La (grande) Storia nei (piccoli) Canti popolari/VIII

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Signor lo Re a j’ha bin dije…

 

 

Canzone nr. 141: L’assedio di Torino (1706)

An Turin j’é un bel giardin,

Re de Fransa a-j veul gran bin.

S’a podèissa mai avèjlo,

An pagand ij sò dené,

Vorrìa esse re de Fransa,

Re de Fransa giardiné.

Col giardin l’ha ’d bej sitron,

’D bele reuse, ’d bej limon.

An fasend la limonada

Costi sgnori sitadin,

J’é rivaje La Fojada

Për vënì assedié Turin.

Ij sitadin son pa smarì

Quand l’han vist ’l duca partì,

Partì ’l duca e la duchëssa

Con tuta la soa cort.

Son partì da la soa tèra

Për dé sëcors a l’amperator.

La Fojada s’é ancaminà,

J’ha dà apress fin a Civass.

A Civass che lor son staje

Savìo pa pì dov’andé.

La Fojada e soa armada

L’han dovù torné andaré.

– La Fojada, vardé bin,

I lass-roma pa pijé Turin.

Con le vòste canonade

Fèi pa por a le masnà.

Batì pur la sitadela,

Che Turin as goarnerà. –

Prinsi Genio a l’é rivé

Con des mila granadié,

Autërtant ’d cavalarìa,

Autërtant de fantassin,

Për liberé la sitadela

E l’assedi de Turin.

Prinsi Genio dis ai soldà,

Con ël sàber a la man:

– Me soldà, feve corage,

Aleman e Piemontèis!

Vagnaroma la bataja,

Bateroma sti Fransèis. –

Aleman e Piemontèis

L’han marcià contra ij Fransèis;

L’han marcià su le trincere,

Ij Fransèis l’han arpossé,

Con dle bombe e dle granade,

Le montagne j’han fàit passé.

[Torino. Dettata da Adele Bolens]

A Torino c’è un bel giardino,/ Il re di Francia gli vuole un gran bene:/ Se potesse mai averlo,/ Pagando coi suoi soldi,/ Vorrebbe essere re di Francia,/ Re di Francia il giardiniere./ Quel giardino ha dei bei cedri,/ Belle rose, bei limoni./ Mentre facevano la limonata/ Questi signori cittadini,/ Arrivò La Feuillade/ Per venire ad assediare Torino./ I cittadini non si sono smarriti/ Quando hanno visto il duca partire,/ Partire il duca e la duchessa/ Con tutta la loro corte./ Son partiti dalla loro terra/ Per dare soccorso all’imperatore./ La Feuillade si è messo in cammino,/ Li ha seguiti fino a Chivasso./ A Chivasso quando ci sono arrivati/ Non sapevano più dove andare./ La Feuillade e la sua armata/ Son dovuti tornare indietro./ – La Feuillade, fate attenzione,/ Non lasceremo prendere Torino./ Con le vostre cannonate/ Non fate paura ai bambini./ Battete pure la cittadella,/ Ché Torino si salverà. –/ Il principe Eugenio è arrivato/ Con dieci mila granatieri,/ Altrettanti di cavalleria,/ Altrettanti fantaccini,/ Per liberare la cittadella/ E l’assedio di Torino./ Il principe Eugenio dice ai soldati,/ Con la sciabola in mano:/ – Miei soldati, fatevi coraggio,/ Alemanni e Piemontesi!/ Vinceremo la battaglia,/ Sconfiggeremo questi Francesi –/ Alemanni e Piemontesi/ Marciarono contro i Francesi;/ Marciarono sulle trincee,/ I Francesi hanno ricacciato,/ Con le bombe e le granate,/ Le montagne gli han fatto passare.

 

Testo

Testo discretamente ampio, costituito di versi brevi (ottonari), rispetto alla tradizione dei canti epici che predilige in genere versi piuttosto lunghi (dall’endecasillabo in su), e che sintetizza in maniera mirabile gli avvenimenti dell’assedio della città di Torino da parte dei gallo-ispani: dalla partenza del Duca e della corte, per proseguire la guerra in campagna, all’arrivo delle armate francesi comandate dal La Feuillade, dalla diversione francese su Chivasso all’assedio vero e proprio, dall’arrivo dell’armata imperiale al comando del principe Eugenio di Savoia alla vittoria definitiva ed alla liberazione della città con la fuga dei Francesi verso est. Tutti questi avvenimenti ci sono anche narrati, ma in modo decisamente più minuzioso (ed a volte persino prolisso), dal poemetto L’Arpa discordata, di poco meno di 1.000 versi, testo coevo all’assedio ed opera, presumibilmente, di don Antonio Tarizzo, sacerdote originario di Favria (nelle vicinanze di Ivrea), ma presente in città durante i mesi dell’assedio.

Notiamo gli ormai abituali arcaismi e/o francesismi, tra cui sitron (cedri) e la forma verbale fèi (2 pers. plur.) per /feve; abbiamo poi la forma rustica vagnaroma per vagneroma. Inoltre l’avvicinare i termini Turin/giardin, oltre ad essere evidente per la rima, costituirà coppia (ma noi l’abbiamo giù visto) nella canzone dedicata a Maria Carolina di Savoia (1781).

 

Personaggi

Il Re di Francia citato nei primi versi è Luigi XIV di Borbone, il Re Sole (1638-1715), che regnò dal 1643, quando aveva meno di cinque anni, fino alla morte.

