Una riflessione sul IV Vangelo

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“Et qui vidit, testimonium perhibuit, et verum est testimonium, et ille scit quia vera dicit, ut et vos credatis” (Gv 19, 35).

 

Antonio Allegri, detto Il Correggio – San Giovanni Evangelista

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Nelle mie precedenti riflessioni sulla Parola di Dio espressa nei Vangeli raramente mi sono occupata del Vangelo secondo Giovanni, per un motivo che non esito a confessare umilmente: lo trovo “difficile[1]. Ma non sono la sola a pensarla così, tanto è vero che molti esegeti, sia antichi che moderni, hanno dato a Giovanni l’epiteto di “teologo” per la sua spiccata propensione a evidenziare il senso più profondo delle parole e delle azioni di Gesù. Ma l’aggettivo “difficile” non è certo sinonimo di inaccessibile, o di arcano, o (peggio ancora) di esoterico, perché la Parola di Dio non è rivolta a pochi iniziati – come lo sono tante dottrine antiche e moderne che vorrebbero dominare il mondo, spesso (purtroppo) riuscendoci – ma è rivolta a tutti e tutti sono invitati a studiarla e a meditarla, anche se questo a volte richiede un certo sforzo di comprensione. Perciò, dopo aver riletto tutto il IV Vangelo con fede attenzione, mi sono fatta coraggio ed ora eccomi quì a riflettere un po’ sul più giovane e il più “difficile” degli Apostoli di Gesù.

Non c’è dubbio che tra i quattro Vangeli, quello secondo Giovanni riflette, forse più degli altri, la personalità e il carattere dell’Autore e infatti di lui abbiamo molte notizie, anche se lui non parla mai in prima persona di se stesso. Giovanni era nato a Betsàida sulla riva settentrionale del lago di Tiberiade; lui e suo fratello Giacomo Maggiore erano figli di Zebedeo e di Salome; come quella di Simon Pietro, la loro era una famiglia di pescatori ed essi non esitarono a lasciarla non appena conosciuto Gesù[2]. I due fratelli amarono infinitamente il Signore, tanto che una volta furono tentati di difenderLo con la violenza invocando “un fuoco che scendesse dal cielo  per consumare” coloro che lo respingevano (Lc 9, 54), meritando per questo il rimprovero di Gesù e imparando che lo zelo per le cose divine non deve mai essere aspro e violento. Forse proprio per questo loro carattere appassionato e irruento, furono chiamati da Gesù “Boanèrghes”, cioè “figli del tuono” (Mc 3, 17). Quando Giovanni, ispirato dallo Spirito Santo, raggiungerà la piena consapevolezza della missione di Gesù e del significato degli atti e delle parole di Lui, sarà proprio lui nella sua I Lettera ad attestare per sempre che “Dio è Amore” (1 Gv 4, 8 – 16).

Anche Gesù ricambiò sempre il suo giovane apostolo con un affetto particolare e lo stesso Giovanni non tace la confidenza che provò sempre verso il Maestro: durante l’ultima Cena è talmente addolorato e impressionato dalla rivelazione fatta da Gesù del prossimo tradimento di uno di loro, che quasi Lo abbraccia e, come per consolarLo, poggia la testa sul petto di Lui, come farebbe un bambino con il suo amato e ammirato fratello maggiore, e Gliene chiede il nome (Gv 13, 23). E lo stesso Gesù nutre in lui una fiducia talmente grande che, al momento della Morte, gli affida Sua Madre dall’alto della Croce.

E’ a Giovanni che Gesù dà l’incarico di preparare la Cena pasquale insieme a Pietro (Lc 22, 8). E’ sempre lui che, insieme a Pietro, corre al sepolcro la mattina della Resurrezione ed, essendo più giovane, corre più velocemente e raggiunge per primo la tomba, lasciando però entrare per primo colui cui Gesù aveva conferito il primato nella Chiesa (Gv 20, 3 – 9). Anche gli Atti degli Apostoli parlano diffusamente di Giovanni, della collaborazione che egli intrattenne con Pietro, della predicazione che con lui rivolse al popolo, degli arresti e della persecuzione che sopportò in nome di Cristo, tanto che, nel primo Concilio della Chiesa a Gerusalemme, avvenuto verso l’anno 50, egli fu ricordato da S. Paolo tra “le colonne della Chiesa” insieme a Pietro e a Giacomo Minore (Gal 2, 9) .

