Autovelox: trappole per rapinare gli automobilisti

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Troppi Comuni, in Italia, si affidano a questi macchinari non per garantire la sicurezza stradale, ma per far quadrare i bilanci

 

Una durissima e incontestabile denuncia del malvezzo delle nostre istituzioni di rapinare soldi ai cittadini viene dalle pagine di automoto.it, il primo periodico automobilistico italiano on line, primo per la sua autorevolezza e la cura nel denunciare le cose che non vanno. Autore dell’inchiesta il noto giornalista esperto di motori Ingegner Enrico De Vita. Che constata, rivela e denuncia come troppi Comuni italiani, per far quadrare i bilanci, ricorrano a vere e proprie trappole stradali concepite non per garantire la sicurezza agli automobilisti e agli altri utilizzatori della rete stradale (pedoni, ciclisti, motociclisti), ma semplicemente per fare soldi e far quadrare i bilanci sempre più difficili da gestire.

Chiunque abiti e lavori nelle grandi città conosce ormai a menadito i nomi delle strade (generalmente di grande traffico) percorrendo le quali è vietato superare i 50 chilometri l’ora, oppure i 60 o i 70. Anche se si tratta di rettilinei senza ostacoli, senza passaggi pedonali e senza semafori. Ma il fenomeno si sta diffondendo anche nelle strade meno importanti, non di rado in quelle arterie locali che uniscono piccoli Comuni di campagna, tutte ormai invase dagli apparecchi per il controllo elettronico della velocità. E poiché il cartello con il limite dei 50 all’ora è collocato a pochi metri dall’apparecchio-spia, è chiaro come il sole che una valanga di automobilisti che nulla facevano di male se non procedere a 60 o 70 km/h, dovranno metter mano al portafogli per pagare salatissime multe.

«All’origine della saga», scrive Enrico De Vita, «c’è la fame di soldi degli enti locali dopo che l’erario ha avocato a sé gli introiti dell’ICI, la tassa comunale sugli immobili. Le altre voci di bilancio sono tutte già destinate e limitate: la tassa sui rifiuti è per legge destinata a coprire le spese del servizio. Gli oneri di urbanizzazione sono limitati dalle nuove costruzioni e in ogni caso impiegati per le opere relative. Le rimesse statali, condizionate dall’equilibrio di bilancio, imposto per legge. Le altre sanzioni per infrazioni ai regolamenti comunali, come il divieto di affissione e altro, rendono poco e richiedono personale ad hoc. Quindi, l’unica voce libera, suscettibile di incrementi smisurati, era, ed è, la rincorsa alle infrazioni stradali».

Rincorsa giustificata con l’ipocrita richiamo ad una maggiore sicurezza stradale, e molto spesso dovuta all’invidia per i Comuni limitrofi che, dopo avere installato le telecamere, vedevano aumentare di colpo, del 20-25%, i loro introiti.

«Come in ogni processo produttivo», scrive ancora De Vita, «sono  stati subito inventati i metodi per aumentare la produttività. Abbiamo visto studi di università toscane cimentarsi nella “strategia di collocamento” degli autovelox, per la serie: “Ti suggerisco dove e come metterli (leggi: appostarli) in modo che un’auto su tre cada in trappola”. Cui si sono aggiunte disinvolture del tipo: “Nascondiamo gli autovelox nei cassonetti della spazzatura, oppure dentro un’auto civetta, oppure ancora sistemiamoli subito dopo il segnale che abbassa il limite di velocità. E ancora, in un lungo rettilineo col limite a 50 all’ora e con striscia bianca continua, “Piazziamoli nel breve tratto ove è consentito il sorpasso”».

Per fortuna c’è anche qualche caso positivo. Come questo. Un comandante di polizia locale di una città ligure, pressato dalla Giunta comunale affinché gli introiti da sanzioni crescessero di circa un milione di euro all’anno – il che avrebbe comportato almeno 30.000 multe in più da autovelox – ha optato per una soluzione originale: anziché dare incarico a ditte esterne di seminare la periferia di postazioni per scattare foto-ricordo, ha comperato una telecamera per il riconoscimento della targa e l’ha montata sulla vettura di servizio.

Collegata alle banche dati del ministero dei Trasporti, la telecamera è in grado di appurare istantaneamente se la targa inquadrata appartiene a una vettura assicurata e revisionata. Entrambe le condizioni comportano – se non verificate – una sanzione elevata vicina ai 1.000 euro. Così il comando non spara nel mucchio, compila meno verbali e sanziona veicoli effettivamente pericolosi per gli altri utenti.

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