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Assieme a mia figlia Simonetta, ho scritto e pubblicato, per Archivio Storia, del gruppo Mattioli 1885, il libro intitolato “Eventi e protagonisti del Ventennio fascista”. L’obiettivo che ci siamo proposti – e che speriamo di avere raggiunto – è stato di storicizzare uno dei periodi più intensi della nostra storia, fornendo del Ventennio un ritratto in controluce: né tutto male, né tutto bene. In effetti, in quegli anni furono varate leggi e realizzate riforme positive come, ad esempio, il blocco dell’inflazione e della svalutazione della lira, l’istituzione della previdenza sociale, la bonifica delle paludi, la conciliazione tra Stato e Chiesa. Per contro, si verificarono eventi deprecabili come le leggi razziali, la fine della libertà di stampa, la folle entrata in guerra contro Francia e Inghilterra. Un positivo giudizio sul nostro lavoro è stato espresso dallo scrittore Luca Gallesi in un articolo ad esso dedicato pubblicato su “Il Giornale”, nel quale definisce il libro “tentativo, riuscito, di storicizzare il periodo più discusso della nostra storia, analizzandone, con stile giornalistico, i fatti e i personaggi più salienti”.

Per gentile concessione dell’editore, riproduco per questa mia rubrica tre brevi capitoli che aiutano a capire gli aspetti da condannare e quelli da rivalutare nel giudizio su quel fondamentale periodo della nostra storia.

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LE LEGGI RAZZIALI

La prima pronuncia contro gli ebrei in Italia apparve il 14 luglio 1938 su «Il Giornale d’Italia», allora il più importante quotidiano della capitale, che pubblicò il «Manifesto della razza» redatto da «un gruppo di studiosi fascisti» – così recitava la premessa – «sotto l’egida del ministero della Cultura popolare». Il «Manifesto» consisteva in dieci «enunciazioni». La nona «enunciazione» recitava testualmente: «Gli ebrei non appartengono alla razza italiana».

Il 26 luglio, quando il segretario del PNF (Partito nazionale fascista), Achille Starace, riceve gli «studiosi» autori del «manifesto», e ha inizio la gran cassa delle «veline», dei comunicati-stampa, della mobilitazione del partito, se ne conoscono i nomi. Sono nomi di primo piano nelle università di mezza Italia e alcuni saranno famosi anche nel dopoguerra. Al termine dell’incontro (come sarà possibile ascoltare al giornale radio della sera e leggere su tutti i quotidiani del giorno dopo), Starace pone l’accento sulle due principali applicazioni pratiche del «manifesto»: nei territori coloniali (l’Italia ha da poco conquistato l’Etiopia), bisognerà «preservare la razza italiana da ogni ibridismo e contaminazione» (quindi, vietata ogni unione tra italiani/e e africani/e: il temutissimo «meticciato»); nel territorio italiano, si dovranno eliminare gli ebrei «dal corpo etnico della nazione». Gli ebrei, dice il segretario del partito, «si considerano da millenni dovunque, e anche in Italia, come una razza diversa e superiore alle altre, ed è notorio che, malgrado la politica tollerante del regime, hanno in ogni nazione costituito, coi loro uomini e coi loro mezzi, lo stato maggiore dell’antifascismo».

E’ con queste parole che il regime fascista sputa praticamente il rospo. Sono anni, infatti, che gli ebrei vengono discriminati e perseguitati in Germania, e anzi a migliaia sono fuggiti dal Terzo Reich trovando ospitalità e una relativa tranquillità anche in Italia, la cui popolazione è da sempre immune dagli isterismi razzisti di altre grandi nazioni europee. In Italia, fino a quel momento, nulla, proprio nulla lasciava presagire una scelta di campo antisemita. Che cosa spinse Mussolini a compierla, nell’estate 1938? Prima ancora che per compiacere il nuovo alleato Adolf Hitler, fu il dispetto per l’ostilità nei confronti dell’Italia fascista, una ostilità che veniva di continuo manifestata nei circoli ebraici internazionali, soprattutto inglesi e americani, e sulla grande stampa controllata da magnati ebrei.

Poiché si capì subito che il «capo» aveva deciso di «dare una lezione agli ebrei», si verificò un immediato allineamento negli ambienti intellettuali, culturali e giornalistici. Improvvisamente tutti coloro che contavano si scoprirono «ariani» e antisemiti. Non parliamo dei grandi mantenuti di Stato (magistrati altolocati, dirigenti ministeriali, alti ufficiali): fu una gara a chi si allineava prima e con maggiore dedizione. Presso il ministero dell’Interno fu creata la «Direzione generale per la demografia e la razza», subito ribattezzata «Demorazza». Pochi giorni dopo la pubblicazione del «manifesto», e prima ancora che il segretario del PNF, ricevendo gli «scienziati», ufficializzasse il razzismo italiano,  Mussolini preannunziò a Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione Nazionale, nei confronti degli ebrei, «soluzioni graduali, tendenti ad escluderli dall’esercito, dalla magistratura, dalla scuola». E Bottai, imparentato con una famiglia ebrea, proprio per questo, cioé perché Mussolini non pensasse che, a causa di quella circostanza, egli volesse frapporre ostacoli o boicottare la sua politica, divenne il più zelante esecutore dell’antisemitismo nella scuola. Il 3 agosto 1938, prima ancora che il Gran Consiglio del Fascismo e il Consiglio dei ministri fossero investiti del problema, vietò l’iscrizione degli ebrei stranieri nelle scuole italiane: la prima, concreta misura razzista.

Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo si riunì per approvare la «Dichiarazione sulla razza». Essa stabiliva: sono proibiti i matrimoni tra cittadini italiani e appartenenti a «tutte le razze non ariane»; è fatto divieto a tutti i dipendenti pubblici di contrarre matrimonio con ebrei e con stranieri «di qualsiasi razza»; è decretata l’espulsione degli ebrei stranieri, compresi coloro che hanno ottenuto la cittadinanza italiana a partire dal 1° gennaio 1919 (norma che violava apertamente il principio della non retroattività delle leggi) a meno che non siano ultra 65enni, oppure sposati con un italiano/a da prima del 1° ottobre 1938; sono esclusi da questi provvedimenti solo i familiari dei Caduti in guerra, dei volontari di guerra, dei decorati al valor militare, dei «Caduti per la causa fascista». Rimane comunque valida, anche per costoro, l’esclusione dall’insegnamento. Inoltre, gli ebrei non possono avere aziende con 100 o più dipendenti, non possono possedere oltre 50 ettari di terra, non possono prestare servizio militare, non possono lavorare negli impieghi pubblici.

Durante la seduta del Gran Consiglio, conclusasi nelle prime ore della mattina del 7 ottobre, l’unico gerarca che si pronunciò contro la «dichiarazione» fu Italo Balbo. Emilio De Bono e Luigi Federzoni espressero «riserve». Cesare Maria De Vecchi, la cui moglie era ebrea, aveva disertato con una scusa. Tutti gli altri approvarono. Al termine della seduta Mussolini disse: «Ora l’antisemitismo è inoculato nel sangue degli italiani. Continuerà da solo a circolare e a svilupparsi». La «marea antisemita», come la definì Giovanni Gentile, culminò nel Regio Decreto Legge 17 novembre 1938 numero 1728, che accolse tutte le indicazioni del Gran Consiglio trasformandole in legge dello Stato.

Degli 8566 ebrei italiani deportati in Germania dopo l’8 settembre 1943, ne sarebbero tornati 1009. Malgrado questa tragica realtà, i tedeschi continuavano a protestare che «la politica razziale in Italia è stata una burla e una truffa».

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LA TRAGEDIA DEL GHETTO DI ROMA

Il rastrellamento del ghetto di Roma e la deportazione ad Auschwitz di tutti i suoi abitanti, compresi i vecchi e i bambini, ebbe inizio all’alba del 16 ottobre 1943, per ordine dell’Obersturmbannfuehrer (colonnello) delle SS Herbert Kappler, poi condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine. La razzia fu preceduta da un vergognoso inganno: gli ebrei furono persuasi a versare al comando germanico di Roma oro e gioielli in cambio della promessa di immunità.

Pochi minuti dopo la mezzanotte del 16 ottobre, decine di pattuglie naziste fecero irruzione nel ghetto sparando all’impazzata verso le finestre e gettando bombe a mano. Poiché c’era il coprifuoco, tutte le famiglie erano chiuse in casa. Nessuno sapeva spiegarsi la ragione di quella incursione, che in realtà ne aveva una soltanto: spargere il terrore tra gli ebrei, smorzando in partenza ogni eventuale proposito di opporre resistenza all’arresto.

La sparatoria terroristica andò avanti per ore. Poi, di colpo, tornò il silenzio. Ma all’alba, quando la maggioranza degli abitanti si era appena addormentata, i tedeschi tornarono, questa volta per arrestare tutti. Ci fu chi si tolse la vita pur di non farsi catturare, e chi morì per lo spavento. Con incredibile brutalità, intere famiglie furono trascinate sui camion in attesa coi motori accesi e portati alla stazione tiburtina, dov’era in attesa un treno formato da carri bestiame.

Così, 1056 romani, dai lattanti ai vecchi di oltre 90 anni, «colpevoli» soltanto di abitare nel ghetto ebraico, furono trasportati ad Auschwitz-Birkenau per esservi gasati e inceneriti. Riuscirono a scampare soltanto in 15: quattordici uomini e una donna.

La razzia del ghetto di Roma fu l’episodio più feroce dello sterminio degli ebrei italiani. Ma non certo l’unico. Basti ricordare la cattura degli ebrei «sfollati» a Meina, sul Lago Maggiore, e in val d’Aosta. La triste statistica del numero degli ebrei deportati e soppressi dai tedeschi vede in testa Roma (1680 vittime), seguita da Torino (546), Trieste (546), Cuneo (383) e Milano (302).