Tuttavia resta il fatto che, se dopo aver letto e meditato i tre Vangeli Sinottici ci si accosta al Vangelo secondo Giovanni, subito si ha la sensazione di entrare in un’atmosfera  diversa:  mentre Matteo e Luca, parlandoci della nascita e dell’infanzia di Gesù, ci introducono in un clima che definirei “familiare”, mentre Marco inizia presentandoci l’opera profetica di Giovanni Battista e subito dopo il Battesimo di Gesù e l’inizio della Sua Missione, il IV Evangelista esordisce nel Prologo introducendoci subito al Dogma Trinitario, mistero chiave del Cristianesimo. Forse per questo S. Agostino ha paragonato Giovanni all’aquila, capace di volare fino alle vette più alte e inaccessibili, e con questo simbolo l’Evangelista Giovanni è stato rappresentato in molte le raffigurazioni artistiche e devozionali dei secoli successivi.

Colpisce il fatto che, nel IV Vangelo, il nome dell’apostolo Giovanni non sia mai riferito, anche se l’Autore ci fa sapere che lui è il discepolo prediletto di Gesù e che fu lui a gridare: “E’ il Signore!” agli altri apostoli quando il Risorto apparve loro sulle rive del lago di Tiberiade (Gv 21). Perciò, dato l’affetto particolare che Gesù provava per Pietro, Giacomo Maggiore e Giovanni, è indubbio che quest’ultimo sia l’autore del IV Vangelo, dal momento che esso fu scritto con assoluta certezza verso la fine del I secolo d. C., quando i primi due apostoli erano già morti.

Le differenze del IV Vangelo con i Vangeli Sinottici sono diverse, anche se non sostanziali, perché Giovanni segue uno schema narrativo diverso. Mentre i Sinottici parlano ampiamente del ministero di Gesù in Galilea e di una sola salita di Lui a Gerusalemme per affrontare la Passione, secondo Giovanni Egli vi si reca nella città santa almeno tre volte (Gv 2, 13, 23; 5, 11; 6, 4). Dei ventinove miracoli di Gesù narrati nei Sinottici, Giovanni cita diffusamente solo due di quelli compiuti in Galilea: la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana (Gv 2, 1 ss), e la guarigione a Cafarnao del figlio del funzionario del re (Gv 4, 46 ss). Poi a Gerusalemme, in Giudea, guarisce il paralitico (Gv 5, 5 – 9) e ridona la vista al cieco (Gv 9, 1 – 41); poco prima della Sua Passione risuscita Lazzaro (Gv 11, 38 ss). Però Giovanni non parla della Trasfigurazione, né dell’istituzione del Sacramento dell’Eucaristia durante l’ultima Cena, pur sottolineando che in precedenza lo stesso Gesù aveva definito Se stesso “il pane della vita”, “il pane vivo disceso dal cielo”, aggiungendo anche che “se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”, e suscitando sconcerto e discussioni tra i Giudei (Gv 6, 48 ss) per l’innegabile difficoltà di questi discorsi.

