Una parabola con un prologo: Il buon Samaritano

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“Vade et tu fac similiter” (Lc 10, 37)

La parabola del Buon Samaritano, riportata solo dall’evangelista Luca  (Lc 10, 25 – 37), è una delle più note e commoventi dei quattro Vangeli, ma anche una di quelle che mi hanno sempre messo maggiormente in crisi per i motivi che più avanti spiegherò.

Il testo è diviso in due parti, entrambi formulate secondo il genere letterario della controversia in cui due interlocutori si pongono reciprocamente domande e risposte. L’interlocutore di Gesù, un Dottore della Legge – importante personaggio esperto in dottrina, ma non per questo modello di vita – “si alza” (quasi fosse il pubblico accusatore in un tribunale) per mettere alla prova Gesù e Lo interroga su un argomento importante per tutti, quello della salvezza eterna, chiamandoLo “Didàscalos” ossia “Maestro”, l’appellativo con il quale gli estranei si rivolgevano a Lui: “Che devo fare per ereditare la vita eterna?” E’ chiaro che egli cerca ipocritamente di coglierLo in fallo. Ma Gesù, che sa bene quello che l’altro ha nella mente e nel cuore, risponde con una contro – domanda: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?” ed obbliga così l’avversario a uscire allo scoperto, perché, nella sua qualità di Dottore della Legge, egli deve sapere benissimo che cosa deve fare secondo la Legge giudaica espressa nel Deuteronomio (6, 5): “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze, con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”, affermazione scritturistica preceduta dallo Shemà, la preghiera per eccellenza dell’israelita e formula solenne della professione di fede ebraica: “Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo”. A questo totalizzante impegno d’amore che coinvolge l’essere umano in ogni sua fibra, Luca aggiunge anche la mente.

Infatti per Luca, per il quale la salvezza dell’anima del lettore è cosa ben più importante che mettere in risalto la gaffe del’ipocrita e saccente dottore, quella domanda è di grandissima importanza perché cercare e trovare la salvezza è il primo impegno di ogni credente. Infatti la salvezza riguarda la vita vera, quella che non termina con la morte, ma la trascende, la supera, la vince. La risposta del dottore (v. 27) si ricollega a un passo del Levitico (19, 18): “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d’un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso”. Anche gli altri due Vangeli sinottici trattano questo problema, ma con alcune differenze che meritano di essere evidenziate.

Matteo: “ … un dottore della legge lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?” (Gesù) gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22, 34 – 40).

Marco: “ … uno degli scribi … gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” Gesù rispose: “Il primo è: “Ascolta Israele: Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questo” (Mc 12, 28 – 31).

Luca colloca l’episodio all’inizio del viaggio di Gesù alla volta di Gerusalemme, a significare che, se il discepolo vuole seguire il Maestro, deve incamminarsi sulla strada dell’amore totale a Dio, considerare l’altro alla pari di sé e amarlo come se stesso. Inoltre egli unifica i due inseparabili comandamenti perché entrambi riflettono un’unica realtà, un unico impegno: quello di amare. Egli usa questo verbo una volta sola per riferirlo sia all’amore per Dio, sia all’amore per il prossimo e non parla affatto di comandamenti, ma semplicemente di Amore.

Invece secondo Matteo e Marco l’episodio si verifica subito prima della Passione, quando Gesù si trova già a Gerusalemme; inoltre essi distinguono i due comandamenti in ordine decrescente: il primo e il più grande è amare Dio, il secondo è amare il prossimo, anche se sono simili tra loro. Secondo Matteo e  Marco, è Gesù che risponde al dottore della legge; secondo Luca invece è il dottore a dare la risposta. Come mai? Per Matteo e Marco l’importante è “sapere” quale sia il comandamento fondamentale, ossia riconoscere e distinguere nella Legge ciò che è essenziale da ciò che è solo secondario. Invece Luca, più pragmatico, vuole sottolineare non tanto la conoscenza (pure importante) quanto il “fare”, saper passare dal conoscere all’agire. Perciò Gesù risponde sbrigativamente: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Così termina la prima parte della parabola.

L’ipocrita avversario di Gesù però non demorde e introduce una nuova questione.  Inizia così la seconda parte della parabola, esclusiva di Luca. Anche questa parte è strutturata secondo la formula controversistica: alla domanda del dottore seguono la contro–domanda di Gesù, la risposta dell’avversario e alla fine, a mo’ di conclusione della discussione, l’esortazione del Cristo. In mezzo c’è la parabola del Buon Samaritano, la più “urticante” per la nostra anima, quella (come dicevo all’inizio) maggiormente capace di metterci in crisi.

Il dottore, per cancellare la meschina figura che ha fatto nel fallito tentativo di mettere in difficoltà il suo avversario – che invece ha dimostrato una perfetta conoscenza della Scrittura e una grande capacità di difesa – cerca di deviare il discorso su un altro sentiero: “Chi è il mio prossimo?”. Vale a dire: chi sono le persone che devo amare come me stesso? L’amore ha un limite? Lui sembra convinto che l’amore debba avere dei limiti; dopotutto non gli era stato insegnato: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico” (Mt 5, 43)[1]? Perciò la domanda ha un significato esistenziale immenso, tale da investire la vita umana in ogni suo angolo più nascosto. Vale la pena allora di analizzare la parabola nei dettagli.