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«QUOTA NOVANTA»: LA BATTAGLIA PER SALVARE LA LIRA

Nel 1926 il fascismo ha ormai conquistato il consenso della maggioranza. A Mussolini però manca ancora un importante traguardo: la stabilità della lira, che, sui mercati valutari internazionali, continua a perdere colpi. Egli decide così di ancorarla, d’autorità, alla moneta all’epoca più stabile e sicura: la sterlina britannica. Banche e cambiavalute, d’ora in avanti, non potranno pagare la sterlina più di 90 lire. Di questa decisione del governo, Mussolini dà notizia nel famoso discorso di Pesaro del 18 agosto 1926. «La chiameremo quota novanta», disse Mussolini, con riferimento al linguaggio militare della prima guerra mondiale «e su questa quota aspetteremo il grosso dell’esercito. Ci staremo tutto il tempo necessario e sufficiente perché tutte le forze dell’economia a questa quota si adeguino».

Scrivono, in proposito, nel loro libro «Storia d’Italia nel periodo fascista» (Einaudi, 1964) Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira: «Di fatto, la politica di rivalutazione della lira fu continuata con fermezza nei mesi seguenti ed ebbe successo. Le grandi banche internazionali, constatando che l’ordine regnava in Italia, che il bilancio dello Stato era attivo, che il Paese accettava senza resistenza i tributi e i sacrifici imposti dal governo, e che la sua attività economica era, come quella di tutto il mondo, in fase di prosperità, aiutarono il regime a fissare la misura costante del rapporto della lira con l’oro, venendo così la lira ad essere inclusa tra le monete stabili».

In effetti, bastò poco più d’un anno. Con decreto-legge 21 dicembre 1927, il governo dichiarava cessato il corso forzoso della lira. Non c’era più bisogno di fare la voce grossa. Il cambio della lira (in Italia e all’estero) con qualsiasi altra valuta forte del mondo occidentale, si era stabilizzato sulle 92 lire per una sterlina, sulle 19 lire per un dollaro e sulle 3,66 lire per una lira-oro. «Era un miglioramento notevole», ancora parole di Salvatorelli-Mira, «rispetto ai livelli del 1926», allorché la lira continuava a crollare sotto i colpi della speculazione internazionale e del panico nazionale che spingeva gl’italiani a vendere lire in cambio di valuta straniera.

«Si tratta di vedere», sono ancora parole tratte dal volume di Salvatorelli e Mira, «come questa politica monetaria agisse sull’economia italiana almeno per il biennio che precedette la grande crisi economica mondiale scoppiata nell’autunno 1929 (crollo di Wall Street; n.d.r.). (…) Di fatto, gli industriali erano stati in generale contrari alla rivalutazione della lira, e avevano manifestato il loro malcontento almeno nei modi che l’obbedienza fascista consentiva. (…) L’economia di guerra aveva dato un enorme sviluppo alle commesse statali; la moneta povera aveva favorito l’esportazione; l’inflazione aveva arricchito, nell’impoverimento generale, gli intermediari commerciali. (…) La rivalutazione della moneta rendeva più difficile l’esportazione e minacciava di assottigliare i profitti. La diminuzione dei profitti, per molti industriali, si chiama perdita, quando paragonano i profitti minori d’oggi con i maggiori di ieri. (…) Portavoce degli avversari di “quota novanta” fu il senatore Ettore Conti, esponente della grande industria lombarda. Ma Mussolini fu irremovibile. Non attuò la minaccia, che al Conti fece balenare, di spingere ancora più in sù il valore della lira; ma tenne fermo sulla quota a cui aveva mirato fin dal discorso di Pesaro».

Poiché questa pagina potrebbe sembrare eccessivamente laudatoria per il fascismo, è onesto aggiungere che Salvatorelli e Mira denunciano poi come non fosse tutto oro quel che luccicava. Poiché, se “quota novanta” «favorì la stabilità dei redditi e il risparmio» (creando un immenso e duraturo consenso, nel popolo, verso Mussolini), gli industriali furono compensati, delle loro minori vendite all’estero, con l’autorizzazione a ridurre salari e stipendi. «In pratica», scrivono Salvatorelli e Mira «le riduzioni dei costi nelle industrie avvennero a spese degli operai. Il regime di oppressione poliziesca, che rendeva impossibile ogni resistenza ed ogni protesta, faceva sì che questi colpi inferti al proletariato non fossero neppure avvertiti; anzi, l’organizzazione propagandistica del regime riuscì qualche volta a farli passare come atti spontanei di disciplina patriottica e di devozione al regime».

Peraltro è anche giusto ricordare che il regime istituì, proprio per porre un freno alle eccessive pretese degli industriali in tema di ribasso dei salari e degli stipendi, quella «magistratura del lavoro» che finiva sempre per stare dalla parte del lavoratore e mai dalla parte del padrone, e che, ancora oggi, almeno dal punto di vista dei prestatori d’opera, è una importante eredità lasciataci dal fascismo.

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