Comandante delle truppe franco-ispane all’assedio di Torino fu Louis François d’Aubusson de la Feuillade (1673-1725), chiamato nel testo con la versione piemontese del suo nome (La Fojada). Succedette nel 1706 al Vendôme (inviato nelle Fiandre dopo la battaglia di Ramillies), a capo dell’esercito francese in Italia: pur con non molta esperienza sul campo, decise comunque di attaccare la Cittadella di Torino nonostante le indicazioni differenti del Vauban. Dimenticato durante il resto del regno di Luigi XIV, fu ripristinato nel suo incarico da Luigi XV e divenne Maresciallo di Francia nel 1724. Morì nello Château de Marly, senza figli.

Dall’altra parte dello schieramento troviamo Vittorio Amedeo II (Torino, 1666-Moncalieri, 1732) ed il cugino Eugenio di Savoia (Parigi, 1663-Vienna, 1736).

Il primo fu duca di Savoia e, al termine di questa stessa guerra di Successione spagnola, in seguito ai trattati di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714), re di Sicilia dal 1713 al 1720 e poi di Sardegna, dal 1720. La sua politica estera fu segnata dalla volontà (riuscita) di liberarsi dell’ingerenza francese rendendo così più autonomo e forte il suo stato appoggiandosi all’Impero.

Il secondo, noto come Principe Eugenio (Prinz Eugen), apparteneva al ramo cadetto dei Savoia-Carignano e, in particolare, alla linea dei Savoia-Soissons. Iniziò la sua carriera al servizio della Francia, passando poi a quello dell’Impero, divenendo ben presto comandante dell’esercito imperiale. Non smise mai, però, di sentirsi prima di tutto un principe di Casa Savoia ed ebbe sempre rapporti strettissimi con suo cugino, il duca Vittorio Amedeo II. È da molti considerato l’ultimo dei capitani di ventura; fu anche un abile riformatore dell’esercito imperiale, vero precursore della guerra moderna. Conosciuto anche come il “Gran Capitano”, combatté la sua prima importante battaglia durante l’assedio di Belgrado (1683) e la sua ultima (battaglia del Reno, 1734) a oltre 70 anni nel corso della guerra di Successione polacca.

 

Vicenda

La vicenda generale dell’assedio è troppo nota per essere qui raccontata nei particolari. Basti ricordare che l’assedio di Torino, ad opera degli eserciti franco-ispani, fu un episodio della guerra di Successione spagnola (1701-1714), e durò dal 14 di maggio al 7 di settembre del 1706, terminando con la battaglia, detta appunto di Torino, vinta dall’esercito imperiale comandato dal principe Eugenio di Savoia, appoggiato da quello ducale sabaudo guidato dal duca stesso Vittorio Amedeo II. Durante tale assedio si ricordano anche due singoli eroici episodi: quello della popolana Maria Chiaberge Bricca (1684-1733), che aiutò gli imperiali a conquistare il castello di Pianezza (paese a nord-ovest della città), da cui poi le truppe austro-piemontesi poterono aggredire gli assedianti franco-ispani nella successiva battaglia campale, e quello del granatiere biellese Pietro Micca (1677-1706), che nella notte del 29 agosto fece esplodere le mine nelle gallerie della Cittadella occupate ormai dagli assedianti francesi; morì nell’impresa ma salvò la città.

Vediamo invece una breve serie di particolari che il testo della canzone vuole mettere in risalto.

Il coraggio dei cittadini torinesi: pur vedendo il Duca e la corte allontanarsi, non per codardia ma, oltre che per mettere in salvo donne e bambini, per continuare la guerra sul campo contro i francesi con azioni di disturbo e – diremmo ora – di “guerriglia”, essi non si scoraggiarono e (come raccontano le cronache ed anche il Tarizzo nel suo poema) furono eroici difensori della loro città venendo in aiuto ai soldati della guarnigione.

Il La Feuillade viene visto come incapace di costruire una strategia di successo: insegue il Duca, poi interrompe il suo inseguimento, ritorna sui suoi passi, mette l’assedio, ma – come dice il testo – “con le sue cannonate non fa paura nemmeno ai ragazzini (masnà)”

Il principe Eugenio è il buon comandante che, spada alla mano, sa parlare ai suoi soldati, incoraggiandoli fino alla vittoria comune (“Aleman e Piemontèis”) ed alla fuga dei francesi, che nella realtà storica non sono comunque tornati a casa, come suggerirebbe il testo (“Le montagne j’han fàit passé”), ma si sono diretti verso la Lombardia, come ci dice il Tarizzo che ci parla di Casale Monferrato come meta degli sconfitti.

Ultima nota. Anche se nel testo non se ne parla, piace ricordare che una delle figure più significative nella città assediata, per la sua attività sia morale che materiale, fu il beato Sebastiano Valfrè (1629-1710): padre oratoriano, fu guida spirituale e confessore del Duca Vittorio Amedeo II[1], nonché assistente spirituale delle sue due figlie e dell’intera corte. Durante l’assedio si adoperò infaticabilmente, nonostante i 77 anni d’età, nel soccorrere i soldati feriti e la popolazione civile, animando la speranza della vittoria e promuovendo la fiducia nella protezione della Consolata. Fu anche su suo consiglio che il Duca emise il voto di costruire la basilica di Superga per ringraziare Maria della vittoria.

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[1] Una tradizione non controllabile storicamente racconta che il Valfrè avrebbe adattato il motto araldico dei Savoia FERT (Fortitudo Eius Rhodum Tenuit) al Duca, trasformandolo in Foeminae Erunt Ruina Tua.

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