La strada che da Gerusalemme conduce alla pianura di Gerico è accidentata e semidesertica; ancora all’inizio del XX secolo si sconsigliava di percorrerla da soli perché insicura. La parabola racconta che qui scendeva “un uomo”, presumibilmente un ebreo, che incappa in una banda di delinquenti i quali non esitano a derubarlo bastonandolo a sangue, lasciandolo poi tramortito alla sua sorte. Un sacerdote, un uomo importante, un custode della Legge, passa “per caso[2], vede il malcapitato, capisce ciò che è successo e passa oltre. Alcuni esegeti interpretano questo comportamento come il desiderio di non contaminarsi toccando il sangue del ferito e di conservare la propria purezza sacerdotale. Ma Gesù non sembra dare importanza a questo aspetto.

Un altro uomo, un levita, anch’egli addetto al culto, passa anche lui accanto al ferito, anche lui lo vede, anche lui pensa che la cosa non lo riguardi, anche lui passa oltre. Luca sottolinea che proprio due israeliti di condizione sociale altolocata e di elevata cultura, proprio loro che conoscono bene la legge proclamata dal Levitico, si comportano da egoisti.

Arriva un terzo uomo, guarda caso un samaritano, uno straniero per Israele, un nemico dal quale sarebbe logico aspettarsi un comportamento simile a quello dei primi due perché, essendo samaritano, non è tenuto all’osservanza della Legge. Invece l’Evangelista sottolinea con cura quanto il suo comportamento sia diverso e ne descrive dettagliatamente i gesti. Il samaritano vede anche lui il disgraziato, ne prova compassione, gli si avvicina, ne fascia le ferite, ci versa sopra olio e vino, lo carica sul suo cavallo, lo porta alla locanda, si prende cura di lui. Poi paga in anticipo all’albergatore le cure da prestare al poveretto in sua assenza.

Terminato il racconto della parabola, Gesù domanda al dottore della legge: “Chi di questi tre (il sacerdote, il levita, il samaritano) ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”.  Gesù non domanda chi ha amato lo sfortunato viaggiatore, ma chi gli si è fatto prossimo. In effetti, se il poveretto poteva essere considerato “prossimo” per il sacerdote e per il levita, non era affatto “prossimo” per il samaritano, era anzi un nemico etnico, ma egli non ha visto in lui il nemico della sua gente, ma solo un uomo come lui bisognoso di aiuto. Il cambiamento di prospettiva è di 180 gradi. Il prossimo non è colui che è vicino a noi fisicamente o geograficamente, ma colui nel quale riconosciamo un altro simile a noi, per il quale dobbiamo provare empatia, cioè comprenderne i bisogni e le aspirazioni e così amarlo, non qualcuno che faccia necessariamente parte della nostra cerchia familiare, sociale o etnica. Può essere anche uno straniero, uno dal colore della pelle diverso dalla nostra, uno che appartiene a una civiltà diversa. Non è “urticante” questa consapevolezza in tutti i tempi e i luoghi e, a maggior ragione, in questo XXI secolo, così pieno di odi razziali ed etnici ?

Il dottore della legge risponde prontamente a Gesù: “Chi ha avuto compassione di lui” (traduzione della CEI) ovvero “Colui che ha fatto la misericordia” (traduzione letterale). Il samaritano non si è messo a elaborare tanti “distinguo”, non si è posto tanti problemi di vicinanza o lontananza etnica, si è affrettato a soccorrere l’infelice con tutti i mezzi che aveva a disposizione, con bontà, generosità e spirito di servizio. Dopo la risposta del dottore, Gesù non ha bisogno di aggiungere altri commenti, ma replica lapidariamente: “Va’, e anche tu fa’ lo stesso”. Vale a dire: non stare tanto a confonderti con le leggi e i precetti, ma “fa’ ” come il samaritano; se ti capita l’occasione, agisci come ha agito lui.

Ho definito questa parabola “urticante” perché Gesù ci presenta un amore talmente sublime che difficilmente riusciamo a realizzarlo nella vita concreta, pur sentendoci tutti chiamati a “fare anche noi lo stesso”. Forse nel nostro tempo, data la diffusione dei telefoni cellulari e degli smartphone, con i quali si può chiamare il soccorso stradale, è più facile soccorrere la vittima di un incidente automobilistico, ma quanti si fermerebbero a confortare il malcapitato tenendogli compagnia in attesa dell’arrivo dell’ambulanza? Prestandogli, cioè, la solidarietà umana dettata dall’Amore? Senza contare che molti di noi (tra i quali, lo riconosco umilmente, anche la sottoscritta) avrebbero paura di essere incappati loro in un malintenzionato che si finge infortunato per derubarli. Gli antichi Padri della Chiesa vedevano nel samaritano la figura stessa del Cristo che, nel suo amore compassionevole per tutti i sofferenti, è venuto a condividerne la vita per confortarli e guarirli, ma è a ogni Suo seguace che Gesù rivolge l’esortazione impegnativa per tutti: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

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[1] La Bibbia di Gerusalemme precisa che la formula “odiare il nemico” non si trova nella Legge. Questa espressione, in una lingua priva di sfumature come l’aramaico, equivale non a odiare, ma ad “amare meno”, vale a dire: “Amerai il nemico meno di quanto ami l’amico”. Gesù usa quella drastica espressione anche a proposito di chi Lo ama “meno” dei genitori, della moglie e dei fratelli (Lc 14, 26).

[2] Quasi a significare che spesso i doveri imposti dall’amore non sono programmati, ma si presentano “per caso”.

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