Nella storia della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, Giovanni è in perfetto accordo con i Sinottici, tuttavia il suo angolo di visuale è alquanto diverso: in quei momenti, mentre i primi tre Evangelisti parlano della necessità che il Figlio dell’uomo soffrisse (per esempio, Mt 16, 21) Giovanni parla dell’ “ora” di Gesù, in cui Egli sarà “innalzato” e quindi “glorificato” dal Padre. Secondo Giovanni, Gesù inizia spesso il Suo discorso con parole enigmatiche che suscitano interesse negli interlocutori. Pensiamo ad esempio all’incontro notturno, in cui Egli parla della “vita eterna”,  con Nicodemo – il notabile del Sinedrio timoroso di suscitare le critiche dei suoi colleghi (al punto di andare da Gesù di notte per non essere visto) ma interessato ad approfondire con Lui la Parola di Dio (Gv 3, 1 ss) – o al dialogo con la samaritana, in cui Egli parla dell’ “acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4, 14). Le parole di Gesù danno sempre luogo a uno specifico approfondimento dottrinale che sarà meglio compreso con la venuta dello Spirito Santo. Perciò è evidente che all’epoca in cui Giovanni scriveva il suo Vangelo, la riflessione spirituale e teologica sull’evento cristiano aveva fatto molti passi avanti, ma è del pari innegabile la maggiore difficoltà del IV Vangelo rispetto ai Sinottici.

Giovanni non sembra avere molto interesse per alcuni temi che invece i Sinottici trattano diffusamente come, per esempio, la questione del sabato e il legalismo dei Farisei; nel suo Vangelo invece Gesù parla di Via, Verità e Vita, di luce, di gloria. Inoltre, pur non contraddicendo certo i Sinottici, sembra che Giovanni preferisca approfondire certi particolari sui quali gli altri Evangelisti sorvolano: per esempio, parlando del mandato di “pascere il gregge”, che per tre volte Gesù conferisce a Pietro, spiega come il primo degli apostoli avrebbe dovuto adempiere la missione assegnatagli da Cristo (Mt 16, 18). Come mai questa differenza con gli altri Vangeli? Giovanni stesso la spiega. Col suo Vangelo, egli vuole dare anzitutto “testimonianza” di ciò che ha visto e sentito lui stesso, poi cita molte altre “testimonianze”. Anzitutto quella del Battista, l’ultimo dei profeti che annunciarono la venuta del Messia; poi quella del Padre che ha mandato Suo Figlio (Gv 5, 37); quella dello stesso Gesù, perché Egli sa bene chi è, da dove viene e dove va (Gv 8, 14), quella dello Spirito Santo e degli stessi apostoli, quando saranno ispirati dal Consolatore (Gv 15, 26 – 27)[3].

Il IV Vangelo è il più esplicito per quanto riguarda il Mistero della SS. Trinità e per questo motivo esso è stato sempre osteggiato da coloro che rifiutano la divinità di Gesù Cristo, come gli ebrei e i musulmani che, fraintendendone completamente il significato, accusano i cristiani di politeismo. Già nel prologo Giovanni afferma con forza che “In principio era il Verbo”, e di Lui proclama tre verità: il Verbo è Dio, il Verbo era presso Dio, il Verbo è consustanziale al Padre, perciò è Dio. L’originale greco denota una grande proprietà espressiva, difficile da rendere nelle lingue moderne, perché la parola “Theòs” (Dio) è usata con l’articolo quando indica la Persona del Padre, ma senza l’articolo quando è riferita all’essenza divina.

Più avanti l’Evangelista parla dell’unità di Dio, nonché delle tre Persone divine; Gesù parla insistentemente del Padre Suo, inizia le Sue preghiere invocando il Padre (Gv 11, 41); insieme alla distinzione di Persona tra Lui e il Padre, afferma con forza anche la propria consustanzialità con Lui dichiarando: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30). Poi rivela la realtà trascendente dello Spirito Santo. La testimonianza di Giovanni Battista a favore di Gesù quale Figlio di Dio è, per così dire, “confermata” dalla discesa dello Spirito Santo in forma di colomba sopra il Messia, cioè su colui che, a differenza del Precursore che battezzava solo con acqua, battezzerà nello Spirito Santo. “Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel Regno di Dio” dice Gesù a Nicodemo (Gv 3, 5) e nell’ultimo giorno della festa ebraica delle Capanne esclamerà: “Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. L’evangelista si preoccupa di spiegare: “Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato” (Gv 7, 38 – 39)[4].

