico ed assoluto del racconto diventa il figlio, Giulio, il quale, indossato l’abito ecclesiastico, divenne, insieme con un concittadino, maestro privato di alcuni ragazzini, sempre sperando nella buona sorte profetizzata al padre dalla zingara. Ma, dopo la prima parte della profezia, avveratasi, anche la seconda parte di essa, come spesso avviene con gli oroscopi e le profezie, si è già avverata, sì, ma in modo completamente diverso rispetto alle aspettative. Infatti, il “luogo freddo” della profezia non è una nazione in cui egli possa fare fortuna, ma – in realtà – il nome della strada (contrada fredda) in cui si trova la casa in cui egli vive. Tuttavia, riuscendo col suo carattere, conciliante se non addirittura servile (“aveva flessibile che no il fil delle reni”), ad entrare nelle simpatie del Vescovo, ottiene di interrompere quel suo “modesto uffizio” di precettore e di terminare gli studi.

Sopraggiunge frattanto l’invasione francese del Piemonte (“che mutò in Piemonte le forme del civile reggimento, e sparse quei semi, che fruttarono poscia all’Italia l’utile che tutti sanno”), e quindi Giulio, sperando che la “rivoluzione” potesse offrirgli la possibilità di realizzare le sue ambizioni, ritorna “in abito e condizione di laico” e si avvicina alla fazione politica “che aveva nelle mani il freno delle subalpine contrade”, ottenendo così un posto nella Pubblica Amministrazione. Il suo carattere, tuttavia, il “difetto di dottrina” (aveva – ricordiamolo – terminati gli studi solo grazie agli appoggi del Vescovo: gli opportunisti sono sempre esistiti…) e “certi suoi modi fantastici e strani” non gli permettono di proseguire sulla “via in cui erasi messo colla molta importunità e perseveranza nel domandare” e perciò viene escluso dai “pubblici uffizi”. Pertanto, stretto dal bisogno, si mette a tenere scuola privata di francese a Breo (il principale quartiere di Mondovì), inaugurando il suo insegnamento con un “discorso proemiale” talmente sconclusionato e insensato che, commenta il Vallauri, “fu certamente per lui ventura che dalla pubblica podestà non ne fosse consentita la stampa”.

La situazione a questo punto precipita. Il giovane, sempre convinto che prima o poi la sua buona stella lo aiuterà, decide di scrivere, andando incontro ancora una volta all’andazzo dei tempi della dominazione napoleonica, un libello in francese (per di più alquanto sgrammaticato) contro lo studio del latino, operetta che, una volta stampata e diffusa, desta la riprovazione ma anche il riso degli intellettuali. La riprovazione perché essa è veramente “un ciarpame da ferravecchi”; il riso perché dimostra ampiamente come “il vanitoso maestro non conoscesse i primi rudimenti della lingua, che faceva professione d’insegnare altrui”. Conosciuto l’opuscolo, dunque, Giulio viene “tenuto per un parabolano [cioè: parolaio] disutile” non solo dalle “persone abili a giudicare da sé” (cioè i dotti), ma “dal volgo eziandio, che [altra osservazione “velenosa” del Vallauri] suole aderire ciecamente ai giudizi degli altri”. Pertanto egli, convintosi ormai che la profezia era “fasulla”, almeno relativamente alla sua grande fortuna, accetta la sua condizione, paragonabile (questo sì) a quella di Dionigi siracusano, ridottosi ad insegnare anch’egli a dei ragazzini. Si racconta – conclude amaramente l’Autore – che Giulio, passando negli anni seguenti davanti alla casetta della sua infanzia, “sospirando si lagnasse pur sempre delle mancate speranze, e della oscura e travagliata vecchiezza; esempio chiarissimo a tutti i suoi concittadini, quanto mai provveggano a sé, alla famiglia e alla civile società quei padri, i quali, senza altra considerazione che dei propri interessi, spingono i loro figliuoli a quelle arti, per cui non danno segno di natural disposizione”.

Traiamo ora noi le nostre conclusioni dalla lettura della novella.

L’insegnamento precipuo che Vallauri vuole darci lo troviamo proprio nelle ultimissime righe: sbagliano quei genitori che, sperando chissà quali fortune per i propri figli, li obbligano a fare cose per cui non sono assolutamente tagliati. Poi vediamo come l’Autore ci somministri anche una buona serie di altre utili indicazioni: mai fidarsi degli oroscopi e delle profezie, specie se provengono da zingare, non affidarsi alle “raccomandazioni”, ancorché di alto bordo, fare il proprio dovere senza esagerazioni e senza stranezze varie, non abbandonare la tradizione degli studi (il latino…), ma soprattutto capire quale è il nostro posto nel mondo, accettarlo e non volerlo cambiare a tutti i costi, affidandoci oltretutto, come nel caso in questione, solamente ad appoggi esili e poco credibili. È giusto sperare in un miglioramento delle condizioni, proprie e dei propri discendenti, ma solo se questo miglioramento parte da basi solide e razionali perseguendo così obiettivi adeguati e proporzionati alle proprie forze.

 

P.S. Ultima osservazione: la storia narrata dal Vallauri, pur con gli adattamenti letterari (e soprattutto linguistici) del caso, è una storia vera. Il libretto di Giulio è infatti De l’étude de la langue latine au XIX siècle par Jules R…, Mondovì, Imprimerie Rossi, 1812, in 8°, pp. 35.

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