Durante l’ultima Cena, Gesù afferma che pregherà il Padre perché dia ai Suoi discepoli un altro Consolatore, lo Spirito di verità che rimarrà con loro per sempre e li illuminerà affinché comprendano il vero significato delle Sue parole (Gv 14, 16 – 17). Lo Spirito Santo annunzierà loro tutto ciò che riguarda il mistero della salvezza e sotto la Sua guida sicura i discepoli perverranno alla pienezza della Verità (Gv 16). Dopo la Resurrezione, Gesù dice ai Suoi discepoli : “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20, 22 – 23). Questa effusione dello Spirito Santo, con la quale è istituito il Sacramento della Penitenza e ci sono perdonati i peccati è, insieme alla rigenerazione operata dal Battesimo, la manifestazione più commovente della Misericordia di Dio.

Al termine di questa inevitabilmente incompleta riflessione da cattolica “bambina” sul IV Vangelo, non posso che ribadire la sua “difficoltà” ma, a differenza di prima, non sono più tanto sicura che esso sia più “difficile” degli altri Vangeli. Mi illumina, in proposito, un’affermazione di Romano Guardini citata da Benedetto XVI al termine della sua intervista con Peter Seewald: “Invecchiando il Vangelo non diventa più facile, ma più difficile”. Il Papa si dichiara d’accordo: “Da un lato ci siamo, per così dire, impratichiti. La nostra vita ha assunto la sua forma. Abbiamo preso le decisioni fondamentali. Dall’altro, sentiamo molto di più la gravità delle domande, anche la pressione dell’irreligiosità attuale, la pressione dell’assenza della fede fin dentro la Chiesa. E poi, appunto, la grandezza delle parole di Gesù Cristo, che spesso sfuggono più di prima all’interpretazione”[5].

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[1] Voglio precisare che io uso sempre l’espressione “Vangelo secondo … “ e non “di …” perché quando frequentai il corso di Teologia per Laici presso l’Università Lateranense il professore di esegesi affermò con forza che il Vangelo è sempre e soltanto “di Gesù Cristo”. Citando gli Evangelisti, l’espressione corretta è “secondo …”.

[2]Ma non furono i soli: come attesta Marco (15, 40 – 41) anche mamma Salome seguì Gesù fino al Calvario insieme alle altre donne, tra le quali Maria di Nazareth, Madre di Gesù.

[3] E’ bene ricordare che in greco “testimoniare” si dice “martyrèin”, da cui l’italiano “martire”, colui che testimonia fino all’effusione del sangue. Alla fine del I secolo d. C., quando Giovanni scrive il suo Vangelo, erano già cominciate le “testimonianze” cristiane.

[4]Gesù si riferisce alla cerimonia che aveva luogo durante la festa delle Capanne. il sommo sacerdote andava alla fonte di Siloe ad attingere acqua in una coppa d’oro; poi si recava al tempio e versava l’acqua sull’altare ricordando l’acqua che era prodigiosamente zampillata nel deserto e invocando da Dio abbondanti piogge.

[5] Cfr. Benedetto XVI. I miei anni sul monte. Discorsi, lettere, incontri del Papa emerito. A cura di Luciano Garibaldi. Mimep – Docete 2019, pag. 14

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1 commento su “Una riflessione sul IV Vangelo”

  1. Questa è la “sostanza”, “l’essenziale” di cui molti parlano, divagando. A volte sorvolando. Ha toccato le parti centrali del Santo Vangelo che è il cuore della Fede. Il Prologo ci consegna la Storia della Salvezza, l’Alfa e l’Omega, dalla Incarnazione alla Resurrezione. Un dono divino da tenere sempre a mente, da vivere, assimilare e condividere in spirito di carità fraterna senza soluzione di continuità. Come il Credo. Nulla da togliere, né da aggiungere. Per ciascuno ogni giorno di fatto è Natale, se restiamo uniti alla Vite e accogliamo l’invito che singolarmente e in modo speciale il Figlio di Dio ci rivolge, oggi come all’inizio dei tempi, in modo gratuito e secondo i Suoi disegni. Egli Stesso ci ricorda quanto ha insegnato e ci mostrerà il giusto cammino, perché non vuole che nessuno perisca. Il vero Dio è Unico, è Dio della Vita, e sarà con noi sempre, per sempre.

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